Obice da 149/19

L’obice da 149/19 Mod. 37 rappresenta uno dei tentativi più significativi del Regio Esercito italiano di ammodernare la propria artiglieria pesante campale nel periodo tra le due guerre mondiali, culminando in un’arma progettata per le esigenze di un esercito moderno ma la cui realizzazione e impiego furono ostacolati da carenze industriali, logistiche e strategiche. Al termine della Prima Guerra Mondiale, l’artiglieria pesante campale del Regio Esercito era costituita prevalentemente da pezzi obsoleti: cannoni da 105 mm e obici da 149 mm di fabbricazione Krupp, Ansaldo e Skoda, alcuni dei quali preda bellica. Tra questi, l’obice più moderno risultava essere l’Ansaldo 149/12 Mod. 14, con una gittata teorica di 6.800 metri e una pratica di soli 6.000, ritenuta già allora del tutto insufficiente. Il 22 luglio 1927, la Commissione Suprema di Difesa individuò la necessità di integrare le dotazioni dell’esercito con 1.200 nuove bocche da fuoco di calibro 149 e 152 mm, e di sostituire completamente gli obici esistenti, ormai ritenuti inadatti a soddisfare le esigenze della moderna guerra di movimento. Tale consapevolezza condusse, nel 1929, alla redazione di un ambizioso programma di rinnovamento dell’artiglieria, volto in particolare a dotare le artiglierie di corpo d’armata – così denominate a partire dal 1935 in sostituzione della precedente categoria di artiglieria pesante campale – di cannoni da 105 mm e obici da 149 mm di nuova concezione.
La Direzione del Servizio Tecnico Armi e Munizioni emise specifiche tecniche particolarmente esigenti: gittata minima di 14 km, peso in batteria non superiore a 5,5 tonnellate, possibilità di effettuare tiri ravvicinati con cariche ridotte, settore di tiro orizzontale di 60°, verticale di 70°, trainabilità su due vetture distinte non oltre le 3,5 tonnellate ciascuna, e tempi di messa in batteria inferiori ai 15 minuti. Le ditte Ansaldo e Odero Terni Orlando (OTO) furono incaricate della realizzazione di prototipi secondo queste direttive. I modelli presentati nel 1933 furono però respinti poiché non soddisfacevano le richieste. In seguito a una fase di riprogettazione, nel 1935 la OTO presentò un nuovo modello che, dopo ulteriori modifiche, fu finalmente accettato nel 1936, assumendo la denominazione ufficiale di Obice da 149/19 Mod. 37. Sedici esemplari di preserie furono commissionati nel 1938 e immediatamente assegnati alle truppe, in risposta alla gravissima carenza di artiglierie moderne per i corpi d’armata, ma la produzione in serie non poté cominciare prima della fine del 1941, a causa di continue modifiche progettuali.
Dal punto di vista tecnico, l’obice era dotato di una bocca da fuoco con camicia sfilabile, un freno di rinculo idraulico e recuperatori ed equilibratori idropneumatici. Il congegno di chiusura era a vitone, con un anello di tenuta composto da un tessuto metallico contenente amianto, immerso in una matrice di sapone di calce e protetto da due anelli elastici d’acciaio. L’affusto, a doppia coda divaricabile, montava ruote gommate inizialmente in gomma piena. L’obice poteva essere trasportato in due carichi separati – “vettura obice” da 4.000 kg e “vettura affusto” da 4.170 kg – con velocità stradale fino a 30 km/h se trainato da un trattore Pavesi P4 Mod. 26. Era anche possibile il trasporto in un unico carico, sebbene a velocità inferiore. L’affustino, incernierato all’affusto principale, permetteva il movimento in direzione, mentre l’elevazione era garantita dalla culla e dal congegno corrispondente. Il freno idraulico era a rinculo variabile in funzione dell’elevazione. Il pezzo, una volta in batteria, poggiava anche su un sottoaffusto con base sferica per adattarsi al terreno, riducendo le sollecitazioni meccaniche. Le code, scatolate e chiodate, erano articolate in due sezioni snodate, permettendo un’apertura fino a 16° circa. Nel Mod. 41 fu introdotta la possibilità di fissare la bocca da fuoco in posizione arretrata durante il traino, accorciando il convoglio.
Il programma produttivo iniziale del 1938 assegnava all’Ansaldo (stabilimento di Pozzuoli) la costruzione di 312 complessi, e alla OTO la costruzione di altri 320, da completare entro il 1943. Tuttavia, con lo scoppio della guerra nel 1939, l’industria bellica italiana si trovò a corto di materiali nobili per la produzione di acciai speciali. Nel 1940 si riuscì comunque a colmare parzialmente tali lacune, portando a un incremento delle commesse: 792 complessi per l’Ansaldo e 600 per la OTO. Al 1° giugno 1940, però, nessun obice era stato ancora completato, sebbene le commesse ammontassero a 1.392 pezzi. Soltanto nel 1941 furono prodotti i primi 16 esemplari, che tuttavia non furono immediatamente distribuiti. Al 30 settembre 1942 risultavano in servizio 147 complessi, mentre alla data dell’8 settembre 1943, secondo documenti OTO, erano stati realizzati in totale 230 obici, tutti assemblati presso la OTO, mentre non vi è evidenza della produzione da parte dell’Ansaldo di Pozzuoli.
L’impiego previsto dell’obice 149/19 seguiva i compiti tattici assegnati all’artiglieria di corpo d’armata: in fase offensiva doveva intervenire in azioni di controbatteria, appoggio congiunto con l’artiglieria divisionale e interdizione a corto e lungo raggio insieme all’artiglieria di armata; in fase difensiva invece le missioni prevedevano controbatteria, interdizione vicina e repressione, ossia sbarramento su posizioni appena conquistate dal nemico. Nonostante le ambizioni progettuali, sin dai primi impieghi fu chiaro che le caratteristiche del pezzo risultavano insufficienti per l’artiglieria di corpo d’armata, tanto che si considerò il trasferimento dell’obice alle unità divisionali. I primi a essere equipaggiati con il 149/19 furono i gruppi CLI e CLVII, subordinati alla VI Armata, ciascuno su due batterie. Al 1° luglio 1943 questi reparti si trovavano dislocati in Sicilia, dove l’obice ricevette il battesimo del fuoco con risultati giudicati molto positivi. Dopo l’armistizio del settembre 1943, i pezzi rimasti sotto il controllo delle forze cobelligeranti italiane furono assegnati al CLXXVI Gruppo, subordinato al Corpo Italiano di Liberazione (CIL), e utilizzati tra l’8 luglio e il 24 settembre 1944, principalmente per l’interdizione lontana, in linea con le direttive d’impiego previste.
Il munizionamento dell’obice da 149/19 era estremamente variegato, comprendendo: granata 149/19-35-40 Mod. 32, granata 149/12-13-19 Mod. 41 (leggera), granata 149/28 di produzione tedesca, granata 149G in acciaio autarchico adottata nel giugno 1943, granata 149/19G con caricamento NTP o PNP (luglio 1943), granata controcarri 149 EPS (Effetto Pronto Speciale, adottata nel maggio 1943) e infine granate da 149 mm inerti per esercitazioni. I dati tecnici del pezzo mostrano una lunghezza totale dell’obice di 3.034 mm, 19 righe di rigatura destrorsa, peso dell’obice con otturatore pari a 1.610 kg, settore di tiro orizzontale di 50°, verticale da -3° a +60°, lunghezza totale in batteria di 6.600 mm e velocità iniziale del proietto di 600 m/s. La gittata massima raggiungeva i 15.350 metri, la velocità stradale era di 30 km/h e la celerità di tiro variava da uno a due colpi al minuto. Il sistema di puntamento prevedeva un alzo unificato tipo Skoda con cannocchiale panoramico e livello Mod. Righi a doppia graduazione.
L’obice da 149/19 Mod. 37, pur concepito con l’intento di modernizzare radicalmente l’artiglieria pesante italiana, si scontrò con le difficoltà strutturali dell’apparato industriale e logistico nazionale, rivelandosi infine un prodotto tecnicamente valido ma cronologicamente tardivo, tanto da non riuscire a incidere in modo determinante sul corso degli eventi bellici.
Roberto Marchetti
Fonte:
F. Grandi, “Dati sommari sulle artiglierie in servizio e sul tiro”, Ed. fuori commercio, 1934.
F. Grandi, “Le armi e le artiglierie in servizio”, Ed. fuori commercio, 1938.