Gruppo di combattimento “Friuli”

Gruppo di combattimento “Friuli”

Il Gruppo di combattimento “Friuli” rappresentò una delle principali unità dell’Esercito italiano ricostituito dopo l’8 settembre 1943 e operò nel quadro della cobelligeranza italiana a fianco degli Alleati nel contesto della fase finale della seconda guerra mondiale in Italia, segnata dal crollo del regime fascista, dall’occupazione tedesca di gran parte della penisola e dalla necessità, per il governo del Regno d’Italia, di ricostruire una forza armata credibile sia sul piano militare sia su quello politico e morale. Le origini del reparto affondano nella tradizione della Divisione di fanteria “Friuli”, costituita nel 1939 e impiegata inizialmente sul fronte alpino occidentale nel giugno 1940, quindi trasferita nei Balcani, dove partecipò alle operazioni contro la Grecia e successivamente svolse compiti di occupazione in Jugoslavia, maturando un’esperienza operativa significativa ma anche subendo l’usura tipica delle unità impiegate in teatri difficili e caratterizzati da guerra irregolare. All’annuncio dell’armistizio con gli Alleati, la divisione si trovava in Corsica insieme alla “Cremona” e ad altre unità italiane, e in quel contesto fu protagonista, tra settembre e ottobre 1943, di un episodio di particolare rilievo politico e militare, combattendo contro le forze tedesche che tentavano di occupare l’isola, contribuendo alla loro evacuazione e dimostrando una prima, concreta volontà di resistenza armata al precedente alleato. Questa esperienza costituì uno dei presupposti che favorirono la selezione dei reparti destinati a essere riorganizzati secondo il nuovo ordinamento dei Gruppi di combattimento, grandi unità create tra il 1944 e il 1945, addestrate ed equipaggiate secondo standard britannici, inquadrate operativamente nell’8ª Armata ma mantenute sotto comando italiano, con il duplice obiettivo di reinserire l’Italia nel consesso delle nazioni combattenti e di fornire un contributo militare diretto alla liberazione del territorio nazionale. Il Gruppo di combattimento “Friuli” venne formalmente costituito nel luglio 1944, ereditando il nome e le tradizioni della divisione, e articolato su due reggimenti di fanteria, il 87° e l’88°, un reggimento di artiglieria, reparti del genio, servizi e supporti logistici, per un organico complessivo di circa 9.000 uomini; l’addestramento si svolse prevalentemente in Puglia sotto la supervisione di istruttori britannici e fu caratterizzato da un intenso processo di riorganizzazione dottrinale, volto ad adattare personale e quadri italiani alle tattiche della guerra moderna di movimento e di cooperazione interarmi, con particolare attenzione all’impiego dell’artiglieria, al coordinamento con le forze corazzate alleate e all’uso delle comunicazioni. Dal punto di vista dell’equipaggiamento, il “Friuli” fu dotato quasi esclusivamente di materiale britannico, comprese armi individuali, mitragliatrici, pezzi d’artiglieria e mezzi di trasporto, elemento che contribuì a rafforzare l’integrazione operativa con le forze anglo-americane ma che richiese uno sforzo notevole di adattamento tecnico e logistico. L’impiego operativo del Gruppo di combattimento “Friuli” iniziò all’inizio del 1945 sul fronte della Linea Gotica, nel settore dell’Appennino tosco-emiliano, in un momento in cui il conflitto in Italia era entrato in una fase di logoramento ma si preparava alla decisiva offensiva di primavera; inserito nel dispositivo dell’8ª Armata britannica, il reparto fu impegnato in operazioni offensive e difensive in un terreno difficile, caratterizzato da alture, corsi d’acqua e infrastrutture distrutte, affrontando unità tedesche esperte e ben trincerate. Tra marzo e aprile 1945 il “Friuli” partecipò alle operazioni volte allo sfondamento delle posizioni tedesche e all’avanzata verso la pianura padana, distinguendosi in particolare nei combattimenti per l’attraversamento del fiume Senio e successivamente del Santerno, azioni che richiesero coordinamento, disciplina e capacità di sostenere perdite in un contesto di guerra ancora intensa, nonostante l’imminente crollo del Terzo Reich. Nel corso dell’offensiva finale, il gruppo di combattimento avanzò in direzione di Imola e Castel San Pietro, contribuendo alla liberazione di centri abitati e alla cattura di prigionieri, fino a raggiungere il Po nei giorni immediatamente precedenti la resa delle forze tedesche in Italia, avvenuta il 2 maggio 1945. Sul piano umano e simbolico, l’esperienza del “Friuli” assunse un valore che andò oltre il pur rilevante contributo tattico, poiché dimostrò la capacità dell’Esercito italiano di riorganizzarsi dopo il collasso del 1943, di combattere con disciplina e determinazione a fianco degli Alleati e di riacquistare una parte della credibilità perduta negli anni precedenti, in un contesto segnato da profonde lacerazioni politiche, dalla guerra civile e dalla presenza di un movimento di resistenza armata che operava parallelamente alle forze regolari. Al termine del conflitto, il Gruppo di combattimento “Friuli” venne sciolto nel quadro della generale riorganizzazione delle Forze Armate italiane, ma le sue tradizioni furono raccolte dalla ricostituita Divisione “Friuli”, destinata a svolgere un ruolo di rilievo nell’Esercito della Repubblica nel nuovo scenario geopolitico del secondo dopoguerra, segnato dall’inizio della Guerra fredda e dall’inserimento dell’Italia nel sistema di alleanze occidentali.

     Roberto Marchetti

Fonte: Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, I Gruppi di Combattimento dell’Esercito Italiano nella Guerra di Liberazione (1944-1945), Roma, Ufficio Storico SME, varie edizioni.

Guido Vedovato

Guido Vedovato

Foto: fonte wikipedia.org

Guido Vedovato, nato a Cerreto Guidi il 24 dicembre 1906 e scomparso nel 2001, rappresenta una figura di rilievo nella storia militare italiana del Novecento, la cui carriera si sviluppò attraversando tutte le principali fratture politiche e strategiche che segnarono l’Italia dall’età fascista alla piena integrazione nel sistema di sicurezza euro-atlantico. Intrapresa giovanissimo la carriera delle armi in un contesto storico caratterizzato dalla riorganizzazione delle forze armate del Regno d’Italia dopo la prima guerra mondiale e dall’affermazione del regime fascista, Vedovato divenne ufficiale di artiglieria, specialità centrale nella dottrina militare dell’epoca, e prese parte alla guerra d’Etiopia del 1935-1936, conflitto coloniale che segnò profondamente la politica estera italiana e vide un ampio impiego di mezzi aerei, esperienza che egli maturò nella Regia Aeronautica come osservatore di aeroplano. Nel corso della seconda guerra mondiale in Europa, combattuta dall’Italia inizialmente come potenza dell’Asse, prestò servizio sia sul fronte occidentale sia su quello greco-albanese, teatri che misero in evidenza le difficoltà operative e logistiche delle forze armate italiane e che contribuirono a formare una generazione di ufficiali destinata a confrontarsi con il crollo dello Stato fascista e con la successiva fase di transizione. Durante la guerra di liberazione, nel quadro complesso della cobelligeranza italiana al fianco degli Alleati dopo l’8 settembre 1943, con il grado di tenente colonnello comandò il Gruppo di combattimento “Friuli”, unità inserita nel processo di ricostituzione dell’Esercito Italiano e impiegata nelle operazioni finali contro le forze tedesche, contribuendo alla rinascita di una tradizione militare nazionale in un contesto di profonda discontinuità istituzionale. Nel dopoguerra, mentre l’Italia repubblicana avviava la riorganizzazione delle proprie strutture statali e militari e si collocava progressivamente nel blocco occidentale, Vedovato venne impiegato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito, assumendo incarichi di crescente responsabilità, fino a ottenere il comando della Divisione “Granatieri di Sardegna”, una delle unità storiche dell’Esercito, e a ricoprire successivamente il ruolo di ispettore d’artiglieria e di sottocapo di Stato Maggiore con virtù di comando sul 3º Corpo d’Armata con sede a Milano, in una fase segnata dalla Guerra fredda e dalla necessità di adeguare dottrina, addestramento e strutture alle nuove esigenze strategiche. La sua carriera raggiunse una dimensione pienamente internazionale quando venne nominato dalla NATO comandante delle truppe alleate terrestri del Sud Europa, incarico che rifletteva il consolidamento del ruolo dell’Italia all’interno dell’Alleanza Atlantica e la fiducia riposta nella sua esperienza operativa e organizzativa. Divenne capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano dal 1967 al 1968, in un periodo di forti trasformazioni sociali e politiche interne, e successivamente capo di Stato Maggiore della Difesa dal 1968 al 1970, anni segnati dall’inizio della stagione dei primi attentati terroristici e dall’emergere di nuove minacce alla sicurezza interna, contesto nel quale la sua funzione fu quella di garantire il coordinamento interforze e la stabilità dello strumento militare nazionale all’interno dell’ordinamento democratico e degli equilibri internazionali della Guerra fredda.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

C17 McDonnell Douglas/Boeing

C17 McDonnell Douglas/Boeing

Foto: wikipedia.org

Il McDonnell Douglas/Boeing C-17 Globemaster III rappresenta l’evoluzione più avanzata della categoria dei velivoli da trasporto militare pesante progettati negli Stati Uniti, derivando concettualmente dalle esperienze maturate con l’YC-15 e dal programma Advanced Medium STOL Transport (AMST). La configurazione aerodinamica del C-17 è caratterizzata da ala alta a freccia moderata (25° al bordo d’attacco), struttura a longherone multiplo e impiego esteso di leghe metalliche ad alta resistenza con componenti selezionati in materiali compositi per la riduzione del peso e l’aumento della longevità strutturale. Le superfici ipersostentatrici includono slat su tutta la lunghezza del bordo d’attacco e flap Fowler a doppia estensione al bordo d’uscita, integrati con alette di controllo separate che collaborano con il fly-by-wire per garantire un elevato coefficiente di portanza nelle fasi STOL. Il sistema di controllo di volo digitale, quadruplo-ridondante, utilizza attuatori elettroidraulici con logiche di protezione del dominio di volo che limitano stalli asimmetrici e manovre oltre i limiti strutturali, risultando uno dei primi sistemi FBW progettati specificamente per un cargo militare pesante.

La cellula presenta una fusoliera a sezione quasi circolare ottimizzata per massimizzare il volume utile interno mantenendo dimensioni compatibili con piste e infrastrutture NATO; il portellone posteriore integrato con rampa idraulica è dimensionato per supportare carichi elevati e consente sia l’imbarco diretto da mezzi terrestri sia l’aviolancio di pallet standard 463L e piattaforme per veicoli pesanti. La struttura primaria è certificata per un elevato numero di cicli in decollo/atterraggio su piste non preparate, con l’impiego di trattamenti superficiali e rivestimenti anticorrosione per ambienti sabbiosi e marini. Gli assi principali del carrello comprendono sei ruote per lato con sospensioni oleopneumatiche ad ampio escursione, progettate per assorbire impatti verticali superiori a quelli accettabili su piste civili, mentre il carrello anteriore a due ruote è sterzante per agevolare manovre in spazi ristretti.

La propulsione è affidata a quattro turboventola Pratt & Whitney F117-PW-100, versione militare del PW2037, con spinta di circa 40.440 lbf ciascuno. Il motore utilizza un compressore a due rotori con fan a basso rapporto di compressione e turbina a elevata affidabilità, integrando sistemi FADEC ridondati. Una caratteristica peculiare è l’ampia efficacia dell’inversione di spinta, ottenuta tramite deviatori del flusso di bypass, progettati per consentire non solo decelerazioni rapide su piste corte ma anche la retromarcia autonoma del velivolo su superfici appropriate. L’interazione motore-ala è stata calibrata per ottimizzare la portanza indotta dal getto (principio di upper-surface blowing osservato nell’YC-15), contribuendo alla capacità STOL senza penalizzare l’efficienza di crociera.

Dal punto di vista strutturale, il C-17 è certificato per un peso massimo al decollo di 265.350 kg e un carico utile massimo di circa 77.500 kg, tali da consentire il trasporto di un carro M1A1 Abrams (con profilatura specifica del pianale), di due M2/M3 Bradley o tre veicoli Stryker. Il pavimento del vano di carico è realizzato con pannelli rinforzati in lega di alluminio ad alta resistenza, dotati di più livelli di ancoraggio (dual-rail system) compatibili con carichi pesanti e con i requisiti energetici dell’aviolancio. Il sistema di movimentazione interna include rulli retrattili azionati elettricamente, argani e verricelli ridondati e può essere riconfigurato rapidamente per passare dal trasporto logistico al MEDEVAC ad alta capacità.

L’avionica integra mission computer ridondati, GPS/INS di precisione, autopilota compatibile con CAT III, radar meteo con moduli di rilevazione del windshear e sistemi di comunicazione criptati basati su standard militari UHF/VHF/HF e data-link tattici. I pacchetti di aggiornamento successivi alla IOC hanno introdotto l’Enhanced Vision System, ADS-B Out, nuovi display multifunzione a matrice attiva e sistemi di gestione carburante più efficienti. Il velivolo può essere equipaggiato con contromisure difensive, tra cui AN/AAR-47, AN/ALE-47 e sistemi DIRCM.

Le prestazioni operative comprendono decolli e atterraggi su piste semipreparate con lunghezze inferiori a 3.500 ft, con capacità di avvicinamento ripido e procedura di flair assistito dal sistema di controllo digitale. L’autonomia varia da circa 4.400 km con carico pesante a oltre 10.000 km in configurazione ferry con serbatoi pieni e assenza di payload. Il comportamento dinamico del velivolo è ottimizzato per operazioni a bassa velocità, con elevata stabilità longitudinale e resistenza ai buffeting indotti dalla fusoliera in configurazioni di carico critiche.

Il C-17 ha supportato operazioni globali nei domini strategico e tattico, inclusi aviolanci a bassa quota con apertura automatica e ad alta quota con equipaggiamento HALO/HAHO, rifornimenti rapidi (combat off-load), trasporto di componenti fuori sagoma e evacuazioni sanitarie in ambienti ad alta minaccia. In ambito sperimentale è stato impiegato come piattaforma per sistemi d’arma palletizzati, tra cui il Rapid Dragon per il rilascio a distanza di munizionamento stand-off a guida di precisione, dimostrando la versatilità della configurazione del vano di carico come supporto a concetti emergenti di strike modulare.

     Roberto Marchetti

Fonte: .wikipedia.org

Mohammed Farah Aidid

Mohammed Farah Aidid

Foto: wikipedia.org

Mohammed Farah Hassan, noto come Aidid — il cui nome somalo è Maxamed Faarax Caydiid — nacque a Belet Weyne il 15 dicembre 1934 in una famiglia appartenente al clan Habr Ghedir del gruppo Hauia; la sua vicenda personale e politica si intreccia strettamente con le trasformazioni traumatiche della Somalia post-coloniale e con le dinamiche di potere tribali e militari che finirono per trascinare il paese in una guerra civile prolungata. Figlio di un periodo di amministrazione fiduciaria sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’Italia, Aidid entrò giovanissimo nelle forze dell’ordine locali: nel 1954 fu inviato in Italia per un addestramento in una scuola di fanteria a Roma e, rientrato in patria, lavorò sotto alti ufficiali di polizia somali fino a divenire nel 1958 capo della polizia nella provincia del Banaadir; l’anno successivo tornò ancora in Italia per ulteriori studi. Con l’indipendenza della Somalia, proclamata nel luglio del 1960, Aidid passò all’esercito nazionale con il grado di tenente e, grazie alle sue doti e alla congiuntura geopolitica dell’epoca, fu selezionato per un lungo corso di studi militari presso l’Accademia militare di Frunze nell’Unione Sovietica, esperienza che consolidò la sua formazione e lo inserì stabilmente nelle élite militari somale. La svolta autoritaria del 1969, con il colpo di Stato di Siad Barre, lo vide salire rapidamente nei ranghi fino al grado di tenente colonnello, ma la sua carriera fu segnata anche da sospetti e repressione interna: Barre, vedendolo potenzialmente pericoloso, lo fece incarcerare per sei anni — un episodio che lasciò segni duraturi e che si concluse con la sua liberazione nel 1975, quando Aidid riprese la carriera militare. La guerra d’Ogaden contro l’Etiopia del 1977–1978 lo proiettò ulteriormente sulla scena nazionale; per il comportamento mostrato in quel conflitto fu promosso a brigadier generale, e negli anni successivi ricoprì incarichi di vertice, divenendo aiutante di campo del presidente Barre e ottenendo nel 1979 un seggio parlamentare. La progressiva sfiducia di Barre, che percepiva negli Hauia e in Aidid un nucleo di potenziale opposizione — gli Hauia, del resto, occupavano molte delle principali cariche sia civili che militari sin dall’indipendenza — portò al suo isolamento diplomatico: nel 1984 Aidid fu nominato ambasciatore in India, mossa interpretata come un allontanamento dai centri di potere, nonostante sia noto che in certi periodi avesse diretto anche i servizi segreti somali. Il processo di mobilitazione dell’opposizione culminò nella formazione del Congresso della Somalia Unita (USC) nel 1987, fondato in larga parte da elementi del suo gruppo clanico; Aidid aderì all’organizzazione nello stesso anno e a dicembre ne assunse il comando dell’ala militare, abbandonando formalmente l’incarico diplomatico in India nel 1989 per tornare in patria e farsi protagonista diretto degli eventi. All’inizio del 1991, con la rottura definitiva dell’apparato di potere di Siad Barre, Aidid guidò le forze dell’USC nell’assalto e nella presa di Mogadiscio, contribuendo alla caduta del regime e costringendo Barre a lasciare la città la sera del 26 gennaio 1991; tuttavia la fase successiva, caratterizzata da decisioni politiche e spartizioni di potere, innescò la frattura tra i capi dell’USC: l’elezione di Ali Mahdi Mohamed a presidente ad interim fu contestata violentemente da Aidid, che, forte del sostegno tribale, scelse la via della resa dei conti armata piuttosto che dell’accordo politico. Il rifiuto di accettare una leadership alternativa trasformò la lotta per il controllo della Somalia in una guerra civile aperta: nel luglio 1991 la Conferenza di pace di Gibuti confermò Ali Mahdi alla presidenza, ma Aidid intensificò la sua opposizione e nel corso dei mesi successivi il paese precipitò in una delle fasi più sanguinose della sua storia contemporanea; Mogadiscio, teatro di scontri sempre più feroci, fu divisa da una “Linea Verde” che separava le sfere di influenza dei contendenti. L’ascesa di Aidid a signore della guerra e le azioni delle sue milizie attirarono rapidamente l’intervento internazionale: nel 1992 l’Alleanza Nazionale Somala guidata da Aidid divenne uno degli obiettivi principali sia dell’operazione umanitaria Restore Hope guidata dagli USA sia della successiva missione di peacekeeping UNOSOM II, poiché la situazione sul terreno minacciava non solo la stabilità regionale ma anche l’efficacia degli aiuti umanitari; le tensioni degenerarono in scontri diretti contro contingenti stranieri — il 5 giugno 1993 le unità pakistane furono attaccate in quello che venne chiamato lo scontro della Radio, con la perdita di 23 soldati pakistani, e il 2 luglio fu l’unità italiana a subire un’imboscata nota come la battaglia del Pastificio, nella quale persero la vita tre militari. L’apice delle ostilità con le forze internazionali si raggiunse il 3–4 ottobre 1993 nella celebre battaglia di Mogadiscio, quando i miliziani di Aidid inflissero gravi perdite alle forze statunitensi — diciotto soldati americani uccisi — e a un contingente malese, evento che segnò profondamente l’opinione pubblica internazionale e accelerò la ritirata delle forze occidentali; nonostante le operazioni delle Nazioni Unite e delle coalizioni straniere, la caccia a Aidid non raggiunse un esito definitivo e la comunità internazionale alla fine decise un progressivo ritiro: Stati Uniti e Italia lasciarono il paese nel marzo 1994, mentre l’ONU concluse la sua presenza formale nel marzo 1995. In questo quadro di frammentazione e di accuse incrociate, Aidid e i principali attori della scena furono sospettati di coinvolgimenti in traffici illeciti di armi e, con accuse ancora controverse, anche di rifiuti tossici; tali sospetti furono al centro di inchieste giornalistiche pericolose, e l’uccisione a Mogadiscio dei giornalisti italiani Ilaria Alpi e Miran Hrovatin pochi giorni prima del ritiro del contingente italiano restò un episodio oscuro collegato a quegli stessi scandali. Dopo il vuoto di potere creato dal ritiro internazionale, Aidid nel giugno 1995 si autoproclamò presidente della Somalia: un atto che di fatto pose fine alla debole autorità formale di Ali Mahdi ma che non gli valse alcun riconoscimento internazionale e che rifletteva più il tentativo di consolidare un potere de facto che una reale capacità istituzionale di governo; il controllo esercitato da Aidid sul territorio rimase sempre limitato e contestato, tanto che nel settembre 1995 i suoi miliziani attaccarono la città di Baidoa causando vittime e la cattura di cooperanti stranieri, episodio che sottolineò l’incapacità di ristabilire l’ordine e la persistente frammentazione delle forze sul territorio. Le faide interne tra signori della guerra continuarono fino agli ultimi mesi della sua vita: il 24 luglio 1996 Aidid rimase ferito in uno scontro con le milizie di Ali Mahdi e con quelle di Osman Ali Atto — un tempo alleato e finanziatore — e, sottoposto a intervento chirurgico per le ferite riportate, morì il 1º agosto 1996 a Mogadiscio per un arresto cardiaco durante o subito dopo l’operazione. La sua eredità politica proseguì nella figura del figlio Hussein, che aveva emigrato negli Stati Uniti a diciassette anni, ottenuto asilo e servito nei Marines nel 1987; tornato in Somalia dopo la morte del padre, Hussein rivendicò a sua volta la presidenza prima di rinunciare alle pretese nel 1997, mentre l’orizzonte istituzionale del paese vide solo a partire dal 2000 un tentativo di normalizzazione con l’elezione di Abdiqasim Salad Hassan, cugino di Aidid, a presidente riconosciuto — un fatto che testimonia la persistenza dei legami clanici nella politica somala e la difficoltà di costruire istituzioni nazionali sovraordinate alla logica delle fazioni. La figura di Aidid rimane dunque emblematica di un’intera fase storica della Somalia: un militare formato nelle scuole straniere e inserito nelle élite nazionali che, oscillando tra ruoli istituzionali e strategie di potere tribale, divenne protagonista della caduta dello stato centralizzato e dell’entrata in una fase caotica e violenta che segnò profondamente il paese e l’intervento della comunità internazionale.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Battaglia del checkpoint Pasta

Battaglia del checkpoint Pasta

La «Battaglia del pastificio», talvolta chiamata anche «battaglia del checkpoint Pasta», si svolse il 2 luglio 1993 a Mogadiscio ed è rimasta nella memoria militare e pubblica italiana come il primo scontro a fuoco in cui furono impiegati militari dell’Esercito Italiano dalla fine della Seconda guerra mondiale, uno scontro che, per intensità, complessità e conseguenze politiche e umane, merita un’analisi attenta e multilivello che integri ricostruzione operativa, dinamiche locali e ricadute simboliche e commemorative. L’azione ebbe luogo nel quartiere di Haliwaa, a nord di Mogadiscio, durante l’operazione denominata Canguro 11 disposta dal Comando ITALFOR: due colonne meccanizzate italiane, la «Alfa» proveniente dalla zona del porto vecchio e la «Bravo» proveniente da Balad, presidio italiano a circa venti chilometri dalla capitale, effettuarono un rastrellamento di un’area di circa 400 × 700 metri compresa fra i checkpoint Ferro e Pasta; alcuni obiettivi di ricerca armi erano localizzati nei pressi di un pastificio abbandonato della Barilla, accanto al quale, sull’incrocio fra via Imperiale e la Strada 21 Ottobre, era stato costituito il posto di blocco denominato «Pasta». Al termine delle operazioni di rastrellamento le colonne ripresero il rientro verso le basi, ma la situazione esplose rapidamente in una sequenza di disordini su vasta scala che coinvolsero largamente la popolazione locale e, secondo diverse ricostruzioni, videro l’impiego di tiratori scelti: la colonna Bravo, che in quel momento si trovava nei pressi del pastificio lungo via Imperiale, intervenne per supportare le forze di polizia somale che stavano perdendo il controllo dell’area. I miliziani somali, enucleati nella narrazione italiana come appartenenti alle forze fedeli al generale Mohammed Farah Aidid o comunque legati alle strutture paramilitari denominate Mooryaan, predisposero imboscate e barricate che ben presto immobilizzarono mezzi blindati italiani (fra cui VCC-1 «Camillino» in dotazione alla XV Compagnia «Diavoli Neri» del 186º Reggimento paracadutisti), mentre altre arterie di fuga venivano occluse con barricate e i combattenti sparavano anche da posizioni sopraelevate, dai tetti delle abitazioni.
Il fuoco anticarro immobilizzò veicoli e causò i primi feriti: in una di queste prime fasi cadde il paracadutista Pasquale Baccaro, colpito alla gamba da un razzo, mentre furono gravemente feriti il sergente maggiore Giampiero Monti (addome) e il paracadutista Massimiliano Zaniolo (mano). Per soccorrere i mezzi e gli uomini in difficoltà fu deciso l’intervento della colonna Alfa, quasi alla base, sostenuta anche da assetti aerei tra cui elicotteri d’attacco A129 Mangusta e mezzi da trasporto Bell AB-205. La dinamica tattica emerse come un classico assalto urbano contro convogli e punti di blocco: i blindati italiani cercarono di fornire protezione con il fuoco delle mitragliatrici mentre i soldati tentavano di rimettere in moto veicoli danneggiati e rastrellare le zone limitrofe; fu in questa fase che il sottotenente Andrea Millevoi, comandante di un plotone di autoblindo Centauro dell’ 8º Reggimento «Lancieri di Montebello», venne mortalmente colpito mentre si sporgeva dal mezzo per valutare la situazione. Dalle ricostruzioni risulta che l’uso dell’armamento pesante fu limitato per il concreto rischio di colpire la popolazione civile che affluiva numerosa: tuttavia in almeno due occasioni furono impiegati i carri M60 del 32º Reggimento carri, che aprirono il fuoco contro container usati dai miliziani come schermo, infliggendo loro pesanti perdite, e un elicottero Mangusta impiegò un missile TOW per colpire un Iveco VM 90 italiano catturato e utilizzato dai somali, distruggendo il veicolo e uccidendo i ribelli al suo interno. La presenza massiccia di civili, in alcuni casi usati come scudi umani dagli assalitori secondo le fonti, e la natura urbana e intricatissima del teatro operarono come vincoli operativi stringenti: i soldati italiani dovettero ritirarsi sotto il fuoco, supportati dall’intervento di elicotteri da attacco Cobra statunitensi e dall’arrivo di nuovi mezzi corazzati. L’azione, durata alcune ore, si chiuse con il bilancio di tre militari italiani deceduti, il Capitano Pasquale Baccaro (186º Reggimento paracadutisti «Folgore»), il Sottotenente Andrea Millevoi (Reggimento «Lancieri di Montebello», 8º) e il Sergente Maggiore Stefano Paolicchi (9º Battaglione d’assalto paracadutisti «Col Moschin»), tutti decorati con la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, e con almeno ventidue feriti tra le forze italiane; il sergente maggiore Giampiero Monti ricevette la Medaglia d’argento al valor militare, il sottotenente paracadutista Gianfranco Paglia fu colpito da tre proiettili (uno al polmone e uno al midollo spinale) rimanendo paralizzato ma conservando una carriera in armi fino al grado di tenente colonnello e diventando anche capitano del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa; al capitano Paolo Riccò, comandante della XV Compagnia paracadutisti, venne conferita la Medaglia di bronzo al valor militare, mentre altre onorificenze d’argento e bronzo furono attribuite a elicotteristi e carabinieri paracadutisti impegnati nell’azione. Quanto alle perdite tra miliziani e civili somali, la cifra rimane controversa e difficile da stabilire con precisione: un documentario-inchiesta del 2008 (Check point Pasta, regia Andrea Bettinetti) riporta, citando fonti locali ufficiali, 67 morti e 103 feriti tra i somali, mentre fonti ufficiose suggeriscono numeri ben più alti; la natura stessa dei combattimenti urbani, la presenza di miliziani non uniformati e la difficoltà d’accesso alle informazioni in contesto pre-politico e pre-statale rendono problematica una conta attendibile delle vittime tra la popolazione locale. Sul piano delle cause e delle responsabilità esistono ipotesi differenti e talvolta contrastanti: alcune ricostruzioni, mai formalmente confermate da documenti ufficiali, sostengono che il generale Aidid si fosse rifugiato nell’area interessata e che avesse ordinato ai suoi miliziani di iniziare gli scontri per coprire la sua fuga, ordine che sarebbe poi degenerato oltre le intenzioni iniziali; altre interpretazioni parlano di agenti provocatori che avrebbero manipolato informazioni e fomentato la violenza con lo scopo di provocare una reazione italiana che rompesse il precedente atteggiamento relativamente contenuto nelle regole d’ingaggio, adducento come indizi la diffusione di materiale diffamatorio da persone presentate come intellettuali somali e una missiva inviata a Loi il 27 agosto 1993 da un delegato del quartiere di Haliwaa che elogiava l’operato italiano e contestualmente esprimeva condoglianze per le perdite, una combinazione di elementi che alcuni interpretano come contraddittoria rispetto a una provocazione orchestrata; ulteriori perplessità nascono dal fatto che Mogadiscio Nord, area del quartiere Haliwaa, era sotto il controllo di Ali Mahdi Mohamed, principale avversario di Aidid, il che intrica ulteriormente la matrice politica degli scontri e suggerisce la possibilità di giochi di alleanze e contrapposizioni locali che andarono oltre la semplice opposizione tra forze italiane e miliziani di Aidid.
Dal punto di vista storico e storiografico, la battaglia del pastificio rappresenta un episodio paradigmatico delle difficoltà delle missioni internazionali in Somalia negli anni novanta: essa mette in luce le tensioni fra obiettivi umanitari e contesti di guerra civile, la fragilità del controllo territoriale senza una chiara egemonia istituzionale, i limiti operativi imposti dalla necessità di proteggere civili in combattimenti urbani e le complesse ripercussioni a livello politico e simbolico di perdite militari in operazioni di peacekeeping o peace enforcement. L’episodio generò dibattiti in Italia sul ruolo e i rischi delle forze armate all’estero, lasciò tracce profonde nella memoria dei reparti coinvolti e nelle decorazioni concesse, e continua a essere oggetto di indagini, documentari e riflessioni su come ricostruire con rigore le responsabilità e le dinamiche di quel conflitto urbane che mescolò tattica, politica locale e crisi umanitaria.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Operazione Restore Hope

Operazione Restore Hope

UNITAF, nota anche come Operazione Restore Hope, rappresenta un capitolo cruciale e complesso dell’intervento internazionale in Somalia all’inizio degli anni Novanta: concepita dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per stabilizzare un paese precipitato in condizioni di anarchia e in una grave crisi umanitaria, l’operazione è formalmente attestata come svolta tra il 3 dicembre 1992 e il 4 maggio 1993 e venne condotta sotto il controllo operativo degli Stati Uniti, con il coordinamento politico disposto dall’amministrazione del presidente Bill Clinton attraverso l’ambasciatore Robert Oakley e con il comando militare affidato al generale Robert B. Johnston; la missione fu seguita da un successivo mandato UNOSOM II.

Il ricorso a UNITAF fu la risposta diretta all’inefficacia dimostrata da UNOSOM I, avviata nell’aprile del 1992, e nacque dall’esigenza di creare una cornice di sicurezza minima che permettesse interventi umanitari. distribuzione di cibo, assistenza medica, programmi di vaccinazione per i bambini, ricostruzione di strutture statali, e al contempo di avviare il disarmo delle fazioni armate che alimentavano il conflitto anche attraverso forme di finanziamento illecite, quali il commercio di droga e il traffico di rifiuti tossici. L’arrivo delle forze ONU si concretizzò subito: il 4 dicembre 1992 unità delle forze armate statunitensi fecero il loro ingresso in Somalia e nei giorni successivi giunsero contingenti da Italia, Belgio, Nigeria, Malaysia, Pakistan, India, Emirati Arabi Uniti e Australia; queste forze permisero l’attivazione di iniziative umanitarie e la realizzazione di operazioni mediche come l’operazione More Care, finalizzata all’erogazione di cure mediche e dentarie alla popolazione. Nonostante alcuni segnali iniziali di cooperazione, a fine dicembre, secondo la fonte, i leader di due fazioni importanti, Aidid e Ali Mahadi, sottoscrissero un accordo che lasciava intravedere una possibile de-escalation, l’occupazione internazionale del territorio si scontrò ripetutamente con l’ostilità delle milizie locali: il dispiegamento previsto per l’operazione Restore Hope fu completato il 4 gennaio 1993 con lo schieramento di oltre 25.000 caschi blu, ma le forze ONU vennero frequentemente messe in difficoltà da attacchi diretti e da manifestazioni ostili orchestrate dalle fazioni in lotta. In questo contesto i marines statunitensi intrapresero operazioni di ricerca e distruzione di arsenali e depositi di armi, sequestrando e distruggendo, tra il 7 e il 16 gennaio, oltre 1.200 tonnellate di materiale bellico; nel corso di questi scontri la prima vittima del corpo di spedizione multinazionale fu il marine Domingo Arroyo. La partecipazione italiana, identificata nel documento con la sigla ITALFOR IBIS, fu la seconda per consistenza numerica dopo quella americana e si caratterizzò per il contributo di unità specializzate e per un impiego articolato su più fronti: i primi reparti italiani a sbarcare furono incursori paracadutisti del “Col Moschin” e carabinieri paracadutisti del 1º Reggimento CC Paracadutisti “Tuscania”, giunti il 13 dicembre e autori, due giorni dopo, di un’operazione che consentì la liberazione dell’ambasciata italiana occupata senza ricorrere all’uso della forza; il contingente italiano comprendeva inoltre il 24º Gruppo Navale (in operatività dall’11 dicembre 1992 al 14 aprile 1993), al comando del Capitano di Vascello Sirio Pianigiani, e composto dall’incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto, dalla fregata Grecale, dal rifornitore Vesuvio e dalle LPD San Giorgio e San Marco, oltre al Battaglione San Marco; l’arrivo in teatro, datato 22 dicembre nella fonte, vide lo sbarco di 23 mezzi anfibi e 16 mezzi cingolati del Battaglione San Marco e il contributo iniziale di circa 400 fucilieri di marina, portando il totale delle forze italiane impegnate a circa 800 unità. Contemporaneamente la nave civile Sardinia Viva, noleggiata dal governo italiano, trasportò personale logistico della Brigata paracadutisti “Folgore”, la quale fornì una testa di ponte essenziale per il successivo schieramento di ulteriori reparti; tra questi il 132º Reggimento Carri operò con unità a rotazione equipaggiate con carri M60, vi furono reparti dei Lancieri di Montebello dotati di autoblindo FIAT 6614 e blindo pesanti Centauro, e successivamente si aggiunse il 186º Reggimento paracadutisti “Folgore”. La base operativa italiana venne stabilita a Balad, nei pressi della vecchia accademia militare somala, mentre un contingente più ridotto fu stanziato nel porto di Mogadiscio; l’esercito italiano, operando lungo la cosiddetta via Imperiale, retaggio della colonizzazione italiana e della successiva amministrazione fiduciaria (1950–1960), istituì sei checkpoint identificati con i nomi Obelisco, Banca, Demonio, Nazionale, Ferro e Pasta, e concentrò le proprie attività principalmente nell’area di Mogadiscio e lungo l’asse Balad–via Imperiale, privilegiando strategie di contatto con la popolazione e cercando di sfruttare, anche sul piano simbolico, l’immagine storica lasciata dal periodo coloniale e dal mandato fiduciario. Le operazioni di disarmo vennero tuttavia ostacolate dall’impiego strumentale delle masse da parte delle fazioni per compensare la loro inferiorità militare, e con l’allargamento delle ispezioni e delle ricerche di depositi di armi a tutto il territorio la Folgore subì attacchi, in particolare nella regione del Medio Shabelle il 2 febbraio, mentre incarichi specifici affidati all’ITALFOR includevano anche la formazione della nuova polizia somala, svolta da unità dei carabinieri. Il deterioramento progressivo della situazione, con manifestazioni popolari sempre più frequenti contro i caschi blu e attacchi audaci a reparti australiani, belgi e italiani, nonché il ridimensionamento della presenza statunitense decisa dal Pentagono, portarono l’ONU ad un ripensamento operativo: con la risoluzione 814 del 26 marzo 1993 venne avviata l’operazione UNOSOM II, che ampliò il mandato autorizzando i caschi blu all’uso della forza per il disarmo delle fazioni e prevedendo un nuovo approccio di stabilizzazione; la missione UNOSOM II si concluse con il ritiro graduale delle truppe tra gennaio e marzo 1995. Nel dopomissione emersero inoltre diverse controversie e questioni giudiziarie: nel 1997, a seguito della pubblicazione su un settimanale di fotografie controverse, furono sollevate accuse gravi nei confronti di alcuni paracadutisti italiani per presunti atti di violenza e abusi nei confronti di civili somali; la stampa riportò immagini che ritraevano presunti abusi, compresi casi di violenza sessuale, e tali pubblicazioni innescarono inchieste sia da parte delle autorità civili sia militari. Dalle indagini e dagli sviluppi emersero complessità procedurali e sanzionatorie: a fronte di numerose foto e testimonianze soltanto il maresciallo Ercole venne condannato in primo grado per abuso d’autorità e successivamente il procedimento si estinse per prescrizione, dopo che venne resa pubblica una fotografia che lo ritraeva mentre applicava elettrodi a un civile; nei suoi confronti fu disposto un trasferimento a 300 km di distanza con conseguente esclusione dalle missioni estere. Sempre nell’ambito delle denunce, venne alla luce un diario scritto in missione da un carabiniere paracadutista del Battaglione Tuscania che descriveva gravi abusi, torture e uccisioni di civili somali; tale documento è stato archiviato e reso disponibile il 9 giugno 2020 su Internet Archive, secondo quanto riportato dalla fonte. La vicenda vide altresì tentativi di raggiro e manipolazione dell’inchiesta da parte di un millantatore che estorse denaro al settimanale affermando di possedere foto inequivocabili, alcune delle quali risultarono poi ritoccate, e suscitò la censura, da parte di un giudice, nei confronti dello Stato Maggiore dell’Esercito per comportamenti definiti dall’atto giudiziario come inerzie e approssimazioni che avrebbero ostacolato verifiche tempestive a favore degli ufficiali coinvolti; la memoria collettiva e il dibattito pubblico intorno agli abusi è stato inoltre alimentato da contributi audiovisivi come il docufilm “La linea sottile”, che raccoglie testimonianze di veterani e racconti di presunti abusi compiuti durante la missione. Nel complesso, la ricostruzione qui sintetizzata dalla fonte documentale evidenzia una operazione internazionale condotta con obiettivi umanitari e di stabilizzazione, caratterizzata da una rapida e massiccia mobilitazione multinazionale e da successi tattici nel recupero di arsenali, ma allo stesso tempo segnata dalla resistenza delle formazioni locali, da difficoltà politiche e logistiche, da controversie giudiziarie e mediali sull’operato dei contingenti e da un’evoluzione del mandato ONU che sfociò in una seconda fase, UNOSOM II, formalmente orientata all’uso della forza per il disarmo e alla ricostruzione dell’ordine statale nel Paese.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Stormo Notturno

Stormo Notturno

Lo Stormo Notturno nasce nel quadro convulso seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 e costituisce un caso esemplare di riorganizzazione, adattamento e specializzazione dell’Aviazione italiana nella fase terminale della Seconda Guerra Mondiale: la genesi del reparto si colloca fra le prime misure di ricostituzione della forza aerea promosse dal Regno del Sud, quando, il 15 ottobre 1943, i reparti della Regia Aeronautica che optarono per la prosecuzione della lotta a fianco degli Alleati furono riorganizzati in Gruppi Autonomi in particolare il 1º Gruppo, dotato in origine di Savoia-Marchetti S.M.75, S.M.82 e S.M.84, e l’88º Gruppo, equipaggiato con i trimotori CANT Z.1007 e da questa base evolutiva si svilupperà, attraverso fasi operative e logistiche ben caratterizzate, lo Stormo che poi assumerà la denominazione ufficiale di Stormo Notturno il 25 luglio 1944, dopo essere stato formalmente costituito il 7 luglio 1944 come 2º Stormo Bombardamento e Trasporto e posto alle dipendenze del Raggruppamento Bombardamento e Trasporti, pur operando sotto il controllo funzionale del 254º Wing della Balkan Air Force; l’attività iniziale dei CANT Z.1007, concentrati in Sardegna presso Alghero e poi a Decimomannu, fu rapidamente caratterizzata da impieghi polivalenti dalle azioni di bombardamento contro navi della flotta tedesca nel tratto fra Sardegna e Corsica alle operazioni di ricognizione, scorta e ricerca di equipaggi ma anche da dure contrapposizioni con la caccia avversaria (in particolare Messerschmitt Bf 109 del III/JG 77 e del JG 27) che causarono episodi di forte pericolo operativo, come l’attacco subito sull’aeroporto di Decimomannu il 20 settembre 1943 a seguito dell’azione su Porto Vecchio. In questo contesto logorante, il 15 ottobre 1943 prese forma presso Lecce-Galatina il 1º Gruppo Trasporto con 14 velivoli provenienti dalla Sardegna e dalla Puglia integrati da quindici velivoli in arrivo dai reparti del Nord Italia; i CANT Z.1007 rimasero operativi in Sardegna fino a dicembre 1943 con compiti primari di protezione del naviglio alleato e soccorso, prima di trasferirsi a Lecce-Galatina dove costituirono l’88º Gruppo Trasporti (all’epoca dotato di 25 esemplari Z.1007 nelle versioni bis e ter) e dove furono sperimentate soluzioni tecniche per l’aviolancio, con contenitori speciali agganciati alla semiala fino a quattro per semiala che permisero operazioni di lancio a favore sia delle forze italiane fedeli al Regno del Sud sia delle formazioni partigiane jugoslave; tali aviolanci interessarono aree interne dei Balcani come Kolašin, Zanugline, Mojkovac, Negobuda e Šavnik e, parallelamente, gli S.M.82 del 1º Gruppo contribuirono in febbraio 1944, in una significativa operazione umanitaria e militare, al rimpatrio di 1.500 sopravvissuti della Divisione partigiana “Garibaldi”. Con il consolidarsi della presenza alleata e la progressiva riduzione della pressione della Luftwaffe fenomeno che si accentuerà a partire da gennaio 1945, quando la caccia tedesca si ritirerà sostanzialmente dai cieli jugoslavi lo Stormo consolidò la propria funzione primaria di reparto da trasporto e aviolancio: le sue missioni, spesso svolte in condizioni notturne e in ambiente ostile, beneficiarono della minore interdizione aerea e permisero di sostenere logisticamente le formazioni partigiane, in particolare la Divisione “Garibaldi”, nonché di svolgere importanti collegamenti di rifornimento e trasporto per conto degli Alleati tra basi italiane e basi nel Nordafrica. Operativamente la struttura era organizzata, al 2 maggio 1945, con il 1º Gruppo (con la 1ª e la 3ª Squadriglia equipaggiate con S.M.82) e l’88º Gruppo (con la 190ª Squadriglia su CANT Z.1007 bis e la 265ª su CANT Z.1007 ter), con base operativa a Lecce-Galatina; l’ultimo lancio documentato dei CANT Z.1007 dell’88º Gruppo è registrato al 26 aprile 1945. Il bilancio operativo complessivo dello Stormo Notturno documenta la natura mista e rischiosa del suo impiego: ventiquattro operazioni belliche con lo sgancio complessivo di circa 5.700 chilogrammi di bombe; 1.654 voli di trasporto compiuti sopra territorio nemico per quasi 5.800 ore di volo in condizioni di guerra; quattro velivoli nemici abbattuti dagli equipaggi dello Stormo; e perdite significative derivanti sia dal fuoco contraereo sia dalle condizioni tecniche e operative avverse in tutto diciassette aeromobili perduti, di cui undici per incidenti, e cinquantanove membri degli equipaggi caduti in azione. Con la cessazione delle ostilità lo Stormo svolse un ruolo essenziale nel riassorbimento e nella normalizzazione delle attività aeronautiche nazionali: dal 17 ottobre 1945 la sede fu spostata da Lecce all’aeroporto di Guidonia, il reparto assunse compiti prevalenti di trasporto sul territorio nazionale e di addestramento degli equipaggi, venendo altresì impiegato per l’addestramento dei paracadutisti; nella fase di riorganizzazione dello Stato Maggiore l’1 gennaio 1948, in concomitanza con lo scioglimento del Raggruppamento Bombardamento e Trasporti, il Notturno fu inquadrato nel Raggruppamento Misto, struttura essa stessa soppressa il 10 ottobre 1948, e poco dopo, il 1º novembre 1948, lo Stormo assunse la nuova denominazione ufficiale di 36º Stormo, Specialità Trasporti. Tra i protagonisti di questa complessa vicenda umana e militare emergono i nomi dei comandanti che succedettero al comando: il Maggiore Pilota Nicola Fattibene (luglio-settembre 1944), il Tenente Colonnello Pilota Ugo Vincenzi (novembre 1944-marzo 1945), il Tenente Colonnello Pilota Giuseppe Colavolpe (marzo 1945-maggio 1946), il Tenente Colonnello Pilota Ercole Savi (maggio 1946-ottobre 1947) e il Colonnello Pilota Amedeo Micciani (ottobre 1947-novembre 1948); tra gli equipaggi e gli ufficiali che servirono nello Stormo si segnala, tra gli altri, il Maggiore Corrado Ricci. Per il valore dimostrato nelle difficili condizioni operative il reparto fu insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare, decorazione accompagnata da un nastro per uniforme ordinaria e da un attestato che riconobbe allo Stormo “con personale già duramente provato dalla guerra e dotato di velivoli di vecchio tipo, spesso ricostruiti con materiale recuperato, superando notevoli difficoltà tecniche logistiche e organizzative, assicurava, con continuità, i rifornimenti a truppe nazionali e partigiane operanti nei Balcani dando a esse la possibilità di condurre vittoriosamente l’asperrima lotta impegnata con il nemico accerchiante. Con l’abnegazione dei suoi equipaggi e il supremo sacrificio di alcuni di essi, offrì alla causa della Patria un magnifico contributo per la sua rinascita“, quale riconoscimento ufficiale dell’attività condotta nel periodo indicato dalla motivazione (“Cielo del Mediterraneo Centrale e dei Balcani, 1º febbraio 1944–8 maggio 1945“) e quale documento storico che sintetizza il contributo logistico-operativo e il sacrificio umano dello Stormo Notturno.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

BGM-71 TOW

BGM-71 TOW

Il BGM-71 TOW (T.O.W. è l’acronimo di Tube-launched Optically-tracked Wire-guided, cioè «missile tracciato otticamente, guidato via cavo, lanciato da tubo») rappresenta, sin dalla sua introduzione operativa all’inizio degli anni Settanta, uno dei sistemi anticarro a lunga gittata più influenti e diffusi della guerra moderna: progettato come arma filoguidata di seconda generazione e dotato di guida semiautomatica del missile tramite sorgente infrarossa (SACLOS), il TOW entrò ufficialmente in servizio con l’esercito statunitense nel 1972 e conobbe subito un impiego operativo significativo nel conflitto in Vietnam, prima dalle unità di fanteria e successivamente anche montato su elicotteri equipaggiati con appositi lanciatori. Il profilo storico di questo sistema è segnato tanto da una logica di progettazione orientata alla semplicità d’uso sul campo quanto da una rapida frapposizione tra innovazione tecnica e adattamento tattico: la possibilità di lanciare un missile relativamente pesante da un tubo predisposto, seguirne la traccia attraverso sistemi ottici e impartire comandi via cavo reseva alla fanteria un’arma con capacità di colpire bersagli corazzati a distanze in precedenza riservate solo a piattaforme più pesanti. Il successo produttivo fu notevole: nei primi dodici anni furono realizzati oltre 300.000 esemplari e la produzione continuò in grandi numeri nei decenni successivi, segno di una diffusione e di un’affidabilità che ne hanno favorito l’adozione su molteplici piattaforme—non solo il lancio a terra dal treppiede tipico della configurazione fanteria, ma anche installazioni su veicoli ruotati o cingolati (attraverso agganci dedicati) e su elicotteri dotati di lanciatori specifici—e l’evoluzione continua dei suoi carichi d’arma e delle prestazioni. Sul piano delle prestazioni, il TOW mostrò fin dall’origine un equilibrio tra gittata, penetrazione e praticità: in condizioni meteo favorevoli, in assenza di superfici d’acqua che potessero creare riflessi ostacolanti la traiettoria ottica, la gittata raggiungeva i 2.950–3.000 metri; la capacità di perforazione iniziale si attestava tra i 500 e i 600 millimetri, ma successive migliorie dei proiettili e delle testate aumentarono progressivamente la capacità di penetrazione. Il costo unitario dei modelli più recenti si aggira indicativamente intorno ai 12.000 dollari, riflettendo sia l’investimento tecnologico nelle testate e nell’elettronica di guida sia la scala produttiva. Il missile «base», il nucleo fisico che caratterizza il sistema, pesa poco meno di 19 kg e monta un cono-ogiva del diametro di 127 mm; la sua velocità iniziale massima si avvicina a 345 m/s e, nelle versioni a maggiore potenza di perforazione, è in grado di raggiungere penetrazioni dell’ordine dei 900 mm con le testate più perforanti. Le testate impiegate sono del tipo HEAT (High Explosive Anti-Tank), vale a dire cariche cave: un concetto balistico ed esplosivo che si basa su un’ogiva allungata e su uno stand-off ottimale fra detonatore e bersaglio per permettere la formazione, al momento dell’esplosione, di un getto ad altissima temperatura e velocità — descritto nelle fonti come «getto di plasma» — che applica sul rivestimento del carro una pressione estremamente elevata (nell’ordine di migliaia di chilogrammi per centimetro quadrato), così da penetrare gli spessori corazzati; oltre alla foratura meccanica, questo processo porta a temperature elevatissime all’interno del volume penetrato, spesso sufficienti ad innescare la detonazione o la deflagrazione delle munizioni stivate all’interno dei veicoli colpiti, con conseguenze catastrofiche per l’efficacia e la sopravvivenza del mezzo. La configurazione standard adottata dalle unità di fanteria comprende sei componenti principali che rendono il sistema trasportabile, puntabile e impiegabile in condizioni field: il treppiede, l’affustino (il congegno di direzione e di sparo che connette il sistema di puntamento al lanciatore), l’elettronica di guida, il C.P.R. (congegno di puntamento e di rilevazione obiettivo), il tubo di lancio e il contenitore che ospita il missile; questa modularità permette un rapido dispiegamento e una certa versatilità d’impiego, mentre la presenza di sistemi di aggancio e di lanciatori dedicati consente l’adattamento a piattaforme veicolari e aeree evitando l’uso del treppiede. Dal punto di vista operativo, l’introduzione del TOW ha ridefinito alcune pratiche anticarro: la possibilità di mettere fuori combattimento carri corazzati a distanze prossime ai 3 km, con una probabilità di penetrazione crescente grazie alle versioni migliorate della testata, ha influenzato la dottrina su come distribuire le risorse anticarro in un teatro e ha imposto nuove contromisure in termini di schermature, distanziatori e tattiche di sopravvivenza dei mezzi corazzati. In sintesi, se si osserva il TOW attraverso la lente diacronica che coniuga dati tecnici, scelte progettuali e impieghi operativi, si ha un esempio significativo di come una soluzione concettualmente semplice — un missile lanciato da tubo, seguito otticamente e guidato tramite filo — possa, per efficacia, modularità e adattabilità, trasformarsi in un punto di riferimento duraturo della guerra anticarro dal 1972 in poi, con una produzione e una diffusione che testimoniano sia il successo industriale sia la persistenza del progetto nelle esigenze belliche contemporanee.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

MILAN

MILAN

Il MILAN (acronimo del francese Missile d’Infanterie Léger ANtichar) nasce come esito di una cooperazione industriale transnazionale avviata agli inizi degli anni sessanta: lo sviluppo fu intrapreso a partire dal 1962 da Euromissile, la joint-venture costituita dalla francese Aérospatiale e dalla tedesca Deutsche Aerospace (sussidiaria del gruppo MBB), con l’obiettivo di dotare le forze alleate europee di un sistema anticarro a medio raggio moderno, leggero e facilmente trasportabile dalla fanteria. La produzione in serie iniziò nel 1972 e, nel 1973, il sistema venne consegnato all’esercito francese come sostituto dell’ENTAC; grazie alla combinazione di semplicità d’uso, compattezza e costi relativamente contenuti, il MILAN conobbe una diffusione capillare: già nel 1984 erano stati prodotti e ordinati oltre 164.000 esemplari da una trentina di paesi, mentre alla data del 2006 la produzione cumulata superava le 350.000 unità tra le diverse versioni, rendendo il MILAN uno dei sistemi anticarro più venduti nella sua categoria e adottato da 41 nazioni oltre che da vari movimenti di guerriglia. Progettualmente il MILAN è un missile filoguidato semiautomatico a linea di mira (SACLOS): il sistema di tiro è inseparabile dall’ordigno, per cui l’operatore mantiene il puntamento ottico per l’intera durata del volo mentre l’elettronica del lanciatore calcola le correzioni e le trasmette al missile tramite un sottile filo rilasciato durante la traiettoria; la guida SACLOS, nelle versioni iniziali, sfrutta un tracciatore a infrarossi che rileva la traccia pirotecnica posteriore del missile e, nelle evoluzioni, una sorgente di luce a flash elettronici meno vulnerabile a contromisure come i flare. Dal punto di vista aerodinamico e meccanico, l’ordigno è dotato di alette ripiegabili che consentono compattezza e stivabilità all’interno di un tubo di lancio sigillato il tubo protegge il missile da sabbia, polvere, umidità e urti e, subito dopo il lancio, le alette si dispiegano mentre quattro superfici di controllo impongono una lenta rotazione stabilizzatrice in coda e le correzioni d’assetto ricevute via filo; la carica di lancio provoca inoltre il rinculo del contenitore, che viene espulso all’indietro fino a circa 6 metri. Il MILAN è un arma subsonica (velocità massima dichiarata intorno a 720 km/h, corrispondente a circa 200 m/s, con una velocità media attorno ai 160 m/s e una velocità residua poco superiore a 100 m/s dopo l’esaurimento del propellente) con gittata tipica di 2 km (coperta in circa 12,5 secondi) e, nella versione ER, estesa fino a 3.000 m; la traiettoria di volo viene mantenuta a circa 50 cm rispetto alla linea di mira per evitare impatti con asperità del terreno, il che insieme alla necessità di tenere il puntatore orientato sul bersaglio espone il lanciatore a un rischio aumentato di scoperta rispetto ai sistemi di prima generazione, ma le probabilità di individuazione rimangono relativamente basse fino a distanze superiori agli 800 m. La testata del MILAN è di tipo HEAT a carica cava — nelle evoluzioni in tandem per contrastare corazze reattive — che, grazie alla formazione di un getto di plasma ad altissima temperatura e pressione, garantisce capacità di perforazione rilevanti: la penetrazione su corazza d’acciaio è indicata come compresa fra i 350 mm (valore associato al 95% di probabilità di successo nelle condizioni dichiarate) e i 900 mm, mentre su un muro di cemento armato la penetrazione può raggiungere i 2,5 metri; nonostante ciò, già nei primi anni novanta emersero dubbi circa l’efficacia delle testate contro le corazze frontali dei carri più pesanti, circostanza che spinse allo sviluppo di versioni con testate tandem e ad ulteriori miglioramenti del sistema di guida. Le varianti si susseguirono rispondendo a esigenze operative e tecniche: il Milan F1 (1972) aveva una carica cava singola e calibro 103 mm con tracciante pirotecnico; il Milan F2 (1984) adottò una carica cava singola di calibro 115 mm; il Milan F2A (1993) e il Milan F3 introdussero soluzioni a due cariche cave in tandem (con differenze nel tipo di tracciamento), mentre il Milan ER fu studiato per la lunga gittata e prtebbe offrire letalità potenziata. Sul piano dell’impiego operativo, il MILAN si diffuse soprattutto nella fanteria impiegato su treppiede e, meno frequentemente, in configurazioni veicolari e fu adottato anche da reparti paracadutisti e dalla marina; l’arma ha conosciuto un impiego estensivo in numerosi teatri: è documentato il suo ruolo durante la Guerra delle Falkland, dove precisione e letalità contribuirono agli esiti di scontri come Goose Green; in Africa settentrionale il suo impiego da parte di forze irregolari (ad esempio in Ciad e da forze sahrawi contro unità marocchine) fu significativo; nel Medio Oriente vari gruppi, compresa l’OLP, lo usarono a partire dagli anni ottanta; in Iraq il MILAN comparve sia nel conflitto Iran-Iraq che nella Guerra del Golfo del 1991, quando forze francesi impiegarono circa 25 missili in combattimento. L’armamento ebbe anche impieghi sperimentali contro elicotteri, benché la relativa lentezza costituisca un limite per ruoli superficie-aria. La diffusione commerciale e militare fu accompagnata, tuttavia, da preoccupazioni ambientali e sanitarie: le prime generazioni di MILAN utilizzavano tracciatori a base di torio circa 2,7 grammi per missile, con attività nell’ordine di 10 kBq per generare la traccia infrarossa necessaria alla stazione di tiro; il torio veniva rilasciato durante il volo e l’esplosione, e ciò indusse misure di cautela (ad esempio l’esercito tedesco, dal 2001, adottò procedure per la raccolta dei riscaldatori incandescenti e vietò l’uso agricolo delle aree bersaglio) e studi ambientali: una analisi sulla base militare di Shilo in Manitoba, Canada, associata all’impiego dei sistemi MILAN, riscontrò livelli elevati ma inferiori ai limiti normativi di torio-232 nelle acque sotterranee e raccomandò la cessazione dell’uso dei missili in quell’area; l’Associazione dei medici internazionali per la prevenzione delle armi nucleari (IPPNW) valutò inoltre rischi a lungo termine quali un aumento del cancro polmonare e danni genetici. In risposta a queste preoccupazioni e all’evoluzione tecnica, le versioni successive al 1999 dovrebbero non utilizzare più il torio. Sul piano della sensoristica notturna, a partire dagli anni Ottanta si svilupparono sistemi termici opzionali come la camera MIRA, che secondo le specifiche produttive dell’epoca offriva una portata di scoperta di circa 4 km; ulteriori sviluppi portarono al sistema MILIS per le versioni più recenti del missile, con prestazioni dichiarate superiori (portata di scoperta intorno a 7 km e portata di identificazione intorno a 3 km). Il ciclo operativo del lancio è caratterizzato da una sequenza automatizzata: l’inserimento e il bloccaggio del contenitore sul lanciatore, l’attivazione tramite un impulso elettrico che alimenta la batteria termica della scatola di giunzione, la sequenza di stoccaggio e l’accensione del generatore dei gas di lancio e del motore di partenza; durante la fase di volo l’elettronica riceve la traccia IR emessa dai tracciatori posteriori e, in caso di deviazioni, invia segnali correttivi al missile attraverso il filo guida, che l’elettronica di bordo traduce in comandi al cosiddetto “coltello intercettore di getto” per correggere la traiettoria. In Italia il MILAN è stato largamente impiegato dall’Esercito e adottato anche da unità navali come il battaglione San Marco e dalla Brigata paracadutisti “Folgore”: l’ordine italiano originario fu particolarmente consistente (1.000 lanciamissili e 30.000 missili), sebbene la fornitura non sia stata completata fino a quel livello, con consegne contabilizzate di 716 lanciamissili e 17.000 missili; il costo unitario stimato nel 1990 era di circa 4 milioni di lire. Il successo commerciale del MILAN, infine, ha convissuto con la normale evoluzione tecnologica: pur essendo ancora in produzione a lungo dopo il suo ingresso in servizio, il sistema ha visto comparire successori come il Trigat-MR; tuttavia, la combinazione di costi più elevati e di un contesto operativo in cui l’importanza delle azioni anticarro su larga scala è diminuita rispetto al passato suggerisce che nessun successore abbia replicato incondizionatamente il successo commerciale e la diffusione di massa raggiunti dal MILAN.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Joint Task Force “Bravo”

Joint Task Force “Bravo”

La Joint Task Force “Bravo”, di stanza alla Soto Cano Air Base in Honduras, costituisce un dispositivo interforze stabilmente proiettato nello spazio geopolitico dell’America Centrale, del Sud America e dei Caraibi, concepito per assicurare al Comando Meridionale degli Stati Uniti un presidio operativo flessibile, capace di integrare funzioni militari, logistiche e civili in attività che vanno dal sostegno alle operazioni governative statunitensi al contrasto della criminalità organizzata transnazionale, fino all’assistenza umanitaria e ai soccorsi in caso di disastri; la sua struttura, calibrata per garantire continuità, reattività e interoperabilità, si articola in uno Stato Maggiore interforze (Joint Staff) con funzioni di pianificazione, coordinamento e collegamento interagenzia, in un Army Forces Battalion che fornisce la componente terrestre con capacità di sicurezza delle installazioni, supporto logistico e comando-controllo tattico, nel 1st Battalion, 228th Aviation Regiment che assicura la mobilità aerea, l’evacuazione medica, il trasporto di personale e materiali e l’osservazione dall’alto, e nel 612th Air Base Squadron, responsabile della gestione della base, del supporto aeroportuale e delle infrastrutture essenziali; questa architettura consente alla task force di fungere da hub regionale, mettendo in rete partner diversi e strumenti complementari, dal genio militare alla sanità operativa, dall’aviazione all’amministrazione del territorio, per intervenire lungo l’intero spettro delle missioni previste. Nel sostegno alle operazioni del governo statunitense, la JTF-Bravo opera come piattaforma di integrazione tra forze armate e organismi civili, facilitando la presenza di team interagenzia, l’ingresso rapido di capacità specialistiche e la messa a fattor comune di informazioni, procedure e regimi legali, con un’attenzione costante alla cornice di legittimità e trasparenza che condiziona ogni attività extraterritoriale; tale dimensione istituzionale si traduce in cicli di pianificazione congiunta, in cui lo Stato Maggiore interforze elabora linee d’operazione coerenti con le priorità del Comando Sud degli Stati Uniti, individua i requisiti di forze e sincronizza l’impiego delle componenti terrestri, aeree e di supporto, garantendo anche la compatibilità tecnica e procedurale con le capacità dei paesi partner. Il contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, fenomeno che sfrutta porosità territoriali e reti logistiche regionali, richiede un approccio multilivello che la task force declina attraverso missioni di sorveglianza e supporto a operazioni di law enforcement condotte dai partner, potenziamento della mobilità e della consapevolezza situazionale, attività di consulenza tattica e formazione mirate a rafforzare le capacità indigene nel rispetto delle prerogative sovrane, con particolare cura per le procedure di deconfliction, per la tutela dei diritti umani e per la mitigazione degli impatti sulle comunità locali; in questo contesto il 1-228th Aviation Regiment fornisce piattaforme aeree essenziali per il movimento rapido e la copertura informativa, mentre l’Army Forces Battalion assicura cornici di sicurezza e supporto logistico alle forze partner, e il 612th Air Base Squadron mantiene la continuità delle operazioni di base necessaria a sostenere missioni a raggio esteso. La dimensione umanitaria e di soccorso in caso di disastri (HA/DR) rappresenta uno dei tratti distintivi della JTF-Bravo, che si prepara a intervenire in scenari caratterizzati da infrastrutture degradate, interruzione delle comunicazioni, mobilità compromessa e alto fabbisogno sanitario: grazie a capacità aeromobili dedicate, a moduli sanitari proiettabili e a catene logistiche resilienti, la task force può effettuare ricognizioni rapide, trasporto di aiuti, evacuazioni mediche e ripristino di funzioni critiche, coordinandosi con autorità nazionali, organizzazioni internazionali e agenzie umanitarie; in tale quadro rientrano gli esercizi e le attività di preparazione congiunta che, condotti con regolarità, riproducono le complessità di eventi naturali ricorrenti nell’area e consolidano protocolli comuni di risposta. La costruzione di capacità nei paesi partner costituisce il filo rosso che lega tutte le altre linee d’azione: programmi di addestramento congiunto, scambi di pianificazione, workshop dottrinali e manutenzione condivisa di standard tecnici rafforzano la resilienza istituzionale e operativa degli apparati di sicurezza locali, favorendo l’emersione di procedure compatibili in materia di comando e controllo, comunicazioni, logistica, sanità e protezione civile; in questo senso la JTF-Bravo opera da “ponte” tra culture organizzative diverse, traducendo in pratiche operative comuni concetti quali interoperabilità, responsabilità e sostenibilità delle capacità, e curando lo sviluppo di leadership professionali nei quadri dei partner. Il fuoco operativo della task force resta quello di promuovere sicurezza e stabilità all’interno della regione del Comando Sud degli Stati Uniti attraverso cooperazione, presenza e prontezza al soccorso: il baricentro geografico di Soto Cano le consente di raggiungere con tempi di reazione contenuti aree insulari e continentali, mentre la tessitura relazionale con le istituzioni locali apre canali di comunicazione e coordinamento che si rivelano decisivi quando l’urgenza impone decisioni rapide e ben informate; emblematici, in questa prospettiva, gli esercizi svolti in Panama, in cui la simulazione di scenari complessi di risposta ai disastri permette di mettere alla prova catene decisionali, collegamenti radio, flussi informativi e procedure di sicurezza, traducendo l’esperienza in lezioni apprese che rientrano nel ciclo di pianificazione successivo. A livello organizzativo, l’equilibrio tra permanenza e modulazione è garantito da una governance che coniuga la continuità del Joint Staff con la flessibilità dei reparti impiegabili, così che la task force possa operare tanto in configurazioni leggere – per missioni di collegamento, ricognizione o consulenza – quanto in assetti più robusti quando le esigenze di mobilità, protezione e logistica lo richiedano; l’attenzione alla protezione della forza, alla gestione del rischio e alla condotta responsabile si traduce in procedure di valutazione continua, in cui la raccolta e l’analisi di dati operativi e ambientali guidano l’allocazione delle risorse e la definizione delle priorità. In definitiva, la JTF-Bravo si presenta come uno strumento ibrido e coerente, capace di agire all’intersezione tra sicurezza, governance e assistenza, con una composizione – Joint Staff, Army Forces Battalion, 1st Battalion, 228th Aviation Regiment e 612th Air Base Squadron – che le consente di sostenere nel tempo missioni diverse ma complementari, mantenendo al centro la cooperazione con i paesi partner e l’efficacia delle risposte a emergenze e minacce transnazionali nella regione centro e sudamericana e caraibica

     Roberto Marchetti

Fonte: .jtfb.southcom.mil. southcom.mil.