Il presidio del diritto internazionale umanitario nelle forze armate

Il presidio del diritto internazionale umanitario nelle forze armate

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La vocazione etica e professionale del militare

Questa riflessione nasce dalla necessità di riaffermare un principio fondamentale: il valore umano, etico e professionale delle Forze Armate e del lavoro quotidiano dei militari

Il militare di oggi non è semplicemente colui che esegue degli ordini o utilizza strumenti di combattimento. È, prima di tutto, una persona chiamata a operare in situazioni difficili e spesso pericolose, mettendo anche a rischio la propria vita per difendere le istituzioni, la sicurezza e la collettività.

È proprio questa responsabilità a rendere indispensabile una solida preparazione, non soltanto tecnica, ma anche giuridica ed etica. Il militare deve conoscere e rispettare le leggi della Repubblica, il Diritto Internazionale Umanitario e le regole che disciplinano la condotta durante i conflitti armati.

Queste norme non rappresentano un ostacolo all’efficienza militare. Al contrario, costituiscono uno dei fondamenti della professionalità del soldato. Sono ciò che distingue l’azione legittima e responsabile dalla violenza senza regole.

Dopo la Guerra Fredda: l’illusione di un mondo senza guerre

La fine della Guerra Fredda e il crollo del muro di Berlino, nel 1989, alimentarono in molti la convinzione che il mondo fosse ormai entrato in una nuova fase, nella quale i grandi conflitti militari sarebbero progressivamente scomparsi [1].

Per alcuni anni si diffuse l’idea che il commercio, la diplomazia e la cooperazione internazionale [2] avrebbero potuto sostituire in larga misura la tradizionale funzione delle Forze Armate [3].

La realtà si è rivelata molto più complessa [4].

I conflitti non sono scomparsi. Sono cambiati, assumendo spesso forme nuove: guerre regionali, terrorismo, conflitti ibridi, crisi internazionali, attacchi informatici e situazioni nelle quali la distinzione tra pace e guerra è diventata meno evidente [5].

In questo scenario è diventato ancora più importante non perdere di vista le regole fondamentali che devono guidare il comportamento di chi opera in guerra.

La conoscenza del Diritto Internazionale Umanitario non può quindi essere considerata una materia riservata agli specialisti. Deve far parte della formazione di ogni militare, perché riguarda direttamente il modo in cui la forza può essere utilizzata e i limiti che non devono mai essere superati.

La diplomazia e il rispetto delle regole

Anche la diplomazia svolge un ruolo essenziale nella gestione dei conflitti. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di creare le condizioni per fermare le ostilità e trovare una soluzione alle controversie.

Ma la diplomazia perde il suo significato quando diventa soltanto uno strumento per guadagnare tempo [6], indebolire l’avversario o perseguire obiettivi militari attraverso altri mezzi [7].

Il dialogo e la trattativa devono quindi essere accompagnati da trasparenza e buona fede.

La guerra non sospende il diritto. Al contrario, proprio nei momenti più drammatici il rispetto delle regole diventa ancora più importante.

Non tutto ciò che può essere utile dal punto di vista politico o militare è automaticamente lecito.

Questa è una distinzione fondamentale, che dovrebbe essere sempre presente nella formazione di chi ha responsabilità decisionali.

La bandiera bianca e il significato della parola data

Tra le immagini più conosciute della tradizione militare c’è quella della bandiera bianca.

Il suo significato va oltre la semplice idea della resa. Storicamente, la bandiera bianca è stata utilizzata anche da chi si avvicinava alle forze avversarie per chiedere di comunicare o trattare [8].

La persona incaricata di questo compito, il parlamentare, godeva di una particolare protezione. Non poteva essere attaccata mentre svolgeva la propria missione e, allo stesso tempo, non poteva utilizzare quella protezione per ingannare l’avversario.

Il principio alla base di questa regola è semplice e profondamente umano: quando una persona si presenta per comunicare in nome di una delle parti, deve poterlo fare senza essere aggredita [9].

La stessa logica vale ancora oggi, anche se i mezzi di comunicazione sono profondamente cambiati [10].

Le comunicazioni ufficiali, i contatti tra le parti e i canali utilizzati per cercare una tregua devono essere considerati con la necessaria serietà. Non possono diventare strumenti di inganno destinati esclusivamente a colpire l’avversario.

Il diritto vieta infatti la perfidia: non si può sfruttare la fiducia dell’altra parte per provocare deliberatamente la sua morte, ferimento o cattura [11].

È un principio tanto antico quanto attuale: anche durante una guerra esistono comportamenti che non possono essere accettati.

Il ruolo delle Forze Armate

In questo quadro, le Forze Armate hanno una responsabilità particolare.

Chi è addestrato a operare in situazioni di pericolo sa che la forza, se non viene accompagnata da disciplina e responsabilità, può trasformarsi rapidamente in violenza incontrollata.

L’addestramento militare non serve soltanto a rendere più efficace un reparto. Serve anche a insegnare quando e come la forza può essere utilizzata [12].

Il rispetto delle regole non diminuisce il valore del militare. Al contrario, ne dimostra la preparazione e la professionalità.

Un soldato realmente preparato deve conoscere non soltanto le proprie capacità operative, ma anche le regole entro le quali deve agire.

In questo senso, l’onore militare e il rispetto della legge non sono valori contrapposti. Sono due aspetti della stessa responsabilità.

Anche il rapporto con il Comitato Internazionale della Croce Rossa e con altre organizzazioni impegnate nella tutela delle vittime dei conflitti contribuisce a mantenere viva questa cultura [13].

La conoscenza concreta delle regole umanitarie permette infatti di trasformare i principi giuridici in comportamenti reali sul terreno [14].

La formazione italiana

L’Italia ha una lunga tradizione nella formazione sul Diritto Internazionale Umanitario.

Nel corso degli anni, Forze Armate, Università e organizzazioni umanitarie hanno sviluppato occasioni di confronto e di formazione comune [15].

Questa collaborazione ha avuto un significato importante: mettere in dialogo il mondo dello studio con quello operativo. Il diritto, infatti, non può rimanere soltanto nei libri. Deve essere conosciuto da chi, in determinate circostanze, sarà chiamato ad applicarlo concretamente.

In questo percorso hanno avuto e continuano ad avere un ruolo significativo anche le istituzioni e i centri di formazione presenti in Italia, tra cui l’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze e l’International Institute of Humanitarian Law di Sanremo.

Quest’ultimo, in particolare, rappresenta da molti anni un importante luogo internazionale di formazione e confronto [16] sui temi del diritto umanitario, coinvolgendo militari, magistrati, docenti e studiosi provenienti da diversi Paesi [17].

Sono esperienze preziose perché dimostrano che la cultura militare, quella giuridica e quella accademica possono incontrarsi e arricchirsi reciprocamente [18].

Una responsabilità che riguarda il futuro

Il mondo contemporaneo presenta sfide sempre più complesse. Le tecnologie cambiano, i conflitti assumono forme nuove e le situazioni operative diventano spesso difficili da interpretare.

Ma una cosa non dovrebbe cambiare: il rispetto della persona e delle regole.

Il Diritto Internazionale Umanitario non è una concessione fatta al nemico. È un impegno che ogni militare assume nei confronti della propria coscienza, delle istituzioni che rappresenta e della società alla quale appartiene [19].

Per questo la preparazione di un militare non può limitarsi alla conoscenza delle armi, delle tecniche operative o delle procedure.

Deve comprendere anche la conoscenza della legge, della responsabilità e dei principi che devono guidare l’uso della forza.

È questo che rende una Forza Armata realmente professionale.

È questo che consente al militare di affrontare anche le situazioni più difficili senza perdere il senso della propria missione e della propria umanità.

Continuare a studiare, conoscere le regole, rispettarle e farle rispettare significa quindi custodire qualcosa che va oltre la professione militare. Significa difendere un’idea di civiltà nella quale anche la guerra, per quanto terribile, non può trasformarsi in assenza di regole [20].

Il valore del militare si misura anche in questo: nella capacità di mantenere disciplina, responsabilità e rispetto della dignità umana proprio quando le circostanze rendono tutto più difficile. È una responsabilità verso il presente, ma soprattutto verso il futuro.

     Giuseppe Antonio Cacciatore

  • Gray, C. S. (2005) Another Bloody Century: Future Warfare. Londra: Orion. [1]
  • Fukuyama, F. (1992) The End of History and the Last Man. New York: Free Press. [2]
  • Luttwak, E. (1999) Turbo-Capitalism: Winners and Losers in the Global Economy. New York: HarperCollins.[3]
  • Mearsheimer, J. J. (2018) The Great Delusion: Liberal Dreams and International Realities. New Haven: Yale University Press. [4]
  • Kennedy, D. (2006) Of War and Law. Princeton: Princeton University Press. [5]
  • Sands, P. (2005) Lawless World: Making and Breaking Global Rules. Londra: Penguin Books. [6]
  • Chomsky, N. e Vltchek, A. (2014) On Western Terrorism: From Hiroshima to Drone Warfare. Londra: Pluto Press. [7]
  • Ronzitti, N. (2006) ‘Flags of Truce’, in Max Planck Encyclopedia of Public International Law. Oxford: Oxford University Press. [8]
  • Henckaerts, J. M. e Doswald-Beck, L. (2005) Customary International Humanitarian Law. Cambridge: Comitato Internazionale della Croce Rossa / Cambridge University Press. [9]
  • Dinstein, Y. (2016) The Conduct of Hostilities under the Law of International Armed Conflict. Cambridge: Cambridge University Press. [10]
  • Green, L. C. (2008) The Contemporary Law of Armed Conflict. Huntington: Juris Publishing. [11]
  • Sassòli, M. (2019) International Humanitarian Law: Rules, Controversies, and Solutions to Problems Arising in Warfare. Cheltenham: Edward Elgar Publishing. [12]
  • Bugnion, F. (2012) ‘The ICRC and academia: preserving humanity in war through international humanitarian law’, International Review of the Red Cross, 94(888), pp. 1105-1122. [13]
  • Stato Maggiore della Difesa – Italia (2021) Manuale di diritto umanitario – SMD-G-014. Roma: SMD. [14]
  • Ronzitti, N. (1998) Diritto internazionale dei conflitti armati. Torino: Giappichelli. [15]
  • Patrnogic, J. (1995) The International Institute of Humanitarian Law: 25 Years of Activity. Sanremo: IIHL. [16]
  • Blais, G. (1997) ‘The International Institute of Humanitarian Law (San Remo) and its international military courses on the law of armed conflict’, International Review of the Red Cross, 37(319), pp. 345-353. [17]
  • Pedrazzi, M. e Gimigliano, E. (a cura di) (2024) Proceedings of the Sanremo Round Tables on Current Issues of International Humanitarian Law. Sanremo: IIHL Publishing. [18]
  • Costituzione della Repubblica Italiana.Artt. 11, 52, 54. [19]
  • Kant, I. (1788) Kritik der praktischen Vernunft (Critica della ragion pratica). Edizione italiana a cura di P. Chiodi (1970). Torino: UTET. [20]

Distintivo della Brigata Paracadutisti “Folgore”

Distintivo della Brigata Paracadutisti “Folgore”

Il fulmine che unisce cielo e terra: la storia del distintivo della “Folgore”

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Dietro uno dei simboli più riconoscibili del paracadutismo militare italiano c’è la mano di un pittore milanese, Gabriele Luise, artista formatosi all’Accademia di Belle Arti di Brera e pronipote di Gabriele D’Annunzio. A lui viene attribuito il disegno dello storico distintivo della “Folgore”, caratterizzato dall’ala bianca e dalla folgore gialla sul campo azzurro, un’immagine divenuta nel tempo parte dell’identità dei paracadutisti italiani. Luise, morto nel 1998, era figlio di Sara e apparteneva dunque alla famiglia del poeta di Pescara, una discendenza che, secondo le testimonianze su di lui, non amava particolarmente mettere in evidenza. Il suo percorso professionale era invece pienamente inserito nell’ambiente artistico del Novecento: aveva studiato a Brera, frequentato personalità come Carlo Carrà e Bonfanti e avuto Nicola Benois come maestro nel campo della scenografia. Alla pittura aveva affiancato l’incisione, la grafica e l’illustrazione, lavorando anche come disegnatore umoristico per il Candido accanto a Giovannino Guareschi e collaborando successivamente con altre pubblicazioni. È in questo percorso, nel quale arte figurativa e capacità di sintesi grafica procedevano insieme, che si colloca anche la realizzazione del distintivo destinato ai paracadutisti. Secondo le testimonianze che attribuiscono a Luise la paternità dell’emblema, il disegno risalirebbe al 1957 [1][2], una data che coincide con una fase decisiva della ricostruzione delle aviotruppe italiane nel dopoguerra. Dopo le limitazioni seguite alla fine del secondo conflitto mondiale, il paracadutismo militare aveva lentamente ripreso la propria attività: nel 1947 era stato costituito il Centro Militare di Paracadutismo e negli anni successivi la struttura era progressivamente cresciuta, fino alla formazione nel 1952 di un battaglione paracadutisti, prima unità di quel livello costituita nel dopoguerra. A partire dal 1957 il processo subì una significativa accelerazione: venne ampliato il contingente destinato a conseguire il brevetto, aumentarono gli organici del reparto operativo e prese forma il passaggio dal battaglione al 1° Gruppo Tattico Paracadutisti. Il potenziamento comportò anche il trasferimento delle strutture delle aviotruppe dalla precedente sede di Viterbo verso Pisa e Livorno: a Pisa vennero concentrati il Centro Militare di Paracadutismo e diversi reparti tecnici e addestrativi, mentre Livorno divenne la sede delle unità operative. Le fonti storiche non sono del tutto concordi sulla cronologia amministrativa del Gruppo Tattico: alcune ne fanno risalire la costituzione al 1957, mentre altre indicano il novembre 1958 per la formazione a Livorno del 1° Gruppo Tattico Paracadutisti. È comunque documentato che tra il 1957 e il 1958 la specialità attraversò una fase di profonda riorganizzazione e crescita, destinata a sfociare pochi anni più tardi nella costituzione della Brigata Paracadutisti. La storia ufficiale dell’Esercito colloca infatti al 1° gennaio 1963 la costituzione della Brigata a partire dal 1° Gruppo Tattico Paracadutisti e dal Centro Militare di Paracadutismo. In questo quadro si inserisce il distintivo attribuito a Gabriele Luise. La data del 1957, riportata dalle fonti che ne ricordano la paternità [1][2], appare dunque coerente con il momento storico nel quale i reparti paracadutisti stavano acquisendo una nuova struttura e una più definita identità nell’Esercito italiano del dopoguerra, anche se allo stato delle fonti storiche pubblicamente consultabili non è emerso un documento militare primario che consenta di stabilire con certezza l’anno nel quale il disegno venne formalmente presentato o approvato. L’emblema riuniva in una composizione essenziale alcuni elementi immediatamente riconducibili alla specialità: lo scudo azzurro, richiamo al cielo, l’ala bianca, simbolo del volo, e la saetta gialla, immagine di velocità, forza e immediatezza dell’azione. Un linguaggio grafico semplice e diretto, nel quale la formazione artistica di Luise trovava una traduzione particolarmente efficace. Il legame dell’artista con l’ambiente militare non si limitò peraltro al distintivo: nel corso della sua attività Luise realizzò anche dipinti e affreschi destinati ad ambienti militari e mantenne rapporti con il mondo dei paracadutisti. Quando morì, nel 1998, lasciò una produzione sviluppata tra pittura, incisione, scenografia, illustrazione e grafica e, nel patrimonio iconografico delle aviotruppe italiane, quel disegno nel quale un’ala e una folgore attraversano il campo azzurro.

     Roberto Marchetti

Fonti: [1] Gruppo “Folgore” su Facebook, testimonianza relativa a Gabriele Luise e alla realizzazione del distintivo della “Folgore” nel 1957. [2] ForumCommunity – Miles Forum, discussione dedicata a Gabriele Luise e alla storia del distintivo dei paracadutisti della “Folgore”.

Un segreto del 1933

Un segreto del 1933
Dalle aule del Congresso USA ai cieli della Lombardia fascista: l’enigma del misterioso siluro aereo che impattò a Magenta.

Di recente avevo promesso ad un amico e collega di frenare la continua lettura di documenti ufficiali contemporanei poiché, siamo ormai a riposo e stante la situazione analitica nei conflitti armati in corso, si finisce per perdere ottimismo e fiducia verso il futuro dell’umanità. Mi sono così concentrato nella lettura, più leggera, di riproduzioni di carte d’archivio, cataloghi di pubblicazioni e di libri contenenti resoconti storici, che attingo da portali di importanti biblioteche accessibili al pubblico, così coltivo un arricchimento culturale personale. E’ in tal modo che mi sono imbattuto, tra gli atti depositati di recente nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, nei lavori di una loro commissione d’inchiesta contenente riferimenti a lontani fatti accaduti in Italia; ciò ha stuzzicato il mio interesse per avviare una ricerca.

Il 26 luglio 2023 ebbero inizio i lavori in Aula, in seduta pubblica, della Sottocommissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. Davanti ai legislatori americani erano stati convocati, Rayan Graves, David Fravor e David Grusch, un ex Ufficiale degli Stati Uniti altamente qualificato dell’intelligence e della UAP Task Force.

Sotto il vincolo formale del giuramento e sotto lo spettro penale del reato di spergiuro, Grusch ha pronunciato in tale sede affermazioni che hanno scosso le fondamenta della storiografia ufficiale: il possesso, da parte di agenzie governative ombra, di velivoli intatti e parzialmente intatti di origine non umana.
Tuttavia, tra le pieghe del suo fitto resoconto nella parte pubblica d’inanzi al Congresso, un dettaglio specifico ha destato grande interesse, proiettando l’intera indagine indietro nel tempo e nello spazio, ancorandola all’Europa continentale: il primo vero “recupero documentato” di un manufatto tecnologico sconosciuto non avvenne a Roswell nel 1947, bensì in Italia, precisamente il 13 giugno 1933.

I lavori di quella Sottocommissione: 118^ Legislatura, Congresso U.S. (prima sessione), Serie No.118-53, non furono svolti interamente a porte aperte, ad un certo momento si dovette ricorre alla procedura SCIF “Sensitive compartimented information facility”, a porte chiuse ed in ambiente altamente vigilato e protetto; solo in questa modalità Grusch potè esporre dettagli e specifici particolari, e depositare i documenti in suo possesso già citati in Aula durante l’udienza pubblica, senza così violare le Leggi Federali che l’obbligavano alla segretezza assoluta.
La sua testimonianza durante lo SCIF durò per ben oltre 11 ore, ma le sedute del Congresso in tale modalità proseguirono: vennero convocati i legali e gli ispettori delle commissioni d’intelligence di Camera e Senato, infine venne ascoltato l’Ispettore Generale dell’Intelligence (ICIG) Thomas Monhein; tali sedute ebbero lo scopo di verificare la credibilità della deposizione di Grusch che la Commissione sentenziò veritiera, tuttavia i contenuti di questa ultima parte sono stati secretati.

Torniamo alla parte riguardante la nostra Italia, con la certezza ora che qualcosa era veramente successo in quel lontano 13 giugno 1933, ma andare alla ricerca di fonti per una documentazione a fini storici non ha prodotto risultati ne evidenziato tracce. Un unica traccia sull’argomento in teoria esiste, ma in negativo, risultato di affermazioni di taluni ricercatori storici che, anni prima della testimonianza di Grusch nel 2023, erano giunti alla conclusione che tale ipotesi era priva di conferma scientifica.
Erano stati divulgati “presunti documenti dell’epoca” resi noti da un autore, Roberto Pinotti, che li aveva ricevuti da una fonte anonima nel 1996; tali documenti furono resi noti al grande pubblico nel 2000 durante un simposio mondiale sugli oggetti volanti non identificati tenutosi a San Marino.
Pinotti è coautore, assieme ad Alfredo Lissoni, di libri catalogati come letteratura sensazionalistica e di mistero che hanno trattato tale argomento; ma il motivo per cui la comunità storico scientifica ha escluso tale veridicità risiede proprio nell’esame delle prove presentate: la carta di quei documenti, è confermato dalle analisi, risultata dell’epoca, ma su almeno uno di quei telegrammi la forma linguistica espressa non è conforme al protocollo lessicale, oltre che nei suffissi: sigle con lettere e numeri, usati per le esigenze delle trasmissioni telegrafiche, che erano in uso per quell’epoca; ciò come se quel testo fosse stato costruito ad arte in un epoca successiva, invalidando così l’intero pacchetto delle prove presentate.
La ricostruzione del contesto storico non combaciava con i fatti accaduti nel 1933: alcuni luoghi, edifici e strutture descritte non esistevano ancora. Alcuni illustri personaggi indicati, come ad esempio Guglielmo Marconi, in quel momento si trovavano in altri luoghi ben lontani e non facilmente raggiungibili.
Tuttavia mettendo insieme la testimonianza di David Grusch con alcune informazioni pervenute in forma di tradizione orale, altre informazioni dedotte e traslate dai pochi documenti certi, proviamo a mettere insieme quello che può essere considerato plausibile e tralasceremo quello che andrà assolutamente scartato.

Partiamo dal Manufatto che presenta un’anomalia ingegneristica: le descrizioni d’archivio trapelate e confluite nei database dell’intelligence statunitense tratteggiano un profilo tecnologico estremamente distante dall’iconografia classica dei dischi volanti fantascientifici. Si parla di una struttura metallica liscia, simile a un grande sigaro allungato o a una campana schiacciata, della lunghezza stimata tra i dieci e i dodici metri. L’elemento di rottura totale con i velivoli dell’epoca risiedeva nell’assoluta mancanza di ali, eliche, piani di comando visibili o dispositivi avionici sporgenti sulla fusoliera.
Se spogliato da letture esotiche, tale oggetto rispondeva alle precise caratteristiche di un prototipo balistico ad alta aerodinamica, dove la fusoliera stessa fungeva da corpo portante (lifting body) per generare portanza strutturale, o ad un siluro balistico a caduta stabilizzata a guida manuale, governato esclusivamente da piccoli deflettori di coda integrati. In un’era in cui i cieli mondiali erano solcati da biplani in legno e tela, l’impatto visivo di questo corpo metallico corazzato dovette apparire come un oggetto altamente sperimentale per quell’epoca.

La valutazione della minaccia aerea, “L’Ombra del Dirigibile”: come avrebbe potuto un simile velivolo, privo di apparati di propulsione convenzionale a lungo raggio, penetrare e impattare nelle campagne di Magenta, nel cuore della pianura padana?
La dinamica aero-meccanica del 1933 suggeriva una soluzione strategica: lo sgancio furtivo ad altissima quota da una nave madre, cosa che era stata già tentata senza successo in precedenza con piccoli aerei o alianti, solo gli americani vi erano riusciti ed avevano in dotazione due grandi dirigibili portaerei, ma uno risultava fermo in manutenzione negli Stati Uniti e l’altro, l’USS Akron (ZRS-4), era caduto in mare 69 giorni prima durante una tempesta sull’atlantico.
Le descrizioni fisiche recuperate sui due piloti deceduti — statura elevata, tratti diafani, capelli biondi e occhi chiari — isolavano rigidamente il campo investigativo a due sole potenze confinanti in grado di gestire una simile logica operativa:

  • La pista tedesca: Dai complessi industriali di Friedrichshafen, sul Lago di Costanza, i colossali dirigibili della classe Zeppelin potevano portarsi, con adeguati accorgimenti, a quote elevate sopra l’arco alpino centrale. In un momento storico in cui la Germania cercava segretamente di aggirare le mutilazioni del Trattato di Versailles, il lancio sperimentale di una capsula parassita o di un siluro aereo pilotato da ufficiali scelti della nascente Luftwaffe rappresenta una forte spiegazione geo-militare. Un’avaria strutturale avrebbe proiettato il mezzo in una caduta libera da Nord verso Sud, lasciando una scia longitudinale conclusasi a Magenta.
  • La pista francese: La Francia vantava una radicata dottrina di ricognizione d’alta quota e stazioni per dirigibili militari nella Valle del Rodano. Ma in quel momento il loro programma era stato fermato, disponevano solo di dirigibili flessibili da ricognizione che potevano a malapena innalzarsi sopra i 2000 metri di quota. Tuttavia se una tale manovra fosse riuscita, al fine di mappare le nuove fortificazioni difensive del Vallo Alpino italiano, lo sgancio di un siluro aereo da esplorazione sopra le Alpi Cozie avrebbe permesso una planata silenziosa ad alta velocità da Ovest verso Est. La perdita del controllo aerodinamico avrebbe interrotto la traiettoria proprio alle porte occidentali di Milano.

Il Muro Fascista e il Gabinetto RS/33: la reazione immediata di Benito Mussolini e del regime fascista convalidava lo scenario di una gravissima crisi di sicurezza nazionale. La secretazione immediata dell’area e l’istituzione del misterioso Gabinetto RS/33 (Ricerche Speciali), operante dalla seconda metà del 1934, sotto la supervisione scientifica di Guglielmo Marconi, non rispondevano a una fascinazione per il paranormale, ma a un calcolo geopolitico di sopravvivenza. Se l’oggetto era francese, ammettere che un siluro aereo nemico avesse violato indisturbato lo spazio aereo nazionale avrebbe demolito il mito della potenza militare fascista. Se l’oggetto era tedesco, era fondamentale sequestrare i rottami e trasferirli d’urgenza in vicini capannoni, sia per carpirne i segreti metallurgici, sia per evitare una crisi diplomatica con il neonato governo di Adolf Hitler con il quale in quel momento l’Italia non aveva ancora buoni rapporti. Attraverso la polizia politica segreta, l’OVRA, e i telegrammi perentori dell’Agenzia Stefani per indirizzare la stampa, il regime dovette calare una cortina di ferro informativa assoluta, minacciando il deferimento al Tribunale Speciale per chiunque avesse osato parlare di quel ‘velivolo’.
Per concludere il quadro generale aggiungiamo che: l’Inghilterra dal 1930 aveva interrotto ogni ricerca sui dirigibili e la flotta restante era stata letteralmente smontata e rottamata ed i pezzi metallici venduti all’asta ai disfacimenti. L’Unione Sovietica che aveva avviato un programma recente, aveva assunto l’italiano Umberto Nobile come consulente nella loro Accademia delle scienze, ma il primo prototipo realizzato iniziò i voli di collaudo solo nel 1934.

Ipotizziamo quindi, in base a fonti narrative plausibili confrontate con le ipotesi che possono avere fondamento storico, data l’assenza o la scarsità di documenti, di dare un senso a questo segreto del 1933 tra storia, logistica e mistero, abbozzando la seguente ricostruzione ragionata:

Il 13 giugno 1933, la quiete della pianura padana vicino a Magenta viene scossa da un impatto silenzioso ma devastante. Non è un aereo comune, né un meteorite. Tra le sterpaglie e i campi agricoli riposa un oggetto metallico lungo circa dodici metri, privo di ali, privo di motori visibili e dalla sagoma slanciata e affusolata, i soccorritori della prima ora rinvengono due corpi privi di vita, dalle sembianze insolitamente alte, bionde e dai tratti algidi.
Le autorità locali vengono immediatamente escluse: l’OVRA e i Reali Carabinieri isolano l’intera area sotto un velo di censura totale ordinata direttamente da Benito Mussolini.
Per evitare il panico e non insospettire le potenze straniere, il regime non ordina un coprifuoco visibile, ma opta per una strategia di totale oscuramento informativo, tutto però deve continuare a funzionare nell’ordinario: celebrare le feste e le sagre di paese programmate, vivere gli usi e i modi quotidiani come nulla fosse successo.
Consapevole di non avere ancora delle strutture logistiche adeguate pronte, il Duce ordina di congelare la situazione sul campo.
Per un periodo compreso tra i sei mesi e un anno, i rottami del velivolo vengono smontati in pezzi macroscopici e nascosti provvisoriamente sotto fienili e magazzini requisiti lungo il corso del fiume Ticino.
Al contempo, la macchina della Sanità Militare si attiva in segreto. I due corpi biologici vengono prelevati in contenitori refrigerati d’urgenza e trasferiti nei sotterranei blindati dell’Istituto di Medicina Legale di Milano. Qui, sotto la rigida vigilanza del SIM (Servizio Informazioni Militari), i medici legali procedono alla fissazione chimica dei tessuti in vasche di formalina per preservarli dal deterioramento del tempo, avviando le prime perizie anatomiche.
Nella prima metà del 1934 si insedia il Gabinetto RS/33 e lo Staff dei Luminari; qui corre obbligo notare che il numero 33 non è l’anno di riferimento come in futuro sosterranno alcuni autori, se Mussolini avesse voluto un riferimento all’anno si sarebbe utilizzata la datazione fascista con i numeri romani; il numero 33 corrisponde verosimilmente, in conformità alla nomenclatura militare dell’epoca, alla sezione 3 “controspionaggio sul territorio nazionale” ed all’ufficio 3 di riferimento; il controspionaggio militare (SIM), a cui fu affidata la sicurezza del caso, iniziò da quell’anno ad essere diretto dal Colonnello Mario Roatta.
Con le giuste coperture finanziarie del 1934, in un Bilancio dello Stato già pesantemente gravato da un forte disavanzo pubblico per l’inizio delle massicce spese militari ed infrastrutturali, mimetizzate nei finanziamenti universitari, del CNR e della Reale Accademia d’Italia, potè finalmente operare il Gabinetto RS/33 (Ricerche Speciali).
A capo di uno staff di luminari viene posto lo scienziato più illustre del Paese: Guglielmo Marconi, ora libero dai frenetici impegni internazionali dell’anno precedente, ma forzatamente a riposo per l’acuirsi di quei problemi di salute che nel 1937 lo porteranno alla morte. Marconi ha interrotto i suoi viaggi all’estero, tuttavia nonostante la malattia continua a spostarsi tra Liguria e Lombardia coordinando quello staff di altissimo profilo, composto da menti d’eccellenza che operano all’ombra dei rispettivi laboratori ufficiali:

  • Enrico Fermi: Incaricato dell’analisi fisica dei materiali e delle radiazioni energetiche residue dello scafo.
  • Gaetano Arturo Crocco: Il pioniere dell’aerodinamica, focalizzato sullo studio di quella fusoliera priva di ali che sfida le leggi del volo.
  • Giancarlo Vallauri: Esperto di elettromagnetismo, delegato all’esame dei complessi e indecifrabili circuiti interni.
  • Nicola Parravano: Il chimico metallurgico, incaricato di comprendere la composizione di quella lega leggera e indistruttibile.

Questo nucleo direttivo è affiancato dai giovani assistenti universitari di fiducia e dagli ingegneri di scuderia della SIAI-Marchetti, guidati personalmente dall’ingegner Alessandro Marchetti.
Si lavora per frammentazione, ciascun tecnico analizzerà solo un singolo frammento o componente isolato, ignorando del tutto il quadro generale del progetto.
Come venne organizzata la Logistica e il successivo Rifugio di Torino: Nel corso del 1934, probabilmente sfruttando il corridoio fluviale del Ticino o la modernissima Autostrada dei Laghi, il relitto sarebbe stato finalmente trasferito alla SIAI-Marchetti a Vergiate; ma, contrariamente a quanto affermato da taluni autori, fino all’estate 1933 in quel luogo esisteva unicamente una pista in terra battuta utilizzata dalla SIAI-Marchetti per collaudare piccoli velivoli ruotati, non esisteva nessuna costruzione o manufatto edile e non vi erano nemmeno progetti edilizi presentati.
Nel 1934 le cose cambiano rapidamente, la pista viene allargata e allungata, resa stabile compattata da rulli compressori e poi realizzata in erba, viene collocata una manichetta a vento, tutta l’area viene adeguatamente isolata da una importante recinzione perimetrale.
Diventa ufficialmente un laboratorio tecnologico a cielo aperto, inizialmente vengono montati almeno due Hangar Bessonneau (o Tipo H) e un gran numero di baracche di servizio in legno. In questo contesto, in rapida evoluzione, l’8 febbraio 1934 si realizzano le prove di volo del primo prototipo del trimotore S.M. 81 “Pipistrello”, e alcuni mesi dopo si effettuano le prove del S.M. 79 “Sparviero”.
Risalta un particolare confermato: la continua presenza dell’Ing. Marchetti e dei suoi ingegneri anche quando non vi sono prove di collaudo in corso, inoltre l’elevato livello di vigilanza rispetto alla concreta attività di volo, rappresentato da un costante gran numero di guardie armate all’interno e dalla sorveglianza del perimetro da parte dei militari della Regia Aeronautica in assetto da combattimento; ad occhi esterni ciò sarebbe apparso un normale dispositivo per difendere segreti militari aeronautici.
I progetti edilizi presentati ed approvati nel 1934, compreso il famoso Hangar blindato, riportato in altre fonti, videro la loro realizzazione solo nel 1936, anno entro cui gli esperimenti sul progetto RS-33 sarebbero stati abbandonati.
E’ fortemente probabile che, per mantenere il segreto, la struttura di Vergiate, pur sè un laboratorio a cielo aperto, fosse la più idonea ai fini della sicurezza rispetto alla sede ufficiale SIAE-Marchetti di Sesto Calende, indicata invece da altri autori come sede alternativa degli esperimenti.
I sostanziosi finanziamenti apparsi nel 1934 spariscono dalle pieghe del Bilancio dello Stato dopo il 1936.
Non conosciamo quali risultati furono ottenuti, negli esperimenti condotti sul misterioso oggetto, e se ve ne furono; tuttavia possiamo notare come Crocco, senza fare mai riferimento ad alcuna ricerca, teorizzò il “Diagramma per la stabilità longitudinale” pubblicato nel 1938, proponendo modelli matematici fino ad allora mai esplorati e che solo anni dopo poterono essere sperimentati e realizzati dai progettisti.
Nel 1937 non si conducevano più esperimenti, probabilmente analizzare quelle leghe e quei materiali restava un mistero irrisolvibile con gli strumenti e la tecnologia dell’epoca; forse solo Crocco aveva potuto raggiungere un risultato lavorando con l’applicazione ed elaborazione di modelli matematici.
Infine i tempi si erano evoluti, la Germania e l’Italia avevano ora intrapreso una strada di sempre più stretta collaborazione.
Comunque, per mettere il relitto ed i reperti al sicuro dalle crescenti tensioni geopolitiche europee, i vari pezzi vengono caricati su convogli militari notturni lungo l’autostrada Torino-Milano. La destinazione finale saranno i profondi bunker sotterranei industriali di Torino, sotto le officine automobilistiche e aeronautiche della FIAT e del Politecnico di Torino gestito dall’ingegner Modesto Panetti. Lì, protetto da un cordone di silenzio imposto dal controspionaggio, i resti del velivolo, ed i reperti della ricerca, rimangono custoditi per quasi un decennio, mentre fuori il mondo scivola nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale.
Si arriva al Grande Sgombero e all’Intervento delle U.S. T-Forces (fino a poco prima denominate S-Forces): E’ la primavera 1945: l’Italia viene liberata. A Torino, le brigate partigiane delle SAP occupano le fabbriche per difendere i macchinari dalle distruzioni dei Tedeschi in ritirata. Ma nei primi giorni di maggio, con l’arrivo delle truppe americane della 5ª Armata, lo scenario cambia rapidamente. Le unità d’élite scientifico-militari statunitensi, note come T-Forces (Target Forces), entrano in azione con liste di obiettivi segretissimi fornite dall’intelligence (OSS). Secondo le rivelazioni moderne di David Grusch, un ruolo chiave viene svolto da fonti confidenziali del Vaticano di Papa Pio XII, che informano gli americani dell’esistenza del relitto.
Gli operai e i partigiani assistono attoniti a movimenti anomali notturni, la cosa non passa inosservata e alcuni rapporti vengono trasmessi con le staffette al comando locale del CLN, che però non può farci nulla; i soldati alleati sigillano i bunker industriali, cacciano il personale italiano con la scusa del pericolo perchè devono sminare i bunker, ma vi accedono senza difficoltà o incidenti portando fuori enormi casse, di cui non si conosce il contenuto. Le casse vengono protette da teloni mimetici e caricate su pesanti camion che partono sotto rigida scorta militare diretti verso il porto di Genova e gli aeroporti militari di Cameri e Malpensa.
Per la popolazione stremata, è solo l’ennesimo saccheggio industriale dei vincitori. Nessuno immagina che sotto quei teloni sta viaggiando il segreto più profondo del regime fascista, pronto a essere imbarcato per gli Stati Uniti, anni prima dell’incidente di Roswell.

Questa riscostruzione è basata su ipotesi speculative e su i miti storiografici trattati, essa non rappresenta, in alcun modo, una ricostruzione di eventi storici scientificamente validati.

Nelle conclusioni la verità resta sepolta negli archivi:
L’analisi rigorosa delle fonti primarie ci allontana dalle facili derive del sensazionalismo.
L’enigma del 1933 ci dimostra come un reale incidente aeronautico d’avanguardia alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale possa essere stato catalogato, gestito e compartimentato. Infine è stato poi assorbito dalle maglie dell’intelligence transatlantica durante le concitate fasi finali della seconda guerra mondiale nel 1945.
Il vero insegnamento storico di questa vicenda non risiede nella ricerca di risposte esotiche, qualunque ne potrà essere l’esito futuro, ma nella comprensione del funzionamento della burocrazia militare e delle sue procedure dell’epoca.
Quando la politica americana e le leggi sulla trasparenza odierne forzano la declassificazione di documenti storici, ci restituiscono frammenti di verità che costringono a rileggere il passato.
Resta la fredda certezza che in quel lontano giugno 1933 qualcosa abbia solcato i cieli lombardi, e che la chiave per decodificare il mistero del presente sia ancora gelosamente custodita all’interno di archivi che la storia deve ancora interamente sfogliare.

     Giuseppe Antonio Cacciatore


Documentation for use by historical archival researchers. Institutional sources verified on Congress.gov.

References:

  • Peter, J. (2025). The whistleblower who exposed America’s ufo secrets (David Grusch). Indipendent Publishing.
  • AA.VV. (2026). UAP RELASED: The first complete account of the Govermment’s secret ufo inquiries. Indipendent Publishing.
  • Manisco, G. (1930). Manuale per il radiotelegrafista. Edizioni Hoepli.
  • Rossi, E. (1931-1933). La telegrafia e la telefonia senza fili (Vol. 1-2). Manuali tecnici Bemporad.
  • Morani. C., & Tunesi, N. (1994). Le stagioni di un prete: storia di Don Cesare Tragella, prevosto di Magenta (1852-1934). Graffiti Edizioni.
  • Tunesi, E. (1995). Magenta dal 1800 al 1930. Memorie storiche, testimonianze, immagini. Graffiti Edizioni.
  • Solari, L. (1940). Guglielmo Marconi. Fratelli Treves. (Edizione ampliata pubblicata nel 1948 come Marconi nella vita e nell’opera, Garzanti).
  • Marconi Paresce, D. (1967). Marconi, mio padre. Mondadori.
  • La Paglia, R., & Giusa, S. (2023). Segreti alieni: I rivelatori. Dal colonnello Philip Corso a David Grusch. E-book/IBS.
  • Smith, R.K. (1965). The Akron & Macom: Flying Aircraft Carriers of the United States Navy. Naval Institute Press…
  • Topping, D. (2001). When Giants Roamed the Sky: Karl Amstein and the Rise of Airborne Warships. University of Akron Press.
  • Archivio Provinciale Frati Minori Lombardia, Milano. Fondo convento di Cerro Maggiore, Serie cerca e questua; Registri amministrativi e patenti di cerca (1930-1935).
  • Crocco, G.A. (1938). L’ellisse di stabilità longitudinale nella dinamica dei velivoli. Pontificia Accademia Scientiarum.
  • Bevilacqua, P. & AA.VV. (2017). I rifugi antiaerei di Torino. Persiani Editore.
  • Longeden, S. (2009). T-Force: The forgotten heroes of 1945. Constable.
  • Natalicchio, A. (1955). Cronache di Mirafiori. Edizioni Avanti.
  • Storici dell’Istoreto. (1984). Fabbrica e Resistenza: Torino 1943-1945. L’Arciere.
  • Politecnico di Torino. (1995). Il politecnico di Torino nella resistenza. Edizioni del Politecnico.
  • Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza. (1985). Un popolo in lotta: I diari e i verbali del CLN. Istoreto.

La gavetta: dal rancio alla scrittura

La gavetta: dal rancio alla scrittura


La parola gavetta ha un doppio significato: è innanzitutto un oggetto legato alla vita militare, ma è anche una significativa metafora del percorso di crescita personale e professionale.
Per chi ha vissuto l’esperienza della leva obbligatoria, la gavetta faceva parte del corredo del soldato. Era un semplice contenitore metallico, utilizzato per ricevere, trasportare e consumare il rancio, spesso in condizioni tutt’altro che confortevoli.
Le prime gavette erano realizzate in ferro battuto stagnato o in ottone. Successivamente, soprattutto durante le guerre mondiali, si diffuse l’alluminio, scelto per la sua leggerezza e la resistenza alla ruggine. Nei modelli più moderni si è poi affermato l’acciaio inossidabile.
Generalmente composta da due o tre parti incastrabili, la gavetta poteva trasformarsi all’occorrenza in piatto, scodella o piccolo tegame. Il manico ripiegabile consentiva di impugnarla e, nello stesso tempo, contribuiva a tenere fermo il coperchio durante il trasporto.
Ma la gavetta non era soltanto un oggetto.
Mangiare nella gavetta significava condividere con i propri commilitoni la stessa realtà, senza privilegi né scorciatoie. Era, nel bene e nel male, un piccolo simbolo di sacrificio, adattamento e condivisione.
Ed è proprio da qui che nasce il significato figurato dell’espressione “fare la gavetta”: partire dal basso, affrontare sacrifici, svolgere anche i lavori meno gratificanti e imparare, giorno dopo giorno, il mestiere.
Fare la gavetta significa:
– accettare mansioni semplici, anche lontane dai vertici, per capire come funziona un’attività dall’interno;
– mettere da parte l’orgoglio e ascoltare chi possiede maggiore esperienza;
– sbagliare, correggersi e trasformare l’errore in una lezione;
– insistere e superare i momenti difficili e le iniziali scarse gratificazioni;
– imparare la tecnica, i segreti del mestiere e il modo migliore di rapportarsi agli altri;
– essere affidabili e costanti nel tempo;
– diventare progressivamente autonomi nello svolgimento dei propri compiti;
– rivolgersi, quando necessario e senza remore, a chi ne sa più di noi;
– raggiungere, infine, la posizione desiderata con la consapevolezza di aver fatto la propria parte e di essere pronti a proseguire con impegno e maturità.
Insomma, la gavetta insegna una cosa semplice ma importante: prima di poter dire “so fare”, bisogna avere l’umiltà di imparare.

Da “vecchio” militare, di gavetta ne ho fatta parecchia. E ora, da anziano pensionato, mi sono accorto di averne ancora un po’ da fare.
Ho infatti scoperto, forse un po’ tardi (ma meglio tardi che mai) un’attività che, a quanto pare, è sempre stata nelle mie corde: scrivere.
Spinto, sostenuto ed invogliato da un giovane paracadutista (non si è mai ex) oggi direttore di un’affermata agenzia di informazione, da circa un anno mi cimento nella stesura di articoli su argomenti diversi, con l’ambizione, spero non troppo sfacciata, di renderli interessanti per chi avrà la voglia e la pazienza di leggerli.
E così eccomi qua: allievo, “giovane” apprendista, alle prime armi, in prova… insomma, ancora una volta in gavetta.
Da circa un anno studio, approfondisco e cerco di fare miei gli argomenti che scelgo, trasformando curiosità e passione in articoli. All’inizio venivano pubblicati grazie alla pazienza e alla supervisione del Direttore; poi ho cominciato a camminare un po’ più con le mie gambe, fino a pubblicarli personalmente.
È una nuova esperienza che mi sta regalando soddisfazioni e, soprattutto, il piacere di continuare a imparare.
Perché, a ben vedere, la gavetta non finisce mai. Cambiano soltanto la divisa, gli strumenti e… il tipo di rancio.
Questa volta, al posto della gavetta di metallo, ho davanti una tastiera. E, fortunatamente, il rancio non è più quello della mensa militare!
Grazie, Direttore, per avermi dato l’opportunità, alla mia età, di tornare giovane apprendista: il “maestro” che un tempo ha curato, seguito e fatto crescere l’allievo oggi ha bisogno di quello stesso allievo in qualità di maestro.
E se dopo tanti anni sono ancora in gavetta, pazienza: vuol dire che ho ancora qualcosa da imparare… e qualche articolo da scrivere !

     Ferdinando Guarnieri

Quando l’emergenza chiamava

Quando l’emergenza chiamava
Uomini e mezzi del Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore” al servizio della collettività

Ci sono pagine nella storia di un reparto militare che non nascono sui campi di addestramento e neppure durante una missione all’estero. Cominciano con una notizia improvvisa: un terremoto, un incidente, una sciagura. Da quel momento ciò che fino a poche ore prima apparteneva alla normale attività di caserma assume un significato diverso. Uomini e mezzi vengono chiamati a operare al servizio di popolazioni colpite da una calamità o a intervenire nelle conseguenze, talvolta drammatiche, di una tragedia. Anche la storia del Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore” conserva diverse pagine di questo genere. Episodi meno conosciuti rispetto alle grandi esercitazioni e alle successive missioni fuori area, ma importanti per comprendere un altro aspetto della vita del reparto e degli uomini che ne fecero parte. Uno dei primi ci porta nella primavera del 1976. La sera del 6 maggio un violentissimo terremoto sconvolse il Friuli, provocando centinaia di vittime e lasciando migliaia di persone senza casa. La macchina dei soccorsi mobilitò risorse provenienti da tutta Italia e anche il Battaglione venne chiamato a contribuire con l’invio di mezzi e materiali. Dietro la formula necessariamente sintetica della memoria storica del reparto emerge un’immagine molto concreta. Una testimonianza conservata su questo sito ricorda un’autocolonna che, insieme al capitano Righele, trasportò verso le zone terremotate 620 tende canadesi, precedentemente ritirate a Camp Darby. Un dato che permette di comprendere la dimensione dell’intervento: mezzi da predisporre, materiali da caricare e un lungo viaggio verso una regione devastata. Per chi era abituato a considerare trasporto e rifornimento parte del proprio mestiere, il compito poteva apparire tecnicamente consueto; profondamente diversa era però la sua finalità. Quelle tende sarebbero diventate un riparo per persone che avevano perduto la propria casa. Neppure un anno dopo l’emergenza avrebbe assunto un volto ancora più doloroso, questa volta a pochi chilometri da Pisa. Era il 3 marzo 1977 quando dall’aeroporto di Pisa-San Giusto decollò un C-130 Hercules della 46ª Aerobrigata, nominativo radio “Vega 10”. A bordo si trovavano 38 allievi della prima classe dell’Accademia Navale di Livorno, un ufficiale accompagnatore e i cinque membri dell’equipaggio. Pochi minuti dopo il decollo l’aereo si schiantò sulle pendici del Monte Serra, nei pressi di Calci. Morirono tutti i 44 uomini a bordo. Per Pisa, Livorno e le Forze Armate fu una tragedia enorme. Il Battaglione concorse con proprio personale e propri mezzi alle operazioni successive alla sciagura, partecipando al recupero delle salme, al loro trasporto verso le località di origine e al recupero dei resti del velivolo. Dietro l’essenzialità di queste informazioni è facile intuire la durezza del compito affidato a quanti furono chiamati a intervenire. Sul monte non c’erano soltanto i resti di un aereo militare, ma quarantaquattro vite spezzate e altrettante famiglie in attesa. Il 5 marzo, nell’Accademia Navale di Livorno, furono celebrati i funerali di Stato. La tragedia di “Vega 10” sarebbe rimasta profondamente impressa nella memoria della Marina Militare e del territorio. Poco più di un anno dopo, il 15 aprile 1978, un’altra grave emergenza richiese l’intervento dei paracadutisti. Sull’Appennino bolognese, nei pressi di Murazze di Vado, una frana investì la linea ferroviaria Direttissima Bologna-Firenze provocando il deragliamento di un convoglio. Una locomotiva invase il binario opposto proprio mentre sopraggiungeva il rapido “Freccia della Laguna”. Fu uno dei più gravi disastri ferroviari italiani del dopoguerra. La Brigata Paracadutisti partecipò all’opera di soccorso e la memoria storica del Battaglione ne registra il concorso nell’assistenza ai superstiti. In meno di due anni il reparto si era così trovato coinvolto in tre situazioni completamente diverse: il terremoto del Friuli, la sciagura del Monte Serra e il disastro della Direttissima. Non sarebbero state le ultime. Il 27 dicembre 1981 l’emergenza arrivò direttamente a Pisa. Il crollo di alcuni edifici, provocato da una fuga di gas, causò nove vittime e numerosi feriti. Il Battaglione partecipò ai soccorsi e alle ricerche delle persone coinvolte. Questa volta non c’erano lunghe distanze da percorrere: si interveniva nella stessa città con cui la vita del reparto era quotidianamente intrecciata. Nel novembre 1982 furono invece le piogge e l’alluvione a richiedere un nuovo impiego di uomini e mezzi, destinati a prestare soccorso alle popolazioni colpite nella zona di Pontremoli. Vicende differenti per natura e dimensioni, ma accomunate dalla possibilità di mettere rapidamente a disposizione capacità che appartenevano alla normale organizzazione militare del reparto. Quando si parla di logistica, infatti, è facile pensare innanzitutto ad automezzi, rifornimenti, officine e trasporti. Ma dietro questi termini c’erano persone: conducenti, meccanici, graduati e ufficiali chiamati a preparare mezzi e materiali, organizzare movimenti e raggiungere luoghi nei quali la situazione poteva essere molto diversa da quella lasciata in caserma. È anche attraverso queste vicende che può essere letta la storia del Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore”. Non sono forse le sue pagine più conosciute e per molti di coloro che vi presero parte furono probabilmente giorni nei quali si fece, semplicemente, ciò che il servizio richiedeva. A distanza di decenni, però, acquistano un valore particolare. I documenti possono ricostruire date, luoghi, mezzi impiegati e compiti assegnati; molto più difficile è restituire ciò che quelle esperienze lasciarono negli uomini: il viaggio verso il Friuli, l’arrivo sul Monte Serra, la vista di una ferrovia sconvolta o delle macerie nel cuore di Pisa. Questa parte della storia può sopravvivere soprattutto attraverso la memoria di chi c’era. Per questo continuare a raccogliere fotografie, documenti e testimonianze degli appartenenti al Battaglione significa fare qualcosa di più che completare un archivio. Significa restituire una dimensione umana a fatti che, nelle cronologie ufficiali, occupano spesso soltanto poche righe. E ricordare che, quando l’emergenza richiese il loro contributo, gli uomini del Battaglione furono chiamati a mettere esperienza, mezzi e capacità al servizio della collettività.

     Roberto Marchetti

La storia militare di Sandro Pertini

La storia militare di Sandro Pertini
Un ufficiale d’altri tempi: dal fango della trincea al Quirinale.
Discorso ai giovani soldati in addestramento al bivacco del campo d’arma di reparto.

Soldati, mettetevi comodi e aprite bene le orecchie. Quella che sto per raccontarvi non è la solita favola patriottica scritta sui manuali polverosi delle scuole militari. È la storia di un uomo che odiava la guerra con tutto se stesso, ma che quando si è trovato nel fango della prima linea ha insegnato al mondo intero come si combatte, come si guida i propri fratelli in armi e, soprattutto, come si resta umani nell’inferno. Oggi vi parlo del vostro compagno d’arme, il sottotenente Sandro Pertini.

Maggio 1915: Il pacifista che non scappa.
Torniamo indietro nel tempo. Immaginate una piazza gremita di gente a Firenze. C’è il delirio dell’interventismo, tutti urlano slogan patriottici, guidati dai discorsi infuocati di Gabriele D’Annunzio. In mezzo a quella folla esaltata, c’è un giovane studente di giurisprudenza. Ha diciannove anni, le tasche vuote e le idee chiare. Si chiama Sandro. Mentre tutti invocano il sangue e la gloria, lui sale su una sedia e urla in faccia alla folla: «Viva la pace! Abbasso la guerra!». Viene quasi linciato. È un socialista, un neutralista convinto.
Ma la storia ha cinismo da vendere. Pochi mesi dopo, nel novembre del 1915, la sua classe di leva viene chiamata in anticipo. L’esercito regio sta finendo gli uomini sull’Isonzo e raschia il fondo del barile. Sandro potrebbe scappare, imboscarsi, inventarsi una malattia. Molti lo fanno. Lui no. Perché? Perché per lui la coerenza politica viene prima della pelle. Dice ai suoi amici: «Io odio la guerra, ma se i figli dei contadini e degli operai devono andare a morire in battaglia, il mio posto è lì, accanto a loro».

L’arte del ferro: Da soldato autiere ad ufficiale aspirante a Brescia.
All’inizio lo sbattono a fare l’autiere nel 25° Artiglieria. Guida i primi camion militari sulle strade dissestate del Trentino. Ma è un ragazzo istruito, un universitario, e l’esercito italiano ha un disperato bisogno di carne da cannone con i galloni per sopperire alle perdite di ufficiali.
Lo spediscono al corso ufficiali a Padova all’inizio del 1917, ne esce aspirante, e poi va dritto al Castello di Brescia, alla Scuola Mitraglieri.
Soldati, voi sapete cosa significa addestrarsi su un’arma. A Brescia, a Sandro insegnano a conoscere la Fiat-Revelli Mod. 1914 meglio delle sue tasche. Gli insegnano a smontarla al buio, sotto la pioggia, a sbloccarla quando il fango fissa i meccanismi, a calcolare le parabole di tiro sulla mappa, al tiro di precisione. Diventa un tecnico del fuoco. Ma mentre i manuali dell’epoca dicono che la mitragliatrice pesante serve solo a stare fermi in trincea ad aspettare il nemico, la testa di Pertini sta già elaborando qualcosa di completamente diverso.

Agosto 1917: La leggenda e la manovra del Monte Jelenik.
Estate del 1917, Undicesima battaglia dell’Isonzo. Altopiano della Bainsizza. Il settore è quello del Monte Jelenik. Chi c’è stato sa cos’è: una pietraia infernale senza un filo d’erba, dove le schegge di roccia feriscono quanto quelle delle granate. Gli austriaci sono rintanati in caverne scavate nel calcare profondo, impenetrabili all’artiglieria. Ogni volta che la nostra fanteria prova ad avanzare, dalle feritoie spuntano le mitragliatrici Schwarzlose e fanno scempio dei nostri ragazzi. Interi battaglioni vengono falciati nella terra di nessuno. Restare bloccati lì significa morire.
Il sottotenente Pertini guarda la scena. Ha il comando di una sezione di mitragliatrici Fiat-Revelli del 227° Reggimento Fanteria. Sa che se resta fermo a sparare da dietro, i suoi fanti verranno massacrati. Allora prende una decisione che nessun manuale avrebbe mai raccomandato: «Si avanza! Con le armi a braccia, dietro di me!». Immaginate la scena: quaranta chili di ferro bollente tra treppiede, corpo arma e fustini d’acqua. I suoi mitraglieri corrono sotto le cannonate, balzando da un cratere all’altro. Pertini è il primo, davanti a tutti. Ogni volta che una mitragliatrice austriaca apre il fuoco, Sandro non fa riparare gli uomini: fa piazzare una Fiat-Revelli allo scoperto, a pochissimi metri dal nido nemico, e ordina di saturare la feritoia di piombo. Aprono un corridoio di fuoco mobile. Arrivano davanti alle caverne austriache e gli sbarrano le uscite piazzando le armi a bruciapelo. Gli austriaci, intrappolati nelle loro stesse fortificazioni e terrorizzati da quell’ufficiale italiano che sembra immune alle pallottole, gettano le armi. Risultato? Posizioni conquistate, nidi distrutti e centinaia di prigionieri catturati. Una manovra offensiva senza precedenti. Una tattica così incredibile che persino gli osservatori britannici la studieranno, e negli anni Venti l’esercito americano la testerà nei suoi campi d’addestramento col nome di Manovra di Camp Pebblertown. Verrà persino studiata a West Point. Loro non conosceranno il nome di Pertini, ma quella mossa portava la firma del 227° Fanteria.
Il colonnello Carlo Benedicenti scrive la proposta per la Medaglia d’argento al valor militare, registrandola all’Ordine del Giorno del reggimento e letta in adunata agli uomini del reggimento. Il testo parla di «superlativa audacia e sprezzo del pericolo».
Ma il fango della politica è più rapido della gloria: la medaglia viene bloccata a Roma perché Pertini è schedato come ‘sovversivo socialista’.

1917-1918: L’inferno del Pasubio e la Croce di Guerra.
Poi arriva Caporetto. Il fronte crolla, si ripiega. Pertini e i suoi uomini riescono a sganciarsi non senza combattere e subire delle perdite. Nella riorganizzazione del fronte vengono sbattuti a duemila metri di quota, sul Monte Pasubio. Lì la guerra cambia faccia. Diventa l’inferno bianco. Il freddo è così intenso che l’acqua nei manicotti delle mitragliatrici congela, e i soldati devono urinarci dentro pur di farle sparare. Si vive nel terrore delle mine sotterranee: gli austriaci scavano sotto la roccia per far saltare intere cime.
Pertini dorme sul ghiaccio con i suoi soldati. Rifiuta la baracca riscaldata degli ufficiali, rifiuta il rancio migliore. Divide l’unica coperta e l’ultima galletta con i fanti contadini.
Per la sua determinazione in questo settore impervio, viene promosso al grado di Tenente il 15 marzo 1918 e riceve la Croce al Merito di Guerra, entrambe pubblicate regolarmente sul Bollettino Ufficiale del Ministero della Guerra.

Il gas fosgene e la pistola dell’attendente.
Durante un maledetto bombardamento, gli austriaci usano il fosgene, il gas letale che profuma di fieno ma ti brucia i polmoni. Pertini respira quella sostanza tossica. Cade a terra cianotico, soffocando nei suoi stessi fluidi. Nel caos del caposaldo, viene dato per spacciato. Sta per essere abbandonato a morire nella nebbia del gas.
Ma il suo attendente, un soldato semplice di cui la storia ha perso il nome, uno dei tanti dimenticati, lo guarda e dice: «Io il mio tenente non lo lascio qui». Se lo carica sulle spalle. Un uomo svenuto, nel fango, sotto le granate che fischiano. Cammina per chilometri lungo i camminamenti della montagna fino a raggiungere un ospedale da campo della sanità.
Lì dentro è il delirio: centinaia di feriti, medici con le braccia sporche di sangue. Un medico guarda Pertini, vede le labbra blu, il respiro che rantola e scuote la testa: «Questo è morto, non perdiamo tempo, pensiamo a chi ha una speranza». L’attendente non ci sta. Compie il gesto più grave che un soldato possa fare: estrae la pistola d’ordinanza, la punta dritto alla fronte del medico ufficiale e urla: «O lo cura adesso, o vi ammazzo tutti qui dentro!».
Sotto la minaccia del ferro, i medici si muovono. Pertini viene curato e strappato alla morte. Quel soldato semplice ha rischiato la fucilazione alla schiena per salvare il suo ufficiale, perché Sandro Pertini lo aveva trattato come un uomo, non come una bestia da soma, del resto come trattava tutti i suoi soldati. Quando si rimette in sesto, Pertini rifiuta la licenza e torna subito in prima linea.

Novembre 1918 – Maggio 1919: Trento, la Dalmazia e il Congedo.
L’esercito italiano lancia l’offensiva finale. Il reparto di Pertini sfonda sul Pasubio, cala a Rovereto e il 4 novembre 1918 entra da trionfatore a Trento liberata, proprio nel momento in cui entra in vigore l’armistizio.
Ma per lui la divisa non finisce lì. Nel dicembre del 1918, la 277ª Compagnia Mitraglieri viene imbarcata e inviata in Dalmazia, a presidiare Zara e Sebenico secondo i patti internazionali. È una terra polveriera, squassata da tensioni etniche tra italiani e croati. Qui Pertini si comporta da ufficiale esemplare: si oppone fermamente a ogni forma di sopruso o violenza nazionalista da parte dei militari italiani contro la popolazione locale, rifiutando le sirene dell’interventismo dannunziano.
Nel maggio del 1919, dopo sei mesi di guarnigione adriatica il suo reparto viene smobilitato, ottiene il congedo. Torna in Liguria, ora è un civile, si laurea in giurisprudenza a Genova e poi in scienze politiche a Firenze, portando nel cuore il legame indissolubile con i suoi soldati.

1925: L’ultimo scontro al Distretto di Savona.
Arriviamo agli anni Venti. Il fascismo ha preso il potere e Pertini, ormai Capitano nella riserva di complemento, è un leader antifascista dichiarato. Nel febbraio del 1925 viene convocato ufficialmente presso il Distretto Militare di Savona. Il Comandante del distretto lo redarguisce severamente: «Capitano Pertini, la sua attività politica socialista è incompatibile con il suo grado. O lei si allinea, o le togliamo i gradi».
Sandro lo guarda dritto negli occhi: «Signor Colonnello, io le mie idee non le rinnego per un grado. Mentre molti dei vostri gerarchi facevano i patrioti nelle retrovie, io ero sul Carso e sul Pasubio a sputare sangue con i figli del popolo. L’uniforme l’ho onorata sul campo».
Uscì a testa alta. Per vendetta politica, il regime fascista prese quel fascicolo d’archivio dove c’era la proposta per la sua Medaglia d’argento dello Jelenik e lo seppellì nei polverosi archivi di Savona, sperando che il mondo dimenticasse il suo eroismo.

Il Capo Supremo e il Riscatto dell’Ufficiale (1943 – 1985).
Passano gli anni della dittatura, della fuga in Francia da rifugiato, del carcere e del confino. Ma quelle straordinarie capacità tattiche apprese a Brescia e affinate sul campo di battaglia tornano protagoniste nel 1943. Nella Guerra di Liberazione, Pertini si dimostra un comandante impeccabile, un vero ufficiale Nobile Homo (N.H.). Combatte a Porta San Paolo a Roma, organizza le brigate partigiane in Toscana, evade da Regina Coeli e infine guida con ferrea lucidità strategica l’insurrezione di Milano del 25 aprile 1945, proclamando lo sciopero generale.
Nel 1978, l’intero Paese lo elegge Presidente della Repubblica. Diventa il Capo Supremo delle Forze Armate. Nonostante le ingiustizie subite, il fango, le prigioni e l’ostracismo, Pertini non recriminò mai nulla contro le istituzioni o l’esercito. Mantenne sempre un’altissima dignità istituzionale e un rispetto sacro per i soldati.
La storia, però, rimette sempre a posto i suoi tasselli. Incuriositi dalle voci su un Presidente della Repubblica combattente nella Grande Guerra, di cui si sapeva poco o quasi niente, su iniziativa del Ministero della Difesa, lo Stato Maggiore rintracciò finalmente quei vecchi faldoni nascosti a Savona. Il 9 luglio 1985, nei giorni finali del suo mandato presidenziale, durante il cosiddetto semestre bianco, a Sandro Pertini venne solennemente restituita e conferita la Medaglia d’argento al valor militare per i fatti del 1917.
E c’è un particolare, ragazzi, che non troverete nei moderni cerimoniali, ma che dice tutto su di lui. Durante i giuramenti e le sfilate militari, contravvenendo alle fredde regole del protocollo del Quirinale, il Presidente Pertini baciava sempre la Bandiera di guerra dei reparti in armi. Non era un formalismo burocratico. Era il ‘bacio alla bandiera’, l’atto sacro che ogni ufficiale della sua epoca compiva davanti ai propri colori. Ma ora che il Comandante Supremo era lui, compiva quell’atto con l’orgoglio, la commozione e la fierezza di un valoroso ufficiale d’altri tempi, un soldato che aveva vinto le sue battaglie senza mai perdere l’umanità.

Ora tornate alle tende ed ai vostri reparti, luci e fuochi spenti, e quando guarderete i vostri colori schierati, ricordatevi di come si comanda davvero. Rompete le righe !.

     Giuseppe Antonio Cacciatore

Fonti Bibliografiche di Riferimento

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    dell’Esercito (USSME).
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  • Archivio Storico della Fondazione Sandro Pertini (Firenze) – Documentazione epistolare e fogli
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  • Verbali e Bollettino del Ministero della Guerra (Anni 1917-1918), Archivio Centrale dello Stato.

Diritto Internazionale Umanitario, oltre la realpolitik

Diritto Internazionale Umanitario, oltre la realpolitik

La validità permanente del Diritto Internazionale Umanitario

La recrudescenza della violenza bellica, la velata continua minaccia dell’uso della forza e i pericoli, diretti o indiretti, cui vengono sottoposte le popolazioni civili negli attuali conflitti armati impongono una riflessione seria e approfondita sulla validità permanente del Diritto Internazionale Umanitario, non soltanto per chi è oggi in servizio attivo, ma anche per quanti hanno indossato l’uniforme e continuano a riconoscersi nel rispetto delle norme che regolano i conflitti: riferimento essenziale dell’azione militare.
Di fronte ad immagini, decisioni politiche, ordini esecutivi e altalenanti iniziative diplomatiche sorge il dubbio che il diritto internazionale umanitario sia divenuto meno efficace, o addirittura subordinato ai rapporti di forza, è necessario quindi distinguere le azioni della Realpolitik dalle regole di diritto che continuano permanentemente a vincolare Stati, Autorità militari e singoli responsabili.
Il nucleo fondamentale del Diritto Internazionale Umanitario è codificato nelle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e comprende principi di natura inderogabile, riconducibili allo jus cogens, cioè a norme imperative del diritto internazionale dalle quali gli Stati non possono liberarsene a capriccio o piacimento. L’articolo 53 della Convenzione di Vienna del 1969 definisce infatti come imperativa una norma riconosciuta dalla comunità internazionale degli Stati nel suo complesso e non suscettibile di deroga. A questi principi si collegano obblighi che operano nei confronti dell’intera comunità internazionale e che non dipendono, nella loro esistenza, dalla partecipazione di uno Stato a uno specifico meccanismo giuristizionale internazionale.
In questa prospettiva va letto il ruolo della Corte Penale Internazionale (CPI), istituita dallo Statuto di Roma; la CPI agisce infatti secondo il principio di complementarità previsto dall’articolo 17 dello Statuto, intervenendo in via sussidiaria rispetto alle giurisdizioni nazionali e non sostituendosi automaticamente ad esse.
Ne deriva che il giudizio sul mancato rispetto del Diritto Internazionale Umanitario non può essere fatto dipendere dalla adesione o meno allo Statuto di Roma, o da un conveniente disconoscimento della stessa Corte Penale Internazionale o altri Organismi, poiché una parte rilevante delle norme di protezione e rispetto da applicare nei conflitti armati trova sempre fondamento anche nel diritto internazionale consuetudinario.
Le scelte politiche, diplomatiche o esecutive dirette operate per proteggere i vertici di una catena di comando da iniziative giudiziarie internazionali possono incidere concretamente sulla possibilità di esercitare o meno una determinata giurisdizione solo in uno specifico momento storico, ma non eliminano sul piano sostanziale, perché le eventuali responsabilità individuali dei crimini sono e rimangono imprescrittibili.
In questo quadro assume particolare rilievo il principio della responsabilità di comando, sancito dagli articoli 86 e 87 del I Protocollo Aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1977. Il comandante non è chiamato a rispondere soltanto degli ordini impartiti direttamente, ma può essere responsabile anche per omissione quando sia a conoscenza di gravi violazioni commesse, o sul punto di essere commesse, da subordinati e non adotti le misure necessarie e concretamente possibili per impedirle, farle cessare o segnalarle alle autorità competenti. Si tratta di un principio particolarmente rilevante perché lega la responsabilità non solo alla condotta materiale, ma anche all’effettivo esercizio delle funzioni di comando e controllo.
Una particolare attenzione deve essere riservata ai tentativi in corso di fare passare come consuetudine l’affidamento a soggetti formalmente privati dei compiti operativi che incidano sulla sicurezza, sulla protezione della popolazione civile, sulla gestione di aree di crisi, dei valichi di frontiera o dei flussi umanitari. Il ricorso a consorzi commerciali, strutture privatistiche, cosiddetti Border Office come quello per Gaza, e agenzie di sicurezza private non determina infatti, di per sé, il venir meno delle responsabilità previste dal diritto internazionale.
L’articolo 148 della IV Convenzione di Ginevra stabilisce che nessuna Alta Parte contraente può esonerare se stessa o un’altra Parte dalle responsabilità derivanti da gravi violazioni della Convenzione. Il principio è chiaro: una responsabilità internazionale non può essere cancellata attraverso una scelta organizzativa, una delega contrattuale o una diversa qualificazione formale dei soggetti che materialmente svolgono determinate attività. Anche i Principi sulla responsabilità degli Stati per atti internazionalmente illeciti, elaborati dalla Commissione del diritto internazionale delle Nazioni Unite nel 2001, assumono rilievo quando l’attività di soggetti non statali sia riconducibile, in presenza dei necessari presupposti, allo Stato che ne dirige oppure delega, o controlla contrattualmente l’operato. Il riferimento all’“effective control”, il controllo effettivo, serve proprio a riportare l’attenzione dalla forma giuridica alla realtà sostanziale dei rapporti di comando, direzione e dipendenza.
Uno Stato belligerante o occupante non può quindi ritenersi automaticamente estraneo alle conseguenze di condotte poste in essere sul terreno soltanto perché alcune funzioni sono state esternalizzate: le garanzie riconosciute alla popolazione civile dal Diritto Internazionale Umanitario non possono essere cedute, privatizzate o neutralizzate mediante alcun tipo di contratto.
A rafforzare questo sistema interviene l’articolo 1 comune alle Convenzioni di Ginevra, che obbliga le Parti non soltanto a rispettare le Convenzioni, ma anche a farle rispettare in ogni circostanza, ed in tale fattispecie si inserisce la recente emanazione di un mandato d’arresto internazionale per gravi violazioni del DIU emessa da un singolo Stato parte della Convenzione di Ginevra e non dal CPI.
Per le strutture militari questo principio, di rispettare e far rispettare, si traduce in un dovere di vigilanza che deve accompagnare la pianificazione e la condotta delle operazioni, soprattutto quando nel teatro operativo agiscono soggetti differenti, pubblici e privati. L’interposizione di soggetti terzi non fa venir meno l’esigenza di verificare che le attività svolte siano conformi alle norme di protezione umanitaria, né può trasformarsi in uno strumento per aggirare obblighi che rimangono giuridicamente vincolanti.
È sul terreno della pianificazione militare che questi principi acquistano una dimensione immediatamente operativa. Le Regole d’Ingaggio e gli ordini di operazione devono essere formulati in modo coerente con i limiti posti dal diritto internazionale applicabile, evitando che l’impiego di entità non statali determini aree di ambiguità nella tutela dei civili o nell’attribuzione delle responsabilità. La valutazione giuridica non si arresta alla denominazione formale di un soggetto, ma considera la condotta concreta, la funzione svolta e il grado di controllo realmente esercitato. Nessuna qualificazione privatistica può quindi rendere lecito un ordine o un comportamento che, per la sua sostanza, violi il Diritto Internazionale Umanitario.
Assume infine un ruolo essenziale anche la consulenza legale di teatro, dove l’articolo 82 del I Protocollo Aggiuntivo del 1977 prevede che siano disponibili consiglieri giuridici qualificati per assistere i comandanti nell’applicazione delle Convenzioni e del Protocollo e nella corretta formulazione delle istruzioni destinate alle Forze Armate. La presenza di una consulenza specialistica non costituisce un adempimento meramente formale, ma rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali il comando può tradurre i principi del diritto internazionale in direttive operative concretamente applicabili sul terreno, preservando la continuità tra responsabilità militare, disciplina della forza e tutela delle persone protette.

     Giuseppe Antonio Cacciatore

Ferragosto 2003 in Iraq a Family Quarters

Ferragosto 2003 in Iraq a Family Quarters

Ferragosto 2003 in Iraq a Family Quarters: quando la logistica va in scena e il palcoscenico si monta con due rimorchi

Ferragosto, si sa, è una faccenda seria. In Italia significa pranzi interminabili, braciate, anguria, mare, tormentoni musicali, etc.

In Iraq, invece, per i militari del 6° Reggimento di Manovra di Pisa, il Ferragosto del 2003 aveva tutt’altro sapore. Niente spiaggia, niente ombrellone e niente bagno rinfrescante, solo “SCHIZZO BEACH” realizzato con irrigatori da giardino.

C’era il compound, c’era il caldo e c’era soprattutto quella particolare capacità tutta militare di trasformare anche una giornata apparentemente uguale alle altre in qualcosa da ricordare.

A Family Quarters, nelle ore serali, quando finalmente il servizio lasciava un po’ di spazio alla vita privata, da Comandante mi bastava fare un giro per l’accampamento per scoprire una realtà sorprendente. Qua e là comparivano piccoli gruppi di militari intenti a cantare, suonare qualche strumento o raccontare storielle o barzellette. Insomma, il repertorio umano non mancava. Mancava soltanto un palco.

E allora ebbi un’idea apparentemente semplice: perché non organizzare uno spettacolo di Ferragosto per tutti? La proposta venne accolta con il consueto entusiasmo militare: prudente, meditato e soprattutto non immediato. Tanto che i veri e propri “provini” li tenni personalmente nel mio ufficio, soltanto nel primo pomeriggio del 15 agosto.

Praticamente un’organizzazione degna del Festival di Sanremo, con la sola differenza che qui non c’erano settimane di prove, orchestre professionali o direttori artistici. C’erano militari che, fino a poche ore prima, si occupavano di logistica, trasporti e rifornimenti.

Eppure, dopo averli ascoltati, fu chiaro che si poteva fare. E si doveva fare.
Alle 20.45 cala il silenzio. Poi comincia lo spettacolo: chi scrive, introdusse lo spettacolo, nato senza pretese ed improvvisato e, per non sottrarsi ad una necessaria e doverosa “partecipazione”, recitò (a braccio) LA LIVELLA di Totó.

La sera del 15 agosto, dalle 20.45 alle 23.15, il piazzale El Alamein (angolo Via Piave) si trasformò in un teatro all’aperto.
Davanti al palco improvvisato si raccolsero circa 500 militari, appartenenti alle Task Force El Alamein e Piave. E, come spesso accade quando una cosa merita di essere vista, arrivarono anche alcuni militari americani di passaggio, che evidentemente avevano fiutato la possibilità di assistere a qualcosa di interessante.

Il cast era decisamente internazionale, ma soprattutto improvvisato. Cantanti, musicisti, imitatori, attori e presentatori salirono sul palco dimostrando una verità fondamentale: quando si è lontani da casa, basta davvero poco per sentirsi un po’ più vicini a casa.

A condurre la serata fu il C.M. Iorizzo, della TF El Alamein, che scoprì, forse anche per la prima volta, di possedere doti innate da presentatore. Tuttavia non si limitò a presentare gli artisti. Regalò al pubblico i suoi “Momenti catartici”, la sua personalissima “Nimmistica”, fece da spalla agli imitatori e partecipò agli sketch. Insomma, più che un presentatore, una specie di servizio logistico dello spettacolo: dove mancava qualcosa, interveniva lui.

Poi fu il momento del Mar. Esposito, detto semplicemente “The Voice” della TF Piave. Esposito prese il microfono e fece immediatamente capire che il titolo non gli era stato attribuito per errore: U2, Cocciante, Vasco Rossi, Morandi, Sinatra.
Il pubblico gradì parecchio. Anzi, secondo la cronaca dell’epoca, arrivò quasi al delirio.

Il repertorio proseguì con il Mar. Cepparulo e il Serg. Pappalardo, quest’ultimo alla chitarra, impegnati in alcuni pezzi napoletani e in un grande classico: C’era un ragazzo di Gianni Morandi.

Poi arrivò il momento degli imitatori.
Il C.M. Garofalo si calò prima nei panni di Carlo Verdone e poi in quelli di Corrado Guzzanti.
Il pubblico apprezzò.
Il C.M. Caria, partì invece con Adriano Celentano e proseguì con una lunga serie di imitazioni di commentatori sportivi.

Anche in questo caso, applausi.
A quel punto era ormai evidente che la Task Force “ El Alamein” non si limitava a soddisfare le esigenze logistiche: cominciava a soddisfare anche quelle artistiche.
Per completare il quadro mancava soltanto uno strumento musicale capace di dare alla serata quel tocco da locale notturno.

E arrivò il C.M. Comune con il suo sax.
Tre pezzi, suonati davanti a un pubblico che, fino a poche ore prima, probabilmente non immaginava neppure di poter assistere a un concerto di sax nel mezzo di un compound iracheno.
La serata, intanto, prendeva forma.
E quando si dice “forma”, bisogna ricordare che il palcoscenico era costituito da due rimorchi Adamoli.

Altro che Sanremo.
Il Serg. Di Marcello, si occupò invece della parte teatrale con tre scenette: La sonnambula, Lo stagnino e L’amico al bar.
Un piccolo teatro di varietà nato praticamente dal nulla.
E forse proprio questo era il bello della serata: nessuno aveva bisogno di essere davvero un artista. Bastava avere voglia di mettersi in gioco.

Naturalmente, ogni spettacolo che si rispetti deve prevedere qualche fuori programma.
Arrivó da una soldatessa americana, che volle salire sul palco e cantare tre canzoni americane.Una voce sottile, ma intonata.
Quando ormai si era fatto tardi e sembrava che la serata fosse arrivata al capolinea, arrivò la sorpresa.
Il 1° C.M. Pellegrino, prese la chitarra e cantò un solo pezzo.
Uno soltanto.
Ma evidentemente bastava.
Scelse Fai la ninna fai la nanna di Federico Salvatore.
A quel punto era ormai chiaro che Ferragosto aveva preso una piega decisamente napoletana, anche a migliaia di chilometri dall’Italia.

La serata si concluse con quello che, inevitabilmente, doveva essere il gran finale: un karaoke collettivo diretto dal Mar. Ca. Montrone.
E qui, probabilmente, il concetto di “artista” lasciò definitivamente il posto a quello di “militare”.
Perché nel karaoke collettivo non importa cantare bene.

Importa cantare tutti.
La locandina, stampata appena un’ora prima dello spettacolo, era già un piccolo capolavoro di umorismo militare.
La Task Force El Alamein, Gruppo Supporto di Aderenza dichiarava solennemente di soddisfare le esigenze logistiche e, non solo.
Dopo aver curato, nutrito, supportato, mantenuto, rifornito, trasportato e gestito il transito, la Task Force si sarebbe cimentata anche nell’impresa più difficile: far trascorrere qualche minuto di allegria a chi era lontano da casa.

La scheda tecnica, poi, era degna di una grande produzione:

● Palcoscenico: due rimorchi Adamoli.
● Luci: una torre di illuminazione.
● Amplificazione: tre microfoni.
● Tecnici del suono: Mar. Ca. Montrone e Mar. Mattei.
● PC, TV e miscelazione: sempre loro.
● Regia: G.S.A.

Hollywood poteva aspettare.
A Family Quarters avevano già tutto.
A distanza di anni, forse, il valore di quella serata non sta tanto nello spettacolo.
Non sta nelle imitazioni di Verdone o Guzzanti, nelle canzoni di Vasco, negli U2, nel sax o nel karaoke.
Sta nel fatto che, in un luogo lontano, in un ambiente operativo e in una situazione tutt’altro che vacanziera, circa 500 persone riuscirono per qualche ora a fare una cosa semplicissima: stare insieme e ridere.
Non servivano grandi mezzi.
Due rimorchi potevano diventare un palcoscenico.
Una torre d’illuminazione poteva diventare la ribalta.
Tre microfoni potevano trasformare dei militari in cantanti, attori e presentatori.
E un compound iracheno poteva, per una sera, assomigliare un po’ all’Italia.
Forse è proprio questa la lezione più bella di quel Ferragosto: quando sei lontano da casa, la nostalgia si combatte anche così. Con una chitarra, una battuta, una canzone stonata e soprattutto con la voglia di stare insieme.
E naturalmente con una buona organizzazione logistica.
Perché, come recitava la locandina: la Task Force El Alamein soddisfa le esigenze logistiche… e non solo.
E, per eventuali altre Task Forces interessate, l’offerta finale era già pronta: tournée esterne disponibili!

Prezzo del biglietto?
La presenza, un applauso e un sorriso.
Probabilmente era uno dei pochi spettacoli al mondo in cui il cachet degli artisti costava meno del palcoscenico.
Ma funzionava.
E quella sera, a Family Quarters, funzionò benissimo.

     Ferdinando Guarnieri

Dalla polvere delle strade al campo di battaglia digitale

Dalla polvere delle strade al campo di battaglia digitale. Oltre un secolo di mezzi meccanici nell’Esercito Italiano

All’inizio fu quasi una curiosità.
Nei primi anni del Novecento, quando il cavallo era ancora il vero motore degli eserciti europei, nell’Esercito Italiano comparvero le prime automobili a benzina. Nel 1903 venne costituito un nucleo di militari destinati alla loro condotta. Nessuno poteva ancora immaginare fino a che punto quel motore, rumoroso e poco affidabile, avrebbe cambiato il volto della guerra terrestre. La svolta arrivò con la Prima guerra mondiale. Sulle strade che conducevano al fronte, gli autocarri FIAT 15 Ter e FIAT 18 BL iniziarono a trasportare uomini, munizioni, viveri e materiali. Non sostituirono subito il mulo e il carro trainato, ma dimostrarono qualcosa di decisivo: un esercito moderno poteva muoversi più velocemente, rifornirsi più lontano e continuare a combattere solo grazie a una logistica sempre più motorizzata.

Fu il primo passo.
Accanto agli autocarri arrivarono anche le autoblindo. La Lancia Ansaldo 1Z e 1ZM, con la loro sagoma alta e le torrette armate, furono tra i primi mezzi italiani capaci di coniugare mobilità, protezione e fuoco. In Libia, fra piste interminabili e grandi spazi desertici, quei veicoli mostrarono con particolare chiarezza ciò che il futuro avrebbe riservato agli eserciti: chi poteva muoversi più rapidamente poteva anche sorprendere, aggirare e colpire. Negli anni tra le due guerre l’Italia iniziò così a cercare una propria strada nel mondo dei mezzi corazzati. Il gigantesco FIAT 2000 rimase soprattutto un esperimento, ma il successivo FIAT 3000, ispirato al Renault FT francese, divenne il primo carro italiano prodotto in quantità significative. Poi arrivarono i piccoli CV33, successivamente denominati L3. Erano veloci, semplici e relativamente facili da produrre. Riflettevano però una concezione destinata a invecchiare rapidamente: poca corazza, armamento leggero e fiducia quasi assoluta nella mobilità. Nelle guerre degli anni Trenta e, soprattutto, nel secondo conflitto mondiale, quei limiti divennero evidenti.

La guerra nel deserto africano fu il banco di prova più duro.
I carri M11/39, M13/40, M14/41 e M15/42 affrontarono lunghe marce, sabbia, caldo e avversari sempre meglio equipaggiati. L’M13/40 divenne il simbolo del carrismo italiano di quel periodo: dignitoso all’inizio del conflitto, ma presto superato dall’aumento della protezione e della potenza di fuoco dei carri avversari. Non tutto, tuttavia, fu inferiore alle aspettative. L’ autoblindo AB41 si dimostrò un eccellente mezzo da ricognizione per l’epoca, veloce e versatile. Ancora più significativo fu il semovente da 75/18, probabilmente una delle realizzazioni italiane più riuscite della guerra: basso, relativamente ben protetto e armato con un pezzo capace di mettere in difficoltà numerosi mezzi nemici. Il problema italiano era però più profondo del singolo veicolo. L’industria non disponeva della capacità produttiva delle grandi potenze e la logistica soffriva croniche carenze. In una guerra diventata ormai una gigantesca competizione fra acciaio, carburante e catene di montaggio, anche un buon progetto poteva fare poco se prodotto in numeri insufficienti.

Il 1945 lasciò quindi un Esercito da ricostruire quasi completamente.
La rinascita avvenne nel quadro della NATO e passò inevitabilmente attraverso il materiale statunitense. M4 Sherman, M24 Chaffee e M47 Patton consentirono di ricreare reparti corazzati moderni e di formare una nuova generazione di carristi. Poco dopo, l’M113 avrebbe cambiato anche il modo di combattere della fanteria: il soldato non doveva più seguire il carro a piedi, ma poteva muovere protetto insieme a esso.

Con la Guerra fredda la meccanizzazione divenne la normalità.
Negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta arrivarono gli M60A1 e soprattutto i Leopard 1, destinati a diventare una presenza familiare nei reparti corazzati italiani. Era l’Esercito schierato a difesa del fianco sud della NATO, con lo sguardo rivolto al confine nord-orientale e alla possibilità di un conflitto convenzionale combattuto da grandi masse di carri e fanteria meccanizzata. Anche la Cavalleria cambiò pelle. Il cavallo, già da tempo scomparso dai campi di battaglia, lasciò definitivamente il posto alla blindo e al carro. Restavano nomi, tradizioni e insegne; cambiavano radicalmente velocità, distanze e potenza di fuoco. Negli anni Ottanta maturò però una nuova ambizione: tornare a costruire in Italia il cuore della componente terrestre. Da quella scelta nacquero tre mezzi destinati a segnare un’epoca: il carro C1 Ariete, la blindo Centauro e il veicolo da combattimento della fanteria Dardo. La Centauro, entrata in servizio nei primi anni Novanta, fu forse la più innovativa delle tre. Otto ruote, grande mobilità e un cannone da 105 mm montato su una piattaforma relativamente leggera: una formula allora poco comune, capace di unire la velocità di una blindo a una potenza di fuoco vicina a quella di un carro. L’esperienza italiana avrebbe fatto scuola.

Ma proprio mentre questi mezzi entravano nei reparti, il mondo cambiava.
La Guerra fredda finì e l’Esercito iniziò a operare sempre più spesso lontano dal territorio nazionale. Balcani, Iraq, Afghanistan, Libano: non più soltanto lo scenario di un confronto corazzato in Europa, ma missioni nelle quali mine, imboscate e ordigni improvvisati potevano essere più pericolosi di un carro nemico. La risposta fu una nuova generazione di mezzi protetti. Il VTLM Lince ne divenne rapidamente il simbolo, offrendo ai reparti una protezione impensabile per le vecchie jeep. Nel frattempo il Dardo consolidava la fanteria meccanizzata e il VBM Freccia portava nella componente media una combinazione moderna di protezione, potenza di fuoco, sensori e sistemi di comunicazione.

Il mezzo terrestre, ormai, non era più soltanto motore, corazza e cannone.
Era diventato un nodo di una rete. È questa la direzione seguita oggi dalla Centauro II, evoluzione profondamente rinnovata della capostipite, e dall’ammodernamento dell’Ariete. Ed è ancora più evidente nei programmi destinati a ridisegnare la futura componente pesante e meccanizzata, con piattaforme di nuova generazione pensate fin dall’origine per condividere informazioni, dialogare con droni e sensori, operare in reti digitali e adattarsi a minacce in continua evoluzione.

Guardando indietro, la distanza sembra enorme.
Dal FIAT 15 Ter che arrancava sulle strade della Grande Guerra alle piattaforme digitali del XXI secolo sono passati più di cent’anni. Eppure il filo che unisce quelle macchine non si è mai spezzato. È sempre la stessa ricerca: portare il soldato più lontano, più rapidamente e con maggiore protezione, dandogli la capacità di vedere prima, muovere meglio e colpire con maggiore efficacia. Sono cambiati i motori, le corazze, le armi e persino il modo di concepire il campo di battaglia. Ma sotto l’acciaio e dietro l’elettronica resta la stessa esigenza che spinse l’Esercito, agli inizi del Novecento, ad affidarsi per la prima volta a un motore.
Muovere. Proteggere. Combattere.

     Roberto Marchetti

Fonti: Stato Maggiore dell’Esercito, Esercito Italiano – Archivio storico e Museo Storico della Motorizzazione Militare; Rivista Militare; Ministero della Difesa, documentazione storico-militare; Leonardo-Iveco Defence Vehicles/Oto Melara e Leonardo Rheinmetall Military Vehicles per i programmi di più recente acquisizione.

Destinazione Zakho

Destinazione Zakho

Destinazione Zakho: uomini, mezzi e ingegno nelle prime ore dell’Operazione Airone
Nel 1991, durante la crisi umanitaria seguita alla Guerra del Golfo, il Battaglione Logistico “Folgore” fu chiamato a sostenere il contingente italiano impegnato nell’Operazione Airone, organizzata per assistere la popolazione curda in fuga verso il confine turco. Dietro ogni intervento operativo e umanitario vi fu il lavoro di uomini che, con competenza e organizzazione, resero possibile la missione.
La preparazione iniziò molto prima della partenza. Nei magazzini e nelle officine vennero controllati mezzi, materiali e attrezzature, pianificando con attenzione carburanti, ricambi, viveri, sistemi di comunicazione e tutto ciò che sarebbe stato necessario in un territorio privo di adeguate infrastrutture. La sfida non era soltanto trasportare uomini e mezzi a migliaia di chilometri dall’Italia, ma prevedere ogni possibile esigenza, sapendo che una semplice dimenticanza avrebbe potuto compromettere l’intera operazione.
Anche il trasferimento verso il Kurdistan rappresentò una missione nella missione. Le colonne di automezzi dovettero affrontare lunghi itinerari, mantenere i tempi previsti e superare eventuali inconvenienti senza interrompere il movimento complessivo. In queste circostanze emerse il valore della logistica, capace di garantire continuità operativa anche di fronte a guasti e imprevisti.
L’arrivo a Zakho segnò l’inizio della fase più impegnativa. Il campo doveva essere costruito da zero, organizzando aree per i mezzi, depositi, officine, rifornimenti e collegamenti. Il Reparto Supporto Logistico “Folgore” assicurò il funzionamento dell’intero contingente attraverso manutenzione, trasporti e distribuzione dei materiali. Dietro ogni convoglio in partenza, ogni veicolo riparato e ogni rifornimento consegnato vi era un’attività costante di pianificazione e coordinamento, spesso invisibile ma essenziale.
L’Operazione Airone si svolse in un contesto profondamente segnato dall’emergenza umanitaria. Migliaia di profughi curdi vivevano in condizioni estremamente difficili e il lavoro dei logistici contribuiva direttamente a far giungere viveri, materiali e assistenza. Mantenere efficienti i mezzi e organizzare correttamente i rifornimenti significava consentire al contingente di raggiungere le aree più isolate e offrire un aiuto concreto alla popolazione.
La missione richiese anche una notevole capacità di adattamento. Lontano dalle strutture nazionali, gli specialisti del Battaglione dovettero spesso trovare soluzioni rapide e ingegnose per mantenere operativi i mezzi e risolvere problemi imprevisti. Non si trattava di improvvisazione, ma della competenza maturata attraverso esperienza e conoscenza tecnica, caratteristiche che da sempre contraddistinguono la logistica militare.
Accanto agli aspetti operativi emerse anche la forza della coesione del reparto. Ogni specialità dipendeva dal lavoro delle altre: autisti, manutentori, addetti ai rifornimenti e pianificatori operavano come un unico sistema, uniti dalla consapevolezza che il contributo di ciascuno era indispensabile al successo della missione.
A distanza di anni, l’Operazione Airone rappresenta ancora una delle esperienze più significative nella storia del Battaglione Logistico “Folgore”. Dimostrò che la logistica non consiste soltanto nel trasportare materiali o riparare veicoli, ma nel prevedere, organizzare e garantire continuità alle operazioni anche nelle condizioni più difficili. Le fotografie, i documenti e le testimonianze di quei giorni raccontano il lavoro silenzioso di uomini che, lontano dai riflettori, trasformarono un ordine operativo in una missione compiuta, confermando che senza una logistica efficiente nessuna operazione militare o umanitaria potrebbe essere portata a termine.

     Roberto Marchetti