Il “vagone volante”
Il “vagone volante”: ricordi, curiosità limiti del leggendario Faichild C119 dell’ Aeronautica Militare Italiana
Non era bello da vedere. Non era veloce. Non era silenzioso. Anzi, chi ha avuto la fortuna di volarci sopra (ed io l’ho avuta) lo ricorda come un gigante rumoroso, capace di far vibrare ogni bullone e di riempire il cielo con il rombo inconfondibile dei suoi due enormi motori radiali. Eppure pochi aeroplani hanno saputo conquistare il cuore di intere generazioni di aviatori e paracadutisti come il Fairchild C-119 Flying Boxcar, il leggendario “Vagone Volante”, o, come molti lo chiamavano con affettuoso rispetto, il “Camion del cielo”.
Per oltre venticinque anni questo straordinario velivolo rappresentò la spina dorsale del trasporto aereo dell’Aeronautica Militare italiana. Portò uomini, mezzi, viveri e speranze; soccorse popolazioni colpite da calamità, accompagnò migliaia di giovani al loro primo lancio con il paracadute e fu protagonista di missioni che spaziarono dalle operazioni segrete della Guerra Fredda fino alle imprese che aprirono la strada alla conquista dello spazio.
Quando il 24 gennaio 1979 lasciò definitivamente il servizio operativo, non andò in pensione soltanto un aeroplano: si chiuse un capitolo importante della storia dell’aviazione italiana.
Consegnato all’Italia tra il 1953 e il 1954 in sessantacinque esemplari, il C-119 operò quasi esclusivamente con la 46ª Aerobrigata di Pisa, diventandone il simbolo più riconoscibile.
La sua fusoliera squadrata ricordava realmente un vagone ferroviario. L’ampio portellone posteriore a valva consentiva di caricare autocarri, jeep, artiglierie leggere, pallet di viveri e qualsiasi materiale dovesse raggiungere rapidamente destinazioni spesso prive di infrastrutture.
La particolare configurazione a doppia trave di coda rappresentava una soluzione tecnica innovativa: lasciava completamente libera la parte posteriore della fusoliera, permettendo ai camion di accostarsi direttamente al vano di carico senza alcun impedimento.
A renderlo immediatamente riconoscibile contribuivano soprattutto i due colossali motori Pratt & Whitney R-4360 a diciotto cilindri, da 3.500 cavalli ciascuno. Il loro rombo profondo e possente era impossibile da confondere con quello di qualsiasi altro velivolo.
Per migliaia di paracadutisti italiani il C-119 fu il primo incontro con il cielo.
Per oltre due decenni effettuò incessantemente missioni di aviolancio sulle zone di Tassignano, Cecina e sulla celebre Zona Lancio “Nella”, spesso attribuita erroneamente ad Altopascio ma in realtà situata nel territorio di Capannori.
Chi vi saliva ricorda ancora oggi il pavimento che tremava sotto gli scarponi, il frastuono assordante dei motori, l’odore dell’olio e della benzina avio e quel momento carico di tensione quando il portellone posteriore si spalancava lasciando entrare il vento. Bastava un passo nel vuoto per essere investiti da una corrente d’aria di circa 150 chilometri orari.
Era un’esperienza che nessun paracadutista avrebbe mai dimenticato.
Era un gigante robusto… ma non invincibile.
Il Flying Boxcar era un aeroplano solido, affidabile e straordinariamente versatile. Tuttavia possedeva anche limiti ben conosciuti dai suoi equipaggi.
Quando veniva caricato al massimo delle proprie capacità, soprattutto durante i lanci di grandi aliquote di paracadutisti, la potenza dei due motori non sempre risultava sufficiente. Il decollo diventava lungo e faticoso, la salita lenta e in alcuni casi il comandante era costretto ad interrompere la missione.
Molti paracadutisti ricordano ancora voli cancellati perché il “Vagone Volante” sembrava quasi rifiutarsi di lasciare il suolo. Furono proprio queste limitazioni a favorire, negli anni Settanta, l’arrivo del ben più potente C-130 Hercules.
Anche i grandi portelloni posteriori, perfetti per il carico dei mezzi, presentavano un inconveniente: durante alcuni aviolanci generavano turbolenze così intense che, in particolari missioni, venivano completamente smontati prima del decollo, facendo volare l’aereo con la parte posteriore completamente aperta.
Ridurre il C-119 al solo impiego militare sarebbe profondamente ingiusto.
Fu uno dei protagonisti delle grandi operazioni di soccorso che segnarono l’Italia del dopoguerra. Intervenne durante l’alluvione di Firenze del 1966, nei terremoti del Belice e del Friuli, trasportando uomini, medicinali, tende, viveri e mezzi di emergenza.
Per migliaia di persone rappresentò il primo aiuto arrivato dal cielo.
Pochi sanno che il “Vagone Volante” fu protagonista anche di alcune delle pagine più sorprendenti della storia aeronautica mondiale.
La variante C-119J, ribattezzata dai piloti italiani “il Jottone”, era stata progettata negli Stati Uniti per una missione che sembrava uscita da un romanzo di fantascienza: recuperare in volo le capsule spaziali prima che cadessero nell’oceano.
Il 19 agosto 1960 uno di questi velivoli riuscì nell’impresa, agganciando il paracadute della capsula Discoverer 14, appartenente al segretissimo programma fotografico Corona. Fu il primo recupero aereo di una capsula spaziale nella storia.
Nello stesso periodo alcuni C-119 vennero utilizzati segretamente dalla CIA durante il conflitto d’Indocina, a sostegno delle operazioni francesi, confermando ancora una volta l’eccezionale versatilità del velivolo.
Fra tutte le vicende che coinvolsero il C 119, nessuna lasciò un segno tanto profondo quanto la tragedia di Kindu.
L’eccidio di Kindu avvenne l’11 novembre 1961 nella Repubblica Democratica del Congo: tredici aviatori italiani in missione di pace per l’ONU furono trucidati da truppe ribelli congolesi che li scambiarono per mercenari stranieri. I militari viaggiavano a bordo di due aerei da trasporto C-119 della 46ª Aerobrigata di Pisa ed erano atterrati nella cittadina congolese nell’ambito dei una missione delle Nazioni Unite.
I due velivoli C-119, denominati Lyra 5 e Lupo 33, erano partiti da Léopoldville (l’attuale Kinshasa) per rifornire la guarnigione di “caschi blu” malesi di stanza a Kindu. Durante il pranzo presso la mensa locale, gli equipaggi italiani furono circondati e catturati da circa ottanta soldati dell’Armata Nazionale Congolese. I ribelli accusarono gli italiani di essere mercenari belgi camuffati e li condussero nella prigione della città, dove vennero barbaramente assassinati.
L’eccidio di Kindu scosse profondamente il Paese e rimane ancora oggi uno dei momenti più dolorosi della storia dell’Aeronautica Militare.
Anche il commiato del C-119 sembrò scritto da uno sceneggiatore.
Il 24 gennaio 1979 venne organizzato un volo celebrativo con a bordo venticinque ospiti e numerosi alti ufficiali. Durante l’atterraggio sulla pista di Pisa il pilota volle rendere omaggio al vecchio “Vagone Volante” eseguendo una spettacolare discesa tattica.
La manovra riuscì…ma l’impatto fu così violento che il carrello sinistro cedette e l’aereo terminò la corsa fuori pista. Nessun ferito, fortunatamente, ma il pranzo organizzato negli hangar per salutare il pensionamento del velivolo lasciò il posto allo stupore e a qualche inevitabile sorriso.
Fu, in fondo, un addio perfettamente in linea con il carattere del C-119: spettacolare, imprevedibile e impossibile da dimenticare.
Le sue forme insolite e immediatamente riconoscibili gli regalarono anche una discreta carriera cinematografica.
Compare nella commedia Spie come noi (1985), nel film Always – Per sempre di Steven Spielberg come aereo antincendio e nel remake del Volo della Fenice (2004), dove proprio il relitto di un C-119 diventa il mezzo attraverso cui i superstiti tentano una disperata fuga dal deserto.
Esistono aeroplani che fanno la storia per le loro prestazioni e altri che la fanno per le emozioni che riescono a lasciare.
Il C-119 appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Non era il più moderno, né il più potente. Vibrava, era assordante, talvolta faticava a decollare quando era troppo carico e metteva a dura prova equipaggi e paracadutisti. Ma possedeva una qualità che nessuna scheda tecnica può misurare: sapeva farsi voler bene.
Per migliaia di uomini della 46ª Aerobrigata, della Brigata Folgore e dell’Aeronautica Militare, il “Vagone Volante” non è stato soltanto un mezzo di trasporto. È stato il compagno silenzioso (anzi, rumorosissimo) di una stagione irripetibile dell’aviazione italiana, testimone di missioni umanitarie, tragedie, imprese tecnologiche e piccoli episodi quotidiani che, insieme, hanno costruito una leggenda.
Da anni, il suo rombo non risuona più nei cieli di Pisa. Eppure, per chi lo ha visto decollare con la sua inconfondibile sagoma a doppia coda o per chi da quel portellone si è lanciato verso il proprio destino (chi scrive ha preso il suo brevetto di paracadutista militare con il C 119) continua a farlo volare nella memoria. Perché ci sono aeroplani che terminano la loro carriera operativa e altri che, semplicemente, entrano nella Storia.
Ferdinando Guarnieri