Aermoto Volugrafo 125

Aermoto Volugrafo 125

Fonte: regioesercito.it

L’Aermoto Volugrafo 125 rappresenta una delle più affascinanti e poco conosciute innovazioni tecniche del secondo conflitto mondiale, nata dall’incontro tra esigenze militari e ingegno industriale italiano. Questo veicolo straordinario trae origine da un progetto civile, concepito nel 1936 dall’ingegnere Claudio Belmondo, che mirava alla realizzazione di una motoleggera. L’irrompere della Seconda guerra mondiale e la pianificazione dell’ Operazione C3, l’ambizioso piano dell’Asse per l’invasione dell’isola di Malta, offrirono al progetto l’occasione di essere adattato alle nuove esigenze belliche. Il Regio Esercito necessitava infatti di mezzi leggeri, compatti, aviolanciabili, capaci di fornire mobilità tattica alle neonate Divisioni paracadutisti. In questo contesto, le Officine Meccaniche Volugrafo di Torino furono incaricate dello sviluppo di una moto che potesse essere lanciata con il paracadute e utilizzata subito dopo l’atterraggio. Partendo dalla motoleggera di Belmondo, gli ingegneri della Volugrafo progettarono un motociclo rivoluzionario per l’epoca, la cui realizzazione, inizialmente ostacolata dalla sospensione dell’operazione C3, poté proseguire fino alla presentazione ufficiale del modello nel 1942 e all’avvio della produzione nel 1943. Il primo lotto, composto da 600 esemplari, fu destinato a uno dei battaglioni della 183ª Divisione paracadutisti “Ciclone”, in via di costituzione a Tarquinia nell’estate del 1943, mentre altre unità equipaggiarono la Scuola paracadutisti di Tarquinia, il Reggimento “San Marco” e, dopo l’armistizio dell’8 settembre, anche i Nuotatori Paracadutisti della Xª Flottiglia MAS. A seguito del bombardamento degli impianti torinesi della Volugrafo, la produzione fu trasferita a Favria, nel Canavese, dove proseguì fino al 1944, raggiungendo un totale complessivo di circa 2000 esemplari. Il caos seguito all’armistizio permise anche ai tedeschi di impadronirsi di numerosi esemplari, sia razziando quelli destinati alla Divisione “Ciclone” sia proseguendone direttamente la produzione. Queste moto furono assegnate principalmente alle unità paracadutiste della Luftwaffe, attive lungo la costa adriatica e nell’area di Roma. La Aermoto Volugrafo 125 si inserisce così in un più ampio panorama internazionale che vide l’impiego di mezzi simili, come la Welbike britannica e il Cushman americano, destinati a risolvere il problema della mobilità delle truppe aviotrasportate, notoriamente costrette a muoversi appiedate e in condizioni logistiche precarie. Tuttavia, come per gli omologhi stranieri, anche la Volugrafo soffriva di limiti tecnici derivanti dalla modesta potenza del motore e dalla piccola dimensione delle ruote, che ne rendevano difficoltoso l’impiego in condizioni di fuoristrada, compromettendone di fatto l’utilizzo oltre l’asfalto o i terreni compatti.
Dal punto di vista tecnico, l’Aermoto era un capolavoro di ingegneria miniaturizzata, studiato nei minimi dettagli per rispondere alle esigenze dell’aviotrasporto. Costruita dalle Officine Meccaniche Volugrafo nel 1942, presentava dimensioni estremamente compatte (1,05 m di lunghezza), con un peso a vuoto di appena 59 kg. Il cuore del mezzo era un motore monocilindrico a due tempi da 125 cm³, capace di erogare 2 CV a 3600 giri/min, con alesaggio di 52 mm e corsa di 56 mm, e un rapporto di compressione pari a 1:6. L’alimentazione era garantita da un carburatore Dell’Orto T2/16 con getto 80 e diffusore da 16 mm, mentre l’accensione avveniva tramite un magnete Marelli tipo MLA1 e una candela Bosch ULA I CL 27. L’avviamento era semplificato da un diaframma che gestiva la chiusura dell’aria, favorendo così partenze rapide anche in condizioni critiche. La lubrificazione era assicurata da una pompa con mandata e recupero e il raffreddamento era ad aria. Il telaio, rigido, era a doppia culla in tubolari d’acciaio, dentro i quali venivano convogliati i gas di scarico, una soluzione ingegnosa per ridurre l’ingombro e proteggere i componenti durante l’aviolancio. La trasmissione era affidata a un sistema a catena, con cambio a due velocità dotato di riduttore. I freni erano a tamburo, con comando a mano sull’anteriore, mentre la sospensione era costituita anteriormente da una forcella a parallelogramma, priva però di ammortizzazione posteriore. Una delle caratteristiche più peculiari dell’Aermoto era la presenza di ruote gemellate da 2,5 x 8 su entrambi gli assi, probabilmente pensate per migliorare la stabilità e le prestazioni su terreni soffici o irregolari. Il serbatoio di benzina, capace di contenere 9,5 litri (diversi dai 12 litri riportati da altre fonti), ospitava al di sopra il sellino monoposto. Per aumentare la versatilità operativa, la moto poteva trainare un piccolo carrello aviolanciabile tipo “AV”, utile per trasportare un secondo soldato, equipaggiamenti o munizioni. In configurazione di lancio, il manubrio era ripiegabile in avanti fino a poggiare sulla ruota anteriore, conferendo alla moto la forma compatta di un parallelepipedo, inseribile all’interno di un apposito contenitore da lancio. Questo accorgimento, abbinato alla leggerezza e alla semplicità costruttiva, permetteva il rapido condizionamento del mezzo: in appena due minuti dalla discesa al suolo, il motociclo era operativo. Verniciata in grigio verde militare opaco, la Aermoto era inoltre dotata di due cassette porta-accessori posteriori contenenti utensili di uso ordinario. L’impianto elettrico e l’autonomia su strada non sono specificati con precisione, mentre la velocità massima riportata (104 km/h) appare quantomeno ottimistica, data la potenza limitata e l’assetto del veicolo. Degli oltre 2000 esemplari prodotti, circa 270 risultano effettivamente utilizzati in contesto operativo, una cifra che conferma il carattere sperimentale e specialistico di questo straordinario mezzo, testimone dell’ultimo grande slancio d’innovazione bellica dell’Italia fascista prima della definitiva dissoluzione dell’apparato militare nazionale.

     Roberto Marchetti

Fonte: regioesercito.it