Operazione IBIS

Operazione IBIS

L’11 dicembre 1992 segna una data fondamentale nella storia recente dell’Italia militare e diplomatica: da Pisa decolla un C-130 con a bordo il primo nucleo avanzato di collegamento italiano diretto a Mogadiscio, Somalia. È l’inizio dell’Operazione IBIS, il più imponente dispiegamento militare italiano dalla Seconda guerra mondiale. A bordo dell’aereo vi sono una ventina di incursori paracadutisti del 9º Battaglione d’assalto “Col Moschin”, sotto il comando del Tenente Colonnello Marco Bertolini. In parallelo, dal porto di Livorno salpano cinque unità navali – l’incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto, la fregata Grecale, il rifornitore Vesuvio, le navi da sbarco San Giorgio e San Marco – con a bordo i Fucilieri di Marina del Battaglione “San Marco”, reparti logistici della Brigata Paracadutisti “Folgore”, e un traghetto civile, Sardinia Viva, appositamente noleggiato per trasportare uomini e mezzi. Lo schieramento italiano è imponente: oltre 2600 militari equipaggiati, 800 veicoli, 15 elicotteri, 210 container con 4200 tonnellate di rifornimenti. In appena 25 giorni, a 6000 chilometri da casa, il contingente italiano si afferma come il secondo più numeroso dopo quello statunitense nella missione multinazionale “Restore Hope”, avviata dalle Nazioni Unite sotto l’egida dell’UNITAF.

Nel cuore della capitale somala, Mogadiscio, il 16 dicembre 1992, un reparto d’incursori del Col Moschin rioccupa l’ex ambasciata italiana. L’edificio, simbolo della storica presenza italiana in Somalia, era stato abbandonato e occupato da miliziani locali. L’operazione, condotta con risolutezza ma senza spargimenti di sangue, si conclude con il tricolore issato sul tetto della cancelleria tra l’entusiasmo della popolazione locale. L’ambasciata diviene così il quartier generale della Brigata “Folgore”, mentre il comando generale del contingente resta nei pressi del comando multinazionale.

Il teatro somalo si presenta subito difficile: savane aride, deserti di pietra, villaggi poverissimi, popolazioni stremate dalla guerra civile e dalla carestia. La prima grande operazione italiana, condotta in parallelo alla fase iniziale del dispiegamento, è il raggiungimento di Gialalassi, 180 km nell’interno, lungo la cosiddetta “Strada Imperiale”, da tempo impraticabile per i convogli umanitari. Una ricognizione degli incursori del Col Moschin e dei Carabinieri paracadutisti garantisce la sicurezza del percorso e permette la consegna degli aiuti. Questa missione segna il debutto operativo dei Circuiti Operativi Umanitari (COU), strumenti ibridi che uniscono finalità umanitarie e obiettivi militari, come la mappatura delle necessità sanitarie e alimentari delle popolazioni incontrate, il controllo del territorio e la dissuasione delle milizie. In pochi mesi, il contingente italiano stabilisce una rete di presidi in un’area vastissima, comprendente località come Balad, Giohar, Buloburti e Belet Uen.

La missione italiana si distingue per l’approccio umanitario e di dialogo, noto come “metodo Angioni”, già sperimentato nel Libano degli anni Ottanta. Il generale Franco Angioni, allora comandante della missione Italcon, aveva posto le basi di una dottrina operativa centrata sul rispetto della cultura locale, sull’ascolto delle esigenze della popolazione e sull’intervento concreto nelle strutture sociali. In Somalia, questo metodo si traduce in azioni capillari: i paracadutisti italiani riaprono scuole, orfanotrofi e ambulatori; ricostruiscono scuole coraniche; distribuiscono viveri, medicinali e materiale scolastico raccolto in Italia; offrono assistenza veterinaria a migliaia di capi di bestiame, migliorando così la vita delle comunità pastorali. Il Corpo Veterinario dell’Esercito Italiano realizza oltre 256.000 interventi clinici, dai trattamenti antiparassitari alle operazioni chirurgiche, guadagnandosi il rispetto della popolazione somala.

Una delle iniziative più simboliche e umanamente significative è l’istituzione di un servizio postale tra la Somalia e l’Italia, capace di ricongiungere famiglie separate dalla guerra. L’ufficio postale di Mogadiscio, in collaborazione con quello di Livorno, permette lo scambio di lettere e messaggi audio, spesso in somalo mescolato all’italiano, testimonianza linguistica di un passato condiviso. Parallelamente, il contingente italiano organizza il ritorno degli sfollati nei villaggi d’origine, alleviando la pressione su Mogadiscio e incentivando la ripresa economica nelle campagne.

Nella capitale, la Brigata “Folgore” affronta la difficile sfida della riorganizzazione urbana. Macerie, traffico caotico, mercati abusivi e criminalità diffusa ostacolano la ripresa. Viene elaborato un piano regolatore per rimuovere le macerie e razionalizzare i mercati all’aperto, con il coinvolgimento diretto delle autorità tradizionali somale. L’operazione si rivela delicata: emergono opposizioni, anche armate, da parte di gruppi che temono di perdere fonti di reddito o coperture per attività illegali. Dopo lunghe trattative, si giunge a un compromesso: i lavori di pulizia sono affidati, in parte, a manodopera locale pagata in viveri e carburanti secondo il principio del “food for work”. Anche in questo caso, l’approccio italiano si fonda sul dialogo e sulla condivisione.

Un esempio emblematico di ricostruzione economica è la riattivazione della Somaltex, una fabbrica tessile di Balad. La Folgore effettua la prima commessa mille paia di pantaloncini da ginnastica e reinveste metà dei proventi per acquistare pezzi di ricambio e riattivare ulteriori macchinari. Questo microprogetto ha un impatto ben oltre le aspettative: crea occupazione, incentiva l’autoimprenditorialità e spinge alcuni miliziani ad abbandonare le armi per un lavoro stabile.

Ma il volto umanitario della missione italiana convive con una realtà bellica tutt’altro che sopita. Il Paese è frammentato da decine di milizie armate e il processo di disarmo è lento e pericoloso. Le forze italiane partecipano a oltre cento operazioni militari denominate “Odissea”, “Canguro”, “Mangusta”, “Hillaac”, “Tamburo”, mirate al sequestro di armi, al controllo del territorio e alla sicurezza dei corridoi umanitari. Queste missioni, condotte con mezzi blindati VCC, Centauro, e con l’impiego di reparti come i “Vampiri” del 186° Reggimento Paracadutisti, si dimostrano decisive per il successo globale dell’Operazione IBIS.

Nel maggio 1993, il passaggio del comando da UNITAF a UNOSOM II segna una svolta nell’intervento internazionale: si passa da una logica di pacificazione a un’azione di peace building. Il nuovo mandato prevede un maggiore uso della forza per imporre il disarmo. Il settore italiano mantiene un approccio equilibrato, ma aumentano le pressioni operative. Il 5 giugno 1993 si apre un periodo tragico: un reparto pachistano viene attaccato nei pressi del “chilometro quattro” a Mogadiscio. Gli scontri sono violenti e le perdite gravi. L’intervento tempestivo delle forze italiane, con il supporto di unità corazzate e reparti elitrasportati, consente di salvare ottanta soldati pachistani e dieci marines americani. L’episodio rafforza il prestigio italiano all’interno della missione ONU e conferma la preparazione e la prontezza delle truppe della Folgore.

L’Operazione IBIS, nella sua complessità, rappresenta una pagina unica nella storia delle missioni militari italiane all’estero: un equilibrio tra forza e diplomazia, tra azione e solidarietà, tra memoria coloniale e rinnovato impegno internazionale. Un’avventura umana e militare che ha visto soldati e ufficiali trasformarsi in mediatori, costruttori, educatori, medici, veterinari e, soprattutto, ambasciatori di una speranza concreta in un Paese devastato dalla guerra.

     Roberto Marchetti

Fonte: brigatafolgore.net