Mohammed Farah Aidid

Mohammed Farah Hassan, noto come Aidid — il cui nome somalo è Maxamed Faarax Caydiid — nacque a Belet Weyne il 15 dicembre 1934 in una famiglia appartenente al clan Habr Ghedir del gruppo Hauia; la sua vicenda personale e politica si intreccia strettamente con le trasformazioni traumatiche della Somalia post-coloniale e con le dinamiche di potere tribali e militari che finirono per trascinare il paese in una guerra civile prolungata. Figlio di un periodo di amministrazione fiduciaria sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’Italia, Aidid entrò giovanissimo nelle forze dell’ordine locali: nel 1954 fu inviato in Italia per un addestramento in una scuola di fanteria a Roma e, rientrato in patria, lavorò sotto alti ufficiali di polizia somali fino a divenire nel 1958 capo della polizia nella provincia del Banaadir; l’anno successivo tornò ancora in Italia per ulteriori studi. Con l’indipendenza della Somalia, proclamata nel luglio del 1960, Aidid passò all’esercito nazionale con il grado di tenente e, grazie alle sue doti e alla congiuntura geopolitica dell’epoca, fu selezionato per un lungo corso di studi militari presso l’Accademia militare di Frunze nell’Unione Sovietica, esperienza che consolidò la sua formazione e lo inserì stabilmente nelle élite militari somale. La svolta autoritaria del 1969, con il colpo di Stato di Siad Barre, lo vide salire rapidamente nei ranghi fino al grado di tenente colonnello, ma la sua carriera fu segnata anche da sospetti e repressione interna: Barre, vedendolo potenzialmente pericoloso, lo fece incarcerare per sei anni — un episodio che lasciò segni duraturi e che si concluse con la sua liberazione nel 1975, quando Aidid riprese la carriera militare. La guerra d’Ogaden contro l’Etiopia del 1977–1978 lo proiettò ulteriormente sulla scena nazionale; per il comportamento mostrato in quel conflitto fu promosso a brigadier generale, e negli anni successivi ricoprì incarichi di vertice, divenendo aiutante di campo del presidente Barre e ottenendo nel 1979 un seggio parlamentare. La progressiva sfiducia di Barre, che percepiva negli Hauia e in Aidid un nucleo di potenziale opposizione — gli Hauia, del resto, occupavano molte delle principali cariche sia civili che militari sin dall’indipendenza — portò al suo isolamento diplomatico: nel 1984 Aidid fu nominato ambasciatore in India, mossa interpretata come un allontanamento dai centri di potere, nonostante sia noto che in certi periodi avesse diretto anche i servizi segreti somali. Il processo di mobilitazione dell’opposizione culminò nella formazione del Congresso della Somalia Unita (USC) nel 1987, fondato in larga parte da elementi del suo gruppo clanico; Aidid aderì all’organizzazione nello stesso anno e a dicembre ne assunse il comando dell’ala militare, abbandonando formalmente l’incarico diplomatico in India nel 1989 per tornare in patria e farsi protagonista diretto degli eventi. All’inizio del 1991, con la rottura definitiva dell’apparato di potere di Siad Barre, Aidid guidò le forze dell’USC nell’assalto e nella presa di Mogadiscio, contribuendo alla caduta del regime e costringendo Barre a lasciare la città la sera del 26 gennaio 1991; tuttavia la fase successiva, caratterizzata da decisioni politiche e spartizioni di potere, innescò la frattura tra i capi dell’USC: l’elezione di Ali Mahdi Mohamed a presidente ad interim fu contestata violentemente da Aidid, che, forte del sostegno tribale, scelse la via della resa dei conti armata piuttosto che dell’accordo politico. Il rifiuto di accettare una leadership alternativa trasformò la lotta per il controllo della Somalia in una guerra civile aperta: nel luglio 1991 la Conferenza di pace di Gibuti confermò Ali Mahdi alla presidenza, ma Aidid intensificò la sua opposizione e nel corso dei mesi successivi il paese precipitò in una delle fasi più sanguinose della sua storia contemporanea; Mogadiscio, teatro di scontri sempre più feroci, fu divisa da una “Linea Verde” che separava le sfere di influenza dei contendenti. L’ascesa di Aidid a signore della guerra e le azioni delle sue milizie attirarono rapidamente l’intervento internazionale: nel 1992 l’Alleanza Nazionale Somala guidata da Aidid divenne uno degli obiettivi principali sia dell’operazione umanitaria Restore Hope guidata dagli USA sia della successiva missione di peacekeeping UNOSOM II, poiché la situazione sul terreno minacciava non solo la stabilità regionale ma anche l’efficacia degli aiuti umanitari; le tensioni degenerarono in scontri diretti contro contingenti stranieri — il 5 giugno 1993 le unità pakistane furono attaccate in quello che venne chiamato lo scontro della Radio, con la perdita di 23 soldati pakistani, e il 2 luglio fu l’unità italiana a subire un’imboscata nota come la battaglia del Pastificio, nella quale persero la vita tre militari. L’apice delle ostilità con le forze internazionali si raggiunse il 3–4 ottobre 1993 nella celebre battaglia di Mogadiscio, quando i miliziani di Aidid inflissero gravi perdite alle forze statunitensi — diciotto soldati americani uccisi — e a un contingente malese, evento che segnò profondamente l’opinione pubblica internazionale e accelerò la ritirata delle forze occidentali; nonostante le operazioni delle Nazioni Unite e delle coalizioni straniere, la caccia a Aidid non raggiunse un esito definitivo e la comunità internazionale alla fine decise un progressivo ritiro: Stati Uniti e Italia lasciarono il paese nel marzo 1994, mentre l’ONU concluse la sua presenza formale nel marzo 1995. In questo quadro di frammentazione e di accuse incrociate, Aidid e i principali attori della scena furono sospettati di coinvolgimenti in traffici illeciti di armi e, con accuse ancora controverse, anche di rifiuti tossici; tali sospetti furono al centro di inchieste giornalistiche pericolose, e l’uccisione a Mogadiscio dei giornalisti italiani Ilaria Alpi e Miran Hrovatin pochi giorni prima del ritiro del contingente italiano restò un episodio oscuro collegato a quegli stessi scandali. Dopo il vuoto di potere creato dal ritiro internazionale, Aidid nel giugno 1995 si autoproclamò presidente della Somalia: un atto che di fatto pose fine alla debole autorità formale di Ali Mahdi ma che non gli valse alcun riconoscimento internazionale e che rifletteva più il tentativo di consolidare un potere de facto che una reale capacità istituzionale di governo; il controllo esercitato da Aidid sul territorio rimase sempre limitato e contestato, tanto che nel settembre 1995 i suoi miliziani attaccarono la città di Baidoa causando vittime e la cattura di cooperanti stranieri, episodio che sottolineò l’incapacità di ristabilire l’ordine e la persistente frammentazione delle forze sul territorio. Le faide interne tra signori della guerra continuarono fino agli ultimi mesi della sua vita: il 24 luglio 1996 Aidid rimase ferito in uno scontro con le milizie di Ali Mahdi e con quelle di Osman Ali Atto — un tempo alleato e finanziatore — e, sottoposto a intervento chirurgico per le ferite riportate, morì il 1º agosto 1996 a Mogadiscio per un arresto cardiaco durante o subito dopo l’operazione. La sua eredità politica proseguì nella figura del figlio Hussein, che aveva emigrato negli Stati Uniti a diciassette anni, ottenuto asilo e servito nei Marines nel 1987; tornato in Somalia dopo la morte del padre, Hussein rivendicò a sua volta la presidenza prima di rinunciare alle pretese nel 1997, mentre l’orizzonte istituzionale del paese vide solo a partire dal 2000 un tentativo di normalizzazione con l’elezione di Abdiqasim Salad Hassan, cugino di Aidid, a presidente riconosciuto — un fatto che testimonia la persistenza dei legami clanici nella politica somala e la difficoltà di costruire istituzioni nazionali sovraordinate alla logica delle fazioni. La figura di Aidid rimane dunque emblematica di un’intera fase storica della Somalia: un militare formato nelle scuole straniere e inserito nelle élite nazionali che, oscillando tra ruoli istituzionali e strategie di potere tribale, divenne protagonista della caduta dello stato centralizzato e dell’entrata in una fase caotica e violenta che segnò profondamente il paese e l’intervento della comunità internazionale.
Roberto Marchetti
Fonte: wikipedia.org