Cannone senza rinculo da 106 mm

Cannone senza rinculo da 106 mm

Fonte: wikipedia.or

Il cannone senza rinculo da 106 mm, di origine statunitense e largamente impiegato dall’Esercito Italiano, rappresenta uno dei più noti pezzi d’artiglieria leggera del secondo dopoguerra, destinato a compiti anticarro e di supporto di fuoco diretto. Prodotto tra il 1950 e il 1990 e derivato dall’esperienza maturata con i modelli da 57 mm e 75 mm senza rinculo, di cui riprende il principio di funzionamento, si distingue per una maggiore potenza e per la conseguente idoneità a colpire obiettivi blindati e fortificazioni leggere. Utilizzato in contesti operativi complessi come la guerra di Corea, la guerra del Vietnam e le guerre coloniali africane, il 106 mm S.R. si prestò a compiti di distruzione contro carri armati, postazioni e ricoveri protetti mediante l’impiego di granate H.E.A.T. (High Explosive Anti-Tank) a carica cava, e a tiri di neutralizzazione contro obiettivi estesi e non protetti con granate H.E. (High Explosive) ad alto potenziale di frammentazione. Il complesso d’arma M40 da 106 mm S.R. comprendeva la bocca da fuoco M40 del peso di 114 kg, montata su affusto M79 da 89 kg, affiancata da un fucile semiautomatico d’aggiustamento del tiro M8 calibro 12,7 mm del peso di 10 kg, utilizzato per la correzione della mira tramite traccianti Spotter Tracer M48. Per il puntamento diretto era disponibile un cannocchiale M92D, mentre per l’impiego notturno era previsto lo strumento d’illuminazione M42. Il sistema di alzo M34A2, insieme al supporto 8293762, permetteva un impiego rapido e preciso; il peso complessivo degli strumenti di puntamento era di 6 kg e quello totale del complesso arrivava a 219 kg. La canna, lunga 3,4 metri con 36 rigature destrorse a passo costante, aveva una lunghezza di anima di 26 calibri e un peso di 114 kg. L’otturatore era un massello tronco-conico a filettatura interrotta, raccordato alla culatta tramite cerniera e contenente il meccanismo di scatto, percussione, armamento ed estrazione. L’armamento del percussore avveniva automaticamente all’apertura dell’otturatore, grazie alla trasformazione del movimento rotatorio in arretramento del percussore e compressione della molla. L’arma era priva di sicura ordinaria, ma dotata di sicurezza automatica, impedendo il fuoco in caso di incompleta chiusura dell’otturatore. Si trattava di un’arma semiautomatica ad otturatore aperto, funzionante per sottrazione di gas, con regolazione a sei posizioni dell’afflusso sulla testa del pistone di recupero. Il sistema di recupero era affidato a due molle elicoidali alloggiate nel castello, con canna fissa alla culatta e otto rigature elicoidali destrorse. Il fucile d’aggiustamento da 12,7 mm disponeva di caricatore amovibile da dieci cartucce Spotter Tracer M48, del peso di 0,1068 kg ciascuna. L’affusto M79, progettato per conferire al pezzo mobilità e rapidità di messa in batteria, era dotato di due gambe posteriori d’appoggio con maniglioni per il fissaggio alle sponde di un veicolo, consentiva un settore di direzione di 360° e un settore di elevazione da +27° a circa -65°, con regolazione fine tramite volantini. La velocità iniziale del proietto era di 503 m/s, la gittata massima di 7.000 metri, mentre quella utile controcarro raggiungeva i 1.200 metri. La perforazione massima ottenibile con granata H.E.A.T., all’impatto perpendicolare di 90°, era di 47 cm di corazza omogenea. L’effetto di schegge delle granate H.E. si estendeva fino a 300 metri dal punto di scoppio. La cadenza di tiro, in condizioni di tiro rapido, poteva arrivare a 36 colpi al minuto, ma si raccomandava di non superare gli 11 colpi consecutivi per evitare pericolosi surriscaldamenti della canna. La vita utile della canna era di circa 5.000 colpi, con sostituzione dell’anello delimitatore delle luci d’afflusso dopo 500 colpi. L’impiego del pezzo richiedeva un equipaggio di quattro serventi: comandante di squadra, puntatore e tiratore, porta munizioni e caricatore, conduttore del veicolo. L’installazione del 106 mm su automezzi leggeri da ricognizione (AR) non era destinata soltanto al trasporto, ma anche all’impiego diretto da bordo, grazie a modifiche minime consistenti nell’aggiunta di supporti amovibili, senza interventi sulla struttura o sui complessivi meccanici. Munizionamento tipico era costituito da granata H.E.-T. M268 da circa 17 kg, granata H.E.A.T. M334 da 16,88 kg e cartucce Spotter Tracer M48 per il fucile d’aggiustamento. Il cannone da 106 mm S.R., con la sua combinazione di potenza, precisione e mobilità, rimase in servizio per decenni, mantenendo una reputazione di affidabilità e versatilità in contesti operativi eterogenei.

     Roberto Marchetti

Fonte: associazionenazionalefantiarresto.it

Cannone 90/35 Mod. 1939

Cannone 90/35 Mod. 1939

Fonte : wikipedia.org

Il cannone 90/53 Modello 1939 rappresentò uno dei più significativi sviluppi dell’artiglieria italiana alla vigilia e durante la seconda guerra mondiale, concepito per rispondere alle esigenze della Regia Marina e del Regio Esercito in un contesto bellico in rapida evoluzione. Originariamente progettato dall’Ansaldo per la Marina come pezzo da 90 mm con canna di 50 calibri, destinato alla difesa contraerea di unità navali contro bombardieri operanti oltre i 10.000 metri di quota, il 90/53 derivò dalla richiesta dello Stato Maggiore dell’Esercito, nel 1938, di una variante terrestre capace di garantire prestazioni equivalenti. Il 1º aprile 1939 venne formalizzato l’ordine per due batterie sperimentali, una da posizione fissa e una campale, e già nel settembre dello stesso anno furono completati i disegni. Il primo complesso fisso fu pronto il 30 gennaio 1940 e collaudato ad aprile a Nettuno con le munizioni già sviluppate per la Marina. Benché si tentasse di unificare il pezzo con quello navale 90/50 Mod. 1939, le differenti esigenze operative portarono a mantenere due linee parallele, condividendo solo bossolo, esplosivo e granitura del propellente. La produzione coinvolse, oltre all’Ansaldo, varie industrie nazionali come le Officine Reggiane, Comerio, Officine di Gorizia, CRDA per le parti meccaniche, Officine Galileo e San Giorgio per i congegni di puntamento, e Motomeccanica Milano per i carri rimorchio dei pezzi campali. Le munizioni comprendevano cartocci granata con spoletta R40 e Mod. 41, impiegati con diverse cariche, proiettili Mod. 36 e 36R per il tiro antiaereo, IO40 e R40 per funzione antisbarco, e perforanti per bersagli corazzati terrestri e navali, conservati in cassette di legno da tre colpi per 68 kg complessivi. I primi affusti campali arrivarono alla fine del 1942, ma già dal 1941, per esigenze operative, si era optato per l’installazione del cannone sui pianali di autocarri pesanti Lancia 3Ro e Breda 51, dando origine agli autocannoni 90/53, il cui prototipo Lancia era stato valutato positivamente nel febbraio 1941; entro l’anno si contavano 30 autocannoni Lancia e 10 Breda. Ad aprile 1942 il Regio Esercito disponeva di 30 cannoni campali e 50 autocannoni, mentre la difesa contraerea territoriale aveva 240 pezzi fissi; a fine anno l’Ansaldo aveva prodotto 104 campali, 517 fissi e 129 mobili. L’impiego si estese rapidamente alla funzione controcarro, in particolare con gli autocannoni Lancia 3Ro e il semovente M.41 da 90/53, dotato di scudo protettivo per i serventi, e si studiò un affusto a doppio ginocchiello per consentire un’alzata ottimale sia per il tiro antiaereo sia per quello terrestre, montato su trattore semicingolato Breda 61. Fu valutata anche la riduzione del calibro a 88 mm per uniformarsi alle munizioni dell’8,8 cm FlaK tedesco. La scarsità di centrali di tiro impose spesso il ricorso al tiro di sbarramento, meno efficace per la mancanza di spolette a orologeria, con granate antiaeree prevalentemente a spoletta pirica. I pezzi fissi operarono in difesa contraerea ed antisbarco sul territorio nazionale, mentre gli autocannoni furono impiegati in Africa settentrionale nelle divisioni corazzate Ariete, Littorio e Centauro, in Tunisia, Francia meridionale e Sicilia. I primi gruppi su autocannoni Lancia, formati nel 1941, furono assegnati alle divisioni corazzate in Nordafrica e successivamente anche a batterie di fanteria nello stesso teatro. In Sicilia, gli esemplari su scafo cingolato operarono esclusivamente nel 10º Raggruppamento Controcarro, con i gruppi 161º, 162º e 163º, a copertura dell’area tra Calatafimi e Caltanissetta. Il 90/53 ebbe un ruolo rilevante nella difesa del ripiegamento italo-tedesco dalla Sicilia, con otto batterie fisse e tre campali a Messina, e una campale a Reggio Calabria, insieme a cinque batterie di FlaK 8,8 cm. Dopo l’armistizio, la produzione sotto occupazione tedesca continuò con 145 pezzi fissi e 68 campali; la Wehrmacht ribattezzò l’arma 9,0 cm FlaK 41(i) e ne ebbe in servizio 315 a fine 1944, mentre altri pezzi equipaggiarono la RSI. Gli Alleati incorporarono nel 1944 i pezzi catturati nella Italy Air Defence Area. Nel dopoguerra, nel 1948, risultavano operativi 8 pezzi e altri 24 efficienti nei depositi, con la possibilità di recuperarne 200; rimasero in servizio nella Difesa Aerea Territoriale e nell’esercito di campagna fino alla fine degli anni Sessanta, modificati con freno di bocca e integrati a centrali di tiro BGS asservite a radar britannici, e dal 1955 alla centrale Contraves F90 BT prodotta su licenza in Italia. Le versioni campali furono denominate “C” e quelle fisse “P”. I primi gruppi equipaggiati, XI e XXI contraerei pesante, furono formati nel 1949 presso la Scuola Artiglieria Contraerei di Sabaudia; nel 1953 i reggimenti pesanti erano dislocati ad Albenga, Mantova, Pisa, Verona, Mestre, Rimini e Bologna, mentre i raggruppamenti DAT si trovavano ad Anzio, Savona, Bologna e Lodi. L’ultima attività di tiro dell’Esercito avvenne a Foce Verde nel febbraio 1970, ma un impiego operativo si registrò ancora nel 1990, quando pezzi della difesa costiera croata ingaggiarono unità navali serbo-montenegrine. La canna del 90/53, in acciaio speciale Ni-Cr-Mo a pareti semplici, aveva rigatura destrorsa a 28 righe, culatta avvitata a freddo e otturatore a cuneo scorrevole orizzontalmente, funzionante anche in modalità automatica. L’affusto a forcella era sostenuto da un sottoaffusto a piedistallo troncoconico nei pezzi fissi, con livellamento tramite oscillazione del paiuolo, mentre nella versione campale era impiegata una crociera a quattro code e piattaforma settoriale, trainata da carrelli, in origine Breda TP32 e TP41, poi SPA TM40, AEC Matador britannici, e infine Fiat TP50. Il complesso era dotato di freno idraulico variabile, due recuperatori idropneumatici e un equilibratore per bilanciare la volata. Il brandeggio a 360° avveniva tramite corona dentata, l’elevazione con settori dentati e vite senza fine, il puntamento manuale o tramite centrale di tiro, con graduatore di spoletta Borletti. La centrale BGS utilizzava un telemetro stereoscopico da 4 m e un calcolatore elettromeccanico, operabile da sei uomini su pianale autotrainabile, con trasmissione elettrica dei dati ai pezzi; dal 1942 fu integrata con radar tedesco Würzburg Ausf D, capace di dirigere il fuoco fino a 12 km e contro bersagli fino a 720 km/h. Le prestazioni controcorazza del proiettile perforante erano notevoli: 126 mm a 100 m, 109 mm a 500 m, 90 mm a 1.000 m, 75 mm a 1.500 m, 62 mm a 2.000 m su piastra inclinata a 30°, con altre fonti che indicano 100 mm a 1.000 m. Munizionamento HEAT fu testato ma mai adottato. Nel 1951 venne studiata una versione a canna allungata, 90/74, con velocità iniziale di 1.050 m/s, gittata massima di 20 km, quota utile di 15 km e riduzione della durata di traiettoria a 10.000 m da 27 a 20 secondi, dotata di freno di bocca per contenere il rinculo.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Cannone 88/55

Cannone 88/55

Fonte: regioesercito.it

Il cannone da 88/55 Mod. 36 C.A., di origine tedesca e prodotto dalla Krupp, fu una delle più celebri e versatili artiglierie del secondo conflitto mondiale, impiegata sia come arma contraerea sia come potente cannone controcarri. Nato in Germania come 8,8 cm FlaK 36, affondava le proprie radici nei progetti sviluppati durante la Prima guerra mondiale, quando la Krupp e la Erhardt (poi divenuta Rheinmetall) avevano realizzato un cannone contraereo da 88 mm destinato alla difesa delle aree industriali della Ruhr e della Renania dalle incursioni aeree alleate, che dal 1917 avevano cominciato a interessare quelle zone prossime al confine francese. Dopo la fine del conflitto e la firma del Trattato di Versailles, che limitava severamente la produzione di artiglierie in Germania, la Krupp eluse le restrizioni inviando un gruppo di tecnici in Svezia, presso la Bofors, per sviluppare nuovi pezzi contraerei. Da questa collaborazione nacque il cannone Bofors da 75 mm, ma le sue prestazioni furono giudicate insufficienti dall’esercito tedesco, che richiese la progettazione di un pezzo di calibro superiore. Con la denuncia del Trattato di Versailles nel 1933, la Germania poté sviluppare liberamente un nuovo cannone, che apparve direttamente come 8,8 cm FlaK Mod. 18, destinato alla Luftwaffe, responsabile della difesa antiaerea del Reich. Il Mod. 18 era dotato di canna monoblocco, soluzione che imponeva la sostituzione completa dell’arma dopo un certo numero di colpi; con il successivo FlaK 36 la canna venne invece realizzata in più sezioni, soluzione che permetteva di sostituire solo quella più soggetta a usura, adiacente alla culatta, riducendo costi e tempi di manutenzione. L’esperienza maturata nella Guerra di Spagna spinse i progettisti a migliorare ulteriormente il progetto: fu conservata la piattaforma a crociera (kreuzlafette) ma con maggiore stabilità, i carrelli vennero modificati con ruote doppie e pneumatici, resi intercambiabili e capaci di permettere il traino del pezzo sia con canna in avanti sia rivolta all’indietro, riducendo i tempi di messa in marcia. La canna, lunga complessivamente 53 calibri (4,664 metri), era composta da tre parti – tubo, rivestimento e culatta – assemblate con un manicotto esterno, e il dispositivo di rinculo comprendeva un freno idraulico a mandrino e un recuperatore idropneumatico zigrinato con compensatore e lunghezza variabile. L’otturatore orizzontale semiautomatico era armato dal rinculo stesso. L’affusto a crociera, montato su un piedistallo alto, consentiva ampi settori di tiro (da -3° a +85° in elevazione e 360° in brandeggio) e rapidi puntamenti. Il peso in batteria era di 4.985 kg, la carreggiata di 1.765 mm e la gittata utile contro aerei di circa 8.000 metri, con capacità massima fino a 14.800 metri sull’orizzonte e 3.000 metri per il tiro diretto contro bersagli terrestri. La cadenza di tiro variava tra i 15 e i 20 colpi al minuto, con munizionamento fisso comprendente granate da 10,4 kg ad alto esplosivo (HE) e proietti perforanti da 9,2 kg con velocità iniziale di 820 m/s, oltre a vari tipi di granata contraerea a spoletta meccanica, perforanti L/3.9 e dirompenti L/4.5. Nel giugno 1939 l’Italia, vantando un credito di circa 300 milioni di lire verso la Germania per forniture industriali, propose di compensarlo con la consegna di 50 batterie di 8,8 cm FlaK (300 pezzi) e relativo munizionamento. Berlino accettò in linea di massima, ma dichiarò di non avere una disponibilità immediata di simile entità, per cui saldò il debito in parte con FlaK 88/55 e in parte con cannoni 7,5 cm M37(t) (75/50). L’accordo prevedeva anche la produzione in Italia di componenti meccanici per artiglierie, affidata ad Ansaldo (Genova e Pozzuoli) e OTO. Le batterie, complete di centrale di tiro Zeiss Mod. 36 e apparecchiature ausiliarie, cominciarono ad arrivare pochi giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, destinate in parte alla Milizia Artiglieria Controaerea (MACA) per la difesa delle città e in parte alla protezione dei porti in Libia. Alcune unità furono assegnate a reparti motorizzati e corazzati, ma emerse subito la carenza di trattori adeguati: i Lancia 3Ro, privi di trazione integrale, erano insufficienti per trainare un pezzo di oltre cinque tonnellate. Alla fine del 1940 l’Italia disponeva di 44 pezzi completi di centrali di tiro. Dal 1942 alcune batterie tedesche vennero affidate a personale italiano per la difesa di infrastrutture e centri urbani, con un impiego che nel 1943 coinvolse più di 100 batterie, incluse 24 armi complete di trattori semicingolati Sd.Kfz. 7 assegnate alla 1ª Divisione corazzata “M”. Nel Regio Esercito l’88/55 fu usato prevalentemente come arma contraerea, con impiego controcarri limitato all’Africa Settentrionale, in Libia e Tunisia, da parte di gruppi autocampali. Per il traino, in Germania l’88 era originariamente affidato a Sd.Kfz. 11, in attesa dell’adeguato KMm 8 della Krauss-Maffei (dal 1934) e poi del Sd.Kfz. 7 (dal 1938), mentre in Italia vennero impiegati i semicingolati Breda 61, similari ai modelli tedeschi, e in emergenza anche Sd.Kfz. 9 e Spa 41 Dovunque. Il FlaK 36, rispetto al Mod. 18, offriva quindi notevoli miglioramenti strutturali, una maggiore facilità di manutenzione e una versatilità che lo rese uno degli strumenti bellici più temuti e riconoscibili dell’epoca.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Obice 100/17 Mod. 14

Obice 100/17 Mod. 14

Fonte: regioesercito.it

L’Obice da 100/17 Mod. 14, denominato originariamente 10 cm Mod. 14 F.H. (10 cm Feldhaubitze Mod. 14), fu un pezzo d’artiglieria leggera da campagna e da montagna sviluppato durante la Prima guerra mondiale dall’Impero austro-ungarico. Concepito per rispondere alle esigenze della guerra di montagna, esso si distingueva per la combinazione di potenza di fuoco e facilità di trasporto, risultando idoneo sia al traino animale sia a quello meccanico, e adattabile a terreni impervi. Prodotto inizialmente dalla Gebr. Böhler & C. A.G. di Kapfenberg e Vienna, ma soprattutto dalla Škoda, che all’inizio del XX secolo si affermava come uno dei più importanti e moderni costruttori di artiglierie, l’obice nacque come risposta all’obsolescenza del 10 cm Gebirgshaubitze M. 99 ad affusto rigido e alla pesantezza del 10 cm Gebirgshaubitze M. 8. Entrato in produzione nel 1916, esso fu concepito per fornire alle unità di Gebirgsartillerie-Regiment un’arma potente e leggera, capace di sostenere il combattimento nelle difficilissime condizioni del Gebirgskrieg lungo il fronte italiano. Particolare attenzione fu riservata alla possibilità di elevare notevolmente la canna, requisito fondamentale per il tiro in montagna, senza rinunciare alle prestazioni balistiche equivalenti al modello da campagna. Complessivamente furono costruiti 550 esemplari, di cui 434 usciti dagli stabilimenti Škoda e i restanti realizzati dalla Böhler di Kapfenberg. Con la fine del conflitto e la dissoluzione dell’Austria-Ungheria, l’obice equipaggiò, oltre alle forze armate austriache, anche quelle di Romania e Polonia; una parte consistente – alcune centinaia di pezzi – passò al Regno d’Italia sia come preda bellica sia come risarcimento di guerra. La Cecoslovacchia fornì inoltre alla Turchia una versione modificata con canna rialesata a 105 mm, denominata M16(T). In Italia il pezzo fu ridenominato Obice da 100/17 Mod. 1916 e sottoposto a revisione presso l’Arsenale del Regio Esercito di Torino (ARET), con il contributo di officine private. Tuttavia, fino al 1932 il suo impiego risultò limitato dalla carenza di munizionamento; solo con l’introduzione dei proiettili Mod. 32, grazie al migliore profilo balistico, la gittata aumentò di circa 500 metri rispetto alle prestazioni originali in servizio con l’esercito imperiale e regio. Alcuni esemplari del Mod. 16, come tredici pezzi in dotazione al 25º Reggimento artiglieria, vennero adattati al traino meccanico mediante l’adozione di ruote semipneumatiche, soluzione già sperimentata su alcune centinaia di Mod. 14. Durante la Seconda guerra mondiale l’obice continuò a equipaggiare i gruppi di artiglieria alpina. La struttura del pezzo presentava caratteristiche simili a quelle dell’Obice da 100/17 Mod. 914, con la differenza di una sala rettilinea tubolare a carreggiata ridotta; il peso dell’obice con otturatore era di 392 kg, l’affusto raggiungeva un’altezza al ginocchiello di 1.018 mm, il settore orizzontale di tiro era di 5° 5’ e quello verticale variava da -8° a +70°, con lunghezza massima di rinculo di 1.400 mm, carreggiata di 950 mm e ruote di 900 mm di diametro. Il peso complessivo in batteria con scudi era di 1.235 kg. Per il trasporto in ambiente montano il pezzo veniva scomposto in tre carichi distinti, ciascuno collocato su una vettura trainata da due quadrupedi in punta: la vettura affusto, di 670 kg, costituita dall’affusto agganciato a una timonella a stanghe; la vettura obice, di 750 kg, su carrello ad un asse; la vettura culla e scudo, anch’essa di 750 kg su carrello ad un asse. La scomposizione del pezzo richiedeva a una squadra di 15 uomini circa 20 minuti. Le munizioni, trasportate su carrettini Mod. 15 dal peso a vuoto di 152 kg, con carreggiata e ruote identiche a quelle dell’affusto, venivano organizzate in tre cassette, ognuna contenente tre proietti e tre cartocci a bossolo. L’armamento utilizzava una vasta gamma di proiettili: granata a esplosivo da 100, granata a doppio effetto da 100, granata a pallette (shrapnel) da 100, granata da 100 Mod. 32, granata a doppio effetto Mod. 32 e Mod. 36, proietto perforante EP a carica cava, proietto perforante EPS a carica cava speciale, granata Mod. 23 e Mod. 28 di origine polacca, granata da 100 Mod. 32 a codolo vescicante, lacrimogena, fumogena, fumogeno-incendiaria e a recipiente irritante, oltre al proiettile per scuola di tiro. La celerità di tiro era definita normale e massima a seconda delle condizioni di impiego, e l’arma manteneva un’elevata versatilità sia in contesti di artiglieria da campagna sia in scenari montani estremi, con prestazioni complessive che ne garantirono un impiego prolungato in diversi eserciti ben oltre il primo conflitto mondiale.

     Roberto Marchetti 

Fonti: F. Grandi, “Dati sommari sulle artiglierie in servizio e sul tiro”, Ed. fuori commercio, 1934. F. Grandi, “Le armi e le artiglierie in servizio”, Ed. fuori commercio, 1938.

Cannone 75/27 Mod. 1911

Cannore 75/27 Mod. 1911

Fonte: wikipedia.org

Il cannone 75/27 Mod. 1911 fu una delle principali artiglierie campali in dotazione al Regio Esercito durante la prima e la seconda guerra mondiale, caratterizzandosi per una versatilità d’impiego che, pur essendo prevalentemente orientata al ruolo di artiglieria da campagna, ne vide l’utilizzo anche in funzione contraerei e, in misura minore, come arma controcarri mediante proiettili specifici. Nelle fasi iniziali della Grande Guerra il pezzo, in mancanza di materiali specializzati, fu talvolta impiegato nella difesa antiaerea attraverso soluzioni d’emergenza che ne aumentavano l’elevazione della canna pur mantenendo il sistema di puntamento originario. Le origini del 75/27 Mod. 1911 risalgono alla decisione, presa a seguito delle esperienze maturate con il cannone da 75 mm Krupp Mod. 1906, di dotare l’esercito di un’arma più moderna e maneggevole. Il Mod. 1906, entrato in servizio nel 1906 e impiegato già nel 1911 nella guerra di Libia, aveva evidenziato limiti significativi, in particolare nella mobilità su terreni vari e nei ristretti settori di tiro. Poiché le consegne del Mod. 1906 procedevano lentamente, si avviò una fase di sperimentazione su modelli Schneider, Déport e Krupp. Il giudizio positivo sul sistema Déport portò all’adozione di un cannone da 75 mm a tiro rapido, la cui produzione fu affidata a un consorzio di 27 aziende guidato da Vickers-Terni e Società Acciaierie Terni. Il 75/27 Mod. 1911, destinato ad affiancare il Mod. 1906 nei reggimenti di artiglieria da campagna, subì notevoli ritardi di consegna, tanto che solo alla vigilia della guerra tutti i pezzi ordinati furono disponibili. Montato su un affusto ruotato con ruote in legno a razze, il cannone soffrì per tutta la sua carriera di una scarsa adattabilità al traino meccanico, limite che ne penalizzò l’impiego come artiglieria di accompagnamento. La canna era composta da due elementi, anima e manicotto, collegati alla culla mediante due lisce che ne guidavano il rinculo. L’otturatore a vite garantiva la tenuta tramite l’espansione del bossolo in ottone, mentre il meccanismo di percussione, alloggiato in una scatola fissata al vitone dell’otturatore, comprendeva massa battente, percussore, grilletto e leva di armamento. Rispetto al Mod. 1906, l’innovazione più rilevante era rappresentata dall’affusto a doppia coda con giunti sferici, che assicurava maggiore stabilità laterale anche ai massimi valori di brandeggio. Il sistema di rinculo, di tipo combinato, consentiva elevati angoli di tiro senza che la culatta urtasse il terreno, suddividendo l’energia di rinculo in due componenti indipendenti, una parallela al terreno e una parallela alla canna, riducendo così il rinculo della bocca da fuoco a circa un quarto di quello del Mod. 1906. L’affusto era formato da una sala poggiante sulle ruote, dalle due code, dalla culla e dalla slitta con i relativi organi elastici, e dalla culla della bocca da fuoco con freno di rinculo e recuperatore. La culla d’affusto, imperniata al telaio al centro della sala, poteva ruotare orizzontalmente, mentre la sala poteva muoversi verticalmente di ±15° indipendentemente dal meccanismo di elevazione della bocca. Le code, in lamiera a sezione rettangolare, terminavano con casse girevoli contenenti vomeri a coltello da fissare al terreno. Lo scudo frontale da 4 mm di spessore e il freno di bloccaggio manuale delle ruote completavano la dotazione, mentre il puntamento era affidato a un cannocchiale panoramico con dispositivi di correzione per sbandamento e derivazione. Il traino animale, con tre pariglie, prevedeva un avantreno con cassone da 32 cartocci proietto e sedile per tre serventi; per il traino meccanico, di norma effettuato con trattori Fiat-SPA TL37, il pezzo veniva caricato su un carrello ammortizzato inserito tra le ruote sotto la sala, che su terreni sconnessi poteva trasformarsi in avantreno. Nel maggio 1915 il Regio Esercito disponeva di 125 batterie, pari a 500 cannoni, in organico ai reggimenti di artiglieria divisionale e di corpo d’armata. Le prestazioni del 75/27 Mod. 1911, superiori a quelle dei corrispondenti pezzi austriaci Škoda 8 cm Vz. 1905, permisero un vantaggioso impiego contro l’artiglieria nemica. La produzione proseguì durante la guerra e, nel novembre 1917, erano in linea 488 batterie con 1931 pezzi dei due modelli 1906 e 1911. Nonostante le pesanti perdite a Caporetto, nel settembre 1918 i soli Mod. 1911 disponibili erano già risaliti a 820. Fin dall’inizio del conflitto una trentina di batterie vennero assegnate alla difesa contraerea, per la quale il pezzo si adattava discretamente grazie a traiettoria, settore di tiro e cadenza di fuoco. Dal 1914 fu sviluppata un’installazione speciale, priva di scudo e dotata di mirini specifici, che consentiva elevazioni fino a 75-80° e un settore d’azione di 30°. Nell’ottobre 1918 le batterie contraeree armate con questo cannone erano 43. Il Mod. 1911 fu esportato in piccole quantità, come una batteria alla Romania, mentre Francia e Russia richiesero forniture all’industria italiana. Nel dopoguerra il pezzo rimase nei reggimenti di artiglieria divisionale, mentre si studiavano miglioramenti per aumentarne la gittata fino a 12 km e facilitarne il traino meccanico. Nel 1932 fu adottato un nuovo munizionamento a cartoccio-bossolo con carica variabile, che incrementò la gittata di 2 km. Per migliorarne la mobilità si introdusse inizialmente un carrello elastico autotrainabile, poi si sostituirono le ruote in legno con ruote metalliche gommate per i reparti motorizzati, anche se durante la seconda guerra mondiale non era raro trovare ancora esemplari con le ruote originali. Il sistema di autotrasporto, impiegato fino al 1928, fu abbandonato a causa delle difficoltà degli autocarri dell’epoca e dell’instabilità dovuta all’alto baricentro; furono quindi impiegati i trattori ruotati Pavesi P4 e successivamente i cingolati Fiat-OCI 708 CM e i TL37. Durante la guerra civile spagnola 99 pezzi furono impiegati dal Corpo Truppe Volontarie. Negli anni Trenta il calibro da 75 mm divenne obsoleto come artiglieria campale, rimanendo in linea solo in Francia con il celebre 75 mm Mle. 1897 e in URSS con il cannone da 76,2 mm M1936, utilizzato anche controcarri. L’Italia cedette alla Polonia due batterie e alla Spagna un numero imprecisato di pezzi, per un totale di circa 330 cannoni. All’entrata in guerra nel 1940 la maggior parte dell’artiglieria era ancora ippotrainata: su 1300 Mod. 1911 solo 268 erano predisposti al traino meccanico e i palliativi adottati, come il carrello elastico o la semplice sostituzione delle ruote, non diedero risultati soddisfacenti. Il pezzo fu impiegato su tutti i fronti tranne in Africa Orientale, con concentrazione soprattutto sul fronte russo, mentre in Nordafrica era preferito il più robusto Mod. 1906. In Libia, nel 1942, si contavano 138 pezzi, ridotti a 42 dopo El Alamein e a soli 10 nel febbraio 1943. In funzione controcarri il 75/27 utilizzò anche granate a carica cava, ma con risultati deludenti: prove condotte in Germania nel 1942 contro carri T-34 catturati dimostrarono l’incapacità del cannone di danneggiarne seriamente la corazza. Nella battaglia dell’ansa di Serafimovich, tra il 30 e il 31 luglio 1942, i pezzi del II Gruppo da 75/27 del 120º Reggimento d’Artiglieria Motorizzato, impiegati insieme a pezzi da 75/32 italiani e 75/97/38 tedeschi, ottennero risultati limitati: le granate Mod. 32 senza innesco si rivelarono efficaci solo entro 100 metri e contro cingoli e fianchi, senza alcun effetto sulla parte frontale nemmeno a 10 metri. Dopo l’8 settembre 1943 i cannoni catturati dai tedeschi furono classificati come 7,5 cm FK 244(i). L’ultimo impiego documentato risale al 1950, quando due batterie furono utilizzate presso la Scuola di Artiglieria di Bracciano per l’addestramento al tiro degli ufficiali osservatori.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Mortaio 81 Mod. 35

Mortaio 81 Mod. 35

Fonte: wikipedia.org

Il Mortaio da 81 Modello 35 rappresentò una delle armi di supporto più significative impiegate dal Regio Esercito durante la seconda guerra mondiale, frutto dell’esperienza accumulata dalle forze armate italiane nel corso di due decenni di sperimentazione e impiego di sistemi d’arma a tiro curvo. La sua genesi si colloca all’incrocio tra le lezioni apprese durante la Grande Guerra e l’adozione di modelli stranieri di comprovata efficacia. Già nel primo conflitto mondiale l’esercito italiano aveva impiegato, accanto a lanciabombe e bombarde di concezione nazionale, l’innovativo mortaio britannico ML 3 inch Stokes, la cui semplicità meccanica e velocità di tiro avrebbero influenzato la progettazione dei mortai leggeri e medi per decenni. Nei primi anni Trenta, in previsione della campagna d’Etiopia, il Regno d’Italia acquisì direttamente dalla Francia il Brandt da 81 mm Modèle 1927, discendente diretto dello Stokes e unanimemente considerato all’epoca uno dei migliori mortai al mondo. L’eccellenza di questo pezzo si tradusse in un successo internazionale, con licenze di produzione concesse a numerosi Paesi e copie non autorizzate realizzate in molteplici versioni. In Italia la produzione su licenza fu affidata alla Società Costruzioni Elettro-Meccaniche di Saronno (CEMSA), che non si limitò a replicare il progetto francese ma ne sviluppò una versione migliorata, dando vita al Mortaio da 81 Mod. 35, presto destinato a diventare il più efficiente mortaio medio in dotazione al Regio Esercito. Alla fine del decennio, la stessa CEMSA sviluppò privatamente una versione avanzata del Mod. 35, denominata Mortaio da 81 CEMSA L.P. (Longue Portée, “lunga gittata”), conservando l’impostazione generale dell’arma ma introducendo un sistema di raffreddamento della canna, segno dell’attenzione rivolta a incrementarne la durata operativa e la capacità di sostenere tiri prolungati. Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, risultavano in servizio 2.177 esemplari di Mod. 35, organizzati in 212 compagnie mortai, ciascuna composta da tre plotoni su due armi. L’ordinamento Pariani prevedeva per ogni divisione di fanteria un battaglione mortai con due compagnie armate di Mod. 35, mentre un’ulteriore compagnia era assegnata a ciascuno dei due reggimenti di fanteria. Dopo l’armistizio di Cassibile, l’arma continuò a essere impiegata dall’Esercito Nazionale Repubblicano della Repubblica Sociale Italiana e rimase in servizio nell’Esercito Italiano fino agli anni Sessanta. In ambito internazionale, il Mod. 35 conobbe un utilizzo peculiare durante la guerra d’Inverno, quando, nell’ambito degli aiuti militari italiani alla Finlandia – che compresero anche moschetti Carcano Mod. 38 – venne inviato un lotto di circa cento esemplari, designati localmente 81 Krh/36-I (“kranaatinheitin” per mortaio in lingua finlandese, “I” per “italialainen”, ossia italiano) al fine di distinguerli dalle versioni francesi, polacche e ungheresi già in uso. Questi pezzi furono utilizzati anche durante la guerra di continuazione e, in parte, catturati dalla Wehrmacht, che li riclassificò come 8.14 cm GrW 276 (i). Nel 1944, la CEMSA consegnò ulteriori 200 mortai alle truppe tedesche stanziate nell’Italia settentrionale. Dal punto di vista costruttivo, il Mod. 35 presentava un tubo di lancio in acciaio ad anima liscia, con blocco di culatta terminante in una testa sferica idonea a inserirsi negli alveoli della piastra d’appoggio, provvista di due facce piane per l’incastro. All’interno della canna, il percussore lungo 15 mm sporgeva dal blocco di culatta. La piastra standard, di forma rettangolare, era dotata di maniglia di trasporto e, inferiormente, di vomeri dentati e nervature per l’ancoraggio al terreno. Superiormente, tre alveoli permettevano di variare l’alzo; per terreni particolarmente duri era disponibile una piastra “da roccia” più piccola, rotonda, con diametro di 30 cm e un solo alveolo. Nel dopoguerra fu introdotta una piastra rotonda scomponibile in due elementi. L’affusto comprendeva un bipiede, i sistemi di elevazione e brandeggio e la culla. Il bipiede anteriore, in acciaio, aveva gambe pieghevoli unite da catena e un tirante collegato alla gamba sinistra per la correzione dello sbandamento; il sistema di elevazione era costituito da un vitone regolato da pignone e manovella, mentre quello di direzione impiegava un perno trasversale filettato con volantino. La culla, fissata alla canna tramite un collare metallico e due ammortizzatori di rinculo, si collegava al sostegno, munito di appendici per l’inserimento della vite di brandeggio e di attacco a coda di rondine per il collimatore. Per il trasporto, l’arma poteva essere someggiata su mulo o suddivisa in tre carichi (tubo, bipiede, piastra) da portare a spalla da altrettanti serventi. Il munizionamento previsto comprendeva principalmente due tipi di bombe: la g.a. (granata a capacità normale) e la g.c. (granata a grande capacità). La g.a., prodotta da vari stabilimenti nazionali, aveva corpo bomba periforme in ghisa acciaiosa, coda con tre coppie di alette, carica di 450 g di esplosivo e peso complessivo di 3,265 kg, con gittata massima di 3.100 m e raggio d’azione di 20-30 m. La g.c., prodotta solo dalla CEMSA, Innocenti e dall’arsenale di Piacenza, aveva corpo cilindrico in acciaio, quattro coppie di alette, carica di 2 kg di tritolo, peso di 6,865 kg, gittata di 1.100 m e raggio d’azione di 100-120 m. Erano inoltre disponibili bombe ad aggressivo chimico, nebbiogene, nebbiogene-incendiarie e da istruzione. Tutte le munizioni impiegavano una cartuccia calibro 12 con 8,15 g di balistite come carica di lancio (carica 0), incrementabile fino a quattro cariche aggiuntive da 9,5 g per aumentare la gittata. Le spolette utilizzate erano la I.R. Mod. 35, ad impatto e ritardo pirico, di derivazione Brandt, e la I. Mod. 40, ad impatto. Le bombe venivano trasportate in cassette di legno da tre colpi, con possibilità di carico su mulo in varie combinazioni fino a un massimo di 18 bombe g.a. o 9 g.c. Il funzionamento riprendeva il principio introdotto da Stokes: caricamento dalla bocca, caduta della granata per gravità fino al percussore, accensione della cartuccia di lancio e, se presenti, delle cariche addizionali, espansione dei gas nella culatta e proiezione del proietto. La semplicità del sistema consentiva una cadenza di 18 colpi al minuto per tiri di aggiustamento e fino a 30-35 colpi al minuto per tiri di efficacia, sebbene fosse raccomandato non superare i 10 colpi al minuto per evitare surriscaldamenti.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Cannone 47/32 Mod. 35

Cannone 47/32 Mod. 35

Fonte: militaryfactory.com

Il cannone da 47/32 Mod. 35, noto anche semplicemente come “47/32”, rappresentò il più diffuso pezzo anticarro del Regio Esercito italiano durante la seconda guerra mondiale. Di origine cecoslovacca, realizzato dall’industria Skoda ma concepito dalla ditta austriaca Böhler nei primi anni Trenta, esso nacque come arma d’accompagnamento leggera e maneggevole, destinata a sostituire il cannone da montagna 65/17 Mod. 1908/1913. L’Italia, interessata alle prestazioni dell’arma, acquistò inizialmente 276 esemplari direttamente dalla Böhler, cui si aggiunsero 36 pezzi di produzione olandese (designati K.n.) e, soprattutto, un’enorme quantità di esemplari prodotti su licenza in patria presso varie aziende e arsenali. Entrato in servizio nel 1937, il 47/32 si impose come standard nei reparti anticarro italiani e trovò impiego già durante la guerra civile spagnola, quando trenta pezzi vennero inviati alla Divisione “Littorio” per la valutazione in combattimento, dimostrando un’elevata precisione e una capacità di penetrazione sufficiente contro i carri allora in uso. Tuttavia, la messa in batteria risultava lenta, riducendone l’efficacia nelle azioni controcarro. Nel 1940, secondo l’ordinamento del Regio Esercito, una batteria di otto pezzi era assegnata a ogni reggimento di fanteria e a ogni divisione di fanteria, mentre i reggimenti di Bersaglieri delle divisioni corazzate disponevano di una seconda batteria, articolata in quattro plotoni di due armi ciascuno. L’arma fu distribuita anche a reparti alpini, come la 3ª Divisione “Julia”, la 4ª “Cuneense” e la 2ª “Tridentina”, con due plotoni nella compagnia armi d’accompagnamento di ciascun battaglione, e tra il 1941 e il 1942 costituì il nucleo armato dei battaglioni anticarro indipendenti. In molte divisioni motorizzate e corazzate i battaglioni di fanteria e Bersaglieri ricevettero uno, due o tre plotoni da quattro pezzi ciascuno. Nei reparti paracadutisti, come nella 184ª Divisione “Nembo” e nella 185ª “Folgore”, ciascun reggimento disponeva di un plotone di accompagnamento con sei pezzi, mentre i due reggimenti di artiglieria divisionale erano interamente basati sul 47/32, così come la 80ª Divisione aviotrasportabile “La Spezia”, che, a causa delle esigenze di trasporto aereo, ne fece l’unico pezzo d’artiglieria in dotazione. Diffusissimo su tutti i fronti, il 47/32 non fu soltanto arma campale: costituì anche l’armamento principale dei carri M13/40 e M14/41, del semovente L40, e venne installato su camionette desertiche Fiat-SPA AS42 “Sahariana”, AS37, AS43 e sperimentato sull’autoblindo AB41. Tale configurazione di autocannone si rivelò particolarmente efficace negli spazi aperti del deserto libico-egiziano. Fu impiegato anche dalla MVSN, dal 1º Reggimento “San Marco” della Regia Marina, dai Regi Corpi Truppe Coloniali, dalla 1ª Divisione croata, e, dopo essere stato catturato in Nordafrica, persino da reparti del Commonwealth su autoblindo Marmon-Herrington. Con il progressivo aumento della protezione dei carri avversari e l’arrivo di mezzi americani come M3 Lee/Grant e M4 Sherman, la sua efficacia anticarro diminuì sensibilmente, benché le granate EP (Effetto Pronto) mantenessero una certa capacità perforante, mai però disponibili in quantità adeguate. Progettato più come pezzo d’accompagnamento che come arma puramente anticarro, il 47/32 disponeva in origine di pochissime munizioni perforanti, costringendo i serventi a impiegare spesso solo le granate HE. Dopo l’Armistizio di Cassibile, equipaggiò tanto le forze del Regno del Sud quanto le divisioni della Repubblica Sociale Italiana, tra cui “Italia”, “Littorio”, “San Marco”, “Monterosa”, “Nembo” e i reggimenti alpini “Tagliamento” e “Montenero”. La Wehrmacht lo adottò con la denominazione “4,7 cm PaK-177 (i)”. Nel dopoguerra fu ancora in servizio nell’Esercito Italiano e venne impiegato all’estero, ad esempio nella guerra arabo-israeliana del 1948. Trovò anche utilizzo nei bunker del Vallo Alpino del Littorio, in sostituzione del 57/43 Mod. 1887, e fu progettata, senza mai realizzarsi, una versione a corto raggio da 75/22 sullo stesso affusto. La canna in acciaio monoblocco era collegata alla slitta mediante chiavistello e dotata di otturatore a cuneo trasversale, con possibilità di riarmare il percussore senza aprire completamente. Il congegno di sparo poteva essere azionato manualmente tramite apposita leva. Il freno di sparo era idraulico, il recuperatore a molla. L’affusto, del tipo a deformazione, aveva due gambe posteriori divaricabili e smontabili per il someggio, provviste di vomeri, ed era montato su ruote a disco in acciaio con semipneumatici e carreggiata di 1,02 metri. L’alzo era a cannocchiale panoramico a doppia graduazione sul lato sinistro. La messa in batteria prevedeva la rimozione delle ruote e l’abbassamento di una piastra anteriore, stabilizzando il pezzo su tre punti. Poteva essere scomposto in quattro parti per il trasporto someggiato: bocca da fuoco e stanga da batteria (78 kg), culla e slitta (77 kg), testata d’affusto con affustino a forcella (39 + 29 kg), gambe mobili, ruote, stanghe, sedile e bilancino (25 kg), scudi (27 kg). Il traino poteva essere affidato a un mulo, a un trattore cingolato o agli stessi serventi per brevi tratti, ma una circolare del 1942 vietò il traino meccanico a causa della fragilità dell’affusto. Gli esemplari italiani, identici balisticamente a quelli austriaci e olandesi, differivano in vari particolari: mancavano della scudatura inclinata tipica del modello originale, non erano predisposti al traino meccanico, e mantenevano una vocazione di arma d’appoggio piuttosto che di puro pezzo anticarro. Le versioni olandesi, invece, ricevettero rinforzi strutturali, un allungamento della canna a 39 calibri e una dotazione di munizioni invertita rispetto a quella italiana (80 colpi AP ogni 20 HE), a conferma della diversa concezione d’impiego. Tra i derivati italiani, il 47/32 Mod. 35 corrispondeva al primo modello, con pneumatici rigidi e privo di sospensioni; il 47/32 Mod. 39 introdusse sospensioni, ruote in lega “Elektron” con pneumatici pieni Celeflex e un sistema di smontaggio semplificato per la canna; il 47/40 Mod. 38, sviluppato nel 1942 per il carro M15/42, allungò la canna di otto calibri e aumentò la velocità iniziale del 30%, con capacità perforante fino a 112 mm a 100 metri con granate EPS; il 47/48 Mod. 41, con canna da 48 calibri e scudo, raggiunse un peso in batteria di 740 kg e prestazioni superiori, pur non soddisfacendo completamente l’Alto Comando. Il munizionamento comprendeva granate HE, perforanti ordinarie Mod. 35, perforanti a nocciolo indurito Mod. 39, e le più rare EP ed EPS a carica cava. Le HE avevano velocità iniziale di 250 m/s, le AP di 630 m/s, con cadenza di tiro rispettivamente di 28 e 12-14 colpi al minuto. Con munizionamento AP standard, il 47/32 poteva perforare la corazza frontale dei primi carri britannici Cruiser (A9, A10, A13) a distanze tra 900 e 1200 metri. La gittata massima e la velocità oraria di traino non erano indicate, ma la messa in batteria richiedeva solo pochi minuti, e il sistema di puntamento era di tipo ottico panoramico. Le munizioni erano trasportate in cofani di legno da 14 colpi perforanti o 10 di fanteria, e ogni mulo portava due cofani. La ripartizione dei carichi nel someggio prevedeva cinque animali, uno per ciascun gruppo di componenti. Il pezzo, leggero e smontabile, rimase un’arma estremamente diffusa e adattabile, pur soffrendo i limiti intrinseci di concezione in un conflitto che vide evolversi rapidamente le esigenze della guerra anticarro.

     Roberto Marchetti

Fonte: F. Grandi, “Le armi e le artiglierie in servizio“, Ed. fuori commercio, 1938

Obice da 149/19

Obice da 149/19

Fonte: wikipedia.org

L’obice da 149/19 Mod. 37 rappresenta uno dei tentativi più significativi del Regio Esercito italiano di ammodernare la propria artiglieria pesante campale nel periodo tra le due guerre mondiali, culminando in un’arma progettata per le esigenze di un esercito moderno ma la cui realizzazione e impiego furono ostacolati da carenze industriali, logistiche e strategiche. Al termine della Prima Guerra Mondiale, l’artiglieria pesante campale del Regio Esercito era costituita prevalentemente da pezzi obsoleti: cannoni da 105 mm e obici da 149 mm di fabbricazione Krupp, Ansaldo e Skoda, alcuni dei quali preda bellica. Tra questi, l’obice più moderno risultava essere l’Ansaldo 149/12 Mod. 14, con una gittata teorica di 6.800 metri e una pratica di soli 6.000, ritenuta già allora del tutto insufficiente. Il 22 luglio 1927, la Commissione Suprema di Difesa individuò la necessità di integrare le dotazioni dell’esercito con 1.200 nuove bocche da fuoco di calibro 149 e 152 mm, e di sostituire completamente gli obici esistenti, ormai ritenuti inadatti a soddisfare le esigenze della moderna guerra di movimento. Tale consapevolezza condusse, nel 1929, alla redazione di un ambizioso programma di rinnovamento dell’artiglieria, volto in particolare a dotare le artiglierie di corpo d’armata – così denominate a partire dal 1935 in sostituzione della precedente categoria di artiglieria pesante campale – di cannoni da 105 mm e obici da 149 mm di nuova concezione.

La Direzione del Servizio Tecnico Armi e Munizioni emise specifiche tecniche particolarmente esigenti: gittata minima di 14 km, peso in batteria non superiore a 5,5 tonnellate, possibilità di effettuare tiri ravvicinati con cariche ridotte, settore di tiro orizzontale di 60°, verticale di 70°, trainabilità su due vetture distinte non oltre le 3,5 tonnellate ciascuna, e tempi di messa in batteria inferiori ai 15 minuti. Le ditte Ansaldo e Odero Terni Orlando (OTO) furono incaricate della realizzazione di prototipi secondo queste direttive. I modelli presentati nel 1933 furono però respinti poiché non soddisfacevano le richieste. In seguito a una fase di riprogettazione, nel 1935 la OTO presentò un nuovo modello che, dopo ulteriori modifiche, fu finalmente accettato nel 1936, assumendo la denominazione ufficiale di Obice da 149/19 Mod. 37. Sedici esemplari di preserie furono commissionati nel 1938 e immediatamente assegnati alle truppe, in risposta alla gravissima carenza di artiglierie moderne per i corpi d’armata, ma la produzione in serie non poté cominciare prima della fine del 1941, a causa di continue modifiche progettuali.

Dal punto di vista tecnico, l’obice era dotato di una bocca da fuoco con camicia sfilabile, un freno di rinculo idraulico e recuperatori ed equilibratori idropneumatici. Il congegno di chiusura era a vitone, con un anello di tenuta composto da un tessuto metallico contenente amianto, immerso in una matrice di sapone di calce e protetto da due anelli elastici d’acciaio. L’affusto, a doppia coda divaricabile, montava ruote gommate inizialmente in gomma piena. L’obice poteva essere trasportato in due carichi separati – “vettura obice” da 4.000 kg e “vettura affusto” da 4.170 kg – con velocità stradale fino a 30 km/h se trainato da un trattore Pavesi P4 Mod. 26. Era anche possibile il trasporto in un unico carico, sebbene a velocità inferiore. L’affustino, incernierato all’affusto principale, permetteva il movimento in direzione, mentre l’elevazione era garantita dalla culla e dal congegno corrispondente. Il freno idraulico era a rinculo variabile in funzione dell’elevazione. Il pezzo, una volta in batteria, poggiava anche su un sottoaffusto con base sferica per adattarsi al terreno, riducendo le sollecitazioni meccaniche. Le code, scatolate e chiodate, erano articolate in due sezioni snodate, permettendo un’apertura fino a 16° circa. Nel Mod. 41 fu introdotta la possibilità di fissare la bocca da fuoco in posizione arretrata durante il traino, accorciando il convoglio.

Il programma produttivo iniziale del 1938 assegnava all’Ansaldo (stabilimento di Pozzuoli) la costruzione di 312 complessi, e alla OTO la costruzione di altri 320, da completare entro il 1943. Tuttavia, con lo scoppio della guerra nel 1939, l’industria bellica italiana si trovò a corto di materiali nobili per la produzione di acciai speciali. Nel 1940 si riuscì comunque a colmare parzialmente tali lacune, portando a un incremento delle commesse: 792 complessi per l’Ansaldo e 600 per la OTO. Al 1° giugno 1940, però, nessun obice era stato ancora completato, sebbene le commesse ammontassero a 1.392 pezzi. Soltanto nel 1941 furono prodotti i primi 16 esemplari, che tuttavia non furono immediatamente distribuiti. Al 30 settembre 1942 risultavano in servizio 147 complessi, mentre alla data dell’8 settembre 1943, secondo documenti OTO, erano stati realizzati in totale 230 obici, tutti assemblati presso la OTO, mentre non vi è evidenza della produzione da parte dell’Ansaldo di Pozzuoli.

L’impiego previsto dell’obice 149/19 seguiva i compiti tattici assegnati all’artiglieria di corpo d’armata: in fase offensiva doveva intervenire in azioni di controbatteria, appoggio congiunto con l’artiglieria divisionale e interdizione a corto e lungo raggio insieme all’artiglieria di armata; in fase difensiva invece le missioni prevedevano controbatteria, interdizione vicina e repressione, ossia sbarramento su posizioni appena conquistate dal nemico. Nonostante le ambizioni progettuali, sin dai primi impieghi fu chiaro che le caratteristiche del pezzo risultavano insufficienti per l’artiglieria di corpo d’armata, tanto che si considerò il trasferimento dell’obice alle unità divisionali. I primi a essere equipaggiati con il 149/19 furono i gruppi CLI e CLVII, subordinati alla VI Armata, ciascuno su due batterie. Al 1° luglio 1943 questi reparti si trovavano dislocati in Sicilia, dove l’obice ricevette il battesimo del fuoco con risultati giudicati molto positivi. Dopo l’armistizio del settembre 1943, i pezzi rimasti sotto il controllo delle forze cobelligeranti italiane furono assegnati al CLXXVI Gruppo, subordinato al Corpo Italiano di Liberazione (CIL), e utilizzati tra l’8 luglio e il 24 settembre 1944, principalmente per l’interdizione lontana, in linea con le direttive d’impiego previste.

Il munizionamento dell’obice da 149/19 era estremamente variegato, comprendendo: granata 149/19-35-40 Mod. 32, granata 149/12-13-19 Mod. 41 (leggera), granata 149/28 di produzione tedesca, granata 149G in acciaio autarchico adottata nel giugno 1943, granata 149/19G con caricamento NTP o PNP (luglio 1943), granata controcarri 149 EPS (Effetto Pronto Speciale, adottata nel maggio 1943) e infine granate da 149 mm inerti per esercitazioni. I dati tecnici del pezzo mostrano una lunghezza totale dell’obice di 3.034 mm, 19 righe di rigatura destrorsa, peso dell’obice con otturatore pari a 1.610 kg, settore di tiro orizzontale di 50°, verticale da -3° a +60°, lunghezza totale in batteria di 6.600 mm e velocità iniziale del proietto di 600 m/s. La gittata massima raggiungeva i 15.350 metri, la velocità stradale era di 30 km/h e la celerità di tiro variava da uno a due colpi al minuto. Il sistema di puntamento prevedeva un alzo unificato tipo Skoda con cannocchiale panoramico e livello Mod. Righi a doppia graduazione.

L’obice da 149/19 Mod. 37, pur concepito con l’intento di modernizzare radicalmente l’artiglieria pesante italiana, si scontrò con le difficoltà strutturali dell’apparato industriale e logistico nazionale, rivelandosi infine un prodotto tecnicamente valido ma cronologicamente tardivo, tanto da non riuscire a incidere in modo determinante sul corso degli eventi bellici.

     Roberto Marchetti

Fonte:
F. Grandi, “Dati sommari sulle artiglierie in servizio e sul tiro”, Ed. fuori commercio, 1934.
F. Grandi, “Le armi e le artiglierie in servizio”, Ed. fuori commercio, 1938.

Cannone da 105/28

Cannone da 105/28

Fonte: regioesercito.it

 

Cannone da 105/28

Nel 1914, in un’Europa in procinto di esplodere nel conflitto che sarebbe diventato la Prima Guerra Mondiale, l’artiglieria pesante campale italiana era ancora improntata a un’organizzazione che privilegiava gli obici, con particolare riferimento al 149/12 Mod. 14 Ansaldo, selezionato proprio in quell’anno. Tuttavia, l’esperienza maturata sul campo, unita a un’attenta analisi delle capacità offensive e difensive dell’artiglieria nemica, indusse lo Stato Maggiore italiano a rivalutare l’orientamento iniziale. Fu chiara l’esigenza di affiancare agli obici dei cannoni a lunga gittata, capaci di contrastare efficacemente le batterie avversarie. Questo concetto, già adottato dalla Francia con lo sviluppo dei canons lourds de campagne come lo Schneider 105 mm Mle. 1913 — derivato dal cannone russo Putilov da 107 mm —, si impose anche in Italia. Così, nel luglio 1914, con il Paese ancora formalmente alleato della Germania, ma con una rete industriale che guardava alla Francia, il cannone fu ordinato segretamente alla Ansaldo, che aveva legami tecnici con la Schneider. Il progetto richiese solo minime modifiche, la più significativa delle quali fu quella che riguardava il sistema di puntamento in direzione.

Il frutto di questa esigenza strategica fu il cannone da 105/28, la cui produzione iniziò nel 1916. Questo pezzo rappresentava una sintesi tra le innovazioni dell’epoca e una consolidata tecnologia artiglieristica. La bocca da fuoco, lunga 2987 mm e costituita da acciaio al nichelio, era caratterizzata da una rigatura sinistrorsa a passo costante con 40 righe, ed era dotata di otturatore a vite cilindrica a quattro settori. L’affusto, a ruote in legno con cerchiatura in ferro, a deformazione e con scorrimento sulla sala, permetteva un lungo rinculo costante, mentre il sistema frenante a controasta centrale con valvola per il ritorno e un ricuperatore idropneumatico garantiva un controllo efficace del tiro. Il punto d’innovazione principale risiedeva nel sistema di puntamento: mentre il modello Schneider prevedeva uno scorrimento rettilineo che costringeva le ruote a muoversi sul terreno — con gravi difficoltà in condizioni di fango — nel 105/28 la sala era curva e dotata di cremagliera, consentendo il puntamento senza lo spostamento delle ruote. Questo consentiva una maggiore precisione e velocità di tiro, oltre a una significativa riduzione degli sforzi richiesti agli artiglieri.

Dal punto di vista della mira, il pezzo era dotato di alzo a tamburo e cannocchiale panoramico modello Cortese-Falcone. Il movimento era previsto originariamente tramite traino animale, con tre pariglie di cavalli, mentre la coda dell’affusto poggiava su un avantreno privo di cassone, con ruote di diametro leggermente inferiore. In seguito, per adeguarsi ai tempi e alle esigenze logistiche della Seconda Guerra Mondiale, fu predisposto anche il traino meccanico. Questo si realizzava mediante un carrello elastico a ruote interne rispetto a quelle dell’affusto, facilmente trasformabile in avantreno con piccole modifiche. La dotazione di un pezzo comprendeva anche cuffie di protezione, copertura del cannone, un graduatore per spolette, cassette di munizioni, e aveva un costo complessivo di 121.000 lire. Secondo alcune fonti, tra il 1915 e il 1919 furono prodotti circa 2050 pezzi, mentre altre attestano 1730 nuovi esemplari e ulteriori 1131 ottenuti dalla conversione dei Putilov da 107 mm destinati alla Russia.

L’impiego del 105/28 si estese ben oltre il primo conflitto mondiale. Al 10 giugno 1940, data dell’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, erano ancora in servizio 956 pezzi, principalmente in forza ai reggimenti di artiglieria pesante campale assegnati ai corpi d’armata. Alcuni gruppi furono assegnati alle divisioni di fanteria Ravenna (11º reggimento), Sforzesca (17º reggimento) e Cosseria (37º reggimento), impegnate sul fronte russo. Il 105/28 fu presente anche nei reggimenti delle divisioni corazzate Ariete, Centauro e Littorio, oltre che nella 2ª Divisione Celere “Emanuele Filiberto Testa di Ferro”. In Africa Settentrionale, i gruppi di 105/28 erano organizzati con tre batterie da quattro pezzi ciascuna, un comando e un reparto logistico dotato, sulla carta, di numerosi mezzi: quattro autocarri leggeri, undici pesanti e quindici trattori. Sul fronte orientale, ogni gruppo disponeva di diciotto trattori, sei dei quali destinati al traino dei carri rimorchio munizioni. In Africa Orientale Italiana erano schierati novantuno pezzi, tutti perduti con la caduta delle colonie. Nella campagna di Grecia furono utilizzati ottantaquattro pezzi, mentre sul fronte russo operarono cinque gruppi. In Cirenaica, al momento della controffensiva britannica del dicembre 1940 – gennaio 1941, erano presenti otto gruppi e quattro batterie autonome, per un totale di oltre cento pezzi, tutti perduti. La scarsità di mezzi rimasti operativi comprometteva gravemente la capacità dell’artiglieria italiana di contrastare il tiro britannico, in particolare dei 25 pounder, che solo a El Alamein erano schierati in 408 esemplari. In Tunisia, al momento della ritirata, restavano solo trentatré pezzi, nessuno dei quali fu riportato in Italia.

Nel corso del 1942 erano ancora disponibili 839 pezzi (108 adattati al traino meccanico) ad aprile, scesi a 588 (più 95 meccanizzati) a settembre. Nell’ultima fase della guerra, per fronteggiare l’aumentata presenza di mezzi corazzati nemici, furono sviluppate granate perforanti e a carica cava, modello 43. La granata perforante era capace di penetrare 80 mm di corazza inclinata a 60° da una distanza di 100 metri, mentre quella a carica cava perforava fino a 100 mm. Alcune batterie furono addestrate al ruolo controcarri, ma il peso del pezzo e l’affusto a coda unica — che impediva un brandeggio ampio — ne limitavano l’efficacia in tale funzione. Al giugno 1943 restavano operativi ventisette gruppi, per un totale stimato di circa trecento pezzi.

Il munizionamento del 105/28 era variegato e si sovrapponeva, in parte, a quello del 100/17 Mod. 14 e Mod. 16. Le granate standard comprendevano versioni monoblocco, di ghisa acciaiosa, a doppio effetto (modelli 32 e 36), perforanti, semiperforanti e da esercitazione. Alcune, come le granate da 105 Mod. 32 e 32G, raggiungevano gittate fino a 12.780 m con velocità iniziale di 576 m/s. Le granate a doppio effetto Mod. 36G erano capaci di raggiungere velocità iniziali di 579 m/s. Le munizioni controcarri Mod. 43 EP, con una velocità iniziale di 602 m/s, avevano una gittata di 12.360 m, mentre quelle perforanti Mod. 43 arrivavano a 9.400 m. La celerità di tiro era di due colpi ogni tre minuti in condizioni normali, ma poteva raggiungere sei colpi al minuto in massima efficienza. Il pezzo, in batteria, pesava 2470 kg (inclusi gli scudi), con una gittata massima di 11.200 m. La batteria standard era composta da quattro cannoni, quattro trattori, due mitragliatrici e sette autocarri, con uno scaglione pezzi che trasportava settantasei colpi per ciascun pezzo.

Il cannone da 105/28, nato da una collaborazione tecnico-industriale italo-francese in un contesto di alleanze fluide e mutevoli, attraversò due guerre mondiali, affrontando profonde trasformazioni e adattamenti. Nonostante le limitazioni strutturali e l’obsolescenza crescente, seppe rendersi utile in molteplici teatri operativi, grazie alla versatilità e alla robustezza del progetto originario.

   Roberto Marchetti

Fonte:
F. Grandi, “Dati sommari sulle artiglierie in servizio e sul tiro”, Ed. fuori commercio, 1934.
F. Grandi, “Le armi e le artiglierie in servizio”, Ed. fuori commercio, 1938.