Affare Lady Golpe

L’ “affare Lady Golpe” rappresenta uno dei casi giudiziari e mediatici più controversi dell’Italia degli anni Novanta, intrecciando vicende personali, dichiarazioni clamorose, dinamiche interne alle Forze Armate e un’intensa esposizione mediatica. La vicenda prende il nome dall’appellativo attribuito a Donatella Di Rosa, figura centrale dell’intero caso, nota principalmente per le sue rivelazioni in seguito giudicate infondate relative a un presunto progetto di colpo di Stato che sarebbe stato concepito tra gli anni Ottanta e Novanta del XX secolo da alcuni alti ufficiali militari italiani, tra cui l’allora marito, il colonnello della brigata paracadutisti “Folgore” Aldo Michittu. Nel 1993, Donatella Di Rosa, sposata con Michittu, rese alla stampa dichiarazioni che ebbero immediata eco nazionale, denunciando l’esistenza di un piano eversivo contro le istituzioni repubblicane e l’esistenza di un traffico di armi da guerra diretto verso Paesi belligeranti, che avrebbe visto coinvolti numerosi ufficiali di alto grado. Il 7 ottobre 1993, in una conferenza stampa particolarmente seguita, la donna affermò pubblicamente di aver partecipato, insieme al marito, a riunioni riservate con ufficiali di vertice finalizzate alla pianificazione di un golpe in Italia. Tra gli elementi più sorprendenti delle sue dichiarazioni vi fu il riferimento alla presenza, in tali incontri, di Gianni Nardi, terrorista dichiarato ufficialmente morto nel 1976 a seguito di un incidente, morte che, secondo Di Rosa, sarebbe stata simulata. Questa affermazione ebbe conseguenze immediate: le autorità giudiziarie decisero di riaprire le indagini sulla vicenda Nardi, in parte perché Michittu risultava essere stato accompagnatore della madre del terrorista in circostanze pregresse. Un controllo sulla sepoltura in Italia del presunto Nardi rivelò che il loculo di famiglia era vuoto; la famiglia spiegò che il corpo era stato tumulato in Spagna e, nove giorni dopo, l’esumazione in territorio spagnolo confermò inequivocabilmente l’identità del cadavere, smentendo così l’ipotesi della sua sopravvivenza. Nonostante ciò, le accuse di Di Rosa provocarono un’immediata scossa negli equilibri interni dell’apparato militare. Pochi giorni dopo le sue dichiarazioni, il ministro della Difesa Fabio Fabbri chiese le dimissioni del generale di corpo d’armata Biagio Rizzo; il 22 ottobre seguì le dimissioni, in segno di protesta, del generale Goffredo Canino, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, indicato tra i partecipanti alle presunte riunioni. Il generale di brigata Franco Monticone, all’epoca comandante della Folgore, fu rimosso dall’incarico; in una diretta televisiva, Monticone dichiarò che Di Rosa, con cui aveva intrattenuto una relazione sentimentale, gli aveva richiesto circa 800 milioni di lire per aiutarlo a ottenere l’annullamento del matrimonio presso il tribunale della Sacra Rota. Il procedimento giudiziario che seguì condusse, in appello, alla condanna di Di Rosa a due anni e otto mesi di reclusione (pena sospesa) per calunnia e autocalunnia, oltre a un risarcimento di 800 milioni di lire alle parti civili; in seguito, la donna sostenne di aver forse confuso Gianni Nardi con un suo omonimo. Sempre nel 1993, Di Rosa e il marito furono arrestati e processati: le accuse di eversione caddero per mancanza di prove, ma restò in piedi l’imputazione di calunnia ai danni di Monticone, confermata con condanna a due anni e otto mesi, successivamente ridotti a due anni e due mesi grazie all’indulto. La pena non fu eseguita poiché Di Rosa si rese latitante per oltre vent’anni, fino al 2015, quando fu rintracciata dai Carabinieri grazie a un controllo sul figlio e arrestata, venendo poi posta agli arresti domiciliari. Nel corso della sua latitanza e immediatamente dopo le vicende giudiziarie, l’immagine di Donatella Di Rosa ebbe una forte esposizione mediatica, anche in chiave scandalistica. Nel 1994 le furono dedicate due copertine della rivista Playmen, iniziativa che contribuì a consolidare la sua notorietà come personaggio mediatico; parallelamente, intraprese una breve carriera come fotomodella e comparve in trasmissioni televisive, spesso in contesti a sfondo erotico, mantenendo un legame, diretto o indiretto, con l’eco delle vicende politico-giudiziarie che l’avevano resa famosa.
Roberto Marchetti
Fonte: .wikipedia.org