Cannone 90/35 Mod. 1939

Il cannone 90/53 Modello 1939 rappresentò uno dei più significativi sviluppi dell’artiglieria italiana alla vigilia e durante la seconda guerra mondiale, concepito per rispondere alle esigenze della Regia Marina e del Regio Esercito in un contesto bellico in rapida evoluzione. Originariamente progettato dall’Ansaldo per la Marina come pezzo da 90 mm con canna di 50 calibri, destinato alla difesa contraerea di unità navali contro bombardieri operanti oltre i 10.000 metri di quota, il 90/53 derivò dalla richiesta dello Stato Maggiore dell’Esercito, nel 1938, di una variante terrestre capace di garantire prestazioni equivalenti. Il 1º aprile 1939 venne formalizzato l’ordine per due batterie sperimentali, una da posizione fissa e una campale, e già nel settembre dello stesso anno furono completati i disegni. Il primo complesso fisso fu pronto il 30 gennaio 1940 e collaudato ad aprile a Nettuno con le munizioni già sviluppate per la Marina. Benché si tentasse di unificare il pezzo con quello navale 90/50 Mod. 1939, le differenti esigenze operative portarono a mantenere due linee parallele, condividendo solo bossolo, esplosivo e granitura del propellente. La produzione coinvolse, oltre all’Ansaldo, varie industrie nazionali come le Officine Reggiane, Comerio, Officine di Gorizia, CRDA per le parti meccaniche, Officine Galileo e San Giorgio per i congegni di puntamento, e Motomeccanica Milano per i carri rimorchio dei pezzi campali. Le munizioni comprendevano cartocci granata con spoletta R40 e Mod. 41, impiegati con diverse cariche, proiettili Mod. 36 e 36R per il tiro antiaereo, IO40 e R40 per funzione antisbarco, e perforanti per bersagli corazzati terrestri e navali, conservati in cassette di legno da tre colpi per 68 kg complessivi. I primi affusti campali arrivarono alla fine del 1942, ma già dal 1941, per esigenze operative, si era optato per l’installazione del cannone sui pianali di autocarri pesanti Lancia 3Ro e Breda 51, dando origine agli autocannoni 90/53, il cui prototipo Lancia era stato valutato positivamente nel febbraio 1941; entro l’anno si contavano 30 autocannoni Lancia e 10 Breda. Ad aprile 1942 il Regio Esercito disponeva di 30 cannoni campali e 50 autocannoni, mentre la difesa contraerea territoriale aveva 240 pezzi fissi; a fine anno l’Ansaldo aveva prodotto 104 campali, 517 fissi e 129 mobili. L’impiego si estese rapidamente alla funzione controcarro, in particolare con gli autocannoni Lancia 3Ro e il semovente M.41 da 90/53, dotato di scudo protettivo per i serventi, e si studiò un affusto a doppio ginocchiello per consentire un’alzata ottimale sia per il tiro antiaereo sia per quello terrestre, montato su trattore semicingolato Breda 61. Fu valutata anche la riduzione del calibro a 88 mm per uniformarsi alle munizioni dell’8,8 cm FlaK tedesco. La scarsità di centrali di tiro impose spesso il ricorso al tiro di sbarramento, meno efficace per la mancanza di spolette a orologeria, con granate antiaeree prevalentemente a spoletta pirica. I pezzi fissi operarono in difesa contraerea ed antisbarco sul territorio nazionale, mentre gli autocannoni furono impiegati in Africa settentrionale nelle divisioni corazzate Ariete, Littorio e Centauro, in Tunisia, Francia meridionale e Sicilia. I primi gruppi su autocannoni Lancia, formati nel 1941, furono assegnati alle divisioni corazzate in Nordafrica e successivamente anche a batterie di fanteria nello stesso teatro. In Sicilia, gli esemplari su scafo cingolato operarono esclusivamente nel 10º Raggruppamento Controcarro, con i gruppi 161º, 162º e 163º, a copertura dell’area tra Calatafimi e Caltanissetta. Il 90/53 ebbe un ruolo rilevante nella difesa del ripiegamento italo-tedesco dalla Sicilia, con otto batterie fisse e tre campali a Messina, e una campale a Reggio Calabria, insieme a cinque batterie di FlaK 8,8 cm. Dopo l’armistizio, la produzione sotto occupazione tedesca continuò con 145 pezzi fissi e 68 campali; la Wehrmacht ribattezzò l’arma 9,0 cm FlaK 41(i) e ne ebbe in servizio 315 a fine 1944, mentre altri pezzi equipaggiarono la RSI. Gli Alleati incorporarono nel 1944 i pezzi catturati nella Italy Air Defence Area. Nel dopoguerra, nel 1948, risultavano operativi 8 pezzi e altri 24 efficienti nei depositi, con la possibilità di recuperarne 200; rimasero in servizio nella Difesa Aerea Territoriale e nell’esercito di campagna fino alla fine degli anni Sessanta, modificati con freno di bocca e integrati a centrali di tiro BGS asservite a radar britannici, e dal 1955 alla centrale Contraves F90 BT prodotta su licenza in Italia. Le versioni campali furono denominate “C” e quelle fisse “P”. I primi gruppi equipaggiati, XI e XXI contraerei pesante, furono formati nel 1949 presso la Scuola Artiglieria Contraerei di Sabaudia; nel 1953 i reggimenti pesanti erano dislocati ad Albenga, Mantova, Pisa, Verona, Mestre, Rimini e Bologna, mentre i raggruppamenti DAT si trovavano ad Anzio, Savona, Bologna e Lodi. L’ultima attività di tiro dell’Esercito avvenne a Foce Verde nel febbraio 1970, ma un impiego operativo si registrò ancora nel 1990, quando pezzi della difesa costiera croata ingaggiarono unità navali serbo-montenegrine. La canna del 90/53, in acciaio speciale Ni-Cr-Mo a pareti semplici, aveva rigatura destrorsa a 28 righe, culatta avvitata a freddo e otturatore a cuneo scorrevole orizzontalmente, funzionante anche in modalità automatica. L’affusto a forcella era sostenuto da un sottoaffusto a piedistallo troncoconico nei pezzi fissi, con livellamento tramite oscillazione del paiuolo, mentre nella versione campale era impiegata una crociera a quattro code e piattaforma settoriale, trainata da carrelli, in origine Breda TP32 e TP41, poi SPA TM40, AEC Matador britannici, e infine Fiat TP50. Il complesso era dotato di freno idraulico variabile, due recuperatori idropneumatici e un equilibratore per bilanciare la volata. Il brandeggio a 360° avveniva tramite corona dentata, l’elevazione con settori dentati e vite senza fine, il puntamento manuale o tramite centrale di tiro, con graduatore di spoletta Borletti. La centrale BGS utilizzava un telemetro stereoscopico da 4 m e un calcolatore elettromeccanico, operabile da sei uomini su pianale autotrainabile, con trasmissione elettrica dei dati ai pezzi; dal 1942 fu integrata con radar tedesco Würzburg Ausf D, capace di dirigere il fuoco fino a 12 km e contro bersagli fino a 720 km/h. Le prestazioni controcorazza del proiettile perforante erano notevoli: 126 mm a 100 m, 109 mm a 500 m, 90 mm a 1.000 m, 75 mm a 1.500 m, 62 mm a 2.000 m su piastra inclinata a 30°, con altre fonti che indicano 100 mm a 1.000 m. Munizionamento HEAT fu testato ma mai adottato. Nel 1951 venne studiata una versione a canna allungata, 90/74, con velocità iniziale di 1.050 m/s, gittata massima di 20 km, quota utile di 15 km e riduzione della durata di traiettoria a 10.000 m da 27 a 20 secondi, dotata di freno di bocca per contenere il rinculo.
Roberto Marchetti
Fonte: wikipedia.org