Quando l’emergenza chiamava

Quando l’emergenza chiamava

Quando l’emergenza chiamava
Uomini e mezzi del Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore” al servizio della collettività

Ci sono pagine nella storia di un reparto militare che non nascono sui campi di addestramento e neppure durante una missione all’estero. Cominciano con una notizia improvvisa: un terremoto, un incidente, una sciagura. Da quel momento ciò che fino a poche ore prima apparteneva alla normale attività di caserma assume un significato diverso. Uomini e mezzi vengono chiamati a operare al servizio di popolazioni colpite da una calamità o a intervenire nelle conseguenze, talvolta drammatiche, di una tragedia. Anche la storia del Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore” conserva diverse pagine di questo genere. Episodi meno conosciuti rispetto alle grandi esercitazioni e alle successive missioni fuori area, ma importanti per comprendere un altro aspetto della vita del reparto e degli uomini che ne fecero parte. Uno dei primi ci porta nella primavera del 1976. La sera del 6 maggio un violentissimo terremoto sconvolse il Friuli, provocando centinaia di vittime e lasciando migliaia di persone senza casa. La macchina dei soccorsi mobilitò risorse provenienti da tutta Italia e anche il Battaglione venne chiamato a contribuire con l’invio di mezzi e materiali. Dietro la formula necessariamente sintetica della memoria storica del reparto emerge un’immagine molto concreta. Una testimonianza conservata su questo sito ricorda un’autocolonna che, insieme al capitano Righele, trasportò verso le zone terremotate 620 tende canadesi, precedentemente ritirate a Camp Darby. Un dato che permette di comprendere la dimensione dell’intervento: mezzi da predisporre, materiali da caricare e un lungo viaggio verso una regione devastata. Per chi era abituato a considerare trasporto e rifornimento parte del proprio mestiere, il compito poteva apparire tecnicamente consueto; profondamente diversa era però la sua finalità. Quelle tende sarebbero diventate un riparo per persone che avevano perduto la propria casa. Neppure un anno dopo l’emergenza avrebbe assunto un volto ancora più doloroso, questa volta a pochi chilometri da Pisa. Era il 3 marzo 1977 quando dall’aeroporto di Pisa-San Giusto decollò un C-130 Hercules della 46ª Aerobrigata, nominativo radio “Vega 10”. A bordo si trovavano 38 allievi della prima classe dell’Accademia Navale di Livorno, un ufficiale accompagnatore e i cinque membri dell’equipaggio. Pochi minuti dopo il decollo l’aereo si schiantò sulle pendici del Monte Serra, nei pressi di Calci. Morirono tutti i 44 uomini a bordo. Per Pisa, Livorno e le Forze Armate fu una tragedia enorme. Il Battaglione concorse con proprio personale e propri mezzi alle operazioni successive alla sciagura, partecipando al recupero delle salme, al loro trasporto verso le località di origine e al recupero dei resti del velivolo. Dietro l’essenzialità di queste informazioni è facile intuire la durezza del compito affidato a quanti furono chiamati a intervenire. Sul monte non c’erano soltanto i resti di un aereo militare, ma quarantaquattro vite spezzate e altrettante famiglie in attesa. Il 5 marzo, nell’Accademia Navale di Livorno, furono celebrati i funerali di Stato. La tragedia di “Vega 10” sarebbe rimasta profondamente impressa nella memoria della Marina Militare e del territorio. Poco più di un anno dopo, il 15 aprile 1978, un’altra grave emergenza richiese l’intervento dei paracadutisti. Sull’Appennino bolognese, nei pressi di Murazze di Vado, una frana investì la linea ferroviaria Direttissima Bologna-Firenze provocando il deragliamento di un convoglio. Una locomotiva invase il binario opposto proprio mentre sopraggiungeva il rapido “Freccia della Laguna”. Fu uno dei più gravi disastri ferroviari italiani del dopoguerra. La Brigata Paracadutisti partecipò all’opera di soccorso e la memoria storica del Battaglione ne registra il concorso nell’assistenza ai superstiti. In meno di due anni il reparto si era così trovato coinvolto in tre situazioni completamente diverse: il terremoto del Friuli, la sciagura del Monte Serra e il disastro della Direttissima. Non sarebbero state le ultime. Il 27 dicembre 1981 l’emergenza arrivò direttamente a Pisa. Il crollo di alcuni edifici, provocato da una fuga di gas, causò nove vittime e numerosi feriti. Il Battaglione partecipò ai soccorsi e alle ricerche delle persone coinvolte. Questa volta non c’erano lunghe distanze da percorrere: si interveniva nella stessa città con cui la vita del reparto era quotidianamente intrecciata. Nel novembre 1982 furono invece le piogge e l’alluvione a richiedere un nuovo impiego di uomini e mezzi, destinati a prestare soccorso alle popolazioni colpite nella zona di Pontremoli. Vicende differenti per natura e dimensioni, ma accomunate dalla possibilità di mettere rapidamente a disposizione capacità che appartenevano alla normale organizzazione militare del reparto. Quando si parla di logistica, infatti, è facile pensare innanzitutto ad automezzi, rifornimenti, officine e trasporti. Ma dietro questi termini c’erano persone: conducenti, meccanici, graduati e ufficiali chiamati a preparare mezzi e materiali, organizzare movimenti e raggiungere luoghi nei quali la situazione poteva essere molto diversa da quella lasciata in caserma. È anche attraverso queste vicende che può essere letta la storia del Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore”. Non sono forse le sue pagine più conosciute e per molti di coloro che vi presero parte furono probabilmente giorni nei quali si fece, semplicemente, ciò che il servizio richiedeva. A distanza di decenni, però, acquistano un valore particolare. I documenti possono ricostruire date, luoghi, mezzi impiegati e compiti assegnati; molto più difficile è restituire ciò che quelle esperienze lasciarono negli uomini: il viaggio verso il Friuli, l’arrivo sul Monte Serra, la vista di una ferrovia sconvolta o delle macerie nel cuore di Pisa. Questa parte della storia può sopravvivere soprattutto attraverso la memoria di chi c’era. Per questo continuare a raccogliere fotografie, documenti e testimonianze degli appartenenti al Battaglione significa fare qualcosa di più che completare un archivio. Significa restituire una dimensione umana a fatti che, nelle cronologie ufficiali, occupano spesso soltanto poche righe. E ricordare che, quando l’emergenza richiese il loro contributo, gli uomini del Battaglione furono chiamati a mettere esperienza, mezzi e capacità al servizio della collettività.

     Roberto Marchetti