Il Villaggio del Fanciullo di Pisa

Il Villaggio del Fanciullo di Pisa e l’opera di padre Bruno Fedi
Il Villaggio del Fanciullo nacque a Pisa nel secondo dopoguerra come risposta concreta a una delle conseguenze più drammatiche del conflitto mondiale: l’abbandono materiale, educativo e morale di numerosi bambini e adolescenti rimasti orfani, sfollati o privi di adeguati punti di riferimento familiari. La città usciva dalla guerra profondamente segnata dai bombardamenti subiti tra il 1943 e il 1944, che avevano provocato gravissime distruzioni del patrimonio edilizio e lasciato migliaia di persone senza abitazione. In questo contesto di emergenza sociale si sviluppò una delle più significative esperienze assistenziali ed educative della Pisa del Novecento.
L’ideatore dell’iniziativa fu padre Bruno Fedi, frate francescano conventuale ed ex cappellano militare. Secondo la ricostruzione storica pubblicata da Renzo Castelli e ripresa dalla Caritas di Pisa, nell’autunno del 1945 padre Fedi iniziò ad accogliere presso il convento di San Francesco alcuni ragazzi che vivevano in condizioni di estrema povertà o di completo abbandono. L’assistenza iniziale consisteva nell’offrire loro un pasto caldo e un luogo sicuro dove trascorrere la notte, ma ben presto l’opera assunse caratteristiche molto più ampie.
Nel corso dei due anni successivi il progetto si trasformò progressivamente in una vera comunità educativa. Tra il 1946 e il 1948 assunse il nome di Villaggio del Fanciullo, mentre dal 1948 venne comunemente identificato come Città dei Ragazzi, denominazione che ne sintetizzava efficacemente l’impostazione pedagogica.
L’obiettivo non era limitarsi all’assistenza materiale, bensì offrire ai giovani accolti un percorso di formazione umana, civile e professionale. Padre Fedi elaborò un modello educativo ispirato al principio della responsabilizzazione personale: il Villaggio doveva funzionare come una piccola comunità autonoma nella quale ciascun ragazzo fosse chiamato a svolgere un ruolo attivo. La vita quotidiana era organizzata secondo regole precise, con incarichi distribuiti tra gli ospiti e momenti dedicati allo studio, al lavoro e alla formazione religiosa.
Uno degli aspetti più originali dell’istituzione era rappresentato dalla presenza di forme di autogoverno. I ragazzi eleggevano annualmente un proprio sindaco, che indossava simbolicamente la fascia tricolore e rappresentava la comunità nelle occasioni ufficiali. Questa scelta educativa intendeva sviluppare il senso civico, il rispetto delle istituzioni democratiche e la partecipazione responsabile alla vita collettiva, in una fase storica nella quale anche l’Italia stava ricostruendo le proprie istituzioni democratiche dopo la caduta del fascismo.
Grande importanza veniva attribuita anche all’apprendimento di competenze professionali. All’interno del Villaggio erano stati organizzati laboratori artigianali nei quali i giovani potevano apprendere mestieri quali la falegnameria, la meccanica e la tipografia. Il lavoro costituiva uno strumento educativo fondamentale, finalizzato non solo all’acquisizione di capacità tecniche, ma anche allo sviluppo del senso di responsabilità, della disciplina e dell’autonomia personale.
L’iniziativa ricevette un significativo sostegno dalla società pisana. Numerosi cittadini, imprese locali e benefattori contribuirono con offerte economiche, materiali da costruzione, viveri, medicinali e attrezzature necessarie al funzionamento della struttura. Tra i collaboratori più vicini a padre Fedi viene ricordato Giovanni Suraci, mentre il Villaggio fu visitato nel corso degli anni da rappresentanti delle istituzioni civili e religiose, tra i quali il sindaco Italiano Bargagna e l’arcivescovo di Pisa Ugo Camozzo.
L’attività del Villaggio del Fanciullo ottenne rapidamente una notevole notorietà anche oltre l’ambito cittadino. Nel 1950 i ragazzi furono protagonisti del cortometraggio La favola d’oro, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, contribuendo a far conoscere l’esperienza educativa pisana a livello nazionale. Nello stesso anno una delegazione della Città dei Ragazzi partecipò a un campeggio internazionale in Lussemburgo insieme a giovani provenienti da trentadue Paesi, testimonianza della considerazione di cui l’istituzione godeva anche all’estero.
Il Villaggio del Fanciullo rappresentò una delle più originali esperienze italiane di assistenza e rieducazione minorile del secondo dopoguerra. L’opera si collocava all’interno del più ampio processo di ricostruzione materiale e morale del Paese, coniugando la tradizione della carità francescana con una moderna concezione dell’educazione, fondata sulla partecipazione, sulla formazione professionale e sull’inserimento dei giovani nella vita civile.
La Città dei Ragazzi cessò la propria attività nel 1968, dopo oltre vent’anni di funzionamento, durante i quali furono accolti e assistiti circa mille ragazzi. Padre Bruno Fedi era nel frattempo scomparso il 24 agosto 1958, evidenziando una discrepanza documentaria che richiede ulteriori verifiche presso gli archivi conventuali e gli atti anagrafici. Le sue spoglie riposano nel cimitero suburbano di Pisa.
La memoria di padre Bruno Fedi è ancora oggi conservata nella toponomastica cittadina: il Comune di Pisa gli ha infatti dedicato via Padre Bruno Fedi, riconoscendo il valore civile e sociale dell’opera da lui realizzata a favore dell’infanzia e della gioventù più svantaggiata della città.
Roberto Marchetti
Fonte: Pisa; la città, il mare, il contrado