La strage di Capaci

La strage di Capaci

Fonte: wikipedia.org

La strage di Capaci fu un attentato di matrice terroristico-mafiosa perpetrato da Cosa Nostra il 23 maggio 1992, in territorio di Isola delle Femmine, lungo l’autostrada A29 che collega Palermo all’aeroporto di Punta Raisi, con l’obiettivo di assassinare il giudice Giovanni Falcone. L’esplosione, avvenuta alle 17:58 mediante una carica equivalente a circa 300 kg di tritolo composta da tritolo, RDX e nitrato d’ammonio, fece saltare in aria un tratto di carreggiata proprio mentre transitava il corteo della scorta del magistrato, articolato in tre Fiat Croma blindate. Oltre a Falcone persero la vita la moglie Francesca Morvillo, magistrato anch’ella, e tre agenti di scorta – Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro – mentre altre ventitré persone rimasero ferite, fra cui gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. L’attentato affondava le sue radici in una lunga sequenza di progetti omicidiari contro Falcone. Già nel 1983, all’indomani dell’uccisione del giudice Rocco Chinnici in via Pipitone Federico, Salvatore Riina aveva incaricato Giovanni Brusca di sorvegliare Falcone e studiarne le abitudini per colpirlo, ipotizzando inizialmente l’uso di una Vespa imbottita di esplosivo, di un furgoncino parcheggiato davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo o di armi anticarro, piani poi scartati per l’elevato livello di protezione del magistrato. Nel 1987 si valutò di colpirlo alla piscina comunale di via Belgio, ma l’operazione fu interrotta. Il 21 giugno 1989 si registrò il primo tentativo concreto, quando un borsone con 58 candelotti di esplosivo fu ritrovato tra gli scogli vicini alla villa dell’Addaura affittata da Falcone, attentato rimasto avvolto da zone d’ombra nonostante alcune condanne. La decisione definitiva di eliminarlo maturò tra settembre e dicembre 1991 in una serie di riunioni della Commissione interprovinciale di Cosa Nostra, presiedute da Riina nei pressi di Enna, cui presero parte Bernardo Provenzano, Giuseppe Madonia e Benedetto Santapaola. In una riunione della Commissione provinciale tenutasi a casa di Girolamo Guddo, furono decisi un piano stragista ristretto e l’eliminazione, oltre che di Falcone e Borsellino, di Salvo Lima e di altri esponenti politici ritenuti inaffidabili. A Castelvetrano, con Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Graviano, si pianificarono anche attentati contro il ministro Claudio Martelli e il conduttore televisivo Maurizio Costanzo. Dopo la conferma degli ergastoli del Maxiprocesso in Cassazione il 30 gennaio 1992, Riina convocò ulteriori riunioni a Enna e da Guddo, scegliendo di agire in Sicilia con esplosivo. Giovanni Brusca fu incaricato di coordinare i dettagli. Scartate le ipotesi di usare cassonetti esplosivi o sottopassaggi pedonali, Pietro Rampulla suggerì un cunicolo di scolo sotto l’autostrada per concentrare la deflagrazione. Nell’aprile 1992 Brusca effettuò una prova in contrada Rebuttone, nei pressi di Altofonte, usando un cunicolo simulato e un radiocomando per aeromodellismo fornito da Rampulla. Tra aprile e maggio 1992 i capi mandamento Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi individuarono il punto dell’attentato nei pressi di Capaci, mentre in riunioni ad Altofonte Brusca, Gioè, La Barbera, Rampulla, Di Matteo e Bagarella travasarono circa 400 kg di esplosivo in tredici bidoncini, poi collocati l’8 maggio nel cunicolo sotto l’autostrada utilizzando uno skateboard, con sentinelle a vigilare. Furono eseguite prove di velocità, piazzati segni di vernice rossa e un frigorifero per calcolare il momento esatto della detonazione, e tagliati rami per migliorare la visuale. A metà maggio i Ganci controllarono i movimenti delle Croma di scorta. Il 23 maggio Domenico Ganci avvertì Ferrante e La Barbera della partenza delle vetture verso l’aeroporto. Confermato l’arrivo di Falcone, La Barbera seguì il corteo, in contatto con Gioè e Brusca appostati sulla collinetta di Capaci. Un imprevisto rallentamento dell’auto di Falcone, causato dal tentativo del magistrato di restituire le chiavi a Costanza, spinse Brusca ad attivare il radiocomando. L’esplosione sollevò un muro di detriti, colpì in pieno la Croma marrone di Montinaro, Schifani e Dicillo, scaraventandola tra gli ulivi, e fece schiantare la Croma bianca di Falcone. Gli agenti della terza auto, feriti, riuscirono a proteggere il giudice. Falcone e Morvillo, estratti vivi ma gravissimi, morirono in ospedale poche ore dopo. L’attentato, accolto con esultanza da mafiosi detenuti all’Ucciardone, suscitò sdegno nazionale. Secondo collaboratori di giustizia, fu anche pensato per ostacolare l’elezione di Giulio Andreotti alla Presidenza della Repubblica, favorendo la scelta di Oscar Luigi Scalfaro, eletto il 25 maggio. Nello stesso giorno si tennero i funerali a Palermo, durante i quali la vedova Schifani pronunciò parole di perdono e accusa verso la mafia, mentre esponenti politici furono contestati dalla folla. Il 27 maggio la regina Elisabetta II e il principe Filippo visitarono il luogo della strage. Le indagini, inizialmente guidate da Salvatore Celesti e poi da Giovanni Tinebra con Ilda Boccassini, Francesco Paolo Giordano e Fausto Cardella, portarono nel marzo 1993, grazie al pentito Giuseppe Marchese, all’individuazione di un covo in via Ughetti a Palermo dove furono arrestati Antonino Gioè, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Intercettazioni ambientali li collegarono alla strage. Gioè si suicidò in carcere, mentre Di Matteo e La Barbera collaborarono, svelando altri esecutori. Per costringere Di Matteo al silenzio, Brusca, Bagarella, Graviano e Messina Denaro sequestrarono il figlio Giuseppe, poi ucciso e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia. L’indagine introdusse per la prima volta in Italia l’analisi del DNA in ambito forense: mozziconi di sigaretta rinvenuti sulla collinetta rivelarono compatibilità genetica con La Barbera e Di Matteo, in collaborazione con l’FBI. Il processo “Capaci uno” si aprì nell’aprile 1995 contro i vertici della Commissione e gli esecutori materiali, con l’accusa sostenuta dai PM Giordano e Tescaroli. Nel 1997 la Corte d’Assise di Caltanissetta condannò all’ergastolo numerosi boss, assolvendone altri, e inflisse pene tra i 15 e i 21 anni ai collaboratori. Le sentenze furono in gran parte confermate in appello nel 2000, ma nel 2002 la Cassazione annullò alcune condanne rinviando a Catania, dove nel 2006 dodici imputati furono riconosciuti mandanti sia di Capaci che di via D’Amelio. Nel 2008 la Cassazione confermò. Nel 2008 le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza aprirono il processo “Capaci bis”, avviato nel 2014, che vide condanne all’ergastolo per Salvatore Madonia, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo e Lorenzo Tinnirello, mentre Vittorio Tutino fu assolto; condanne confermate in appello nel 2020 e rese definitive nel 2022. Nel 2016 Matteo Messina Denaro fu rinviato a giudizio per strage come mandante, condannato all’ergastolo in contumacia nel 2020, arrestato nel 2023 e condanna confermata in appello. Dal 1993 la Procura di Caltanissetta indagò su possibili “mandanti occulti”, iscrivendo nel 1998 Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri per concorso in strage, ipotesi poi archiviata nel 2002 per insufficienza di prove, pur rilevando contatti potenziali tra Cosa Nostra e ambienti imprenditoriali. Nel 2002 si indagò sul filone “Mafia e Appalti” su imprenditori legati a Calcestruzzi S.p.A., archiviato nel 2003. Nel 2009 fu aperta un’indagine su Giovanni Aiello, sospettato di essere il misterioso “faccia da mostro” e coinvolto anche nell’attentato all’Addaura e in via D’Amelio, archiviata nel 2012. Nel 2013 la Procura archiviò definitivamente l’inchiesta sui mandanti esterni, negando la partecipazione di soggetti fuori da Cosa Nostra. Nel 2022 fu aperta un’indagine su Stefano Delle Chiaie, ex leader di Avanguardia Nazionale, sulla base di testimonianze poi giudicate inattendibili e archiviate nel 2025, con successivo processo per depistaggio e calunnia a carico dei testimoni Walter Giustini e Maria Romeo. Nel 2023 fu indagato per concorso in strage l’ex terrorista Paolo Bellini, sospettato di contatti con Antonino Gioè e di presenze in Sicilia nell’epoca dell’attentato, circostanze confermate dall’ex moglie Maurizia Bonini.

     Roberto Marchetti

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