Ali alla vittoria

Ali alla vittoria

Diam l’ALI alla Vittoria: il Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore” in Somalia – 1992

“Sempre, comunque e dovunque!” – il motto della Folgore non è mai stato soltanto una frase, ma uno spirito, un modo di vivere la missione, un marchio di dedizione assoluta. Nel 1992, durante la difficile e complessa operazione umanitaria in Somalia, questo spirito trovò la sua più autentica e concreta espressione anche nel lavoro silenzioso, instancabile e spesso eroico degli uomini del Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore”.

Molti ricordano le operazioni del “Col Moschin” e le azioni più note, ma non tutti sanno che anche nella presa dell’Ambasciata di Mogadiscio, momento cruciale di quell’intervento, erano presenti uomini del Logistico. Tra loro il Maresciallo Capo Franco Naccarato, il Maresciallo Maggiore Amedeo Gargiulo e il Sergente Maurizio Bertolo: uomini concreti, determinati, paracadutisti nel cuore prima ancora che nella divisa.

Come testimonia lo schizzo operativo realizzato all’epoca dal Tenente Colonnello Bertolini, allora Comandante del Battaglione “Col Moschin”, il contributo del Logistico fu fondamentale per il successo dell’operazione. Perché se il combattente conquista il terreno, è il logista che gli dà i mezzi per farlo.

E in Somalia, terra dura e devastata dal conflitto, i paracadutisti del Logistico dimostrarono un ingegno e una capacità di adattamento straordinari. Emblematico è l’episodio del “baratto delle razioni K”: il Maresciallo Capo Naccarato, insieme al Sergente Maggiore Tebano, riuscì a trasformare le nostre razioni da campo in preziosa merce di scambio con le truppe americane.
Una razione K italiana – nota per la sua qualità e, soprattutto, per il famoso “cordiale” (il liquore ufficiale dell’Esercito Italiano) – poteva valere fino a dieci brandine o poncho liner statunitensi! Un piccolo capolavoro di diplomazia e spirito pratico, che migliorò concretamente la vita operativa del reparto.
Gli americani, come ricordano i testimoni, andavano letteralmente pazzi per il nostro liquore, pronti a qualsiasi scambio pur di ottenerne qualche bottiglia.

Ma l’impegno del Battaglione Logistico non si limitò al sostegno materiale.
Lo stesso Maresciallo Capo Naccarato partecipò attivamente all’addestramento al tiro della nascente polizia somala, utilizzando armi recuperate in loco — oltre 700 PPS sovietici — contribuendo alla ricostruzione dell’ordine e della sicurezza.
Un gesto concreto, di solidarietà e di competenza, testimoniato da rare fotografie che lo ritraggono durante l’addestramento e nel servizio di scorta alla giornalista del TG1, Dott.ssa Carmen La Sorella, presente in Somalia come inviata speciale.

Come riportava un trafiletto de “la Repubblica” del 27 dicembre 1992, la missione italiana seppe distinguersi per professionalità, umanità e risultati tangibili.
E dietro ogni successo operativo, c’erano loro: gli uomini del Logistico, pronti a intervenire ovunque, a sostenere chi combatteva, a garantire che la macchina militare non si fermasse mai.

Oggi, a distanza di anni, è doveroso ricordare e rendere onore a chi, lontano dai riflettori, ha reso possibile l’impossibile. Il Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore” è stato e resta un esempio luminoso di efficienza, ingegno e spirito di corpo.

Perché ovunque sia necessario servire, costruire, riparare, garantire continuità e sostegno, loro ci sono stati, ci sono e ci saranno.

Oggi è tempo non solo di ricordare, ma di far sapere.
Perché come diceva un vecchio paracadutista:

“Il combattente conquista la gloria, ma è il logista che gli dà le ali per arrivarci.”

Diam l’ALI alla Vittoria. Sempre, comunque e dovunque!
Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore” — Somalia, 1992.

Ferdinando Guarnieri

Fonte (AGENPARL) – Roma, 31 ottobre 2025

IRAQ – eventi collaterali

IRAQ – eventi collaterali

IRAQ – Eventi collaterali: casualità, intuizione, resilienza. Operazione “Antica Babilonia 1” – Il racconto personale di Ferdinando Guarnieri.

Il 2 luglio 2003 partii per l’Operazione “Antica Babilonia 1” in Iraq, come già raccontato in un precedente articolo.
Alcuni eventi “collaterali” che coinvolsero me e il Reggimento resero quel periodo per me emblematico, un intreccio di casualità, resilienza e intuizione – tre parole che ancora oggi sintetizzano perfettamente quei mesi intensi.

CASUALITÀ
Avrei dovuto partire con il mio Reggimento nel secondo turno (novembre-febbraio), ma il malessere improvviso del Comandante designato per il primo turno cambiò tutto.
La mia partenza fu anticipata, e il 6° Reggimento di Manovra assunse il comando immediatamente.
Per una beffa del destino, il Reggimento Trasporti che ci sostituì successivamente avrebbe poi pagato un prezzo altissimo, con la perdita di tre volontari durante la missione.

Confesso che non fui felice di partire in anticipo: non avrei potuto assistere alla discussione della tesi di laurea di mia figlia, prevista per il 9 luglio, che concludeva gli studi in Pedagogia con una tesi dedicata alla Resilienza nei bambini — un tema che, di lì a poco, avrebbe assunto per me un significato molto più profondo.

Le prime aliquote del Reggimento partirono da Pisa nella seconda decade di giugno, e agli inizi di luglio eravamo completamente rischierati a Tallil, a sud-ovest di An-Nasiriyah.
Lì le condizioni di vita erano proibitive: sabbia ovunque, caldo soffocante e lavoro incessante.

RESILIENZA
Il terzo giorno in Iraq, tre militari – un maresciallo e due volontari – chiesero di rientrare in patria per presunti motivi familiari.
Compresi che le difficoltà ambientali e psicologiche stavano iniziando a pesare su tutti.
La mattina seguente, durante il consueto momento dopo l’alzabandiera, decisi di parlare loro di resilienza.

Raccontai che mia figlia, rimasta in Italia, avrebbe discusso da lì a poco una tesi proprio su quel tema.
Citai ciò che avevo letto nella sua ricerca:

“In fisica, la resilienza è la capacità di un materiale di resistere a un urto, assorbendo energia senza spezzarsi.
In psicologia, indica la capacità di affrontare positivamente eventi traumatici, riorganizzando la propria vita dinanzi alle difficoltà, senza perdere la propria identità.”

Spiegai che tutti avremmo voluto essere a casa, io per primo, ma che il nostro giuramento alla Repubblica Italiana ci imponeva di affrontare il sacrificio con onore, trasformando quell’esperienza durissima in un’occasione di crescita e forza interiore.

Da quel giorno, nessun altro chiese di rientrare.

Mia figlia si laureò qualche giorno dopo la mia partenza, con 30 e lode. Mi telefonò subito dopo la discussione, ma nessuno dei due riuscì a parlare per l’emozione: eravamo entrambi in lacrime.

Otto anni dopo, in un grande magazzino di Livorno, un giovane mi si avvicinò chiedendomi se mi ricordassi di lui. Era stato con me in Iraq.
Alla mia esitazione, presentai mia figlia e lui disse:

“Mi scusi, Comandante, ma è lei la figlia che si doveva laureare in Pedagogia con la tesi sulla Resilienza?
Ricordo ancora il suo discorso… mi ha accompagnato per questi otto anni e mi ha fatto riflettere.”

Mia figlia mi guardò sorpresa: non le avevo mai raccontato che il suo studio era stato parte del mio intervento per incoraggiare i militari.
Se quel richiamo alla resilienza ha fatto bene a lui, mi auguro abbia fatto bene anche ad altri.

INTUIZIONE
I primi arrivati a Tallil, con l’aiuto di una squadra di lavoratori locali, iniziarono la bonifica dell’area: 500.000 metri quadri di deserto disseminato di macerie, rifiuti e sabbia.
Alloggi di fortuna, tende militari, luce fioca, razioni K come unico cibo e acqua fornita dagli alleati: così cominciò la nostra missione.

La polvere era onnipresente.
Per ridurne l’impatto, intuìi di utilizzare pompe d’irrigazione come quelle agricole per nebulizzare acqua e rendere più respirabile l’aria.
Durante un test, venni investito da una nuvola di goccioline: fu un sollievo immediato.
Da lì nacque l’idea di creare un’area ristoro per i militari.

In breve tempo nacque “Schizzo Beach – Lido Polvere d’Acqua”, uno spazio delimitato da container dove una pompa vaporizzava acqua sui soldati in pantaloncini durante le pause.
Un pittore del Reggimento realizzò un cartello con il nome e una simpatica fanciulla con salvagente a paperella.

La notizia si diffuse rapidamente tra i reparti e i giornalisti.
Il 12 agosto 2003, il Televideo RAI dedicò due pagine all’iniziativa: un piccolo simbolo di umanità e ingegno nel deserto iracheno.

EPILOGO
Il Reggimento operò in Iraq fino a fine ottobre, lasciando il campo a chi ci sostituì in una situazione decisamente migliore di quella che avevamo trovato: il nulla.
Il nostro contributo fu riconosciuto con la Medaglia di Bronzo al Valore dell’Esercito, conferita l’8 maggio 2006 alla Bandiera di Guerra del 6° Reggimento di Manovra, la stessa del Battaglione Logistico “Folgore”, già decorata per Somalia e Bosnia.

Ancora una volta, avevamo onorato il nostro motto:
“Diam l’ali alla Vittoria.”

Ferdinando Guarnieri

Fonte (AGENPARL) – Roma, 12 Novembre 2025

Supporto logistico

Supporto logistico

Operazione Antica Babilonia 1: Il ruolo del 6° Reggimento di Manovra in Iraq (2003) – Supporto logistico, resilienza e coraggio in un teatro operativo complesso.

“GALOPPAVA” l’anno 2003 ì ed io fui designato a comandare in IRAQ un GSA (Gruppo Supporto di Aderenza) in sostanza Reggimento di formazione ( 720 donne/ uomini circa) in prevalenza formato da personale del Reggimento e di altri Reparti di Budrio, Maddaloni Roma.

Una premessa è d’obbligo:

Il supporto logistico fuori area alle Brigate in operazioni è stato fornito per circa 26 anni dai Battaglioni logistici organici alle brigate. Nel 2001, per effetto di una ristrutturazione logistica (poi fallita) fu eliminato il supporto logistico di “aderenza” alle Brigate, i Btg Logistici divennero Reggimenti di Manovra (con le componenti Mantenimento, Rifornimenti e Sanità), e Reggimenti Trasporti (con le componenti Trasporti e Gestione Transiti). Tali reggimenti furono inquadrati in una Brigata Logistica di Proiezione con sede a Treviso il cui compito era quello di “proiettare” all’occorrenza fuori area a supporto delle Brigate che si avvicendavano nei diversi Teatri operativi, aliquote di un Reggimento di Manovra e aliquote di un Reggimento Trasporti di varia “consistenza” e di differente “peso” che costituiva un Gruppo Supporto di Aderenza.

Ciò avveniva in tutti i Teatri operativi: i GSA (Gruppo Supporto di Aderenza) affiancavano i reggimenti operativi organici alle Brigate in operazioni e venivano “potenziati” da nuclei del Reparto Mezzi Mobili Campali (Vettovagliamento, Panificazione e Lavanderia) di Maddaloni e da personale sanitario dell’ospedale Militare “Celio” di Roma che rendeva operativo e completavano l’assetto tecnico del Reparto di Sanità organico ai Reggimenti di Manovra.

La Logistica in sostanza, riveste una componente importante ed essenziale per la riuscita delle Operazioni fuori Area e produce “in silenzio”, garantendo il supporto previsto ed indispensabile.

Per l’Operazione “Antica Babilonia 1″ in IRAQ la Brigata Logistica di Proiezione scelse il 6^ Reggimento di Manovra di stanza a Pisa (ex Btg Logistico Folgore”) ed il 6^ Reggimento Trasporti (ex Btg L. della Brigata Friuli) che avrebbero formato il GSA; il Comandante del GSA sarebbe stato il Comandante del 6^ Reggimento Trasporti e sostituito dopo quattro mesi dal Comandante del 6^ Reggimento di Manovra. Alcuni problemi sanitari non trascurabili che riguardarono il Comandante designato del 6^ Reggimento Trasporti imposero al Comandante della Brigata di ordinare la partenza del comandante del 6^ Reggimento di Manovra già designato per il secondo turno: ero io con i miei uomini che avrei dovuto anticipare la partenza!

Non ne fui felice: non avrei avuto la possibilità di assistere alla discussione della tesi di mia figlia (neo laureanda in Pedagogia) che aveva preparato la tesi sulla RESILIENZA applicata ai bambini (che avevo letto e mi era piaciuta moltissimo). Particolare significativo che spiegherò più avanti.

Partii per l’IRAQ il 2 luglio del 2003 ( mia figlia si sarebbe laureata il 9 luglio).

Le prime aliquote del Reggimento erano partite da PISA nella seconda decade del mese di giugno e per gli inizi di luglio si è completamente rischierato in IRAQ in un area denominata TALLIL a sud ovest di AN-NASIRYAH.

Quando scesi dall’aereo e misi piede in territorio iracheno mi resi conto che la situazione operativa, funzionale, ambientale, infrastrutturale ( e psicologica) era difficilissima: mi indicarono un’area desertica vicino Tallil a sud ovest di AN-NASIRYAH di circa 500.000 mq.

La zona assegnata si presentava in completo stato di abbandono, in area desertica con la presenza di alcune stanze diroccate, ricolme di macerie, sabbia e polvere, con forte vento e caldo elevato.
Urgeva bonificare l’area.

Avremmo dovuto realizzare TUTTO: tendopoli, servizi igienici , mensa, panificazione, lavanderia, uffici, messa in funzione dei gruppi elettrogeni, rifornimento idrico con vesciconi da 20.000 litri e serbatoi fissi.

A Tallil ( in IRAQ) le condizioni di vita erano insomma proibitive: la sabbia nell’aria ti soffocava, il caldo era opprimente, il lavoro da fare tantissimo.

UN GIORNO LA PAURA BUSSÒ ALLA PORTA, IL CORAGGIO ANDÒ AD APRIRE E NON TROVÒ NESSUNO!”

Il terzo giorno di quella vita impossibile ( della quale io per primo mi rendevo conto) al mattino avevano chiesto rapporto al Comandante, un Maresciallo e due volontari.

Il Maresciallo mi rappresentò l’esigenza di rientrare in patria perchè la moglie non stava bene e i due volontari accamparono altre analoghe “scuse” per essere rimpatriati.
Il giorno successivo, all’adunata e dopo l’alzabandiera il Comandante di solito parla per alcuni minuti al reggimento riepilogando eventi del giorno precedente e l’attività della giornata.
Quella mattina memore delle “esigenze” rappresentatemi dal Mar e dai due Volontari feci un breve ma significativo discorso che non pensavo facesse molta ” presa” sui militari: parlai della RESILIENZA!
Parlai della Resilienza e raccontai loro quello che avevo appreso leggendo la tesi di mia figlia.
Per introdurre l’argomento accennai che alcuni Sottufficiali e Volontari si erano messi a rapporto rappresentandomi la necessità di rientrare accampando giustificazioni non reali.
La verità è che avevano accertato ( come tutti avevamo constatato) le condizioni di vita difficilissime ( se non impossibili) in IRAQ.
Dissi loro che anche io avrei voluto essere a casa per assistere alla tesi di mia figlia (che avrebbe dovuto discutere dopo qualche giorno) e parlai loro dell’oggetto della tesi e cosa significa Resilienza.
Il contenuto del virgolettato che segue è tratto dal web:
“In fisica e in ingegneria resilienza indica la capacità di un materiale di resistere a un urto, assorbendo l’energia che può essere rilasciata in misura variabile dopo la deformazione”.
“In psicologia, la resilienza è un concetto che indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.
Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e persino a raggiungere mete importanti”.

. . . in sostanza cercai di far capire loro che TUTTI avremmo preferito essere a casa per vari motivi ma che noi, avendo effettuato un giuramento alla Repubblica Italiana, avremmo dovuto “stringere i denti” e cercare di trasformare quella nostra DURISSIMA esperienza in un’occasione per crescere, migliorare ed uscirne più forti.
Non ebbi da quel giorno altri collaboratori che mi rappresentarono personali esigenze fittizie o reali. (altro episodio significativo sul quale mi soffermerò già avanti).

I primi giunti, con l’aiuto di una squadra di “locali”, appositamente assunti, provvidero a “bonificare” l’area e le stanze da macerie e rifiuti. In quel periodo il cibo era assicurato unicamente da razioni militari a lunga conservazione (Razioni K); i servizi igienici erano garantiti da gabinetti campali “bonificati” con calce idrata; il rifornimento idrico era fornito dagli Alleati e da una scorta congrua di acqua in bottiglia; gli alloggi, per tutti, erano ricavati da tende militari illuminate dalla fioca luce di torce tascabili.

La prima nave di rifornimenti, giunta a fine giugno, ha consentito di poter disporre della mensa, dei servizi igienici campali, delle tende per servizi generali, delle stazioni di energia e di quant’altro occorreva per vivere muovere ed operare nelle migliori condizioni di efficienza.

In venti giorni una “fetta di deserto” depressa di 500.000 mq è stata ripulita, riordinata, “inghiaiata” e riorganizzata con servizi igienici funzionanti, la mensa, il panifìcio, la lavanderia. Attraverso un contratto a termine con una ditta Kuwaitiana, sono state prese in affitto tende con condizionatori tropicalizzati e condizionatori per gli uffici che hanno consentito di poter vivere per poi operare schierando gli organi logistici di supporto al Contingente.

Il supporto sanitario era garantito da una infcrmeria “rinforzata” fornita dal Reparto di Sanità di NOVARA del 6° Reggimento di Manovra.

Viste però le condizioni climatico ambientali proibitive le Superiori Autorità decidevano di potenziare tale supporto ed hanno disposto lo spiegamento di un Ospedale da Campo.
I moduli sanitari sono giunti a fine luglio unitamente ai tecnici militari forniti dall’Ospedale Militare “CELIO” di ROMA e della Croce Rossa Italiana. I medici e gli specialisti giunti (1 ematologo, 3 chirurghi, 1 anestesista, 1 dermatologo, 1 ginecologo, 1 ortopedico, 1 oculista, 1 cardiologo, 1 odontoiatra, 1 radiologo, 1 farmacista) unitamente ai paramedici (14 SU infermieri e 12 Crocerossine) hanno permesso, dal 9 settembre di poter disporre di un funzionale ed etfficientissimo
Ospedale da Campo con sala chirurgica, rianimazione, laboratorio analisi, farmacia e radiologia oltre che degenza per 50 posti, rischierato nel Compound del Gruppo Supporto di Aderenza a Family Quarters e di un Posto Medicazione Avanzato nel Compound del Comando Brigata “GARIBALDI” a White Horse.

I dati significativi relativi alle attività svolte dal 1 luglio 2003 al 15 ottobre 2003 dal Gruppo Supporto di Aderenza, in Operazioni Task Porce “EL ALAMEIN” sono così riepilogabili:

– circa 370000 km percorsi dalle unità trasporti;

– 683 interventi di riparazione pari a 6662 h. di lavoro del personale tecnico;

-113 automezzi inefficienti recuperati dalle unità di soccorso;

– circa 1.400.000 lt. di carburante distribuito a cura degli addetti ai rifornimenti;

– 2000 ton. di viveri ripartiti a favore di tutti i reparti del contingente;

– 1300 interventi sanitari di varia natura e gravità.

I sopraccitati dati sono significativi ed “illuminanti” se agli stessi vengono affiancati i dati relativi ai servizi di “scorta operativa” forniti che ammontano a nr. 210.
E’ il caso di precisare che le attività logistiche in Teatro Operativo, non sono esenti da “pericoli” propri dell’attività né da quelli che derivano dalla stessa operatività. Tutte le Operazioni svolte, infatti, prevedono un sostegno logistico che deve essere aderente all’attività svolta. Non a caso il Gruppo Supporto di Aderenza è stato coinvolto in due episodi (conflitti armati) durante i quali assicurava il sostegno logistico.

Ricordo che i “forieri di alloggiamento” già in IRAQ ( che precedono il reparto per preparare l’accampamento) mi avevano riferito che la polvere nell’aria era continua, visibile ed insopportabile.Per attenuare il problema, occorreva approvvigionare alcune pompe di irrigazione ( quelle che servono per innaffiare i campi a distanza) da utilizzare in quell’area.
Giunto in zona di operazioni mi resi conto che per buona parte della giornata, in effetti, l’aria era irrespirabile, il caldo insopportabile ( circa 70 gradi).
Feci montare la prima pompa e nell’assistere al “collaudo” ne verificai l’effettivo funzionamento.
Investito tra l’altro a distanza, da una nube di acqua polverizzata mi ” rivitalizzai” ( boccheggiavo per il caldo) e mi venne l’idea di realizzare un’area ristoro per i militari a riposo.
Individuai l’area ( delimitata da containers) e feci installare una pompa d’irrigazione che polverizzava e schizzava l’acqua sui militari . . . in pantaloncini !
Un bravo pittore, realizzò un cartello all’ingresso con la scritta SCHIZZO BEACH – LIDO POLVERE D’ACQUA ( autorizzato da me dipinse anche una fanciulla (con memorabile fondoschiena) munita di paperella salvavita.
La notizia della realizzazione si sparse anche negli altri accampamenti distanti e tra i giornalisti che non mancavano mai.
Il direttore di televideo che era in zona volle accertarsi personalmente della realizzazione che riportó su due pagine di TELEVIDEO il 12 agosto 2003. (vds foto)

Il lavoro realizzato in quattro mesi ( rientrammo a fine ottobre) fu davvero incredibile!

Una nota degna di menzione: mia figlia si laureò in Pedagogia qualche giorno la mia partenza per l’IRAQ: erano presenti oltre a mia moglie ed il fratello, amici e conoscenti ma io non c’ero!

Ci sentimmo per telefono al termine della discussione della tesi e NON riuscimmo a parlare ( eravamo in due a piangere ); riuscì a comunicarmi solo il voto: TRENTA CON LODE!!!
Rientrammo come ho già scritto, a fine ottobre lasciando le consegne ad un altro Reggimento che trovò una situazione certamente diversa da quella che noi avevamo trovato.
Otto anni dopo. . . ero con mia figlia) in un grande magazzino di Livorno e mi si avvicinò un giovane che mi chiese se mi ricordavo di lui (era stato con me in IRAQ).
Nel chiedergli di aiutarmi a ricordare, gli presentai mia figlia e lui disse:
” mi scusi Comandante ma è lei la figlia che si doveva laureare in Pedagogia con la tesi sulla Resilienza? Ero in IRAQ con lei ed ancora ricordo il suo discorso sulla resilienza che mi ha accompagnato per questi otto anni e mi ha fatto riflettere”.
Mia figlia mi guardava con aria interrogativa: non le avevo mai riferito che la sua laurea e la Resilienza erano stato oggetto di un mio intervento con i militari per superare quel difficile momento! Se il mio richiamo alla resilienza ha fatto bene a quel giovane mi auguro possa aver fatto bene anche ad altri.

II 6^ Reggimento di Manovra il 15 ottobre 2003 fu avvicendato dal 6^Reggimento Trasporti si sono comunque alternati in Teatro lo stesso 6° Reggimento di Manovra ed il 6° Reggimento Trasporti; è cambiata la sola “Direzione”:

Il Comandante del 6° Reggimento di Manovra ed il suo Comando lasciarono la guida del Gruppo Supporto di Aderenza ed il Teatro d’Operazioni in IRAQ al Comandante del 6° Reggimento Trasporti ed al suo Comando.

Le fasi di deflusso/afflusso sono avvenute dai porti e dagli aeroporti di CAGLIARI, PISA, NAPOLI, SALERNO e KUWAIT CITY e si sono concluse il giorno 19 ottobre con il rientro a PISA della Bandiera di Guerra del 6° Rgt. che partì da PISA il giorno 30 giugno 2003.

NOTA:⁠Alle 10 e 45, ora locale, del 12 novembre 2003, quattro kamikaze su due veicoli imbottiti con un carico fra i 150 ed i 300 chili di esplosivo si lanciarono contro la nostra Base Maestrale a Nassiriya. Morirono in diciannove! Tra i deceduti alcuni volontari ( Caporal Maggiore Emanuele Ferraro, Primo Caporal Maggiore Alessandro Carrisi, Caporal Maggiore Pietro Petrucci) tutti in forza al 6^ Reggimento Trasporti che solo per caso aveva posticipato la sua partenza (secondo turno e non primo). Il 6^ reggimento di Manovra che avrebbe dovuto garantire il secondo turno di missione in IRAQ era rientrato 22 giorni prima.

Ferdinando Guarnieri

Fonte (AGENPARL) – Roma, 12 Novembre 2025

Una missione difficle

Una missione difficile

Bosnia-Herzegovina con il Btg. Log Par. Folgore. Cronaca di una missione difficile ma formativa, tra operazioni logistiche, interventi umanitari e riconoscimenti al valore

Alcuni amici (non militari) ed amiche, dopo aver letto l’articolo sulla mia prima esperienza fuori area in Somalia, mi hanno chiesto notizie sulle altre missioni che mi hanno impegnato durante il servizio.

Ritorno volentieri quindi “al passato” e scrivo della mia seconda esperienza fuori area in BOSNIA HERZEGOVINA (che coincide con la seconda missione fuori area del Btg, la prima in Somalia). Esperienza pur essa dura, formativa ed interessante perché maturata durante il mio comando di Battaglione (1995/1997): dura, per la durata ( nove lunghi mesi), formativa per l’esperienza acquisita ed interessante per la quantità di “lezioni apprese” in quel periodo. E’ solo il caso di ricordare che l’impegno, la professionalità, la dedizione di tutti gli uomini del btg, allora impegnati valsero una Croce di Bronzo al Merito dell’Esercito alla Bandiera di Guerra del Btg ed anche un “immeritato” riconoscimento (Croce d’Argento al Merito dell’Esercito) al fortunato comandante che in quel momento comandava il Btg (vds sul web Decreti e Decorazioni Battaglione Logistico Par Folgore).

Anche in questa missione la situazione generale apparve davvero drammatica: grattacieli bruciati, sede del quotidiano locale distrutta, ponti abbattuti, villette a schiera bombardate e crivellate di colpi d’artiglieria (vds foto).

Ma il big da subito si è mosso rivitalizzando la vecchia e distrutta Caserma TITO in un comprensorio funzionale e funzionante con cartello d’ingresso di benvenuto, con la sala convegno e riunioni realizzato in un vecchio locale stracolmo di macerie, dando in sostanza visibilità alla nota efficienza dei quadri tutti del Btg, non a caso le autorità in visita al contingente (Presidente della Repubblica, Presidente del Senato etc) venivano portate sempre in visita al Btg (vds foto).

Il Dott. Roberto Galli Capo cronista de IL TIRRENO di Pisa, che aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare il Btg a Pisa, durante la celebrazione del Ventennale, venne a trovarci in Bosnia e il 5 sett 1996, dedicò una intera pagina del quotidiano al nostro Battaglione con il titolo “Con i parà pisani schierati a Sarajevo”.

Avevo già dedicato all’esperienza bosniaca un ampio, dettagliato (forse minuzioso) riepilogo di dove, come, quando e quanto è stato possibile realizzare con i magnifici uomini che avevo l’onore di comandare in quel periodo, nel libro dedicato al battaglione e riportato poi nel sito dello stesso battaglione.

Non entrerò quindi nello specifico, come già fatto, ma mi limiterò a “stralciare” dal libro (e dal sito) parte di quanto già scritto. Chi fosse interessato a saperne di più sa dove attingere ulteriori e più definiti particolari.

Di seguito lo stralcio tratto da MISSIONI:

“Nell’ ambito dell’ Operazione “Joint Endeavour”, il Battaglione riceveva l’ ordine di schierare il Centro Logistico, a sostegno del Contingente Italiano, in operazioni in Bosnia – Herzegovina per garantire il rispetto degli accordi di Dayton.

Il 25 giugno 1996 il Battaglione schierava il CL a Sarajevo in un’area della ex Caserma “TITO” . In nove mesi il BTG. L. PAR. “FOLGORE” in operazioni Centro Logistico della Brigata Multinazionale Nord, oltre al compito del supporto logistico di ITALFOR ha, per quanto possibile e dove possibile, garantito un supporto umanitario di elevata intensità garantendo il funzionamento ad elevatissimi livelli di tutto il Comando del Big. rendendo possibile altresì la dislocazione, in aree e in locali fatiscenti; ha realizzato una rete idrica di accumulo e distribuzione di circa 70.000 litri di acqua. Ha assicurato la difesa vicina del Centro Logistico e un posto di Osservazione in località Podromanija; ha gestito ricambi/ munizione, e viveri per 1.000 tonnellate. Ha erogato circa 15.000 litri di carburante al giorno con una capacità ricettiva di circa 210.000 litri di carburante ed hamovimentato 125 containers di materiali. In data 8 Novembre 96 il C.te della Brigata Multinazionale Nord ha tributato n° 5 encomi al Team di 3 SU e 2 VFB intervenuti per il recupero di un automezzo militare francese rovinato in una scarpata. L’ intervento diretto dal Capo Officina della Cp. Mantenimento M.C. Angelo Perna ha reso possibile mediante l’ utilizzo di strumenti da taglio, di estrarre dalle lamiere contorte dell’autocarro un militare francese gravemente ferito, dopo intenso, diffìcile e pericoloso lavoro, assicurando la salvezza del commilitone d’ Oltralpe. Ha percorso circa 300.000 km.

L’ Operazione più importante che ha interessato il contingente ha visto il Btg. L. impegnato in maniera massiccia: l’operazione Vulcano . In località MARCOVICI a pochi chilometri di SOCOLAC in piena zona serba, dal 18 al 24 Agosto sono state distrutte circa 400.000 tonnellate di esplosivo detenuto impropriamente e senza autorizzazioni in una scuola (vedasi foto fornello ed esplosioni). Il Btg. L. ha fornito, per tale occasione, i mezzi di trasporto necessari, i conduttori, i capi macchina, la manodopera indispensabile a trasportare il materiale dal sito in cui era stipato, fino alla zona predisposta per la distruzione. Per tale operazione sono stati tributati n° 2 compiacimenti e n° 2 encomi a personale del Btg. dal C.e della Brigata Multinazionale Nord. Per le elezioni presidenziali di Settembre ancora una volta il Btg., sia pure con un’aliquota, si dimostra all’altezza della situazione fornendo uomini e mezzi. Per tutte le operazioni “SCUDO” (coincidenti con gli incontri tra i tre presidenti croato-musulmano-serbo) il Btg. L. è stato impiegato con aliquote per recuperi e sgomberi di mezzi in avaria. L’attività umanitaria, è stata potenziata e coordinata grazie alla figura del Cappellano Militare, Don Claudio Pasquali prima e Don Giuseppe Bastia poi che hanno dedicato tutte le loro energie e risorse ad un’opera pastorale che non si è limitata all’assistenza spirituale dei Quadri Ufficiali, Sottufficiali e giovani volontari, ma anche e soprattutto a dare impulso rilievo e risalto all’opera umanitaria svolta a favore di un popolo martoriato anche in concorso con associazioni umanitarie.Tale attività si è svolta prevalentemente con raccolta fondi per adozioni a distanza dei bambini (n. 15 adozioni) e distribuzione di aiuti umanitari, giunti consistenti in finestre, vetri, porte, stufe, medicinali, viveri, coperte e vestiti, pacchi dono inviati dalla Croce Rossa Italiana e dall’Italia. Per l’iniziativa di Ufficiali, Sottufficiali e Paracadutisti che hanno coinvolto le famiglie in Patria in una gara di solidarietà, riceve a Sarajevo, materiale sanitario, medicinali, viveri, vestiario, materiale scolastico, giocattoli e pacchi dono. Per iniziativa del cap.le Scola del Battaglione, viene raccolta nella sua Parrocchia la somma di £ 6.000.000. Con una cerimonia alla Caserma “Tito”, sede del Battaglione, sono invitati 10 bambini con i rispettivi familiari e il Comandante assieme ai V.F.B. consegnano a Suor Admirata il denaro che sarà mensilmente versato ai bambini adottati. Il Btg ritira aiuti umanitari, fatti pervenire dalla Cooperazione Italiana e li distribuisce alla popolazione a pochi giorni dal rientro in patria,con una cerimonia di saluto ai paracadutisti del Battaglione Logistico Paracadutisti “Fulgore” alla quale ha presenziato l’ambasciatore Italiano Vittorio Pennarola.”

In Bosnia, ancora una volta il Btg L ha dimostrato di SAPER FARE e di FARE BENE (e FAR SAPERE anche in patria come e dove operava il Btg): oltre all’attività operativa e logistica a favore della Brigata, ha riattivato, dal momento del suo insediamento alla Caserma “TITO” tutti i servizi igienici esistenti ma non funzionanti, ha realizzato aree di svago coperte (sala giochi, campo di pallavolo-calcetto, sala televisione, palestra, bar) e scoperte (mini campo di calcio) bonificando aree stracolme di macerie; ha istallato scaldabagni elettrici in tutti i servizi igienici delle compagnie; ha garantito ai militari un comfort immediato grazie anche a sale di ritrovo di compagnia con televisione e sala lettura.

Una missione in definitiva piena, formativa, gratificante e questa volta con un nuovo valore aggiunto: i Volontari. Ai già validissimi Quadri Ufficiali e Sottufficiali che facevano parte del Btg. L. par. “FOLGORE” e di cui lo stesso Btg è sempre stato fiero, si era aggiunta una “cornice” di Volontari che integratisi tempestivamente e completamente nel Btg hanno dato prova di elevatissime qualità tecnico-professionali che messe al servizio del Btg. L, hanno reso possibile il raggiungimento di traguardi di tutto rispetto in materia logistica-organizzativa. Realistica ed inconfutabile prova di come, Volontari animati da serietà d’intenti, spirito di sacrificio e volontà di apprendimento abbiano dimostrato di essere, se ben seguiti e diretti, il sicuro e naturale vivaio di un Esercito di professionisti.

II 24 Marzo 1997 il Battaglione Logistico Paracadutisti “FOLGORE” terminate le operazioni di ripiegamento dalla BOSNIA-Herzegovina, rientrò dalla sua seconda missione fuori area, per riprendere le attività istituzionali presso le sedi stanziali (Caserma Artale, Bechi Luserna e Del Fante), con la stessa lena, lo stesso entusiasmo e la professionalità di sempre galvanizzate dai risultati conseguiti. Nove lunghi, entusiasmanti mesi che sono volati e non soltanto per me. Non c’è da stupirsi, il MOTTO del Btg. L. par. “FOLGORE” è: “DIAM L’ ALI ALLA VITTORIA”!

Ferdinando Guarnieri

Fonte (AGENPARL) – Roma, 1 Novembre 2025

Somalia 1933

Somalia 1933

Somalia 1993 – Ricordi di un Paracadutista della Folgore: Il cuore del Battaglione Logistico tra sabbia, onore e umanità

“Una nuova pagina Facebook Operazione Ibis Restore Hope 1992-1993 Folgore mi ha indotto a inviare in anteprima all’Amministratore della pagina alcune foto di quel periodo che intendevo pubblicare. Mi ha poi chiesto di corredarle con un ricordo scritto… ed eccomi qui, a tentare di racchiudere in poche righe emozioni che porto nel cuore da più di trent’anni.”

Correva – o meglio, volava – l’anno 1993. All’epoca ero Maggiore e ricoprivo l’incarico di Capo Sezione TRAMAT dell’Ufficio Logistico del Comando Brigata Paracadutisti Folgore. Il 17 marzo di quell’anno fui inviato, per conto dell’ONU, a prestare servizio con lo stesso incarico presso il Comando ITALFOR IBIS 2 in Somalia.
Un incarico da “topo d’ufficio”, apparentemente, ma in realtà un’esperienza profonda e formativa, preludio di un legame indissolubile con il Battaglione Logistico “Folgore”, che avrei poi avuto l’onore di comandare qualche anno dopo.

Il Battaglione era già schierato a Balad, circa 40 km a nord-ovest di Mogadiscio, dove assicurava il supporto logistico alla Brigata Folgore, attività umanitarie per la popolazione locale e persino assistenza e sostegno tecnico ai contingenti di altre nazioni – tra cui Stati Uniti, Corea e Pakistan.

Era la mia prima missione fuori area. Lasciai la mia famiglia – mia moglie, 38 anni, e due figli adolescenti – tra lacrime e orgoglio. Ma il dovere chiama. E così, con nel cuore la formula del giuramento prestato anni prima (“adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni”), preparai lo zaino.
Mia moglie volle infilare nel mio bagaglio una busta dei miei biscotti preferiti. Un piccolo gesto d’amore che avrebbe avuto un curioso epilogo.

Appena atterrato a Mogadiscio, mi colpì subito quel caldo soffocante, come se un gigantesco phon soffiasse aria bollente e sabbia direttamente sul portellone dell’aereo. Il viaggio in AR/76 verso l’ex ambasciata italiana mi mostrò un mondo sconvolto: miseria, distruzione, e un odore penetrante di morte, accentuato da un dromedario in decomposizione lungo la strada.

Durante i mesi a Balad, osservai una realtà che avrebbe cambiato per sempre il mio modo di vedere la vita e l’Italia.
Vidi abitazioni costruite con rami e paglia; ibis bianchi dal becco nero solcare i cieli del deserto; carcasse di auto e aerei abbandonati; camion stracarichi di paglia guidati da uomini scalzi.

Eppure, in quel contesto di desolazione, c’erano anche la dignità e la bellezza: le donne somale, eleganti anche nella povertà, percorrevano chilometri con un’anfora d’acqua sul capo; bambini bellissimi correvano sorridenti verso i nostri mezzi, raccogliendo con le mani gli spaghetti che offrivamo loro con affetto.

Visitai l’orfanotrofio “Guglielmo Marconi” di Balad, dove i piccoli ci accolsero agitando bandierine italiane. Quell’immagine mi toccò profondamente: scrissi una lettera al quotidiano Il Giornale, che la pubblicò, generando un’ondata di solidarietà e aiuti dall’Italia, grazie anche all’impegno delle mogli dei militari, coordinate dalla moglie del Generale Loi, comandante della Brigata.

Un episodio curioso chiuse quei mesi intensi: i biscotti che mia moglie mi aveva dato sembravano sparire. Ogni sera ne trovavo di meno, sbriciolati. Finché scoprii che condividevo la “razione dolce” con un topo, che di notte si infilava nella confezione sul mio improvvisato comodino.

Tra il caldo, la sabbia, la clorochina e la nostalgia, quell’esperienza mi lasciò soprattutto orgoglio e gratitudine. Orgoglio per essere parte della Folgore, per aver servito l’Italia tra la polvere d’Africa e per aver visto, anche in mezzo al dolore, l’umanità resistere.

Come recita il motto che da sempre accompagna la nostra grande famiglia paracadutista:
“Diam l’ALI alla Vittoria. Sempre, comunque e dovunque.”

Ferdinando Guarnieri

Fonte (AGENPARL) – Roma, 1 Novembre 2025

In dietro non si torna

“In dietro non si torna”

“Indietro non si torna”: la vicenda del Battaglione Logistico Paracadutisti Folgore tra soppressione, smembramento e rinascita – Lettera al Direttore

Caro direttore

concordo pienamente con le Sue osservazioni.

In realtà, la soppressione del Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore” fu il risultato di un provvedimento ordinativo generale che interessò tutti i Battaglioni logistici destinati a garantire il supporto di aderenza alle Brigate operative.
Tali reparti furono infatti trasformati in Reggimenti di Manovra (dotati delle componenti di mantenimento e supporto sanitario) e in Reggimenti Trasporti (con le funzioni di trasporto e gestione transiti), posti alle dipendenze non più delle rispettive Brigate d’appartenenza, ma della Brigata Logistica di Proiezione con sede a Treviso.

In sostanza, le Brigate venivano private del proprio supporto logistico di aderenza sul territorio nazionale, mentre, nei teatri operativi all’estero, beneficiavano dell’assistenza fornita dal Gruppo di Supporto di Aderenza (GSA) — l’equivalente, in ambito NATO, di un Combat Service Support Battalion — costituito dalla “fusione” tra un Reggimento di Manovra e un Reggimento Trasporti.

Tutti i Battaglioni, dopo la trasformazione, vennero potenziati e conservarono la loro identità e le proprie origini. Tutti, tranne uno.
Il Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore” subì un vero e proprio smembramento: perse circa il 50% degli ufficiali (8 su 16), il 60% dei sottufficiali (33 su 50) e il 30% dei graduati paracadutisti (113 su 350), trasferiti ad altri reparti della Folgore.
Un patrimonio umano e professionale unico, disperso e frazionato.

Questa grave anomalia venne subito rilevata e rappresentata dall’allora primo Comandante del 6° Reggimento di Manovra – che era stato anche Comandante del Battaglione Logistico “Folgore” – durante una specifica riunione ad alti livelli.
La risposta, tuttavia, fu lapidaria e deludente:

“Indietro non si torna.”

Eliminare il supporto logistico di aderenza che il Battaglione forniva alla Brigata in patria, per offrirlo solo nei teatri esterni, si rivelò un provvedimento improvvido, inopportuno e incomprensibile — come giustamente ha sottolineato anche Lei, caro Direttore.

Volendo comunque guardare l’aspetto positivo, con una buona dose di resilienza, possiamo riconoscere che i quadri trasferiti ad altri reparti della Folgore seppero distinguersi ovunque, portando con sé le capacità organizzative, professionali e logistiche che avevano maturato nel Battaglione Logistico.
Le qualità di quegli uomini, in ogni nuova destinazione, continuarono a essere un marchio di efficienza e di spirito Folgore.

Per fortuna, dopo quattordici anni, indietro si è tornato, anche se con iniziali “stridor di denti”.
Una tardiva ma giusta correzione che ha permesso di restituire dignità e continuità a un reparto che ha sempre rappresentato un’eccellenza silenziosa dell’Esercito Italiano.

Con stima e amicizia,

Ferdinando Guarnieri

Fonte (AGENPARL) – Roma, 1 Novembre 2025

Compagnie cannoni controcarro

Compagnie cannoni controcarro

Nel 1941, all’interno del Regio Esercito, l’organizzazione delle unità controcarro rappresentava un elemento fondamentale della dottrina difensiva delle divisioni di fanteria, in un momento in cui la guerra sul fronte nordafricano e nei Balcani stava mettendo in luce i limiti dell’apparato militare italiano di fronte alla crescente meccanizzazione e corazzatura degli eserciti avversari. Le compagnie controcarro, denominate ufficialmente “compagnie cannoni controcarro”, costituivano unità organiche delle grandi unità di fanteria ed erano incaricate di fornire un supporto specializzato nella difesa contro i mezzi corazzati nemici, con il compito di costituire un presidio avanzato in grado di contrastare le penetrazioni dei reparti corazzati avversari e di proteggere il dispositivo difensivo della divisione. La struttura di tali compagnie era pensata per essere autonoma sul piano tattico, con organici di personale addestrato specificamente all’impiego delle armi anticarro e con la capacità di dispiegarsi in più sezioni a copertura dei settori più esposti, fungendo da elemento di raccordo tra la fanteria e le artiglierie divisionarie.

L’armamento principale era costituito dal cannone controcarro da 47/32 Mod. 1935, derivato dal progetto austriaco Böhler, che al momento della sua introduzione appariva adeguato a contrastare i carri leggeri e medi allora in servizio nelle forze armate europee, ma che già nel 1941 mostrava limiti sempre più evidenti. Il pezzo da 47/32 era relativamente leggero, facilmente trainabile e caratterizzato da una buona rapidità di messa in batteria, qualità che lo rendevano utile in funzione di arma d’appoggio per la fanteria e di difesa ravvicinata. La dottrina italiana prevedeva il suo impiego non soltanto come arma anticarro in senso stretto, ma anche come strumento di fuoco diretto contro posizioni nemiche e bersagli fortificati, evidenziando una certa flessibilità di impiego. Tuttavia, la crescente potenza dei carri armati britannici incontrati in Africa settentrionale e nei teatri di operazioni europei mise in luce in modo impietoso i limiti balistici del 47/32. Contro i carri leggeri come il Cruiser Mk I e i primi modelli del Matilda poteva ancora ottenere risultati discreti, ma contro i mezzi più moderni e meglio corazzati, come il Matilda II o i Valentine, l’arma si dimostrava incapace di infliggere danni decisivi, soprattutto a distanze operative.

Le valutazioni dell’Alto Comando italiano e le testimonianze degli avversari confermano come la potenza di fuoco del 47/32 fosse considerata insufficiente, con conseguenze dirette sull’efficacia tattica delle compagnie controcarro. In un contesto bellico in cui la tecnologia dei mezzi corazzati stava vivendo una rapida evoluzione, con corazzature sempre più spesse e motorizzazioni in grado di garantire manovrabilità e resistenza sul campo, la dotazione italiana rimaneva ancorata a un livello tecnologico che poteva essere considerato adeguato solo alla fine degli anni Trenta. Ciò costringeva i comandanti a ricorrere a stratagemmi tattici, come il fuoco concentrato di più pezzi su un singolo bersaglio o l’uso di munizionamento speciale, nel tentativo di compensare l’inferiorità tecnica.

Nonostante queste lacune, le compagnie controcarro mantenevano una funzione essenziale all’interno della divisione di fanteria, perché rappresentavano il primo baluardo organizzato contro la minaccia dei carri nemici. La loro collocazione organica consentiva di garantire una risposta almeno parziale a eventuali sfondamenti corazzati, mentre la mobilità e la relativa leggerezza dei pezzi permettevano un impiego flessibile e adattabile alle diverse situazioni tattiche. Il ruolo della 1ª Compagnia cannoni controcarro, così come delle unità sorelle dislocate in altre divisioni, era dunque quello di assicurare alla fanteria una capacità minima ma indispensabile di resistenza anticarro, pur in condizioni di inferiorità materiale. Nel 1941, tale compito si traduceva concretamente nell’impiego dei cannoni da 47/32 Mod. 1935, arma che, pur con i suoi limiti, rimaneva l’unico presidio specializzato a disposizione del soldato italiano chiamato a confrontarsi con i mezzi corazzati britannici e a sostenere l’urto della guerra moderna.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org. istitutodelnastroazzurro.org. regioesercito.it

Operazione Pace in Galilea

Operazione Pace in Galilea

Il 22 agosto 1982 segnò una tappa cruciale nella storia del conflitto israelo-palestinese e dell’intervento israeliano in Libano: iniziò l’espulsione dell’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) da Beirut Ovest, dove si erano asserragliati circa 7.000 guerriglieri palestinesi, in prevalenza appartenenti al gruppo al-Fatah di Yasser Arafat. La ritirata della OLP, negoziata con la mediazione internazionale guidata dall’inviato americano Philip Habib, giungeva al termine di una lunga escalation militare e politica, avviata il 6 giugno con il lancio da parte di Israele dell’operazione “Pace in Galilea”. In una settimana l’IDF (Israel Defense Forces) raggiunse la periferia della capitale libanese e, dopo settimane di combattimenti, bombardamenti e assedi, fu concordato un cessate-il-fuoco definitivo che comportò l’espulsione della OLP dal Libano e un parziale ritiro delle truppe siriane. L’intervento israeliano aveva l’obiettivo dichiarato di eliminare la minaccia rappresentata dalla presenza palestinese armata al confine settentrionale di Israele, ridurre drasticamente l’influenza siriana sul Libano e favorire l’insediamento a Beirut di un governo cristiano filoisraeliano.

Le premesse dell’operazione si radicano nella travagliata storia del movimento palestinese e nella complessa situazione interna del Libano. Dopo la Nakba del 1948 e la guerra arabo-israeliana, più di 100.000 rifugiati palestinesi si riversarono in Libano, mentre altri si stabilirono in Giordania e nella Striscia di Gaza. Nel corso degli anni, si svilupparono numerose organizzazioni armate palestinesi, tra cui spiccava al-Fatah, fondata nel 1954 da Yasser Arafat con l’intento di condurre raid contro Israele. Spostandosi da Gaza a Beirut e infine a Damasco con l’appoggio del regime di Hafez al-Assad, la rete di al-Fatah si ampliò, costruendo una fitta maglia di “santuari” operativi tra Libano, Siria e Cisgiordania.

Nel 1964 la Lega Araba promosse la creazione dell’OLP, che nel 1969 passò sotto la guida di al-Fatah e quindi di Arafat. Il Libano, paese già segnato da fragili equilibri confessionali, divenne un rifugio sempre più importante per i palestinesi armati dopo il sanguinoso Settembre Nero del 1970, in cui l’esercito giordano reprimette duramente i feddayn costringendoli a trasferirsi in massa in territorio libanese. L’ingresso dei guerriglieri palestinesi, armati e organizzati, alterò drasticamente gli equilibri politici e sociali del Libano, contribuendo a gettare benzina sul fuoco della guerra civile esplosa nell’aprile del 1975, innescata dall’attentato al leader cristiano Pierre Gemayel e dai successivi scontri tra falangisti maroniti e miliziani palestinesi a Ein al-Rumani.

Nel 1976 la Siria intervenne nel conflitto libanese inviando le proprie truppe, ufficialmente per proteggere i cristiani, ma successivamente anche per contenere l’OLP, pur continuando a utilizzarla come leva strategica contro Israele. Il suo ingresso fu tollerato da Israele a patto che non venissero schierati missili SAM nella Valle della Bekaa e che le truppe siriane restassero lontane dai confini israeliani. In questo scenario il Libano divenne un teatro di coesistenza armata tra forze cristiane, milizie palestinesi, esercito siriano, gruppi drusi e sciiti, questi ultimi ancora marginali ma destinati a emergere in seguito con la formazione di Hezbollah nel 1984.

La crescente potenza militare dell’OLP nel sud del Libano, concretizzatasi in basi fortificate a Tiro, Sidone e Damour, in lanciarazzi, artiglieria e mezzi corazzati, spinse il governo israeliano di Menachem Begin, con Ariel Sharon alla Difesa, a considerare un intervento militare su larga scala. Un primo tentativo di “pulizia” fu l’operazione Litani del 1978, che si concluse con un ritiro israeliano e la creazione della zona cuscinetto sotto controllo delle milizie cristiane del maggiore Haddad e con l’arrivo della forza UNIFIL delle Nazioni Unite. La minaccia palestinese, tuttavia, non venne eliminata. Nel 1980 il Libano era ormai diviso in settori: la Siria controllava il 45% del territorio, l’OLP il 20%, i cristiani il 25% e il resto era nelle mani delle milizie cristiane alleate di Israele.

Il pretesto formale per l’invasione israeliana del 1982 fu il tentato assassinio dell’ambasciatore israeliano a Londra, Shlomo Argov, il 3 giugno, da parte di uomini del gruppo scissionista di Abu Nidal. Israele accusò l’OLP, nonostante la sua estraneità all’attacco, e due giorni dopo lanciò l’operazione “Pace in Galilea” con l’invasione del Libano meridionale. Gli obiettivi operativi variavano in tre piani: il primo limitato alla zona di Sidone, il secondo fino a Beirut senza entrarvi, il terzo, il più ambizioso, mirava all’espulsione della OLP, alla sconfitta della Siria e al controllo della Beirut-Damasco.

L’offensiva israeliana fu massiccia: 78.000 soldati, sette divisioni e due brigate autonome, 800 carri armati, 1.500 veicoli blindati, artiglieria pesante e il pieno appoggio di Marina e Aeronautica. Gli aerei israeliani, tra cui F-4E Phantom, F-15, F-16, Mirage III e Kfir, condussero massicci raid che neutralizzarono rapidamente le difese siriane nella Valle della Bekaa. L’OLP, con 15.000 combattenti dislocati in postazioni sparse e scarsamente coordinate, si trovò presto in difficoltà. I siriani schieravano 22.000 uomini, 350 carri armati e 300 APC, ma le loro difese antiaeree furono annientate nel giro di poche ore.

Entro una settimana le truppe israeliane raggiunsero la periferia di Beirut e si pose il dilemma se assediare la città o attendere la resa dei guerriglieri. Le milizie cristiane di Bashir Gemayel, che inizialmente avrebbero dovuto entrare a Beirut Ovest per evitare agli israeliani l’onere della guerra urbana, si rifiutarono di combattere casa per casa, lasciando l’IDF sola di fronte all’assedio. A partire dal 1° luglio furono lanciati volantini e annunci radio per avvertire i civili e spingerli alla fuga, mentre l’assedio venne formalmente avviato il 3 luglio.

L’artiglieria israeliana e i bombardamenti aerei colpirono duramente le postazioni palestinesi e provocarono danni enormi a Beirut Ovest, suscitando reazioni negative nella comunità internazionale e negli stessi Stati Uniti. L’inviato americano Philip Habib intensificò i suoi sforzi diplomatici, mentre il presidente Reagan esercitava forti pressioni su Tel Aviv. Il 12 agosto un pesantissimo bombardamento di oltre dieci ore fu seguito da un’accelerazione delle trattative. Il premier Begin avocò a sé tutte le decisioni militari, esautorando Sharon, e il 21 agosto accettò il cessate-il-fuoco. Quello stesso giorno giunsero a Beirut i primi contingenti della Forza Multinazionale di Pace, composta da paracadutisti francesi, soldati americani e italiani, questi ultimi alla loro prima missione internazionale dopo la Seconda guerra mondiale.

Il 23 agosto cominciò il ritiro dell’OLP: gruppi di miliziani vennero imbarcati su navi verso Cipro, Tunisia, Algeria, Yemen e altri paesi arabi. Entro il 1° settembre gli ultimi combattenti palestinesi lasciarono Beirut, mentre Arafat stabiliva il nuovo quartier generale a Tunisi. In totale furono circa 7.100 i guerriglieri espulsi, a cui si aggiunsero oltre 5.000 membri delle forze collegate, ponendo fine alla presenza armata palestinese organizzata in Libano. L’operazione “Pace in Galilea”, concepita come una rapida azione militare per neutralizzare una minaccia, si era trasformata in una lunga e controversa campagna, destinata a segnare per sempre la storia del Libano, della causa palestinese e della strategia militare israeliana.

     Roberto Marchetti

Fonte: analisidifesa.it

Corradino Alvino

Corradino Alvino

Foto da: bascogrigioverde.blogspot.com

Eroi dimenticati: Corradino Alvino, il primo a combattere dopo l’8 settembre


Roma, 19 gen – Nei confronti del capitano paracadutista Corradino Alvino la sorte non è stata certamente benigna. Ufficiale coraggioso e capace, ha avuto il grande merito di aver riportato per primo un reparto italiano a combattere dopo l’8 settembre. Alla fine della guerra è stato perseguitato per un crimine mai commesso, abbandonato e dimenticato da tutti. La “damnatio memoriae” cui è stato sottoposto e le drammatiche vicissitudini che lo hanno colpito, sono indubbiamente legate al suo coinvolgimento nel tragico episodio della morte del tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, eroe di El Alamen.
Nato a Napoli il 19 dicembre 1913, ufficiale in SPE, Corradino Alvino non aveva esitato a compromettere la carriera ribellandosi al tradimento di Badoglio. Fedelissimo del maggiore Rizzatti, lo aveva seguito e supportato nella sua decisione di mantenere fede all’alleanza con i tedeschi nelle caotiche ore seguite all’annuncio dell’armistizio che lo aveva colto in Sardegna, inquadrato nella divisione “Nembo”.

La tragica morte di Bechi Luserna
Molti ufficiali paracadutisti, dichiaratisi contrari a Badoglio, erano stati imprigionati e Bechi Luserna aveva ricevuto l’ordine di arrestare anche Rizzatti ed Alvino. Accompagnato da tre carabinieri, era stato fermato ad un posto di blocco dove aveva avuto uno scontro verbale violentissimo con Alvino, condito di reciproche accuse di tradimento. Al culmine del litigio, Bechi Luserna aveva portato la mano alla fondina ed uno dei carabinieri di scorta aveva fatto un brusco movimento con il suo mitra. Alvino aveva bloccato il braccio di Bechi con una mano ed afferrato la canna del mitra con l’altra, scostandola verso l’alto. Era partita una raffica che lo aveva fatto cadere all’indietro. Il mitragliere del posto di blocco, pensando fosse stato colpito, aveva sparato di riflesso uccidendo Bechi Luserna. Questo drammatico evento, frutto di una tragica fatalità e della concitazione del momento, segnerà per sempre la vita di Corradino Alvino. La tragica conferma alla veridicità di questa ricostruzione è data dall’assassinio del mitragliere, Benedetto Cosimo, avvenuto il 16 aprile 1944 a Roma dove era in licenza di convalescenza, rivendicato dai partigiani come vendetta contro colui che aveva ucciso il colonnello Bechi Luserna.

Corradino Alvino nella Rsi
Ricostituiti reparti di paracadutisti sotto le insegne della Rsi, Corradino Alvino assumeva il comando del Btg Autonomo “Nembo”, formato da circa 300 uomini, che il 12 febbraio 1944 raggiungeva il fronte di Nettuno per completare i ranghi della 4° Div. Fallschirmjäger. Gli angloamericani erano sbarcati sul litorale laziale ed i tedeschi erano intenzionati a lanciare una controffensiva per ricacciarli in mare.
Con l’arrivo a Nettuno del “Nembo”, iniziava l’epopea di Alvino e dei suoi uomini. Il loro più grande merito fu quello di riuscire a superare le perplessità se non addirittura l’ostilità dei vertici militari tedeschi che non volevano assolutamente avere al loro fianco italiani, definiti “Badoglio truppen” ed accettati solo per ragioni politiche. Riuscirono, però, a spazzare tutti i dubbi nel giro di pochi giorni, già durante il contrattacco del 16 febbraio durante il quale Alvino guidò i suoi all’assalto, conquistando le posizioni nemiche, a costo di gravissime perdite. Purtroppo, le riserve necessarie a completare l’azione furono bloccate dal terrificante fuoco di sbarramento dell’artiglieria navale ed ogni sforzo per procedere oltre risultò vano. Per gli atti di valore compiuti nel corso dei 5 giorni della controffensiva, furono assegnate 40 decorazioni e ben 19 promozioni per merito di guerra. Allo stesso Alvino fu conferita la medaglia d’oro al valor militare. Rimasto in linea fino alla fine di febbraio, il battaglione veniva ritirato per riorganizzare i ranghi in quanto, dei 300 uomini iniziali, la forza residua ammontava a 4 ufficiali, 2 sottufficiali e 125 tra graduati e paracadutisti. Contratto negli effettivi, il reparto rientrava in linea il 15 marzo assumendo la nuova denominazione di Compagnia autonoma “Nettunia-Nembo” che per evitare mortificanti riduzioni di schieramento e di compiti, costrinse i paracadutisti a moltiplicare l’impegno.
Il comportamento degli uomini di Corradino Alvino aprì la strada all’impiego di altri reparti della Rsi, “Barbarigo” e “Degli Oddi”, che confermarono come ci fossero ancora degli italiani pronti a morire. Con il ritorno in linea, i combattimenti si trasformarono in una guerra di posizione: buche, campi minati, reticolati, agguati. I bombardamenti aeronavali erano incessanti provocando, uno stillicidio continuo di caduti senza che si potessero rimpiazzare adeguatamente perché dal Rgt. “Folgore” in addestramento a Spoleto, non arrivavano rincalzi poiché gli istruttori tedeschi temevano che un massiccio esodo di uomini potesse minare la compattezza del reparto. Per cercare di colmare i paurosi vuoti, Alvino aveva istituito un suo personale “ufficio arruolamento” a Piazza Colonna a Roma, accogliendo volontari pronti a donare la vita “Per l’Onore d’Italia”.
Imprevedibile, vulcanico, generoso, sempre a fianco dei suoi paracadutisti nei momenti cruciali, con loro continuò a combattere coraggiosamente ed in condizioni terribili fino al 3 giugno quando ricevettero l’ordine di ritirarsi assieme alla 4 Div. Fallschirmjäger. Un pugno di uomini – i resti di quello che era stato un superbo battaglione – sfiniti ma non domi, che continuarono a lottare durante tutta la fase del ripiegamento. In quattro mesi di fronte, il “Nembo” si era conquistato l’ammirazione ed il rispetto tedeschi e la sua fama aveva travalicato i ristretti confini dei reparti con cui è stato a contatto venendo anche citato, nel solenne bollettino OKW tedesco.

Il processo-farsa del dopoguerra
Alla fine della guerra Corradino Alvino venne arrestato, processato e condannato come criminale di guerra per un omicidio che non aveva mai commesso. La prigionia lo distrusse fisicamente e psicologicamente sentendosi abbandonato dai suoi vecchi camerati, lui che era stato un comandante generoso e leale con i sottoposti e mai ossequioso con i superiori. Rinchiuso poi in ospedale psichiatrico, quando ne uscì vagabondò per anni facendo perdere le sue tracce e creduto morto. Soltanto grazie alle pazienti ricerche del capitano Del Zoppo fu ritrovato e poté trascorrere serenamente gli ultimi anni di vita.
Mentre nelle pubblicazioni tedesche dedicate all’eroismo dei Fallschirmjäger, Alvino viene citato ripetutamente e coperto di elogi, in Italia su di lui è calata una colpevole coltre di silenzio, quasi non fosse mai esistito. Anche la pubblicistica favorevole alla Rsi tende a dimenticare la figura di questo valoroso. A ricordarlo dopo la sua morte, avvenuta a Napoli il 7 ottobre 1990, è stato soltanto un articolo apparso su “Il Secolo d’Italia” a firma di Alfio Porrini, uno dei suoi uomini di Nettuno, nel quale traspare l’amarezza per come è stato trattato mista all’affetto per un comandante che era rimaste nel cuore dei suoi paracadutisti: “Siamo andati in pochi a Napoli a rendere l’ultimo omaggio alla salma del Cap. Alvino….Il capitano paracadutista Corradino Alvino terminò la sua vita all’età in cui oggi si è ancora protetti e vezzeggiati da tutte le tenerezze e tutte le comprensioni. A 32 anni, per un crimine di guerra non commesso, egli venne murato vivo in un crudele e folle isolamento kafkiano, vittima della ferocia settaria ma anche delle paure, delle prudenze, degli egoismi… Nei raduni dei paracadutisti tedeschi, in cui siamo considerati sempre ospiti d’onore, ci guida quello che fu l’ultimo comandante del Rgt. “Folgore”; quello che, dalla fine della guerra ad oggi, ha tenuto e tiene uniti gli uomini del reggimento: Edoardo Sala. Ma tutti noi, specialmente i pochissimi superstiti della Compagnia “Nettunia”, in tutti questi nostri incontri “sentiamo” accanto al mistico e glaciale Sala, la presenza del paterno ed informale Rizzatti e rivediamo il lampo degli occhi azzurri sotto ciglia nerissime, di quel comandante nervoso, imprevedibile, focoso, che riportò per primo il Tricolore sui campi di battaglia: Corradino Alvino”.

Mario Porrini

Scritto da La Redazione di ilprimatonazionale.it . 19 Gennaio 2020

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