Mortaio 81 Mod. 35

Il Mortaio da 81 Modello 35 rappresentò una delle armi di supporto più significative impiegate dal Regio Esercito durante la seconda guerra mondiale, frutto dell’esperienza accumulata dalle forze armate italiane nel corso di due decenni di sperimentazione e impiego di sistemi d’arma a tiro curvo. La sua genesi si colloca all’incrocio tra le lezioni apprese durante la Grande Guerra e l’adozione di modelli stranieri di comprovata efficacia. Già nel primo conflitto mondiale l’esercito italiano aveva impiegato, accanto a lanciabombe e bombarde di concezione nazionale, l’innovativo mortaio britannico ML 3 inch Stokes, la cui semplicità meccanica e velocità di tiro avrebbero influenzato la progettazione dei mortai leggeri e medi per decenni. Nei primi anni Trenta, in previsione della campagna d’Etiopia, il Regno d’Italia acquisì direttamente dalla Francia il Brandt da 81 mm Modèle 1927, discendente diretto dello Stokes e unanimemente considerato all’epoca uno dei migliori mortai al mondo. L’eccellenza di questo pezzo si tradusse in un successo internazionale, con licenze di produzione concesse a numerosi Paesi e copie non autorizzate realizzate in molteplici versioni. In Italia la produzione su licenza fu affidata alla Società Costruzioni Elettro-Meccaniche di Saronno (CEMSA), che non si limitò a replicare il progetto francese ma ne sviluppò una versione migliorata, dando vita al Mortaio da 81 Mod. 35, presto destinato a diventare il più efficiente mortaio medio in dotazione al Regio Esercito. Alla fine del decennio, la stessa CEMSA sviluppò privatamente una versione avanzata del Mod. 35, denominata Mortaio da 81 CEMSA L.P. (Longue Portée, “lunga gittata”), conservando l’impostazione generale dell’arma ma introducendo un sistema di raffreddamento della canna, segno dell’attenzione rivolta a incrementarne la durata operativa e la capacità di sostenere tiri prolungati. Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, risultavano in servizio 2.177 esemplari di Mod. 35, organizzati in 212 compagnie mortai, ciascuna composta da tre plotoni su due armi. L’ordinamento Pariani prevedeva per ogni divisione di fanteria un battaglione mortai con due compagnie armate di Mod. 35, mentre un’ulteriore compagnia era assegnata a ciascuno dei due reggimenti di fanteria. Dopo l’armistizio di Cassibile, l’arma continuò a essere impiegata dall’Esercito Nazionale Repubblicano della Repubblica Sociale Italiana e rimase in servizio nell’Esercito Italiano fino agli anni Sessanta. In ambito internazionale, il Mod. 35 conobbe un utilizzo peculiare durante la guerra d’Inverno, quando, nell’ambito degli aiuti militari italiani alla Finlandia – che compresero anche moschetti Carcano Mod. 38 – venne inviato un lotto di circa cento esemplari, designati localmente 81 Krh/36-I (“kranaatinheitin” per mortaio in lingua finlandese, “I” per “italialainen”, ossia italiano) al fine di distinguerli dalle versioni francesi, polacche e ungheresi già in uso. Questi pezzi furono utilizzati anche durante la guerra di continuazione e, in parte, catturati dalla Wehrmacht, che li riclassificò come 8.14 cm GrW 276 (i). Nel 1944, la CEMSA consegnò ulteriori 200 mortai alle truppe tedesche stanziate nell’Italia settentrionale. Dal punto di vista costruttivo, il Mod. 35 presentava un tubo di lancio in acciaio ad anima liscia, con blocco di culatta terminante in una testa sferica idonea a inserirsi negli alveoli della piastra d’appoggio, provvista di due facce piane per l’incastro. All’interno della canna, il percussore lungo 15 mm sporgeva dal blocco di culatta. La piastra standard, di forma rettangolare, era dotata di maniglia di trasporto e, inferiormente, di vomeri dentati e nervature per l’ancoraggio al terreno. Superiormente, tre alveoli permettevano di variare l’alzo; per terreni particolarmente duri era disponibile una piastra “da roccia” più piccola, rotonda, con diametro di 30 cm e un solo alveolo. Nel dopoguerra fu introdotta una piastra rotonda scomponibile in due elementi. L’affusto comprendeva un bipiede, i sistemi di elevazione e brandeggio e la culla. Il bipiede anteriore, in acciaio, aveva gambe pieghevoli unite da catena e un tirante collegato alla gamba sinistra per la correzione dello sbandamento; il sistema di elevazione era costituito da un vitone regolato da pignone e manovella, mentre quello di direzione impiegava un perno trasversale filettato con volantino. La culla, fissata alla canna tramite un collare metallico e due ammortizzatori di rinculo, si collegava al sostegno, munito di appendici per l’inserimento della vite di brandeggio e di attacco a coda di rondine per il collimatore. Per il trasporto, l’arma poteva essere someggiata su mulo o suddivisa in tre carichi (tubo, bipiede, piastra) da portare a spalla da altrettanti serventi. Il munizionamento previsto comprendeva principalmente due tipi di bombe: la g.a. (granata a capacità normale) e la g.c. (granata a grande capacità). La g.a., prodotta da vari stabilimenti nazionali, aveva corpo bomba periforme in ghisa acciaiosa, coda con tre coppie di alette, carica di 450 g di esplosivo e peso complessivo di 3,265 kg, con gittata massima di 3.100 m e raggio d’azione di 20-30 m. La g.c., prodotta solo dalla CEMSA, Innocenti e dall’arsenale di Piacenza, aveva corpo cilindrico in acciaio, quattro coppie di alette, carica di 2 kg di tritolo, peso di 6,865 kg, gittata di 1.100 m e raggio d’azione di 100-120 m. Erano inoltre disponibili bombe ad aggressivo chimico, nebbiogene, nebbiogene-incendiarie e da istruzione. Tutte le munizioni impiegavano una cartuccia calibro 12 con 8,15 g di balistite come carica di lancio (carica 0), incrementabile fino a quattro cariche aggiuntive da 9,5 g per aumentare la gittata. Le spolette utilizzate erano la I.R. Mod. 35, ad impatto e ritardo pirico, di derivazione Brandt, e la I. Mod. 40, ad impatto. Le bombe venivano trasportate in cassette di legno da tre colpi, con possibilità di carico su mulo in varie combinazioni fino a un massimo di 18 bombe g.a. o 9 g.c. Il funzionamento riprendeva il principio introdotto da Stokes: caricamento dalla bocca, caduta della granata per gravità fino al percussore, accensione della cartuccia di lancio e, se presenti, delle cariche addizionali, espansione dei gas nella culatta e proiezione del proietto. La semplicità del sistema consentiva una cadenza di 18 colpi al minuto per tiri di aggiustamento e fino a 30-35 colpi al minuto per tiri di efficacia, sebbene fosse raccomandato non superare i 10 colpi al minuto per evitare surriscaldamenti.
Roberto Marchetti
Fonte: wikipedia.org