Semovente 75/18

Semovente 75/18

Fonte: wikipedia.org

Il Semovente da 75/18 rappresentò uno dei mezzi corazzati più riusciti messi in campo dal Regio Esercito durante la Seconda guerra mondiale, frutto del tentativo di colmare rapidamente le carenze emerse nelle unità corazzate italiane alla vigilia del conflitto. La sua origine risale al programma di potenziamento avviato nel 1938, quando le esperienze della guerra civile spagnola avevano evidenziato l’insufficienza dei piccoli carri L3 e la scarsa mobilità dei cannoni controcarro trainati. I primi studi si concentrarono su soluzioni semoventi armate con pezzi da 47 e 75 millimetri, ma furono soprattutto i successi ottenuti dai cannoni d’assalto tedeschi Sturmgeschütz III nelle prime campagne europee a indicare una possibile direzione. La Fiat-Ansaldo, insieme al Servizio Tecnico Artiglieria, sviluppò così un mezzo basato sullo scafo del carro medio M13/40, privato della torretta e dotato di una casamatta corazzata nella quale venne installato l’obice 75/18 Mod. 1934/1935. Il primo prototipo fu pronto nel febbraio 1941 e, dopo le prove di tiro, ne furono ordinati trenta esemplari. La prima versione, denominata M40, venne assegnata ai gruppi di artiglieria destinati inizialmente alla Divisione corazzata “Littorio” e poi trasferiti alla “Ariete” in Africa settentrionale. Il battesimo del fuoco avvenne nella primavera del 1942 e i primi esemplari continuarono a combattere fino alla battaglia di El Alamein, dove i reparti che li impiegavano furono praticamente annientati. Proprio l’esperienza maturata sul fronte africano modificò profondamente il ruolo del mezzo. Pensato in origine come artiglieria mobile destinata ad accompagnare la fanteria e sostenere i carri armati, il 75/18 dimostrò una notevole efficacia anche nel combattimento contro i mezzi corazzati nemici, tanto da diventare uno strumento indispensabile di difesa anticarro. I risultati favorevoli ottenuti in Libia nella primavera del 1942 convinsero lo stato maggiore a rivedere una dottrina che fino a quel momento aveva considerato l’artiglieria corazzata essenzialmente come una versione più mobile dell’artiglieria campale. Il cambiamento, tuttavia, arrivò tardi e la produzione su larga scala non poté incidere quanto sarebbe stato necessario sull’andamento generale della guerra. Alla versione M40 seguì l’M41, costruito sul telaio del carro M14/41 e prodotto in 162 esemplari. Questi mezzi equipaggiarono reparti delle divisioni “Ariete”, “Littorio” e “Centauro”, combattendo in Libia e Tunisia e ottenendo giudizi generalmente positivi nonostante le perdite elevate. Successivamente venne introdotto l’M42, basato sullo scafo dell’M15/42 e destinato alle unità rimaste nella penisola. L’evoluzione degli organici dimostra quanto rapidamente il semovente avesse conquistato la fiducia dei comandi: nel corso del 1942 i gruppi passarono da due a tre batterie e i mezzi furono integrati sempre più strettamente con i battaglioni carri, fino alla scelta di sostituire in alcuni reparti una compagnia di carri con una compagnia di semoventi. Il 75/18 era ormai considerato superiore ai carri medi italiani sotto diversi aspetti, soprattutto per la potenza di fuoco e per la capacità di contrastare i mezzi corazzati anglo-americani. Dal punto di vista tecnico, il progetto conservava molti elementi dei carri da cui derivava, compresi motore, trasmissione, sospensioni e cingoli, mentre la parte anteriore dello scafo veniva completamente ridisegnata. La torretta lasciava spazio a una casamatta con corazzatura frontale da 50 millimetri, all’interno della quale trovavano posto il conducente, il servente e il capocarro-cannoniere. L’armamento principale era costituito dall’obice da 75 millimetri, montato su uno scudo sferico che consentiva un limitato brandeggio laterale e un’elevazione compresa tra -12 e +22 gradi. Il mezzo trasportava 44 proiettili e poteva utilizzare munizioni perforanti e, successivamente, granate E.P. ed E.P.S., particolarmente efficaci contro i carri armati: secondo i dati riportati, le E.P.S. potevano raggiungere capacità di perforazione molto elevate e furono in seguito impiegate anche dai tedeschi. Anche gli avversari riconobbero alcune qualità del mezzo. Tecnici britannici che esaminarono un M40 catturato in Africa giudicarono favorevolmente la meccanica, le sospensioni, la sterzatura e l’accessibilità del motore, pur criticando la protezione corazzata, inferiore agli standard alleati, l’assenza di adeguate difese antischegge e la vulnerabilità delle sospensioni alle mine. Il teatro nordafricano rimase comunque quello in cui il 75/18 ebbe il suo impiego più intenso, dalle offensive partite da El-Agheila fino alla resa delle forze dell’Asse in Tunisia nel maggio 1943. Il giudizio dei comandi italiani fu così favorevole che nell’aprile dello stesso anno venne richiesto un nuovo lotto di 163 esemplari della versione M42. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, numerosi mezzi presenti nella penisola furono catturati dai tedeschi e riutilizzati, anche nella 2ª Divisione paracadutisti, mentre altri furono successivamente assegnati a reparti corazzati della Repubblica Sociale Italiana. Alcuni semoventi sopravvissuti rimasero invece in Sardegna, ma il veto alleato ne impedì l’impiego fino alla conclusione delle ostilità. Il destino del 75/18 seguì così quello delle forze corazzate italiane: nato in ritardo rispetto alle esigenze della guerra moderna, riuscì comunque a trasformarsi da semplice mezzo d’appoggio in una delle più efficaci armi anticarro disponibili al Regio Esercito, proprio mentre la situazione militare dell’Italia rendeva sempre più difficile sfruttarne pienamente le potenzialità.

     Roberto Marchetti

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