Operazione Alarico
L’Operazione Alarico, in tedesco Unternehmen Alarich, fu il piano con cui la Germania nazista preparò, già prima dell’armistizio italiano, l’occupazione militare della penisola e il disarmo delle forze armate del Regno d’Italia qualora Roma avesse abbandonato l’Asse; il nome richiamava Alarico I, re visigoto autore del saccheggio di Roma del 410, scelta simbolica coerente con l’immaginario storico-politico del Terzo Reich e con l’idea di una nuova irruzione armata nel cuore dell’Italia. Il piano nacque nel contesto del crollo strategico dell’Asse nel Mediterraneo: dopo la resa italo-tedesca in Tunisia nel maggio 1943 e mentre gli Alleati preparavano l’offensiva contro la Sicilia, Hitler e l’OKW considerarono sempre meno affidabile l’alleato italiano, logorato militarmente, delegittimato politicamente e ormai esposto a un possibile rovesciamento interno. Alarico non fu dunque un’improvvisazione dell’8 settembre, ma una misura preventiva: prevedeva l’afflusso di divisioni tedesche nella penisola, la costruzione di un saldo dispositivo nel Nord Italia, il controllo delle vie alpine, dei porti e dei nodi ferroviari, e la possibilità di trasformare l’Italia da alleata subordinata in territorio strategicamente occupato. Dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943, la diffidenza tedesca divenne operativa: Rommel fu richiamato e posto alla testa del Gruppo d’armate B, reparti corazzati e divisioni provenienti dalla Francia, dalla Germania e dal fronte orientale cominciarono ad affluire attraverso il Brennero e gli altri valichi, mentre Kesselring manteneva il controllo delle forze già impegnate nell’Italia centro-meridionale. In questa fase Alarico si allargò progressivamente fino a fondersi con il più ampio piano Achse, “Asse”, destinato non soltanto a presidiare il Nord, ma a neutralizzare l’intero apparato militare italiano in Italia, Francia meridionale, Balcani, Grecia, Albania, Egeo e Dalmazia; la trasformazione del piano rifletteva il mutamento della posta in gioco, perché non si trattava più soltanto di impedire agli Alleati di usare l’Italia come base, ma di sottrarre alla monarchia, al governo Badoglio e alle forze armate italiane ogni capacità autonoma di decisione. L’armistizio di Cassibile fu firmato il 3 settembre 1943 e reso pubblico l’8 settembre; il governo italiano aveva sperato di guadagnare tempo, ma la segretezza diplomatica non impedì ai tedeschi di disporre già di ordini, reparti e obiettivi. Quando Eisenhower annunciò l’armistizio e Badoglio lo confermò alla radio, la macchina tedesca scattò con rapidità: il segnale operativo “Achse” fu trasmesso ai comandi e le truppe della Wehrmacht passarono dal ruolo di alleato sospetto a quello di forza occupante. La superiorità tedesca non fu solo materiale, ma soprattutto organizzativa: i comandi italiani non avevano ricevuto direttive chiare, il re e il governo lasciarono Roma per Brindisi, molte unità non sapevano se resistere, trattare, attendere o ripiegare, e questa paralisi favorì il disarmo di interi corpi d’armata. A Roma la resistenza di reparti italiani e civili tra l’8 e il 10 settembre fu coraggiosa ma disorganica; nel Nord molte guarnigioni furono circondate e costrette alla resa; nei Balcani e nell’Egeo la situazione degenerò in modo ancora più drammatico, perché i soldati italiani, isolati in territori ostili e spesso impegnati fino al giorno prima in dure operazioni antipartigiane, si trovarono senza collegamenti, senza rifornimenti e davanti a comandi tedeschi determinati a imporre la resa con la forza. L’esito fu una delle più vaste operazioni di disarmo della seconda guerra mondiale: oltre un milione di militari italiani furono disarmati secondo i dati comunemente riportati, centinaia di migliaia furono deportati come internati militari nei campi del Reich, mentre solo una minoranza aderì subito o successivamente alla Repubblica Sociale Italiana o alle forze tedesche. In alcune aree la resistenza italiana assunse forme significative: in Sardegna e Corsica i tedeschi ripiegarono, in Puglia meridionale e Calabria la presenza alleata limitò l’efficacia dell’occupazione, mentre a Cefalonia la Divisione “Acqui” combatté contro i tedeschi e subì dopo la resa una delle più gravi stragi di militari italiani, con migliaia di fucilazioni sommarie. L’Operazione Alarico/Achse segnò così il passaggio decisivo dall’Italia fascista alleata della Germania all’Italia occupata: rese possibile la nascita della Repubblica Sociale Italiana sotto tutela tedesca, consolidò il controllo nazista sull’Italia centro-settentrionale, aprì la fase della guerra civile e della Resistenza, e trasformò la penisola in un lungo fronte difensivo tedesco contro l’avanzata alleata, dalla linea Gustav fino alla Gotica.
Roberto Marchetti
Fonti: Wikipedia, Treccani, Accademia.edu,