Cannone 75/27 Mod. 1911

Cannore 75/27 Mod. 1911

Fonte: wikipedia.org

Il cannone 75/27 Mod. 1911 fu una delle principali artiglierie campali in dotazione al Regio Esercito durante la prima e la seconda guerra mondiale, caratterizzandosi per una versatilità d’impiego che, pur essendo prevalentemente orientata al ruolo di artiglieria da campagna, ne vide l’utilizzo anche in funzione contraerei e, in misura minore, come arma controcarri mediante proiettili specifici. Nelle fasi iniziali della Grande Guerra il pezzo, in mancanza di materiali specializzati, fu talvolta impiegato nella difesa antiaerea attraverso soluzioni d’emergenza che ne aumentavano l’elevazione della canna pur mantenendo il sistema di puntamento originario. Le origini del 75/27 Mod. 1911 risalgono alla decisione, presa a seguito delle esperienze maturate con il cannone da 75 mm Krupp Mod. 1906, di dotare l’esercito di un’arma più moderna e maneggevole. Il Mod. 1906, entrato in servizio nel 1906 e impiegato già nel 1911 nella guerra di Libia, aveva evidenziato limiti significativi, in particolare nella mobilità su terreni vari e nei ristretti settori di tiro. Poiché le consegne del Mod. 1906 procedevano lentamente, si avviò una fase di sperimentazione su modelli Schneider, Déport e Krupp. Il giudizio positivo sul sistema Déport portò all’adozione di un cannone da 75 mm a tiro rapido, la cui produzione fu affidata a un consorzio di 27 aziende guidato da Vickers-Terni e Società Acciaierie Terni. Il 75/27 Mod. 1911, destinato ad affiancare il Mod. 1906 nei reggimenti di artiglieria da campagna, subì notevoli ritardi di consegna, tanto che solo alla vigilia della guerra tutti i pezzi ordinati furono disponibili. Montato su un affusto ruotato con ruote in legno a razze, il cannone soffrì per tutta la sua carriera di una scarsa adattabilità al traino meccanico, limite che ne penalizzò l’impiego come artiglieria di accompagnamento. La canna era composta da due elementi, anima e manicotto, collegati alla culla mediante due lisce che ne guidavano il rinculo. L’otturatore a vite garantiva la tenuta tramite l’espansione del bossolo in ottone, mentre il meccanismo di percussione, alloggiato in una scatola fissata al vitone dell’otturatore, comprendeva massa battente, percussore, grilletto e leva di armamento. Rispetto al Mod. 1906, l’innovazione più rilevante era rappresentata dall’affusto a doppia coda con giunti sferici, che assicurava maggiore stabilità laterale anche ai massimi valori di brandeggio. Il sistema di rinculo, di tipo combinato, consentiva elevati angoli di tiro senza che la culatta urtasse il terreno, suddividendo l’energia di rinculo in due componenti indipendenti, una parallela al terreno e una parallela alla canna, riducendo così il rinculo della bocca da fuoco a circa un quarto di quello del Mod. 1906. L’affusto era formato da una sala poggiante sulle ruote, dalle due code, dalla culla e dalla slitta con i relativi organi elastici, e dalla culla della bocca da fuoco con freno di rinculo e recuperatore. La culla d’affusto, imperniata al telaio al centro della sala, poteva ruotare orizzontalmente, mentre la sala poteva muoversi verticalmente di ±15° indipendentemente dal meccanismo di elevazione della bocca. Le code, in lamiera a sezione rettangolare, terminavano con casse girevoli contenenti vomeri a coltello da fissare al terreno. Lo scudo frontale da 4 mm di spessore e il freno di bloccaggio manuale delle ruote completavano la dotazione, mentre il puntamento era affidato a un cannocchiale panoramico con dispositivi di correzione per sbandamento e derivazione. Il traino animale, con tre pariglie, prevedeva un avantreno con cassone da 32 cartocci proietto e sedile per tre serventi; per il traino meccanico, di norma effettuato con trattori Fiat-SPA TL37, il pezzo veniva caricato su un carrello ammortizzato inserito tra le ruote sotto la sala, che su terreni sconnessi poteva trasformarsi in avantreno. Nel maggio 1915 il Regio Esercito disponeva di 125 batterie, pari a 500 cannoni, in organico ai reggimenti di artiglieria divisionale e di corpo d’armata. Le prestazioni del 75/27 Mod. 1911, superiori a quelle dei corrispondenti pezzi austriaci Škoda 8 cm Vz. 1905, permisero un vantaggioso impiego contro l’artiglieria nemica. La produzione proseguì durante la guerra e, nel novembre 1917, erano in linea 488 batterie con 1931 pezzi dei due modelli 1906 e 1911. Nonostante le pesanti perdite a Caporetto, nel settembre 1918 i soli Mod. 1911 disponibili erano già risaliti a 820. Fin dall’inizio del conflitto una trentina di batterie vennero assegnate alla difesa contraerea, per la quale il pezzo si adattava discretamente grazie a traiettoria, settore di tiro e cadenza di fuoco. Dal 1914 fu sviluppata un’installazione speciale, priva di scudo e dotata di mirini specifici, che consentiva elevazioni fino a 75-80° e un settore d’azione di 30°. Nell’ottobre 1918 le batterie contraeree armate con questo cannone erano 43. Il Mod. 1911 fu esportato in piccole quantità, come una batteria alla Romania, mentre Francia e Russia richiesero forniture all’industria italiana. Nel dopoguerra il pezzo rimase nei reggimenti di artiglieria divisionale, mentre si studiavano miglioramenti per aumentarne la gittata fino a 12 km e facilitarne il traino meccanico. Nel 1932 fu adottato un nuovo munizionamento a cartoccio-bossolo con carica variabile, che incrementò la gittata di 2 km. Per migliorarne la mobilità si introdusse inizialmente un carrello elastico autotrainabile, poi si sostituirono le ruote in legno con ruote metalliche gommate per i reparti motorizzati, anche se durante la seconda guerra mondiale non era raro trovare ancora esemplari con le ruote originali. Il sistema di autotrasporto, impiegato fino al 1928, fu abbandonato a causa delle difficoltà degli autocarri dell’epoca e dell’instabilità dovuta all’alto baricentro; furono quindi impiegati i trattori ruotati Pavesi P4 e successivamente i cingolati Fiat-OCI 708 CM e i TL37. Durante la guerra civile spagnola 99 pezzi furono impiegati dal Corpo Truppe Volontarie. Negli anni Trenta il calibro da 75 mm divenne obsoleto come artiglieria campale, rimanendo in linea solo in Francia con il celebre 75 mm Mle. 1897 e in URSS con il cannone da 76,2 mm M1936, utilizzato anche controcarri. L’Italia cedette alla Polonia due batterie e alla Spagna un numero imprecisato di pezzi, per un totale di circa 330 cannoni. All’entrata in guerra nel 1940 la maggior parte dell’artiglieria era ancora ippotrainata: su 1300 Mod. 1911 solo 268 erano predisposti al traino meccanico e i palliativi adottati, come il carrello elastico o la semplice sostituzione delle ruote, non diedero risultati soddisfacenti. Il pezzo fu impiegato su tutti i fronti tranne in Africa Orientale, con concentrazione soprattutto sul fronte russo, mentre in Nordafrica era preferito il più robusto Mod. 1906. In Libia, nel 1942, si contavano 138 pezzi, ridotti a 42 dopo El Alamein e a soli 10 nel febbraio 1943. In funzione controcarri il 75/27 utilizzò anche granate a carica cava, ma con risultati deludenti: prove condotte in Germania nel 1942 contro carri T-34 catturati dimostrarono l’incapacità del cannone di danneggiarne seriamente la corazza. Nella battaglia dell’ansa di Serafimovich, tra il 30 e il 31 luglio 1942, i pezzi del II Gruppo da 75/27 del 120º Reggimento d’Artiglieria Motorizzato, impiegati insieme a pezzi da 75/32 italiani e 75/97/38 tedeschi, ottennero risultati limitati: le granate Mod. 32 senza innesco si rivelarono efficaci solo entro 100 metri e contro cingoli e fianchi, senza alcun effetto sulla parte frontale nemmeno a 10 metri. Dopo l’8 settembre 1943 i cannoni catturati dai tedeschi furono classificati come 7,5 cm FK 244(i). L’ultimo impiego documentato risale al 1950, quando due batterie furono utilizzate presso la Scuola di Artiglieria di Bracciano per l’addestramento al tiro degli ufficiali osservatori.

     Roberto Marchetti

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