La storia militare di Sandro Pertini

La storia militare di Sandro Pertini
Un ufficiale d’altri tempi: dal fango della trincea al Quirinale.
Discorso ai giovani soldati in addestramento al bivacco del campo d’arma di reparto.

Soldati, mettetevi comodi e aprite bene le orecchie. Quella che sto per raccontarvi non è la solita favola patriottica scritta sui manuali polverosi delle scuole militari. È la storia di un uomo che odiava la guerra con tutto se stesso, ma che quando si è trovato nel fango della prima linea ha insegnato al mondo intero come si combatte, come si guida i propri fratelli in armi e, soprattutto, come si resta umani nell’inferno. Oggi vi parlo del vostro compagno d’arme, il sottotenente Sandro Pertini.

Maggio 1915: Il pacifista che non scappa.
Torniamo indietro nel tempo. Immaginate una piazza gremita di gente a Firenze. C’è il delirio dell’interventismo, tutti urlano slogan patriottici, guidati dai discorsi infuocati di Gabriele D’Annunzio. In mezzo a quella folla esaltata, c’è un giovane studente di giurisprudenza. Ha diciannove anni, le tasche vuote e le idee chiare. Si chiama Sandro. Mentre tutti invocano il sangue e la gloria, lui sale su una sedia e urla in faccia alla folla: «Viva la pace! Abbasso la guerra!». Viene quasi linciato. È un socialista, un neutralista convinto.
Ma la storia ha cinismo da vendere. Pochi mesi dopo, nel novembre del 1915, la sua classe di leva viene chiamata in anticipo. L’esercito regio sta finendo gli uomini sull’Isonzo e raschia il fondo del barile. Sandro potrebbe scappare, imboscarsi, inventarsi una malattia. Molti lo fanno. Lui no. Perché? Perché per lui la coerenza politica viene prima della pelle. Dice ai suoi amici: «Io odio la guerra, ma se i figli dei contadini e degli operai devono andare a morire in battaglia, il mio posto è lì, accanto a loro».

L’arte del ferro: Da soldato autiere ad ufficiale aspirante a Brescia.
All’inizio lo sbattono a fare l’autiere nel 25° Artiglieria. Guida i primi camion militari sulle strade dissestate del Trentino. Ma è un ragazzo istruito, un universitario, e l’esercito italiano ha un disperato bisogno di carne da cannone con i galloni per sopperire alle perdite di ufficiali.
Lo spediscono al corso ufficiali a Padova all’inizio del 1917, ne esce aspirante, e poi va dritto al Castello di Brescia, alla Scuola Mitraglieri.
Soldati, voi sapete cosa significa addestrarsi su un’arma. A Brescia, a Sandro insegnano a conoscere la Fiat-Revelli Mod. 1914 meglio delle sue tasche. Gli insegnano a smontarla al buio, sotto la pioggia, a sbloccarla quando il fango fissa i meccanismi, a calcolare le parabole di tiro sulla mappa, al tiro di precisione. Diventa un tecnico del fuoco. Ma mentre i manuali dell’epoca dicono che la mitragliatrice pesante serve solo a stare fermi in trincea ad aspettare il nemico, la testa di Pertini sta già elaborando qualcosa di completamente diverso.

Agosto 1917: La leggenda e la manovra del Monte Jelenik.
Estate del 1917, Undicesima battaglia dell’Isonzo. Altopiano della Bainsizza. Il settore è quello del Monte Jelenik. Chi c’è stato sa cos’è: una pietraia infernale senza un filo d’erba, dove le schegge di roccia feriscono quanto quelle delle granate. Gli austriaci sono rintanati in caverne scavate nel calcare profondo, impenetrabili all’artiglieria. Ogni volta che la nostra fanteria prova ad avanzare, dalle feritoie spuntano le mitragliatrici Schwarzlose e fanno scempio dei nostri ragazzi. Interi battaglioni vengono falciati nella terra di nessuno. Restare bloccati lì significa morire.
Il sottotenente Pertini guarda la scena. Ha il comando di una sezione di mitragliatrici Fiat-Revelli del 227° Reggimento Fanteria. Sa che se resta fermo a sparare da dietro, i suoi fanti verranno massacrati. Allora prende una decisione che nessun manuale avrebbe mai raccomandato: «Si avanza! Con le armi a braccia, dietro di me!». Immaginate la scena: quaranta chili di ferro bollente tra treppiede, corpo arma e fustini d’acqua. I suoi mitraglieri corrono sotto le cannonate, balzando da un cratere all’altro. Pertini è il primo, davanti a tutti. Ogni volta che una mitragliatrice austriaca apre il fuoco, Sandro non fa riparare gli uomini: fa piazzare una Fiat-Revelli allo scoperto, a pochissimi metri dal nido nemico, e ordina di saturare la feritoia di piombo. Aprono un corridoio di fuoco mobile. Arrivano davanti alle caverne austriache e gli sbarrano le uscite piazzando le armi a bruciapelo. Gli austriaci, intrappolati nelle loro stesse fortificazioni e terrorizzati da quell’ufficiale italiano che sembra immune alle pallottole, gettano le armi. Risultato? Posizioni conquistate, nidi distrutti e centinaia di prigionieri catturati. Una manovra offensiva senza precedenti. Una tattica così incredibile che persino gli osservatori britannici la studieranno, e negli anni Venti l’esercito americano la testerà nei suoi campi d’addestramento col nome di Manovra di Camp Pebblertown. Verrà persino studiata a West Point. Loro non conosceranno il nome di Pertini, ma quella mossa portava la firma del 227° Fanteria.
Il colonnello Carlo Benedicenti scrive la proposta per la Medaglia d’argento al valor militare, registrandola all’Ordine del Giorno del reggimento e letta in adunata agli uomini del reggimento. Il testo parla di «superlativa audacia e sprezzo del pericolo».
Ma il fango della politica è più rapido della gloria: la medaglia viene bloccata a Roma perché Pertini è schedato come ‘sovversivo socialista’.

1917-1918: L’inferno del Pasubio e la Croce di Guerra.
Poi arriva Caporetto. Il fronte crolla, si ripiega. Pertini e i suoi uomini riescono a sganciarsi non senza combattere e subire delle perdite. Nella riorganizzazione del fronte vengono sbattuti a duemila metri di quota, sul Monte Pasubio. Lì la guerra cambia faccia. Diventa l’inferno bianco. Il freddo è così intenso che l’acqua nei manicotti delle mitragliatrici congela, e i soldati devono urinarci dentro pur di farle sparare. Si vive nel terrore delle mine sotterranee: gli austriaci scavano sotto la roccia per far saltare intere cime.
Pertini dorme sul ghiaccio con i suoi soldati. Rifiuta la baracca riscaldata degli ufficiali, rifiuta il rancio migliore. Divide l’unica coperta e l’ultima galletta con i fanti contadini.
Per la sua determinazione in questo settore impervio, viene promosso al grado di Tenente il 15 marzo 1918 e riceve la Croce al Merito di Guerra, entrambe pubblicate regolarmente sul Bollettino Ufficiale del Ministero della Guerra.

Il gas fosgene e la pistola dell’attendente.
Durante un maledetto bombardamento, gli austriaci usano il fosgene, il gas letale che profuma di fieno ma ti brucia i polmoni. Pertini respira quella sostanza tossica. Cade a terra cianotico, soffocando nei suoi stessi fluidi. Nel caos del caposaldo, viene dato per spacciato. Sta per essere abbandonato a morire nella nebbia del gas.
Ma il suo attendente, un soldato semplice di cui la storia ha perso il nome, uno dei tanti dimenticati, lo guarda e dice: «Io il mio tenente non lo lascio qui». Se lo carica sulle spalle. Un uomo svenuto, nel fango, sotto le granate che fischiano. Cammina per chilometri lungo i camminamenti della montagna fino a raggiungere un ospedale da campo della sanità.
Lì dentro è il delirio: centinaia di feriti, medici con le braccia sporche di sangue. Un medico guarda Pertini, vede le labbra blu, il respiro che rantola e scuote la testa: «Questo è morto, non perdiamo tempo, pensiamo a chi ha una speranza». L’attendente non ci sta. Compie il gesto più grave che un soldato possa fare: estrae la pistola d’ordinanza, la punta dritto alla fronte del medico ufficiale e urla: «O lo cura adesso, o vi ammazzo tutti qui dentro!».
Sotto la minaccia del ferro, i medici si muovono. Pertini viene curato e strappato alla morte. Quel soldato semplice ha rischiato la fucilazione alla schiena per salvare il suo ufficiale, perché Sandro Pertini lo aveva trattato come un uomo, non come una bestia da soma, del resto come trattava tutti i suoi soldati. Quando si rimette in sesto, Pertini rifiuta la licenza e torna subito in prima linea.

Novembre 1918 – Maggio 1919: Trento, la Dalmazia e il Congedo.
L’esercito italiano lancia l’offensiva finale. Il reparto di Pertini sfonda sul Pasubio, cala a Rovereto e il 4 novembre 1918 entra da trionfatore a Trento liberata, proprio nel momento in cui entra in vigore l’armistizio.
Ma per lui la divisa non finisce lì. Nel dicembre del 1918, la 277ª Compagnia Mitraglieri viene imbarcata e inviata in Dalmazia, a presidiare Zara e Sebenico secondo i patti internazionali. È una terra polveriera, squassata da tensioni etniche tra italiani e croati. Qui Pertini si comporta da ufficiale esemplare: si oppone fermamente a ogni forma di sopruso o violenza nazionalista da parte dei militari italiani contro la popolazione locale, rifiutando le sirene dell’interventismo dannunziano.
Nel maggio del 1919, dopo sei mesi di guarnigione adriatica il suo reparto viene smobilitato, ottiene il congedo. Torna in Liguria, ora è un civile, si laurea in giurisprudenza a Genova e poi in scienze politiche a Firenze, portando nel cuore il legame indissolubile con i suoi soldati.

1925: L’ultimo scontro al Distretto di Savona.
Arriviamo agli anni Venti. Il fascismo ha preso il potere e Pertini, ormai Capitano nella riserva di complemento, è un leader antifascista dichiarato. Nel febbraio del 1925 viene convocato ufficialmente presso il Distretto Militare di Savona. Il Comandante del distretto lo redarguisce severamente: «Capitano Pertini, la sua attività politica socialista è incompatibile con il suo grado. O lei si allinea, o le togliamo i gradi».
Sandro lo guarda dritto negli occhi: «Signor Colonnello, io le mie idee non le rinnego per un grado. Mentre molti dei vostri gerarchi facevano i patrioti nelle retrovie, io ero sul Carso e sul Pasubio a sputare sangue con i figli del popolo. L’uniforme l’ho onorata sul campo».
Uscì a testa alta. Per vendetta politica, il regime fascista prese quel fascicolo d’archivio dove c’era la proposta per la sua Medaglia d’argento dello Jelenik e lo seppellì nei polverosi archivi di Savona, sperando che il mondo dimenticasse il suo eroismo.

Il Capo Supremo e il Riscatto dell’Ufficiale (1943 – 1985).
Passano gli anni della dittatura, della fuga in Francia da rifugiato, del carcere e del confino. Ma quelle straordinarie capacità tattiche apprese a Brescia e affinate sul campo di battaglia tornano protagoniste nel 1943. Nella Guerra di Liberazione, Pertini si dimostra un comandante impeccabile, un vero ufficiale Nobile Homo (N.H.). Combatte a Porta San Paolo a Roma, organizza le brigate partigiane in Toscana, evade da Regina Coeli e infine guida con ferrea lucidità strategica l’insurrezione di Milano del 25 aprile 1945, proclamando lo sciopero generale.
Nel 1978, l’intero Paese lo elegge Presidente della Repubblica. Diventa il Capo Supremo delle Forze Armate. Nonostante le ingiustizie subite, il fango, le prigioni e l’ostracismo, Pertini non recriminò mai nulla contro le istituzioni o l’esercito. Mantenne sempre un’altissima dignità istituzionale e un rispetto sacro per i soldati.
La storia, però, rimette sempre a posto i suoi tasselli. Incuriositi dalle voci su un Presidente della Repubblica combattente nella Grande Guerra, di cui si sapeva poco o quasi niente, su iniziativa del Ministero della Difesa, lo Stato Maggiore rintracciò finalmente quei vecchi faldoni nascosti a Savona. Il 9 luglio 1985, nei giorni finali del suo mandato presidenziale, durante il cosiddetto semestre bianco, a Sandro Pertini venne solennemente restituita e conferita la Medaglia d’argento al valor militare per i fatti del 1917.
E c’è un particolare, ragazzi, che non troverete nei moderni cerimoniali, ma che dice tutto su di lui. Durante i giuramenti e le sfilate militari, contravvenendo alle fredde regole del protocollo del Quirinale, il Presidente Pertini baciava sempre la Bandiera di guerra dei reparti in armi. Non era un formalismo burocratico. Era il ‘bacio alla bandiera’, l’atto sacro che ogni ufficiale della sua epoca compiva davanti ai propri colori. Ma ora che il Comandante Supremo era lui, compiva quell’atto con l’orgoglio, la commozione e la fierezza di un valoroso ufficiale d’altri tempi, un soldato che aveva vinto le sue battaglie senza mai perdere l’umanità.

Ora tornate alle tende ed ai vostri reparti, luci e fuochi spenti, e quando guarderete i vostri colori schierati, ricordatevi di come si comanda davvero. Rompete le righe !.

     Giuseppe Antonio Cacciatore

Fonti Bibliografiche di Riferimento

  • Diari Storici del 227° Reggimento Fanteria (Brigata Rovigo), Ufficio Storico dello Stato Maggiore
    dell’Esercito (USSME).
  • Stefano Caretti (a cura di), Sandro Pertini: Sei condanne, due evasioni, Mondadori, Milano, 1970.
  • Stefano Caretti (a cura di), Sandro Pertini: Sei condanne, due evasioni, Mondadori, Milano, 1970.
  • Giuseppe Mayda, Pertini: L’uomo, il politico, il presidente, Sonda, 1990.
  • Giuseppe Mayda, Pertini: L’uomo, il politico, il presidente, Sonda, 1990.
  • Enrico Deaglio, La felicità inaspettata: Storia di Sandro Pertini, Sellerio Editore, Palermo, 2013.
  • Enrico Deaglio, La felicità inaspettata: Storia di Sandro Pertini, Sellerio Editore, Palermo, 2013.
  • Archivio Storico della Fondazione Sandro Pertini (Firenze) – Documentazione epistolare e fogli
  • Archivio Storico della Fondazione Sandro Pertini (Firenze) – Documentazione epistolare e fogli
    matricolari.
  • Verbali e Bollettino del Ministero della Guerra (Anni 1917-1918), Archivio Centrale dello Stato.