Lo sapevi che

Piccola raccolta di articoli, tratti da quotidiani del tempo, riguardanti fatti riferiti alla Caserma ed ai vari Reggimenti che vi hanno alloggiato

 

Due valorosi

Il Ponte di Pisa n.42 del 18 ottobre 1896 Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa        ...

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Quotidiani del tempo

Partenza per l’ Africa

Il Ponte di Pisa n.5 del 02 febbraio 1896          

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Quotidiani del tempo

Per l’Africa

Il Ponte di Pisa n. 52 del 15 dicembreb 1895 Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa

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Quotidiani del tempo

Cortesie militari

Il Ponte di Pisa n. 48 del 17 novembre 1895 Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa  

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Quotidiani del tempo

Saluti e Cortesia

Il Ponte di Pisa n. 38 del 8 settembre 1895   Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa    ...

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Quotidiani del tempo

Suicidio del soldato

Il Ponte di Pisa n.11 del 17 marzo 1895   Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa      

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Quotidiani del tempo

Un omicidio in Caserma

Il Ponte di Pisa n.33 del 26 agosto 1894     Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa    ...

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Quotidiani del tempo

Eccidio nella Caserma Umberto I°

La Tribuna Supplemento illustrato della Domenica 11 febbraio 1894

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Quotidiani del tempo

Fiat 2000 Mod. 17

Fiat 2000 Mod. 17

Fonte: wikipedia.org

Il primo carro armato progettato e costruito nel Paese

Il Fiat 2000 Mod. 17 occupa un posto particolare nella storia militare italiana: fu il primo carro armato progettato e costruito nel Paese e, con le sue circa 40 tonnellate, uno dei mezzi corazzati più pesanti realizzati durante la Prima guerra mondiale. A superarlo, almeno sulla carta, sarebbe stato soltanto il gigantesco K-Wagen tedesco da 120 tonnellate, rimasto però incompiuto. La sua storia cominciò nel 1916, quando i vertici militari affidarono alla FIAT il compito di sviluppare rapidamente un nuovo mezzo da combattimento, prendendo come riferimento le poche informazioni disponibili sui primi carri britannici. Il progetto venne affidato agli ingegneri Carlo Cavalli e Giulio Cesare Cappa e già il 21 giugno 1917 un prototipo fu presentato alle autorità militari. La meccanica era sostanzialmente definitiva, mentre corazzatura e armamento continuarono a essere perfezionati durante le prove svolte nei dintorni di Torino. Nel corso dello sviluppo furono modificate la disposizione delle mitragliatrici, le feritoie e la posizione dello sportello d’accesso, fino ad arrivare alla configurazione definitiva. Il Fiat 2000 si distingueva per soluzioni all’avanguardia. La struttura era formata da una grande casamatta con piastre corazzate imbullonate, spesse fino a 20 millimetri sui lati, mentre il vano motore era nettamente separato da quello destinato all’equipaggio, una scelta non comune per l’epoca. L’armamento principale era costituito da un cannone da 65/17 Mod. 1908/1913 installato in una torretta emisferica capace di ruotare completamente su 360 gradi. L’ampia elevazione del pezzo, compresa tra -10 e +75 gradi, consentiva anche il tiro curvo. A questo si aggiungevano sette mitragliatrici Fiat-Revelli Mod. 1914 da 6,5 millimetri, distribuite lungo la casamatta in modo da garantire una copertura quasi completa attorno al mezzo. L’equipaggio era composto da dieci uomini, tra pilota, mitraglieri, cannoniere e servente. A muovere il gigante italiano era un motore aeronautico Fiat A12 a benzina, sei cilindri in linea e oltre 21 litri di cilindrata, capace di sviluppare 250 cavalli. La velocità massima non superava i 7,5 chilometri orari e, nonostante un serbatoio da 600 litri, l’autonomia era di circa 75 chilometri. Il sistema di cingoli e sospensioni consentiva tuttavia prestazioni notevoli per un mezzo di quelle dimensioni: poteva superare trincee larghe 3,5 metri, ostacoli alti un metro, pendenze del 40 per cento e guadi profondi fino a un metro. Nel 1918 fu completato un secondo esemplare, ma la fine del conflitto ridusse rapidamente l’interesse dell’Esercito per il progetto. I due Fiat 2000 furono assegnati alla 1ª Batteria autonoma carri d’assalto di Torino, insieme ad alcuni Renault FT. Nel febbraio 1919 l’unità venne inviata in Libia per partecipare alle operazioni contro la guerriglia: uno dei carri operò nella zona di Misurata, mentre l’altro rimase in Italia per prove e dimostrazioni, partecipando anche a un’esibizione davanti al Re il 1º aprile 1919. L’impiego africano mise però in evidenza il principale limite del Fiat 2000: la sua lentezza. Nel vasto teatro desertico il mezzo non era in grado di contrastare efficacemente le rapide azioni dei guerriglieri, mentre in patria le sue dimensioni e il peso lo rendevano poco adatto ai terreni montuosi che caratterizzavano molti dei possibili fronti italiani. L’Esercito decise così di orientarsi verso mezzi più leggeri e maneggevoli, come il Fiat 3000. Dell’esemplare rimasto a Tripoli si persero successivamente le tracce. Quello conservato in Italia passò invece attraverso diversi reparti e nel 1934 venne mostrato al pubblico durante il Campo Dux ai Parioli, modificato con due cannoni Vickers-Terni da 37/40 al posto delle mitragliatrici anteriori. L’ultima notizia certa risale al 1936, quando il carro risultava utilizzato come monumento nella caserma “Corrado Mazzoni” di Bologna. Nessuno dei due esemplari originali è giunto fino ai nostri giorni, ma la memoria del Fiat 2000 è tornata concretamente visibile un secolo dopo. Nel 2017 alcune associazioni avviarono infatti il progetto per costruire una replica fedele, realizzata sulla base della documentazione tecnica disponibile in Italia e all’estero. I lavori iniziarono nel novembre 2018 a Montecchio Maggiore e si conclusero nel novembre 2020. La ricostruzione, realizzata in scala e peso reali e capace di muoversi autonomamente, è oggi esposta presso il memoriale dei carristi del Museo delle Forze Armate 1914-1945 di Montecchio Maggiore, restituendo al pubblico l’immagine di uno dei più ambiziosi esperimenti della nascente industria corazzata italiana.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Autocarro Fiat 15

Autocarro Fiat 15

Fiat 15, l’autocarro che portò il Regio Esercito nell’era della motorizzazione

Fonte: cultura.trentino.it

Tra i mezzi che segnarono l’ingresso delle forze armate italiane nell’era della motorizzazione, il Fiat 15 occupa un posto di primo piano. Leggero, versatile e adattabile a numerosi impieghi, l’autocarro prodotto dalla Fiat Veicoli Industriali accompagnò il Regio Esercito dalla guerra italo-turca alla Prima guerra mondiale, diventando uno dei simboli della modernizzazione logistica e operativa dell’esercito italiano. La sua storia ebbe inizio nel 1909, quando il Regio Esercito manifestò la necessità di disporre di un autocarro leggero multiruolo, capace di trasportare uomini e materiali e di adattarsi alle differenti esigenze delle unità militari. A raccogliere la richiesta fu Carlo Cavalli, progettista della Fiat Veicoli Industriali, che sviluppò un mezzo semplice, robusto e particolarmente versatile. Il nuovo autocarro entrò in servizio nel 1911, proprio mentre l’Italia si preparava al conflitto contro l’Impero ottomano. La guerra italo-turca rappresentò così il suo primo importante banco di prova e il Fiat 15 venne impiegato intensamente nelle operazioni in Nord Africa. Nello stesso anno entrò in produzione il Fiat 15 bis, versione destinata soprattutto alle esigenze operative della colonia libica e per questo conosciuta anche con il soprannome di “Libia”. Nel 1913 arrivò un’ulteriore evoluzione, il Fiat 15 ter, destinato a raccogliere l’eredità dei modelli precedenti. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, il Fiat 15 continuò a prestare servizio nelle forze armate italiane, mentre alla sua produzione si affiancò quella del più recente Fiat 18. La solidità del progetto attirò anche l’interesse straniero: tra il 1924 e il 1931 il Fiat 15 ter venne prodotto su licenza in Unione Sovietica dalla AMO, successivamente nota come ZIL. La versione sovietica, denominata AMO F-15, fu costruita in 6.285 esemplari. Il successo del Fiat 15, tuttavia, non rimase confinato all’ambito militare. Il suo telaio venne utilizzato anche nel settore civile e servì come base per numerosi allestimenti realizzati da diverse carrozzerie, tra cui autobus e autopompe destinate ai corpi dei vigili del fuoco. Dal punto di vista tecnico, il Fiat 15 adottava un autotelaio a quattro ruote a razze, con quelle anteriori sterzanti e quelle posteriori motrici e gemellate. Sotto il cofano trovava posto il Fiat Brevetti 15/20, un motore a benzina a quattro cilindri da 3.053 cm³, caratterizzato da una soluzione innovativa per l’epoca: il carburante veniva inviato al motore attraverso una pompa anziché mediante il tradizionale sistema di alimentazione per gravità. Il Fiat 15 bis conservò sostanzialmente la stessa motorizzazione, mentre un’evoluzione più significativa arrivò con il Fiat 15 ter, equipaggiato con il motore a benzina Fiat 53A da 4.398 cm³. La maggiore potenza consentì di portare la velocità massima dai circa 35 km/h delle versioni precedenti a 40 km/h, mentre le tradizionali ruote a razze lasciarono il posto a elementi a disco d’acciaio. Il Fiat 15 ebbe soprattutto un ruolo fondamentale nella prima motorizzazione su larga scala del Regio Esercito. Le forze armate italiane ne acquisirono le diverse versioni trasformandole in mezzi destinati ai compiti più disparati: dal trasporto di uomini e materiali alle autoambulanze, dalle autofficine ai mezzi fotoelettrici, fino alle autopompe. Il suo impiego andò però ben oltre la logistica. Durante la guerra italo-turca l’Italia sperimentò infatti l’utilizzo diretto dei veicoli a motore nelle operazioni di combattimento e il Fiat 15 bis venne scelto come base per la realizzazione dell’autoblindo Fiat Arsenale, utilizzata in Libia insieme ad alcuni mezzi blindati Bianchi. L’esperienza maturata durante il conflitto contribuì successivamente allo sviluppo di ulteriori veicoli corazzati. Dopo la Grande Guerra, sul telaio del Fiat 15 ter le Acciaierie di Terni realizzarono la Fiat-Terni Tripoli, autoblindo impiegata in Tripolitania durante le operazioni italiane per la riconquista della Libia. Nella stessa campagna comparvero anche numerosi Fiat 15 ter trasformati artigianalmente in autocarri armati, all’epoca indicati anche come “carri armati”. Questi mezzi venivano protetti con lamiere blindate e dotati di tre mitragliatrici Schwarzlose, con una riserva complessiva di circa 15.000 colpi, ed erano condotti da un equipaggio di quattro uomini. Più che per una singola caratteristica tecnica, il Fiat 15 entrò dunque nella storia per la straordinaria varietà dei compiti che fu chiamato a svolgere. Autocarro, ambulanza, officina mobile, mezzo antincendio e persino piattaforma per autoblindo, la sua struttura semplice e robusta consentì di adattarlo alle necessità più diverse. Il suo impiego nei deserti della Libia e sui fronti della Prima guerra mondiale coincise inoltre con una fase decisiva nella trasformazione degli eserciti europei, quando l’automobile e l’autocarro cominciavano progressivamente ad affiancare i tradizionali sistemi di trasporto basati sulla trazione animale. In questo processo il Fiat 15 rappresentò per l’Italia uno dei primi grandi protagonisti della motorizzazione militare, passando da semplice autocarro leggero multiruolo a piattaforma capace di accompagnare per oltre un decennio l’evoluzione delle esigenze operative del Regio Esercito e lasciando una significativa eredità anche all’estero attraverso l’AMO F-15 sovietico.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia

Domenico Baldocchi

Domenico Baldocchi

Fonte: Archivio Arcidiocesano di Pisa

Monsignor Domenico Baldocchi, una vita al servizio della comunità di Riglione
Monsignor Domenico Baldocchi nacque a San Giovanni alla Vena il 22 febbraio 1921, figlio di Vasco e Albina Bandecchi. Dopo aver frequentato le scuole elementari nel paese natale, proseguì gli studi medi, superiori e teologici nel Seminario Arcivescovile.
Il 29 agosto 1943 fu ordinato sacerdote nella cappella arcivescovile da monsignor Gabriele Vettori. Nello stesso anno iniziò il proprio ministero come vicario parrocchiale a Riglione, dove rimase fino al 1945. Il 29 febbraio di quell’anno fu nominato parroco della comunità, incarico che avrebbe mantenuto ininterrottamente fino alla morte.
Nel corso dei suoi sessant’anni di permanenza a Riglione, monsignor Baldocchi rappresentò un punto di riferimento spirituale e umano per generazioni di fedeli. Accanto all’intensa attività pastorale, si impegnò concretamente nella ricostruzione della chiesa e della canonica, gravemente danneggiate dagli eventi bellici. Promosse inoltre la realizzazione dell’asilo e di nuovi locali destinati alle attività parrocchiali.
Per molti anni affiancò al ministero sacerdotale l’insegnamento della religione nelle scuole statali, attività che svolse fino al 1989.
Il 1º dicembre 1992 fu nominato canonico soprannumerario del Capitolo Metropolitano della Chiesa Primaziale.
Negli ultimi anni della sua vita fu colpito da una grave malattia, affrontata con profonda fede e con autentico spirito sacerdotale. Nonostante le difficili condizioni di salute, volle rimanere nella sua parrocchia fino alla fine. Dopo aver ricevuto i sacramenti dall’arcivescovo, si spense nella mattina del 20 maggio 2005.
Le esequie furono celebrate il giorno successivo, 21 maggio, nella chiesa parrocchiale di Riglione, alla presenza dell’arcivescovo, di numerosi sacerdoti e di una grande folla di fedeli, accorsi per rendere omaggio a un pastore che aveva dedicato l’intera vita alla loro comunità.
La salma di monsignor Domenico Baldocchi fu infine tumulata nel cimitero parrocchiale di Riglione, in attesa della risurrezione.

     Roberto Marchetti

Fonte: Archivio Arcidiocesano di Pisa, bollettino diocesano

Gruppo di combattimento “Friuli”

Gruppo di combattimento “Friuli”

Il Gruppo di combattimento “Friuli” rappresentò una delle principali unità dell’Esercito italiano ricostituito dopo l’8 settembre 1943 e operò nel quadro della cobelligeranza italiana a fianco degli Alleati nel contesto della fase finale della seconda guerra mondiale in Italia, segnata dal crollo del regime fascista, dall’occupazione tedesca di gran parte della penisola e dalla necessità, per il governo del Regno d’Italia, di ricostruire una forza armata credibile sia sul piano militare sia su quello politico e morale. Le origini del reparto affondano nella tradizione della Divisione di fanteria “Friuli”, costituita nel 1939 e impiegata inizialmente sul fronte alpino occidentale nel giugno 1940, quindi trasferita nei Balcani, dove partecipò alle operazioni contro la Grecia e successivamente svolse compiti di occupazione in Jugoslavia, maturando un’esperienza operativa significativa ma anche subendo l’usura tipica delle unità impiegate in teatri difficili e caratterizzati da guerra irregolare. All’annuncio dell’armistizio con gli Alleati, la divisione si trovava in Corsica insieme alla “Cremona” e ad altre unità italiane, e in quel contesto fu protagonista, tra settembre e ottobre 1943, di un episodio di particolare rilievo politico e militare, combattendo contro le forze tedesche che tentavano di occupare l’isola, contribuendo alla loro evacuazione e dimostrando una prima, concreta volontà di resistenza armata al precedente alleato. Questa esperienza costituì uno dei presupposti che favorirono la selezione dei reparti destinati a essere riorganizzati secondo il nuovo ordinamento dei Gruppi di combattimento, grandi unità create tra il 1944 e il 1945, addestrate ed equipaggiate secondo standard britannici, inquadrate operativamente nell’8ª Armata ma mantenute sotto comando italiano, con il duplice obiettivo di reinserire l’Italia nel consesso delle nazioni combattenti e di fornire un contributo militare diretto alla liberazione del territorio nazionale. Il Gruppo di combattimento “Friuli” venne formalmente costituito nel luglio 1944, ereditando il nome e le tradizioni della divisione, e articolato su due reggimenti di fanteria, il 87° e l’88°, un reggimento di artiglieria, reparti del genio, servizi e supporti logistici, per un organico complessivo di circa 9.000 uomini; l’addestramento si svolse prevalentemente in Puglia sotto la supervisione di istruttori britannici e fu caratterizzato da un intenso processo di riorganizzazione dottrinale, volto ad adattare personale e quadri italiani alle tattiche della guerra moderna di movimento e di cooperazione interarmi, con particolare attenzione all’impiego dell’artiglieria, al coordinamento con le forze corazzate alleate e all’uso delle comunicazioni. Dal punto di vista dell’equipaggiamento, il “Friuli” fu dotato quasi esclusivamente di materiale britannico, comprese armi individuali, mitragliatrici, pezzi d’artiglieria e mezzi di trasporto, elemento che contribuì a rafforzare l’integrazione operativa con le forze anglo-americane ma che richiese uno sforzo notevole di adattamento tecnico e logistico. L’impiego operativo del Gruppo di combattimento “Friuli” iniziò all’inizio del 1945 sul fronte della Linea Gotica, nel settore dell’Appennino tosco-emiliano, in un momento in cui il conflitto in Italia era entrato in una fase di logoramento ma si preparava alla decisiva offensiva di primavera; inserito nel dispositivo dell’8ª Armata britannica, il reparto fu impegnato in operazioni offensive e difensive in un terreno difficile, caratterizzato da alture, corsi d’acqua e infrastrutture distrutte, affrontando unità tedesche esperte e ben trincerate. Tra marzo e aprile 1945 il “Friuli” partecipò alle operazioni volte allo sfondamento delle posizioni tedesche e all’avanzata verso la pianura padana, distinguendosi in particolare nei combattimenti per l’attraversamento del fiume Senio e successivamente del Santerno, azioni che richiesero coordinamento, disciplina e capacità di sostenere perdite in un contesto di guerra ancora intensa, nonostante l’imminente crollo del Terzo Reich. Nel corso dell’offensiva finale, il gruppo di combattimento avanzò in direzione di Imola e Castel San Pietro, contribuendo alla liberazione di centri abitati e alla cattura di prigionieri, fino a raggiungere il Po nei giorni immediatamente precedenti la resa delle forze tedesche in Italia, avvenuta il 2 maggio 1945. Sul piano umano e simbolico, l’esperienza del “Friuli” assunse un valore che andò oltre il pur rilevante contributo tattico, poiché dimostrò la capacità dell’Esercito italiano di riorganizzarsi dopo il collasso del 1943, di combattere con disciplina e determinazione a fianco degli Alleati e di riacquistare una parte della credibilità perduta negli anni precedenti, in un contesto segnato da profonde lacerazioni politiche, dalla guerra civile e dalla presenza di un movimento di resistenza armata che operava parallelamente alle forze regolari. Al termine del conflitto, il Gruppo di combattimento “Friuli” venne sciolto nel quadro della generale riorganizzazione delle Forze Armate italiane, ma le sue tradizioni furono raccolte dalla ricostituita Divisione “Friuli”, destinata a svolgere un ruolo di rilievo nell’Esercito della Repubblica nel nuovo scenario geopolitico del secondo dopoguerra, segnato dall’inizio della Guerra fredda e dall’inserimento dell’Italia nel sistema di alleanze occidentali.

     Roberto Marchetti

Fonte: Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, I Gruppi di Combattimento dell’Esercito Italiano nella Guerra di Liberazione (1944-1945), Roma, Ufficio Storico SME, varie edizioni.

Guido Vedovato

Guido Vedovato

Foto: fonte wikipedia.org

Guido Vedovato, nato a Cerreto Guidi il 24 dicembre 1906 e scomparso nel 2001, rappresenta una figura di rilievo nella storia militare italiana del Novecento, la cui carriera si sviluppò attraversando tutte le principali fratture politiche e strategiche che segnarono l’Italia dall’età fascista alla piena integrazione nel sistema di sicurezza euro-atlantico. Intrapresa giovanissimo la carriera delle armi in un contesto storico caratterizzato dalla riorganizzazione delle forze armate del Regno d’Italia dopo la prima guerra mondiale e dall’affermazione del regime fascista, Vedovato divenne ufficiale di artiglieria, specialità centrale nella dottrina militare dell’epoca, e prese parte alla guerra d’Etiopia del 1935-1936, conflitto coloniale che segnò profondamente la politica estera italiana e vide un ampio impiego di mezzi aerei, esperienza che egli maturò nella Regia Aeronautica come osservatore di aeroplano. Nel corso della seconda guerra mondiale in Europa, combattuta dall’Italia inizialmente come potenza dell’Asse, prestò servizio sia sul fronte occidentale sia su quello greco-albanese, teatri che misero in evidenza le difficoltà operative e logistiche delle forze armate italiane e che contribuirono a formare una generazione di ufficiali destinata a confrontarsi con il crollo dello Stato fascista e con la successiva fase di transizione. Durante la guerra di liberazione, nel quadro complesso della cobelligeranza italiana al fianco degli Alleati dopo l’8 settembre 1943, con il grado di tenente colonnello comandò il Gruppo di combattimento “Friuli”, unità inserita nel processo di ricostituzione dell’Esercito Italiano e impiegata nelle operazioni finali contro le forze tedesche, contribuendo alla rinascita di una tradizione militare nazionale in un contesto di profonda discontinuità istituzionale. Nel dopoguerra, mentre l’Italia repubblicana avviava la riorganizzazione delle proprie strutture statali e militari e si collocava progressivamente nel blocco occidentale, Vedovato venne impiegato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito, assumendo incarichi di crescente responsabilità, fino a ottenere il comando della Divisione “Granatieri di Sardegna”, una delle unità storiche dell’Esercito, e a ricoprire successivamente il ruolo di ispettore d’artiglieria e di sottocapo di Stato Maggiore con virtù di comando sul 3º Corpo d’Armata con sede a Milano, in una fase segnata dalla Guerra fredda e dalla necessità di adeguare dottrina, addestramento e strutture alle nuove esigenze strategiche. La sua carriera raggiunse una dimensione pienamente internazionale quando venne nominato dalla NATO comandante delle truppe alleate terrestri del Sud Europa, incarico che rifletteva il consolidamento del ruolo dell’Italia all’interno dell’Alleanza Atlantica e la fiducia riposta nella sua esperienza operativa e organizzativa. Divenne capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano dal 1967 al 1968, in un periodo di forti trasformazioni sociali e politiche interne, e successivamente capo di Stato Maggiore della Difesa dal 1968 al 1970, anni segnati dall’inizio della stagione dei primi attentati terroristici e dall’emergere di nuove minacce alla sicurezza interna, contesto nel quale la sua funzione fu quella di garantire il coordinamento interforze e la stabilità dello strumento militare nazionale all’interno dell’ordinamento democratico e degli equilibri internazionali della Guerra fredda.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

C17 McDonnell Douglas/Boeing

C17 McDonnell Douglas/Boeing

Foto: wikipedia.org

Il McDonnell Douglas/Boeing C-17 Globemaster III rappresenta l’evoluzione più avanzata della categoria dei velivoli da trasporto militare pesante progettati negli Stati Uniti, derivando concettualmente dalle esperienze maturate con l’YC-15 e dal programma Advanced Medium STOL Transport (AMST). La configurazione aerodinamica del C-17 è caratterizzata da ala alta a freccia moderata (25° al bordo d’attacco), struttura a longherone multiplo e impiego esteso di leghe metalliche ad alta resistenza con componenti selezionati in materiali compositi per la riduzione del peso e l’aumento della longevità strutturale. Le superfici ipersostentatrici includono slat su tutta la lunghezza del bordo d’attacco e flap Fowler a doppia estensione al bordo d’uscita, integrati con alette di controllo separate che collaborano con il fly-by-wire per garantire un elevato coefficiente di portanza nelle fasi STOL. Il sistema di controllo di volo digitale, quadruplo-ridondante, utilizza attuatori elettroidraulici con logiche di protezione del dominio di volo che limitano stalli asimmetrici e manovre oltre i limiti strutturali, risultando uno dei primi sistemi FBW progettati specificamente per un cargo militare pesante.

La cellula presenta una fusoliera a sezione quasi circolare ottimizzata per massimizzare il volume utile interno mantenendo dimensioni compatibili con piste e infrastrutture NATO; il portellone posteriore integrato con rampa idraulica è dimensionato per supportare carichi elevati e consente sia l’imbarco diretto da mezzi terrestri sia l’aviolancio di pallet standard 463L e piattaforme per veicoli pesanti. La struttura primaria è certificata per un elevato numero di cicli in decollo/atterraggio su piste non preparate, con l’impiego di trattamenti superficiali e rivestimenti anticorrosione per ambienti sabbiosi e marini. Gli assi principali del carrello comprendono sei ruote per lato con sospensioni oleopneumatiche ad ampio escursione, progettate per assorbire impatti verticali superiori a quelli accettabili su piste civili, mentre il carrello anteriore a due ruote è sterzante per agevolare manovre in spazi ristretti.

La propulsione è affidata a quattro turboventola Pratt & Whitney F117-PW-100, versione militare del PW2037, con spinta di circa 40.440 lbf ciascuno. Il motore utilizza un compressore a due rotori con fan a basso rapporto di compressione e turbina a elevata affidabilità, integrando sistemi FADEC ridondati. Una caratteristica peculiare è l’ampia efficacia dell’inversione di spinta, ottenuta tramite deviatori del flusso di bypass, progettati per consentire non solo decelerazioni rapide su piste corte ma anche la retromarcia autonoma del velivolo su superfici appropriate. L’interazione motore-ala è stata calibrata per ottimizzare la portanza indotta dal getto (principio di upper-surface blowing osservato nell’YC-15), contribuendo alla capacità STOL senza penalizzare l’efficienza di crociera.

Dal punto di vista strutturale, il C-17 è certificato per un peso massimo al decollo di 265.350 kg e un carico utile massimo di circa 77.500 kg, tali da consentire il trasporto di un carro M1A1 Abrams (con profilatura specifica del pianale), di due M2/M3 Bradley o tre veicoli Stryker. Il pavimento del vano di carico è realizzato con pannelli rinforzati in lega di alluminio ad alta resistenza, dotati di più livelli di ancoraggio (dual-rail system) compatibili con carichi pesanti e con i requisiti energetici dell’aviolancio. Il sistema di movimentazione interna include rulli retrattili azionati elettricamente, argani e verricelli ridondati e può essere riconfigurato rapidamente per passare dal trasporto logistico al MEDEVAC ad alta capacità.

L’avionica integra mission computer ridondati, GPS/INS di precisione, autopilota compatibile con CAT III, radar meteo con moduli di rilevazione del windshear e sistemi di comunicazione criptati basati su standard militari UHF/VHF/HF e data-link tattici. I pacchetti di aggiornamento successivi alla IOC hanno introdotto l’Enhanced Vision System, ADS-B Out, nuovi display multifunzione a matrice attiva e sistemi di gestione carburante più efficienti. Il velivolo può essere equipaggiato con contromisure difensive, tra cui AN/AAR-47, AN/ALE-47 e sistemi DIRCM.

Le prestazioni operative comprendono decolli e atterraggi su piste semipreparate con lunghezze inferiori a 3.500 ft, con capacità di avvicinamento ripido e procedura di flair assistito dal sistema di controllo digitale. L’autonomia varia da circa 4.400 km con carico pesante a oltre 10.000 km in configurazione ferry con serbatoi pieni e assenza di payload. Il comportamento dinamico del velivolo è ottimizzato per operazioni a bassa velocità, con elevata stabilità longitudinale e resistenza ai buffeting indotti dalla fusoliera in configurazioni di carico critiche.

Il C-17 ha supportato operazioni globali nei domini strategico e tattico, inclusi aviolanci a bassa quota con apertura automatica e ad alta quota con equipaggiamento HALO/HAHO, rifornimenti rapidi (combat off-load), trasporto di componenti fuori sagoma e evacuazioni sanitarie in ambienti ad alta minaccia. In ambito sperimentale è stato impiegato come piattaforma per sistemi d’arma palletizzati, tra cui il Rapid Dragon per il rilascio a distanza di munizionamento stand-off a guida di precisione, dimostrando la versatilità della configurazione del vano di carico come supporto a concetti emergenti di strike modulare.

     Roberto Marchetti

Fonte: .wikipedia.org

Mohammed Farah Aidid

Mohammed Farah Aidid

Foto: wikipedia.org

Mohammed Farah Hassan, noto come Aidid — il cui nome somalo è Maxamed Faarax Caydiid — nacque a Belet Weyne il 15 dicembre 1934 in una famiglia appartenente al clan Habr Ghedir del gruppo Hauia; la sua vicenda personale e politica si intreccia strettamente con le trasformazioni traumatiche della Somalia post-coloniale e con le dinamiche di potere tribali e militari che finirono per trascinare il paese in una guerra civile prolungata. Figlio di un periodo di amministrazione fiduciaria sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’Italia, Aidid entrò giovanissimo nelle forze dell’ordine locali: nel 1954 fu inviato in Italia per un addestramento in una scuola di fanteria a Roma e, rientrato in patria, lavorò sotto alti ufficiali di polizia somali fino a divenire nel 1958 capo della polizia nella provincia del Banaadir; l’anno successivo tornò ancora in Italia per ulteriori studi. Con l’indipendenza della Somalia, proclamata nel luglio del 1960, Aidid passò all’esercito nazionale con il grado di tenente e, grazie alle sue doti e alla congiuntura geopolitica dell’epoca, fu selezionato per un lungo corso di studi militari presso l’Accademia militare di Frunze nell’Unione Sovietica, esperienza che consolidò la sua formazione e lo inserì stabilmente nelle élite militari somale. La svolta autoritaria del 1969, con il colpo di Stato di Siad Barre, lo vide salire rapidamente nei ranghi fino al grado di tenente colonnello, ma la sua carriera fu segnata anche da sospetti e repressione interna: Barre, vedendolo potenzialmente pericoloso, lo fece incarcerare per sei anni — un episodio che lasciò segni duraturi e che si concluse con la sua liberazione nel 1975, quando Aidid riprese la carriera militare. La guerra d’Ogaden contro l’Etiopia del 1977–1978 lo proiettò ulteriormente sulla scena nazionale; per il comportamento mostrato in quel conflitto fu promosso a brigadier generale, e negli anni successivi ricoprì incarichi di vertice, divenendo aiutante di campo del presidente Barre e ottenendo nel 1979 un seggio parlamentare. La progressiva sfiducia di Barre, che percepiva negli Hauia e in Aidid un nucleo di potenziale opposizione — gli Hauia, del resto, occupavano molte delle principali cariche sia civili che militari sin dall’indipendenza — portò al suo isolamento diplomatico: nel 1984 Aidid fu nominato ambasciatore in India, mossa interpretata come un allontanamento dai centri di potere, nonostante sia noto che in certi periodi avesse diretto anche i servizi segreti somali. Il processo di mobilitazione dell’opposizione culminò nella formazione del Congresso della Somalia Unita (USC) nel 1987, fondato in larga parte da elementi del suo gruppo clanico; Aidid aderì all’organizzazione nello stesso anno e a dicembre ne assunse il comando dell’ala militare, abbandonando formalmente l’incarico diplomatico in India nel 1989 per tornare in patria e farsi protagonista diretto degli eventi. All’inizio del 1991, con la rottura definitiva dell’apparato di potere di Siad Barre, Aidid guidò le forze dell’USC nell’assalto e nella presa di Mogadiscio, contribuendo alla caduta del regime e costringendo Barre a lasciare la città la sera del 26 gennaio 1991; tuttavia la fase successiva, caratterizzata da decisioni politiche e spartizioni di potere, innescò la frattura tra i capi dell’USC: l’elezione di Ali Mahdi Mohamed a presidente ad interim fu contestata violentemente da Aidid, che, forte del sostegno tribale, scelse la via della resa dei conti armata piuttosto che dell’accordo politico. Il rifiuto di accettare una leadership alternativa trasformò la lotta per il controllo della Somalia in una guerra civile aperta: nel luglio 1991 la Conferenza di pace di Gibuti confermò Ali Mahdi alla presidenza, ma Aidid intensificò la sua opposizione e nel corso dei mesi successivi il paese precipitò in una delle fasi più sanguinose della sua storia contemporanea; Mogadiscio, teatro di scontri sempre più feroci, fu divisa da una “Linea Verde” che separava le sfere di influenza dei contendenti. L’ascesa di Aidid a signore della guerra e le azioni delle sue milizie attirarono rapidamente l’intervento internazionale: nel 1992 l’Alleanza Nazionale Somala guidata da Aidid divenne uno degli obiettivi principali sia dell’operazione umanitaria Restore Hope guidata dagli USA sia della successiva missione di peacekeeping UNOSOM II, poiché la situazione sul terreno minacciava non solo la stabilità regionale ma anche l’efficacia degli aiuti umanitari; le tensioni degenerarono in scontri diretti contro contingenti stranieri — il 5 giugno 1993 le unità pakistane furono attaccate in quello che venne chiamato lo scontro della Radio, con la perdita di 23 soldati pakistani, e il 2 luglio fu l’unità italiana a subire un’imboscata nota come la battaglia del Pastificio, nella quale persero la vita tre militari. L’apice delle ostilità con le forze internazionali si raggiunse il 3–4 ottobre 1993 nella celebre battaglia di Mogadiscio, quando i miliziani di Aidid inflissero gravi perdite alle forze statunitensi — diciotto soldati americani uccisi — e a un contingente malese, evento che segnò profondamente l’opinione pubblica internazionale e accelerò la ritirata delle forze occidentali; nonostante le operazioni delle Nazioni Unite e delle coalizioni straniere, la caccia a Aidid non raggiunse un esito definitivo e la comunità internazionale alla fine decise un progressivo ritiro: Stati Uniti e Italia lasciarono il paese nel marzo 1994, mentre l’ONU concluse la sua presenza formale nel marzo 1995. In questo quadro di frammentazione e di accuse incrociate, Aidid e i principali attori della scena furono sospettati di coinvolgimenti in traffici illeciti di armi e, con accuse ancora controverse, anche di rifiuti tossici; tali sospetti furono al centro di inchieste giornalistiche pericolose, e l’uccisione a Mogadiscio dei giornalisti italiani Ilaria Alpi e Miran Hrovatin pochi giorni prima del ritiro del contingente italiano restò un episodio oscuro collegato a quegli stessi scandali. Dopo il vuoto di potere creato dal ritiro internazionale, Aidid nel giugno 1995 si autoproclamò presidente della Somalia: un atto che di fatto pose fine alla debole autorità formale di Ali Mahdi ma che non gli valse alcun riconoscimento internazionale e che rifletteva più il tentativo di consolidare un potere de facto che una reale capacità istituzionale di governo; il controllo esercitato da Aidid sul territorio rimase sempre limitato e contestato, tanto che nel settembre 1995 i suoi miliziani attaccarono la città di Baidoa causando vittime e la cattura di cooperanti stranieri, episodio che sottolineò l’incapacità di ristabilire l’ordine e la persistente frammentazione delle forze sul territorio. Le faide interne tra signori della guerra continuarono fino agli ultimi mesi della sua vita: il 24 luglio 1996 Aidid rimase ferito in uno scontro con le milizie di Ali Mahdi e con quelle di Osman Ali Atto — un tempo alleato e finanziatore — e, sottoposto a intervento chirurgico per le ferite riportate, morì il 1º agosto 1996 a Mogadiscio per un arresto cardiaco durante o subito dopo l’operazione. La sua eredità politica proseguì nella figura del figlio Hussein, che aveva emigrato negli Stati Uniti a diciassette anni, ottenuto asilo e servito nei Marines nel 1987; tornato in Somalia dopo la morte del padre, Hussein rivendicò a sua volta la presidenza prima di rinunciare alle pretese nel 1997, mentre l’orizzonte istituzionale del paese vide solo a partire dal 2000 un tentativo di normalizzazione con l’elezione di Abdiqasim Salad Hassan, cugino di Aidid, a presidente riconosciuto — un fatto che testimonia la persistenza dei legami clanici nella politica somala e la difficoltà di costruire istituzioni nazionali sovraordinate alla logica delle fazioni. La figura di Aidid rimane dunque emblematica di un’intera fase storica della Somalia: un militare formato nelle scuole straniere e inserito nelle élite nazionali che, oscillando tra ruoli istituzionali e strategie di potere tribale, divenne protagonista della caduta dello stato centralizzato e dell’entrata in una fase caotica e violenta che segnò profondamente il paese e l’intervento della comunità internazionale.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Battaglia del checkpoint Pasta

Battaglia del checkpoint Pasta

La «Battaglia del pastificio», talvolta chiamata anche «battaglia del checkpoint Pasta», si svolse il 2 luglio 1993 a Mogadiscio ed è rimasta nella memoria militare e pubblica italiana come il primo scontro a fuoco in cui furono impiegati militari dell’Esercito Italiano dalla fine della Seconda guerra mondiale, uno scontro che, per intensità, complessità e conseguenze politiche e umane, merita un’analisi attenta e multilivello che integri ricostruzione operativa, dinamiche locali e ricadute simboliche e commemorative. L’azione ebbe luogo nel quartiere di Haliwaa, a nord di Mogadiscio, durante l’operazione denominata Canguro 11 disposta dal Comando ITALFOR: due colonne meccanizzate italiane, la «Alfa» proveniente dalla zona del porto vecchio e la «Bravo» proveniente da Balad, presidio italiano a circa venti chilometri dalla capitale, effettuarono un rastrellamento di un’area di circa 400 × 700 metri compresa fra i checkpoint Ferro e Pasta; alcuni obiettivi di ricerca armi erano localizzati nei pressi di un pastificio abbandonato della Barilla, accanto al quale, sull’incrocio fra via Imperiale e la Strada 21 Ottobre, era stato costituito il posto di blocco denominato «Pasta». Al termine delle operazioni di rastrellamento le colonne ripresero il rientro verso le basi, ma la situazione esplose rapidamente in una sequenza di disordini su vasta scala che coinvolsero largamente la popolazione locale e, secondo diverse ricostruzioni, videro l’impiego di tiratori scelti: la colonna Bravo, che in quel momento si trovava nei pressi del pastificio lungo via Imperiale, intervenne per supportare le forze di polizia somale che stavano perdendo il controllo dell’area. I miliziani somali, enucleati nella narrazione italiana come appartenenti alle forze fedeli al generale Mohammed Farah Aidid o comunque legati alle strutture paramilitari denominate Mooryaan, predisposero imboscate e barricate che ben presto immobilizzarono mezzi blindati italiani (fra cui VCC-1 «Camillino» in dotazione alla XV Compagnia «Diavoli Neri» del 186º Reggimento paracadutisti), mentre altre arterie di fuga venivano occluse con barricate e i combattenti sparavano anche da posizioni sopraelevate, dai tetti delle abitazioni.
Il fuoco anticarro immobilizzò veicoli e causò i primi feriti: in una di queste prime fasi cadde il paracadutista Pasquale Baccaro, colpito alla gamba da un razzo, mentre furono gravemente feriti il sergente maggiore Giampiero Monti (addome) e il paracadutista Massimiliano Zaniolo (mano). Per soccorrere i mezzi e gli uomini in difficoltà fu deciso l’intervento della colonna Alfa, quasi alla base, sostenuta anche da assetti aerei tra cui elicotteri d’attacco A129 Mangusta e mezzi da trasporto Bell AB-205. La dinamica tattica emerse come un classico assalto urbano contro convogli e punti di blocco: i blindati italiani cercarono di fornire protezione con il fuoco delle mitragliatrici mentre i soldati tentavano di rimettere in moto veicoli danneggiati e rastrellare le zone limitrofe; fu in questa fase che il sottotenente Andrea Millevoi, comandante di un plotone di autoblindo Centauro dell’ 8º Reggimento «Lancieri di Montebello», venne mortalmente colpito mentre si sporgeva dal mezzo per valutare la situazione. Dalle ricostruzioni risulta che l’uso dell’armamento pesante fu limitato per il concreto rischio di colpire la popolazione civile che affluiva numerosa: tuttavia in almeno due occasioni furono impiegati i carri M60 del 32º Reggimento carri, che aprirono il fuoco contro container usati dai miliziani come schermo, infliggendo loro pesanti perdite, e un elicottero Mangusta impiegò un missile TOW per colpire un Iveco VM 90 italiano catturato e utilizzato dai somali, distruggendo il veicolo e uccidendo i ribelli al suo interno. La presenza massiccia di civili, in alcuni casi usati come scudi umani dagli assalitori secondo le fonti, e la natura urbana e intricatissima del teatro operarono come vincoli operativi stringenti: i soldati italiani dovettero ritirarsi sotto il fuoco, supportati dall’intervento di elicotteri da attacco Cobra statunitensi e dall’arrivo di nuovi mezzi corazzati. L’azione, durata alcune ore, si chiuse con il bilancio di tre militari italiani deceduti, il Capitano Pasquale Baccaro (186º Reggimento paracadutisti «Folgore»), il Sottotenente Andrea Millevoi (Reggimento «Lancieri di Montebello», 8º) e il Sergente Maggiore Stefano Paolicchi (9º Battaglione d’assalto paracadutisti «Col Moschin»), tutti decorati con la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, e con almeno ventidue feriti tra le forze italiane; il sergente maggiore Giampiero Monti ricevette la Medaglia d’argento al valor militare, il sottotenente paracadutista Gianfranco Paglia fu colpito da tre proiettili (uno al polmone e uno al midollo spinale) rimanendo paralizzato ma conservando una carriera in armi fino al grado di tenente colonnello e diventando anche capitano del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa; al capitano Paolo Riccò, comandante della XV Compagnia paracadutisti, venne conferita la Medaglia di bronzo al valor militare, mentre altre onorificenze d’argento e bronzo furono attribuite a elicotteristi e carabinieri paracadutisti impegnati nell’azione. Quanto alle perdite tra miliziani e civili somali, la cifra rimane controversa e difficile da stabilire con precisione: un documentario-inchiesta del 2008 (Check point Pasta, regia Andrea Bettinetti) riporta, citando fonti locali ufficiali, 67 morti e 103 feriti tra i somali, mentre fonti ufficiose suggeriscono numeri ben più alti; la natura stessa dei combattimenti urbani, la presenza di miliziani non uniformati e la difficoltà d’accesso alle informazioni in contesto pre-politico e pre-statale rendono problematica una conta attendibile delle vittime tra la popolazione locale. Sul piano delle cause e delle responsabilità esistono ipotesi differenti e talvolta contrastanti: alcune ricostruzioni, mai formalmente confermate da documenti ufficiali, sostengono che il generale Aidid si fosse rifugiato nell’area interessata e che avesse ordinato ai suoi miliziani di iniziare gli scontri per coprire la sua fuga, ordine che sarebbe poi degenerato oltre le intenzioni iniziali; altre interpretazioni parlano di agenti provocatori che avrebbero manipolato informazioni e fomentato la violenza con lo scopo di provocare una reazione italiana che rompesse il precedente atteggiamento relativamente contenuto nelle regole d’ingaggio, adducento come indizi la diffusione di materiale diffamatorio da persone presentate come intellettuali somali e una missiva inviata a Loi il 27 agosto 1993 da un delegato del quartiere di Haliwaa che elogiava l’operato italiano e contestualmente esprimeva condoglianze per le perdite, una combinazione di elementi che alcuni interpretano come contraddittoria rispetto a una provocazione orchestrata; ulteriori perplessità nascono dal fatto che Mogadiscio Nord, area del quartiere Haliwaa, era sotto il controllo di Ali Mahdi Mohamed, principale avversario di Aidid, il che intrica ulteriormente la matrice politica degli scontri e suggerisce la possibilità di giochi di alleanze e contrapposizioni locali che andarono oltre la semplice opposizione tra forze italiane e miliziani di Aidid.
Dal punto di vista storico e storiografico, la battaglia del pastificio rappresenta un episodio paradigmatico delle difficoltà delle missioni internazionali in Somalia negli anni novanta: essa mette in luce le tensioni fra obiettivi umanitari e contesti di guerra civile, la fragilità del controllo territoriale senza una chiara egemonia istituzionale, i limiti operativi imposti dalla necessità di proteggere civili in combattimenti urbani e le complesse ripercussioni a livello politico e simbolico di perdite militari in operazioni di peacekeeping o peace enforcement. L’episodio generò dibattiti in Italia sul ruolo e i rischi delle forze armate all’estero, lasciò tracce profonde nella memoria dei reparti coinvolti e nelle decorazioni concesse, e continua a essere oggetto di indagini, documentari e riflessioni su come ricostruire con rigore le responsabilità e le dinamiche di quel conflitto urbane che mescolò tattica, politica locale e crisi umanitaria.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Operazione Restore Hope

Operazione Restore Hope

UNITAF, nota anche come Operazione Restore Hope, rappresenta un capitolo cruciale e complesso dell’intervento internazionale in Somalia all’inizio degli anni Novanta: concepita dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per stabilizzare un paese precipitato in condizioni di anarchia e in una grave crisi umanitaria, l’operazione è formalmente attestata come svolta tra il 3 dicembre 1992 e il 4 maggio 1993 e venne condotta sotto il controllo operativo degli Stati Uniti, con il coordinamento politico disposto dall’amministrazione del presidente Bill Clinton attraverso l’ambasciatore Robert Oakley e con il comando militare affidato al generale Robert B. Johnston; la missione fu seguita da un successivo mandato UNOSOM II.

Il ricorso a UNITAF fu la risposta diretta all’inefficacia dimostrata da UNOSOM I, avviata nell’aprile del 1992, e nacque dall’esigenza di creare una cornice di sicurezza minima che permettesse interventi umanitari. distribuzione di cibo, assistenza medica, programmi di vaccinazione per i bambini, ricostruzione di strutture statali, e al contempo di avviare il disarmo delle fazioni armate che alimentavano il conflitto anche attraverso forme di finanziamento illecite, quali il commercio di droga e il traffico di rifiuti tossici. L’arrivo delle forze ONU si concretizzò subito: il 4 dicembre 1992 unità delle forze armate statunitensi fecero il loro ingresso in Somalia e nei giorni successivi giunsero contingenti da Italia, Belgio, Nigeria, Malaysia, Pakistan, India, Emirati Arabi Uniti e Australia; queste forze permisero l’attivazione di iniziative umanitarie e la realizzazione di operazioni mediche come l’operazione More Care, finalizzata all’erogazione di cure mediche e dentarie alla popolazione. Nonostante alcuni segnali iniziali di cooperazione, a fine dicembre, secondo la fonte, i leader di due fazioni importanti, Aidid e Ali Mahadi, sottoscrissero un accordo che lasciava intravedere una possibile de-escalation, l’occupazione internazionale del territorio si scontrò ripetutamente con l’ostilità delle milizie locali: il dispiegamento previsto per l’operazione Restore Hope fu completato il 4 gennaio 1993 con lo schieramento di oltre 25.000 caschi blu, ma le forze ONU vennero frequentemente messe in difficoltà da attacchi diretti e da manifestazioni ostili orchestrate dalle fazioni in lotta. In questo contesto i marines statunitensi intrapresero operazioni di ricerca e distruzione di arsenali e depositi di armi, sequestrando e distruggendo, tra il 7 e il 16 gennaio, oltre 1.200 tonnellate di materiale bellico; nel corso di questi scontri la prima vittima del corpo di spedizione multinazionale fu il marine Domingo Arroyo. La partecipazione italiana, identificata nel documento con la sigla ITALFOR IBIS, fu la seconda per consistenza numerica dopo quella americana e si caratterizzò per il contributo di unità specializzate e per un impiego articolato su più fronti: i primi reparti italiani a sbarcare furono incursori paracadutisti del “Col Moschin” e carabinieri paracadutisti del 1º Reggimento CC Paracadutisti “Tuscania”, giunti il 13 dicembre e autori, due giorni dopo, di un’operazione che consentì la liberazione dell’ambasciata italiana occupata senza ricorrere all’uso della forza; il contingente italiano comprendeva inoltre il 24º Gruppo Navale (in operatività dall’11 dicembre 1992 al 14 aprile 1993), al comando del Capitano di Vascello Sirio Pianigiani, e composto dall’incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto, dalla fregata Grecale, dal rifornitore Vesuvio e dalle LPD San Giorgio e San Marco, oltre al Battaglione San Marco; l’arrivo in teatro, datato 22 dicembre nella fonte, vide lo sbarco di 23 mezzi anfibi e 16 mezzi cingolati del Battaglione San Marco e il contributo iniziale di circa 400 fucilieri di marina, portando il totale delle forze italiane impegnate a circa 800 unità. Contemporaneamente la nave civile Sardinia Viva, noleggiata dal governo italiano, trasportò personale logistico della Brigata paracadutisti “Folgore”, la quale fornì una testa di ponte essenziale per il successivo schieramento di ulteriori reparti; tra questi il 132º Reggimento Carri operò con unità a rotazione equipaggiate con carri M60, vi furono reparti dei Lancieri di Montebello dotati di autoblindo FIAT 6614 e blindo pesanti Centauro, e successivamente si aggiunse il 186º Reggimento paracadutisti “Folgore”. La base operativa italiana venne stabilita a Balad, nei pressi della vecchia accademia militare somala, mentre un contingente più ridotto fu stanziato nel porto di Mogadiscio; l’esercito italiano, operando lungo la cosiddetta via Imperiale, retaggio della colonizzazione italiana e della successiva amministrazione fiduciaria (1950–1960), istituì sei checkpoint identificati con i nomi Obelisco, Banca, Demonio, Nazionale, Ferro e Pasta, e concentrò le proprie attività principalmente nell’area di Mogadiscio e lungo l’asse Balad–via Imperiale, privilegiando strategie di contatto con la popolazione e cercando di sfruttare, anche sul piano simbolico, l’immagine storica lasciata dal periodo coloniale e dal mandato fiduciario. Le operazioni di disarmo vennero tuttavia ostacolate dall’impiego strumentale delle masse da parte delle fazioni per compensare la loro inferiorità militare, e con l’allargamento delle ispezioni e delle ricerche di depositi di armi a tutto il territorio la Folgore subì attacchi, in particolare nella regione del Medio Shabelle il 2 febbraio, mentre incarichi specifici affidati all’ITALFOR includevano anche la formazione della nuova polizia somala, svolta da unità dei carabinieri. Il deterioramento progressivo della situazione, con manifestazioni popolari sempre più frequenti contro i caschi blu e attacchi audaci a reparti australiani, belgi e italiani, nonché il ridimensionamento della presenza statunitense decisa dal Pentagono, portarono l’ONU ad un ripensamento operativo: con la risoluzione 814 del 26 marzo 1993 venne avviata l’operazione UNOSOM II, che ampliò il mandato autorizzando i caschi blu all’uso della forza per il disarmo delle fazioni e prevedendo un nuovo approccio di stabilizzazione; la missione UNOSOM II si concluse con il ritiro graduale delle truppe tra gennaio e marzo 1995. Nel dopomissione emersero inoltre diverse controversie e questioni giudiziarie: nel 1997, a seguito della pubblicazione su un settimanale di fotografie controverse, furono sollevate accuse gravi nei confronti di alcuni paracadutisti italiani per presunti atti di violenza e abusi nei confronti di civili somali; la stampa riportò immagini che ritraevano presunti abusi, compresi casi di violenza sessuale, e tali pubblicazioni innescarono inchieste sia da parte delle autorità civili sia militari. Dalle indagini e dagli sviluppi emersero complessità procedurali e sanzionatorie: a fronte di numerose foto e testimonianze soltanto il maresciallo Ercole venne condannato in primo grado per abuso d’autorità e successivamente il procedimento si estinse per prescrizione, dopo che venne resa pubblica una fotografia che lo ritraeva mentre applicava elettrodi a un civile; nei suoi confronti fu disposto un trasferimento a 300 km di distanza con conseguente esclusione dalle missioni estere. Sempre nell’ambito delle denunce, venne alla luce un diario scritto in missione da un carabiniere paracadutista del Battaglione Tuscania che descriveva gravi abusi, torture e uccisioni di civili somali; tale documento è stato archiviato e reso disponibile il 9 giugno 2020 su Internet Archive, secondo quanto riportato dalla fonte. La vicenda vide altresì tentativi di raggiro e manipolazione dell’inchiesta da parte di un millantatore che estorse denaro al settimanale affermando di possedere foto inequivocabili, alcune delle quali risultarono poi ritoccate, e suscitò la censura, da parte di un giudice, nei confronti dello Stato Maggiore dell’Esercito per comportamenti definiti dall’atto giudiziario come inerzie e approssimazioni che avrebbero ostacolato verifiche tempestive a favore degli ufficiali coinvolti; la memoria collettiva e il dibattito pubblico intorno agli abusi è stato inoltre alimentato da contributi audiovisivi come il docufilm “La linea sottile”, che raccoglie testimonianze di veterani e racconti di presunti abusi compiuti durante la missione. Nel complesso, la ricostruzione qui sintetizzata dalla fonte documentale evidenzia una operazione internazionale condotta con obiettivi umanitari e di stabilizzazione, caratterizzata da una rapida e massiccia mobilitazione multinazionale e da successi tattici nel recupero di arsenali, ma allo stesso tempo segnata dalla resistenza delle formazioni locali, da difficoltà politiche e logistiche, da controversie giudiziarie e mediali sull’operato dei contingenti e da un’evoluzione del mandato ONU che sfociò in una seconda fase, UNOSOM II, formalmente orientata all’uso della forza per il disarmo e alla ricostruzione dell’ordine statale nel Paese.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org