Mustapha Haoui

Mustapha Haoui

Fonte: pressreader.com/italy/oggi

Nel 1982, in un Libano dilaniato dalla guerra civile, l’Italia prese parte a una missione di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il contingente italiano, guidato dal generale Franco Angioni e formato da soldati della Folgore, si trovava a Beirut con l’obiettivo di contribuire alla stabilizzazione di un paese stremato da anni di conflitto. In questo contesto difficile, tra le macerie della capitale e la precarietà della vita quotidiana, nacque una storia che incarna la solidarietà e l’umanità in tempo di guerra: la storia di Mustapha Haoui, all’epoca un ragazzino di dieci anni, vivace, acuto, dotato di una straordinaria intelligenza, che trovò nel contingente italiano e in alcune figure straordinarie un futuro e una speranza.

Il piccolo Mustapha, soprannominato affettuosamente “Musta”, divenne ben presto la mascotte dei militari italiani. I soldati, spesso giovani anch’essi, riconobbero in lui non solo un riflesso dell’infanzia rubata dalla guerra, ma anche una scintilla di vitalità e di desiderio di apprendere, che li colpì profondamente. Tra loro e il bambino si instaurò un legame profondo, fatto di protezione, affetto e attenzione quotidiana. Questa adozione informale, nata spontaneamente sul campo, attirò l’attenzione delle autorità italiane fino ad arrivare al Presidente della Repubblica dell’epoca, Sandro Pertini, figura amatissima e carismatica, che si prese a cuore la vicenda del giovane libanese. L’interesse personale del Presidente, che all’umanità e al valore della solidarietà aveva sempre dato un posto centrale nella sua azione politica e morale, fu decisivo per il destino del ragazzo. Pertini non solo lo prese a benvolere, ma sostenne idealmente e materialmente la possibilità che Mustapha potesse costruire un futuro diverso, lontano dalla guerra.

Il sogno del bambino era quello di trasferirsi in Italia e diventare medico. Un desiderio che, all’epoca, pareva quasi una favola impossibile da realizzare, considerata la situazione in cui versava il Libano e l’estrema povertà in cui Mustapha viveva. Ma accadde l’inatteso. Eugenio Di Maio, un disoccupato italiano, vinse 84 milioni di lire, una cifra considerevole per l’epoca, e prese una decisione sorprendente e straordinaria: donò l’intero ammontare del premio a Mustapha, per permettergli di venire in Italia, studiare e cercare di realizzare il suo sogno. Di Maio, pur non conoscendolo personalmente, fu mosso da un impulso di generosità radicale, un atto disinteressato che mutò per sempre il corso della vita del giovane libanese. Fu grazie a questa donazione che Mustapha poté finalmente trasferirsi nel nostro Paese, iniziare un percorso di studio e integrarsi in una società del tutto nuova, ma che da subito si mostrò accogliente nei suoi confronti.

Oggi Mustapha Haoui ha quasi cinquant’anni. È cittadino italiano, musulmano praticante, e lavora come tecnico di laboratorio presso l’Istituto Tumori Regina Elena di Roma. Non ha realizzato appieno il sogno di diventare medico, ma ha comunque conseguito una laurea breve e si è inserito in un contesto lavorativo e umano che gli ha permesso di costruirsi una vita dignitosa, stabile, fondata sul servizio agli altri. Conserva ancora un forte sentimento di riconoscenza per l’Italia, per il Presidente Pertini, per i militari che lo hanno accolto e per Eugenio Di Maio, che con il suo gesto gli ha permesso di cambiare destino. La sua vicenda, che potrebbe sembrare eccezionale, è in realtà emblematica di una certa idea d’Italia, capace di atti di generosità profondi anche nei momenti storici più complicati.

Mustapha ha raccontato la sua storia nel 2022, all’indomani dell’accoglienza in Italia di un altro Mustafa, un bambino siriano gravemente ferito, al quale il nostro Paese ha aperto le porte offrendo cure mediche e protezione. Vedendo il telegiornale, Musta ha provato un forte senso di déjà vu. Ha riconosciuto nel piccolo siriano il riflesso della sua infanzia e ha espresso speranza e fiducia nel fatto che anche per lui l’Italia possa rappresentare un luogo di rinascita. “Questo è un Paese solidale, dal cuore grande”, ha detto con convinzione. Il suo augurio per il giovane rifugiato è che possa crescere lontano dalla guerra, circondato dall’affetto della sua famiglia, e che i medici riescano a trovare le soluzioni giuste per assicurargli una vita piena, con nuove braccia e nuove gambe, e con tutte le opportunità che l’Italia può offrire. In quelle parole, piene di empatia e di memoria, si condensa l’intero senso di una storia che attraversa decenni e conflitti, ma che si regge sempre sulla forza degli incontri umani, sulla potenza della solidarietà e sulla possibilità concreta che l’accoglienza possa cambiare, davvero, la traiettoria di una vita.

     Roberto Marchetti

Fonte: pressreader.com/italy/oggi