Carlo Cagiati

Carlo Cagiati

Gen. Brig. C.C. (A) Avv. Carlo Cagiati
Una vita al servizio dello Stato tra guerra, giustizia e umanità

Fonte: SME-Archivio storico

Nato a Roma il 4 novembre 1894, il Generale di Brigata dei Carabinieri Carlo Cagiati appartiene a quella generazione di ufficiali che attraversò alcuni dei momenti più drammatici della storia italiana del Novecento, distinguendosi per coraggio, senso del dovere e assoluta dedizione alle istituzioni.

La sua carriera militare ebbe inizio durante la Prima guerra mondiale. Chiamato alle armi il 4 dicembre 1915 come soldato di leva della classe 1896, prestò servizio nel 1° Reggimento Artiglieria da Campagna, distinguendosi per valore nelle operazioni belliche. Ferito in combattimento, dopo un periodo di convalescenza fu ammesso al 27° Corso Allievi Ufficiali presso la prestigiosa Scuola Militare di Modena, uno dei principali istituti di formazione dell’Esercito italiano.

Con la nomina a ufficiale di complemento, dal 1° luglio 1918 fu assegnato al 2° Reggimento Bersaglieri. Terminato il conflitto, nel 1919 venne destinato al Tribunale di Roma, esperienza che segnò l’inizio di un percorso destinato a intrecciare la carriera militare con quella giuridica. Nel novembre dello stesso anno entrò ufficialmente nell’Arma dei Carabinieri, alla quale avrebbe dedicato il resto della propria vita professionale.

Negli anni successivi ricoprì incarichi di crescente responsabilità. Tra il gennaio 1927 e il maggio 1929 svolse le funzioni di giudice istruttore presso il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, in un periodo particolarmente delicato della storia nazionale. Nel 1932 conseguì la promozione a Capitano, confermando una progressione di carriera costante e fondata sulle capacità professionali dimostrate negli incarichi affidatigli.

Nello stesso anno fu inviato in Libia, dove rimase in servizio fino al 13 agosto 1936, prendendo parte alle attività dell’Arma nel territorio nordafricano. Tre anni più tardi, il 10 giugno 1939, con il grado di Maggiore, venne trasferito in Albania, ampliando ulteriormente la propria esperienza nei teatri operativi d’oltremare.

Con l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, Carlo Cagiati tornò a operare in un contesto bellico. Nel 1942 sbarcò a Fiume e, nell’agosto dello stesso anno, fu assegnato alla Legione Allievi Carabinieri Reali di Roma. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il suo ruolo assunse particolare rilievo: il 12 agosto 1943 fu promosso Tenente Colonnello e destinato al Comando Superiore dei Carabinieri dell’Italia Liberata, contribuendo alla riorganizzazione dell’Arma in una delle fasi più complesse della storia nazionale.

Nel dopoguerra proseguì il proprio servizio fino al raggiungimento del grado di Colonnello della Riserva nel 1952. Sei anni più tardi gli venne concessa la pensione di guerra, riconoscimento riservato a coloro che avevano riportato conseguenze permanenti per il servizio prestato in combattimento.

La sua carriera ricevette ulteriori prestigiosi riconoscimenti anche dopo il collocamento a riposo. Nel dicembre 1962 fu promosso Generale di Brigata e, nel novembre 1969, gli venne conferito a titolo onorifico il grado di Generale di Divisione, quale attestazione dell’intera opera svolta al servizio dello Stato.

L’impegno del Generale Cagiati non si esaurì con la conclusione della carriera militare. Dal 2 aprile 1963 al 25 agosto 1970 presiedette la Croce Rossa Italiana di Pisa, distinguendosi anche nell’ambito dell’assistenza sanitaria e della solidarietà civile. Un incarico che testimonia come il suo senso del dovere fosse rivolto non soltanto alla difesa delle istituzioni, ma anche al sostegno delle persone più fragili.

Il Generale Carlo Cagiati si spense a Pisa il 2 marzo 1981. Con lui scomparve uno dei protagonisti di una generazione che attraversò due guerre mondiali, contribuendo, con disciplina, competenza e spirito di sacrificio, alla storia dell’Arma dei Carabinieri e dello Stato italiano.

La sua figura rappresenta ancora oggi un esempio di fedeltà alle istituzioni, integrità morale e servizio alla collettività, valori che hanno contraddistinto l’intera sua lunga esistenza.

     Roberto Marchetti

Fonte: Fonte: Ministero della Difesa

Francesco Domenico Guerrazzi

Francesco Domenico Guerrazzi

Francesco Domenico Guerrazzi, lo scrittore che fece della politica una battaglia

Fonte: galileumautografi

Figura tra le più intense e controverse del Risorgimento italiano, Francesco Domenico Guerrazzi nacque a Livorno nel 1804 e morì a Cecina nel 1873. Scrittore, avvocato e protagonista della vita politica toscana, fu uno degli interpreti più appassionati degli ideali democratici e patriottici dell’Ottocento, pagando il suo impegno con arresti, processi, carcere ed esilio.

Laureatosi in giurisprudenza all’Università di Pisa nel 1824, abbandonò ben presto la prospettiva di una tranquilla carriera forense per dedicarsi alla letteratura. Il suo esordio avvenne nel 1825 con Stanze alla memoria di Lord Byron, omaggio al poeta inglese conosciuto durante gli anni universitari e destinato a influenzare profondamente la sua sensibilità artistica.

Due anni più tardi pubblicò La battaglia di Benevento, romanzo storico che lo impose all’attenzione del pubblico. L’opera rivelava già i tratti distintivi della sua scrittura: un patriottismo acceso, una lingua ricercata, uno stile enfatico e ricco di suggestioni barocche, oltre a un gusto per le atmosfere cupe e drammatiche che richiamava il romanzo gotico inglese.

L’impegno civile accompagnò costantemente la sua attività letteraria. Nel 1829 fondò il giornale L’Indicatore livornese, trasformandolo in uno strumento di diffusione delle idee liberali e democratiche. La partecipazione ai moti risorgimentali gli costò numerosi arresti e condanne. Durante la detenzione a Portoferraio scrisse le Note autobiografiche, pubblicate solo dopo la sua morte, e completò quasi interamente L’assedio di Firenze, destinato a diventare uno dei suoi maggiori successi editoriali. Allo stesso periodo appartiene anche La serpicina, brillante satira del mondo giudiziario e della vita forense.

Il momento culminante della sua carriera politica arrivò con la rivoluzione toscana del 1848-1849. Dopo la fuga del granduca Leopoldo II, Guerrazzi entrò a far parte del governo provvisorio insieme a Giuseppe Montanelli e Giuseppe Mazzoni. Nel marzo 1849 fu eletto capo del potere esecutivo, assumendo di fatto la guida della Toscana in una fase estremamente delicata.

La restaurazione granducale segnò però una brusca svolta. Processato per alto tradimento, fu condannato a quindici anni di carcere. Durante la prigionia nel carcere delle Murate di Firenze compose l’Apologia della vita politica di F.D.G. scritta da lui medesimo (1851), una lunga e combattiva autodifesa nella quale attaccò duramente i moderati e il sistema giudiziario toscano. La pena fu successivamente trasformata nell’esilio in Corsica, da cui riuscì a fuggire nel 1859 per rifugiarsi a Genova.

Con l’unificazione italiana tornò protagonista della vita pubblica. Nel 1860 fu eletto deputato al primo Parlamento del Regno d’Italia, incarico che mantenne per circa un decennio, distinguendosi per la costante opposizione ai governi moderati.

Negli ultimi anni si allontanò progressivamente dalla scena politica, dedicandosi soprattutto alla scrittura. Pubblicò Il buco nel muro (1862), considerato dalla critica il suo capolavoro artistico, seguito da L’assedio di Roma (1863-1865) e dal postumo Il secolo che muore, continuazione del precedente ma accolto con minore favore.

Tra i romanzi storici che contribuirono alla sua vasta popolarità figurano anche Veronica Cybo, Isabella Orsini, Beatrice Cenci (1853) e Pasquale Paoli (1860), quest’ultimo dedicato a Giuseppe Garibaldi.

Scrittore impetuoso e uomo politico intransigente, Guerrazzi rappresenta una delle personalità più emblematiche del Risorgimento. La sua opera, sospesa tra passione civile, tensione romantica e ricerca stilistica, testimonia l’intreccio profondo tra letteratura e impegno politico in un’epoca decisiva per la costruzione dell’identità nazionale italiana.

     Roberto Marchetti

Fonte: Treccani

I Veliti

I Veliti

I Veliti, l’élite militare del Granducato di Toscana

Fonte: Carabinieri.it

Per quasi tre secoli, dal 1569 al 1859, il Battaglione Veliti rappresentò una delle unità più prestigiose delle forze armate del Granducato di Toscana. Inserito stabilmente nell’esercito granducale, il reparto svolgeva compiti di difesa del territorio e di supporto alle operazioni militari, distinguendosi per disciplina, mobilità ed efficienza.

Il termine “Veliti”, di origine antica, indicava tradizionalmente reparti di fanteria leggera. Una denominazione che rifletteva bene la natura agile e versatile del corpo, chiamato a intervenire con rapidità in contesti diversi.

L’accesso al battaglione era regolato da criteri particolarmente severi. I candidati dovevano avere un’età compresa tra i 18 e i 25 anni, essere alti almeno 1,65 metri e possedere una condotta morale irreprensibile. Era inoltre richiesta la provenienza da una famiglia benestante, in grado di sostenere il pagamento di una consistente quota annuale. Il sistema di reclutamento puntava così a selezionare uomini non soltanto idonei dal punto di vista fisico, ma anche considerati affidabili sotto il profilo morale e sociale.

Una svolta decisiva nella storia del corpo arrivò il 22 novembre 1848, quando il granduca Leopoldo II emanò un decreto per la riorganizzazione delle forze armate toscane. Il provvedimento disponeva lo scioglimento del Corpo dei Carabinieri e la sua ricostituzione con il nome di Reggimento Veliti.

Nel primo articolo del decreto si leggeva:

“Il Corpo dei Carabinieri, la cui denominazione è falsa quando il soldato non è armato di carabina, è nello stesso tempo sciolto e ricomposto col nome di Reggimento Veliti”.

Il secondo articolo stabiliva invece che gli ufficiali e i soldati del nuovo reparto dovessero essere scelti tra coloro che si distinguevano per “probità specchiata e non comune valore nell’esercito”.

La riforma non modificò il trattamento economico del personale: stipendi e salari rimasero equivalenti a quelli percepiti in precedenza dai Carabinieri. Il nuovo Reggimento Veliti nacque quindi come corpo selezionato, formato da militari chiamati a incarnare le qualità ritenute essenziali per l’esercito granducale: integrità, coraggio e fedeltà.

Un altro passaggio significativo si verificò il 5 maggio 1859 a Livorno, durante la fase di transizione politica seguita alla partenza di Leopoldo II. In quell’occasione fu costituito il Reggimento Granatieri del Governo Provvisorio Toscano, articolato in due battaglioni, uno dei quali conservò la denominazione di “Veliti”.

La nascita del nuovo reparto segnò un ulteriore capitolo nella storia militare della Toscana. Anche nel mutato scenario politico, i Veliti continuarono infatti a rappresentare una componente importante delle forze armate regionali e a mantenere viva la tradizione del precedente corpo granducale.

Nel corso del Novecento, questa eredità venne collegata alla storia del 35° Reggimento Fanteria “Pistoia”. Con il riordinamento dell’esercito italiano previsto dalla legge dell’11 marzo 1926, il reggimento fu inserito nella XVI Brigata di Fanteria insieme al 36° “Pistoia” e al 66° “Valtellina”, mantenendo un’articolazione su due battaglioni.

Il Battaglione Veliti rimane così una delle esperienze più rappresentative della storia militare toscana. Attraverso riforme, cambiamenti istituzionali e successive riorganizzazioni, il nome dei Veliti è rimasto legato a un ideale di disciplina, rigore e valore. Una tradizione nata nell’esercito del Granducato di Toscana e destinata a lasciare una traccia nella memoria delle forze armate italiane.

     Roberto Marchetti

Fonte: carabinieri.it, storiaememoriadibologna.it, regioesercito.it

Liceo “Niccolò Forteguerri”

Liceo “Niccolò Forteguerri”

Dal 1473 a oggi: la lunga storia del Liceo “Niccolò Forteguerri”

Fonte: immagine tratta dal web

Le origini del Liceo Ginnasio “Niccolò Forteguerri” risalgono al 1473, quando nacque la “Pia Casa di Sapienza” grazie a due importanti donazioni: quella del cardinale Niccolò Forteguerri e quella della Comunità civica di Pistoia, che integrò il patrimonio iniziale assicurando nuove rendite all’istituzione. In seguito, alla Sapienza si affiancò anche il “Collegio Forteguerri”.
Dopo una prima sistemazione negli edifici appartenenti agli spedali di San Bartolomeo in Alpi e di San Matteo, nel 1533 venne costruito il Palazzo della Sapienza. Qui il liceo rimase fino al 1924, quando l’edificio fu destinato alla Biblioteca Forteguerriana e la scuola si trasferì nell’attuale sede, l’ex convento da Sala.
Il complesso monastico affonda le proprie radici nella prima metà del Trecento, quando alcune monache provenienti da una fondazione benedettina situata in località Sala diedero vita al monastero. Una svolta decisiva arrivò con il breve pontificio del 23 giugno 1603, che fece entrare il convento nel patrimonio della famiglia Fioravanti e rese possibile la costruzione di un nuovo complesso.
La vedova Adola Fioravanti dispose infatti che il convento fosse restaurato e la chiesa adeguatamente dotata, chiedendo alle monache di affidarsi ad architetti e maestranze appositamente scelti. Dopo un primo finanziamento di 1.200 scudi, la stessa Fioravanti, insieme agli operai e al vescovo, esaminò il progetto realizzato da Iacopo Lafri, autore anche della tribuna seicentesca della cattedrale di Pistoia.
Sul lato nord della nuova chiesa prese così avvio la costruzione del monastero che oggi ospita il Liceo Classico. I lavori provocarono però le proteste dei frati di San Francesco, contrari alla realizzazione di finestre affacciate sul loro orto. La controversia fu affidata al vescovo, che impose l’installazione di vetrate collocate in alto.
Nel 1635 furono avviati nuovi interventi, tra cui la costruzione di “due veroni molto magnifici”, probabilmente progettati da Leonardo Marcacci, al quale viene attribuita anche la facciata della chiesa dei Santi Filippo e Prospero di Pistoia.
Circa dieci anni più tardi, nel 1646, cominciò la realizzazione di una nuova ala sotto la direzione del gesuita Tommaso Ramignani, progettista della chiesa pistoiese dello Spirito Santo. La struttura comprendeva dormitori, cucine, infermeria, logge e una spezieria, citata allora per la prima volta nei documenti.
Un ulteriore ampliamento si svolse tra il 1693 e il 1696. Parallelamente ai lavori del monastero, anche la chiesa fu sottoposta a interventi, conclusi nel 1712. Nel 1726 venne infine realizzata la facciata su progetto di Giambattista Foggini, architetto della corte granducale di Toscana.
Nel corso dei secoli, il liceo pistoiese accolse alcuni dei migliori maestri del territorio. Durante il Risorgimento, nelle sue aule si diffusero idee liberali e aperte, capaci di ispirare l’impegno civile di studenti coraggiosi come Attilio Frosini.
Nella seconda metà dell’Ottocento l’istituto continuò a crescere e, nel 1860, fu equiparato dal Governo della Toscana agli altri licei del Regno. Anche negli anni della Seconda guerra mondiale la scuola ebbe un ruolo significativo nella vita cittadina: nel suo ambiente culturale si formò uno dei primi nuclei dell’antifascismo pistoiese, animato da giovani studenti impegnati consapevolmente nella lotta per la democrazia.
Alla storia del Forteguerri si è poi unita quella dell’Istituto Magistrale “A. Vannucci”. Secondo i documenti conservati dalla scuola, l’istituto nacque negli ultimi anni dell’Ottocento con il nome di “Regia Scuola Normale” e aveva sede nel Conservatorio di San Giovanni, in Corso Gramsci.
Nel 1993 il Magistrale fu trasferito nell’ex convento da Sala e, nell’anno scolastico 1995-1996, divenne istituto annesso al Liceo Classico “Niccolò Forteguerri”. Nel corso della sua storia ha accolto, tra studenti e insegnanti, numerose personalità distintesi nel mondo della cultura, dell’istruzione e della scuola.

     Roberto Marchetti

Fonte: forteguerri.edu.it

Francesco Villani

Francesco Villani

On. Gen. Francesco Villani
Pistoia 16 giugno 1827
Marina di Pisa 23 settembre 1902
 
Biografia
Francesco Villani nacque in una famiglia nobile a Pistoia. Sin dalla giovane età, dimostrò un forte interesse per la carriera militare e intraprese i suoi primi studi presso il Collegio Forteguerri nella sua città natale.
Dopo aver completato i suoi studi iniziali, invece di proseguire l’istruzione all’Università di Pisa, Villani scelse di intraprendere una carriera militare.
Nel 1844, si arruolò come cadetto al Collegio dei cadetti, dove trascorse quattro anni per la sua formazione militare.
Il 1848 segnò un momento significativo nella sua carriera, quando partecipò alla campagna di Lombardia come sergente e si distinse nella battaglia di Curtatone. Le sue abilità militari e la dedizione al servizio lo fecero promuovere a sottotenente nel 1849.
Nello stesso anno, a Firenze, intervenne, con un reparto di Veliti, per sedare un tumulto scoppiato contro i pretoriani del dittatore Guerrazzi. Durante l’occupazione austriaca in Toscana, Villani mantenne la sua integrità e rifiutò ogni contatto con l’ufficialità straniera, schierandosi invece con i liberali.
Nel 1859, Villani si unì prontamente ai rivoluzionari che lottavano contro la dinastia lorenese. In quell’anno, issò la bandiera tricolore all’entrata della caserma di cavalleria, diventando uno dei protagonisti del movimento rivoluzionario. Successivamente, con il grado di maggiore, si unì al 2° Battaglione dei Bersaglieri Toscani, che in seguito divenne parte del 17° Reggimento Bersaglieri dell’Esercito italiano.
Il generale Villani continuò a progredire nella sua carriera militare. Nel 1864, già promosso colonnello, ebbe il comando militare della zona di Girgenti, dimostrando notevole abilità nel contrastare la criminalità.
Nel 1870, si trasferì a Roma come generale comandante di brigata e in seguito avanzò ulteriormente di grado. Ricoprì incarichi anche a Bologna, dove si distinse per le sue competenze militari.
Parallelamente alla sua carriera militare, Francesco Villani intraprese una carriera politica di successo. Fu eletto deputato per due volte per il collegio della sua città natale, servendo nella XV e XVI legislatura. In Parlamento, si unì ai membri di destra e partecipò attivamente a diverse discussioni, in particolare su questioni di carattere militare.
La famiglia di Francesco Villani vantava una discendenza illustre da Giovanni, Matteo e Nicolò Villani, autori della celebre “Cronica fiorentina”. Questa eredità storica e la sua formazione aristocratica contribuirono alla sua autorità e influenza in ambito politico e militare.
Nel 1882, Francesco Villani fu eletto con un forte sostegno degli elettori, ma ci furono complicazioni procedurali che ritardarono la sua proclamazione. Tuttavia, confermata la sua elezione, Villani continuò a servire come deputato e ad assolvere al suo dovere di rappresentante del popolo italiano.
Il generale Villani, oltre alla sua carriera militare e politica, era noto anche per la sua passione per la caccia e la sua esperienza in questioni agrarie, grazie alla sua proprietà terriera in una delle regioni più fertili d’Italia. Queste competenze, unite alla sua franchezza e al suo buon senso, lo resero una figura di spicco nella vita politica e militare del suo tempo.
La figura di Francesco Villani si distingue per il suo contributo alla storia italiana, in particolare nel processo di unificazione dell’Italia e nel suo impegno a favore della giustizia e del progresso nel paese. La sua carriera eclettica e il suo servizio instancabile alla nazione rimangono una parte importante della storia italiana.

Operato
Francesco Villani, figura di spicco nel panorama della Croce Rossa Italiana di Pisa, fu uno dei pilastri fondamentali del nuovo Sotto Comitato nato nel 1888. Con il suo impegno e la sua dedizione, contribuì in modo significativo alla crescita e allo sviluppo delle attività umanitarie e di assistenza del comitato. Grazie alla sua visione e alla sua leadership, Villani aiutò a stabilire un solido legame tra la Croce Rossa e la comunità locale, garantendo un supporto essenziale alle persone in difficoltà e promuovendo la cultura dell’assistenza e della solidarietà nella città di Pisa. La sua eredità è testimoniata dall’impatto duraturo che il Sotto Comitato della Croce Rossa Italiana ha avuto nel fornire soccorso e supporto ai bisognosi nel corso degli anni.

     Roberto Marchetti


Fonti:
Cfr. A. Bruniati, Annuario Biografico Universale. Raccolta delle biografie dei più illustri contemporanei. Torino, Unione tip. ed. Torinese, 1886, vol. II, pp 438-439;
T. Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale. Profili e cenni biografici, ecc. Terni, Tip. de l’ Industria, 1890 pp. 9060-961;
art. nec. in L’Arno, Pisa, 27 settembre 1902. E. Michel.
Villani annuario biografico universale. 
Archivio Biografico Italiano
 
Scrissero di Francesco Villani: 
Il Caffè del 19 marzo 1886. Milano. (Ripr. al n. 1).
La a Nazione ” di Firenze, marzo 1886.
L’ Amico del Popolo » di Pistoia,.id.,” ecc. 

Ugo Antoni

Ugo Antoni

Ugo Antoni, il pioniere dimenticato che anticipò il futuro dell’aviazione

Foto: Ugo Tonini Fonte:centroaeronauticoantoni

Dall’osservazione del volo degli uccelli ai primi velivoli italiani, la straordinaria vicenda dell’inventore pisano che immaginò l’ala del futuro con decenni di anticipo.

La storia dell’aviazione è ricca di figure entrate nella leggenda, ma anche di uomini il cui contributo, pur fondamentale, è stato lentamente inghiottito dall’oblio. Tra questi spicca Ugo Antoni, uno dei più brillanti pionieri dell’aeronautica italiana, progettista visionario e costruttore di velivoli che, agli inizi del Novecento, concepì soluzioni aerodinamiche destinate a trovare applicazione solo molti decenni più tardi.

Nato a Pisa il 26 ottobre 1884, Antoni sviluppò fin dall’infanzia una curiosità quasi ossessiva per il fenomeno del volo. Cresciuto tra le colline di Peccioli, osservava instancabilmente uccelli, pipistrelli e insetti, studiandone il movimento con l’occhio dello scienziato prima ancora che dell’inventore. Per lui la natura rappresentava il più grande laboratorio di aerodinamica esistente: ogni forma, ogni membrana, ogni battito d’ala nascondeva una soluzione tecnica che l’uomo avrebbe dovuto imparare a comprendere e riprodurre.
Quell’intuizione avrebbe guidato tutta la sua esistenza.

Dai primi esperimenti alla nascita dell’aviazione pisana

Terminato il servizio militare, Ugo raggiunse il fratello Guido a Cagliari. I due condivisero la stessa passione per il volo e decisero di trasformare anni di studi teorici in un progetto concreto. Nel 1906 nacque così il Volumano, una macchina ad ali battenti brevettata quando il volo motorizzato era ancora agli albori e i fratelli Wright avevano compiuto la loro storica impresa da appena tre anni.
Rientrati a Pisa, trovarono un ambiente sorprendentemente favorevole. Il mondo accademico comprese il valore delle loro ricerche: professori universitari, il cardinale Pietro Maffi e perfino re Vittorio Emanuele III sostennero le sperimentazioni dei due fratelli, mettendo a disposizione spazi e risorse per lo sviluppo dei prototipi. Da quell’entusiasmo nacque la Società di Aviazione Antoni, una delle prime realtà aeronautiche italiane, destinata a lasciare un segno profondo nella storia della città.
Nel 1911, infatti, a San Giusto sorse il campo di volo realizzato dalla società Antoni, nucleo originario di quello che oggi è l’Aeroporto Internazionale di Pisa.

L’intuizione che anticipò l’aeronautica moderna

Se i primi velivoli Antoni si distinguevano già per qualità costruttive e prestazioni, fu soprattutto una particolare intuizione progettuale a rendere Ugo un autentico precursore.
Analizzando il comportamento delle ali degli uccelli, comprese che la loro efficienza non dipendeva soltanto dal profilo aerodinamico, ma soprattutto dalla capacità di modificare forma e curvatura durante il volo. Trasferì così questo principio agli aeroplani, progettando una ala a curvatura e profilo variabili, capace di aumentare la portanza alle basse velocità, migliorare la stabilità e ridurre sensibilmente gli spazi di decollo e atterraggio.
Un concetto rivoluzionario per l’epoca, tanto da essere brevettato nelle principali nazioni del mondo, compresi gli Stati Uniti.
Oggi, osservando le sofisticate superfici mobili dei velivoli moderni, appare evidente quanto quella visione fosse straordinariamente avanti rispetto al proprio tempo.

Il raid Pisa-Bastia che fece il giro d’Europa

La definitiva consacrazione sembrò arrivare il 9 ottobre 1912.
Ai comandi di un monoplano Antoni “Modello 1912”, il pilota Nino Cagliani decollò da Pisa e raggiunse Bastia attraversando il Mar Tirreno in appena un’ora e quarantatré minuti, stabilendo il nuovo record mondiale di traversata marittima e superando il primato detenuto da Louis Blériot con il volo sulla Manica.
L’impresa ebbe una vasta eco internazionale e consacrò il valore tecnico dell’aereo progettato dai fratelli Antoni.
Paradossalmente, però, mentre il pilota ricevette accoglienze trionfali, gli ideatori del velivolo rimasero nell’ombra. La traversata non venne omologata dall’Aero Club d’Italia, mentre quello francese la riconobbe ufficialmente. Nel giro di pochi mesi la Società di Aviazione Antoni fu travolta dal fallimento.

Un genio senza fortuna

La parabola professionale di Ugo Antoni fu segnata da continue ripartenze.
Nuove società, nuovi prototipi, nuove scuole di pilotaggio e perfino il sostegno di personalità come Guglielmo Marconi e Gabriele D’Annunzio non bastarono a convincere le istituzioni italiane ad investire sui suoi progetti. Le commesse militari continuarono a privilegiare velivoli stranieri, mentre le sue innovazioni restavano confinate allo stadio sperimentale.
Negli anni Trenta Antoni cercò fortuna in Gran Bretagna, fondando la Antoni Safety Aircraft insieme alla Gloster. Anche qui i collaudi dimostrarono l’efficacia della sua ala innovativa, ma un incidente pose fine alle sperimentazioni proprio nel momento più promettente.
Nemmeno la successiva attenzione dimostrata dalla Germania durante la Seconda guerra mondiale e, nel dopoguerra, dagli Stati Uniti riuscì a trasformare le sue intuizioni in un successo industriale. Quando nel 1956 apparve il caccia imbarcato americano F-8 Crusader, dotato di una soluzione alare simile a quella da lui concepita, Antoni protestò con forza, senza però ottenere alcun riconoscimento.

Una lezione ancora attuale

Ugo Antoni morì il 15 novembre 1967 nella sua abitazione di Sant’Angelo a Lucca. Aveva dedicato oltre sessant’anni allo studio del volo, lasciando migliaia di disegni, brevetti e intuizioni che solo col tempo avrebbero trovato piena conferma nello sviluppo dell’aeronautica moderna.
Oggi la sua figura merita di essere riscoperta non soltanto come quella di un brillante costruttore di aeroplani, ma come quella di uno scienziato capace di osservare la natura con occhi nuovi e di tradurre quelle osservazioni in innovazioni concrete.
La vicenda di Ugo Antoni ricorda come il progresso non sia sempre accompagnato dal successo immediato. Talvolta le idee più rivoluzionarie arrivano troppo presto per essere comprese. E proprio per questo, a distanza di oltre un secolo, il nome di questo straordinario inventore pisano continua a rappresentare uno dei capitoli più affascinanti e meno conosciuti della storia dell’aviazione italiana.

     Roberto Marchetti

Fonte: centroaeronauticoantoni

Anna Maria Menicati Gamerra

Anna Maria Menicati Gamerra

Anna Maria Menicati Gamerra occupa un posto peculiare nella storia della Resistenza livornese e della partecipazione femminile alla guerra di liberazione italiana. Pur essendo ricordata quasi sempre in relazione al marito, il maggiore Gian Paolo Gamerra, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, la sua vicenda personale rivela una figura autonoma, profondamente coinvolta nelle drammatiche vicende che interessarono Livorno e la Toscana tra il 1943 e il secondo dopoguerra. La scarsità della documentazione biografica disponibile impedisce di ricostruirne con precisione la nascita, la formazione, la famiglia d’origine e gran parte della vita precedente alla seconda guerra mondiale; tuttavia le fonti concordano nell’indicarla come una donna di notevole impegno civile, che dopo la morte del marito trasformò il dolore personale in una scelta di partecipazione attiva alla Resistenza, assumendo successivamente anche un ruolo nella vita pubblica cittadina. La sua storia si inserisce nel più ampio fenomeno dell’emersione delle donne nello spazio politico e civile durante gli anni dell’occupazione tedesca e della guerra di liberazione, quando numerose figure femminili, provenienti dagli ambienti più diversi, furono chiamate a svolgere funzioni assistenziali, organizzative, clandestine e talvolta direttamente operative, contribuendo in maniera determinante alla sopravvivenza delle popolazioni civili e delle formazioni partigiane.
Prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943 Anna Maria Menicati era moglie del maggiore Gian Paolo Gamerra, ufficiale dell’artiglieria del Regio Esercito, appartenente a una famiglia militare e destinato a distinguersi negli ultimi drammatici giorni del Regno d’Italia. In quegli stessi anni Anna Maria ricopriva la carica di presidente della sezione livornese della Croce Rossa Italiana, responsabilità che testimonia sia il suo inserimento nella vita associativa cittadina sia il riconoscimento delle sue capacità organizzative. La Croce Rossa rappresentava allora una delle principali istituzioni assistenziali operanti nelle città italiane sottoposte ai bombardamenti e alle difficoltà della guerra, impegnata nell’assistenza ai feriti, ai civili sfollati, ai militari e alle famiglie colpite dal conflitto. Sebbene le fonti non permettano di dettagliare le attività concretamente svolte da Anna Maria durante questo periodo, il ruolo di presidente della sezione livornese implica un coinvolgimento diretto nel coordinamento delle iniziative sanitarie e assistenziali in una delle città italiane maggiormente esposte alle devastazioni belliche.
L’evento che segnò profondamente la sua esistenza fu la morte del marito il 9 settembre 1943. All’indomani della proclamazione dell’armistizio, il maggiore Gamerra ricevette l’ordine di trasferire il proprio gruppo di artiglieria da Pisa verso Stagno, in posizione utile a sostenere le batterie costiere e a contrastare l’improvvisa offensiva delle forze tedesche impegnate nell’occupazione della Toscana. La colonna italiana venne intercettata nei pressi di Stagno da reparti corazzati tedeschi che intimarono la consegna delle armi pesanti. Gamerra rifiutò la resa, organizzò la difesa e partecipò personalmente al combattimento, sostituendosi anche a un mitragliere caduto, fino a essere mortalmente colpito durante lo scontro. L’azione rallentò l’avanzata tedesca e consentì ad altre unità italiane di evitare l’accerchiamento, motivo per cui gli venne successivamente conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. La vicenda rappresenta uno dei primi episodi di resistenza armata italiana contro le forze tedesche immediatamente successivi all’armistizio e costituisce una delle pagine simboliche della difesa di Livorno e della Toscana. La perdita del marito non rimase, per Anna Maria Menicati, un fatto esclusivamente privato: secondo le fonti storiche disponibili essa determinò una svolta decisiva nella sua vita, inducendola a entrare nel movimento di Resistenza, scelta ricordata unanimemente dalla storiografia dedicata alla guerra di liberazione nella provincia livornese.
Le testimonianze documentarie non consentono di individuare con precisione la formazione partigiana alla quale aderì né le specifiche attività clandestine da lei svolte. Tale assenza documentaria non rappresenta un caso isolato: molte donne impegnate nella Resistenza lasciarono infatti tracce archivistiche assai più limitate rispetto ai combattenti uomini, poiché operarono prevalentemente nell’organizzazione logistica, nell’assistenza, nei collegamenti, nell’ospitalità dei ricercati, nella trasmissione di informazioni e nel sostegno materiale alle reti clandestine. Proprio la storiografia più recente ha evidenziato come tali funzioni fossero indispensabili al funzionamento dell’intero movimento resistenziale e come la loro sottovalutazione abbia contribuito a rendere meno visibili molte protagoniste femminili. In questo quadro si colloca anche la figura di Anna Maria Menicati Gamerra, la cui adesione alla Resistenza viene costantemente ricordata ma raramente approfondita nei dettagli operativi, segno della difficoltà di reperire fonti dirette relative alla sua attività.
Il contesto livornese nel quale Anna Maria operò era tra i più complessi dell’Italia occupata. Dopo l’8 settembre 1943 Livorno divenne uno degli obiettivi principali dell’offensiva alleata e subì bombardamenti devastanti che causarono migliaia di vittime, la distruzione di vaste aree urbane e il collasso delle strutture civili. Parallelamente la città visse l’occupazione tedesca, la repressione delle attività clandestine, gli arresti, le deportazioni e l’intensificarsi dell’azione partigiana nelle aree limitrofe. In questo scenario la presenza di organizzazioni assistenziali, di reti femminili e di figure capaci di mantenere contatti tra popolazione civile e resistenti risultò essenziale. Sebbene le fonti non descrivano puntualmente il contributo di Anna Maria, la sua esperienza nella Croce Rossa e il successivo ingresso nella Resistenza rendono plausibile una continuità di impegno nell’assistenza e nell’organizzazione, secondo modalità comuni a numerose donne impegnate nella liberazione della Toscana.
Nel dopoguerra Anna Maria Menicati Gamerra continuò a partecipare alla vita pubblica. Una notizia documentata attesta infatti la sua candidatura alle elezioni del 1946 nelle liste del Partito Nazionale Monarchico. Questo elemento, apparentemente sorprendente se confrontato con la sua partecipazione alla Resistenza, ricorda come il movimento resistenziale fosse politicamente assai più articolato di quanto spesso venga rappresentato e comprendesse uomini e donne appartenenti a orientamenti ideologici differenti, accomunati dall’opposizione all’occupazione tedesca e dal rifiuto della subordinazione nazionale. La candidatura del 1946 testimonia dunque la volontà di proseguire l’impegno civico anche nella nuova Italia democratica e offre uno degli ultimi dati biografici certi oggi disponibili sulla sua attività pubblica.
Nel corso dei decenni successivi la memoria di Anna Maria Menicati Gamerra è rimasta strettamente intrecciata a quella del marito, il cui sacrificio è stato ricordato attraverso monumenti, intitolazioni di scuole, caserme e vie pubbliche a Pisa, Livorno e Riglione. Tuttavia la storiografia dedicata alla partecipazione femminile alla Resistenza livornese ha progressivamente recuperato anche la sua figura, inserendola fra le donne che contribuirono alla lotta di liberazione nel territorio. In particolare, nel 2024 il suo nome è stato ricordato nel convegno “Le bimbe livornesi di 70/80 anni fa”, dedicato alla memoria delle donne partigiane della città, accanto a quello di altre protagoniste della Resistenza locale, a conferma del progressivo riconoscimento del suo contributo nella memoria pubblica cittadina.
La ricostruzione storica della vita di Anna Maria Menicati Gamerra rimane inevitabilmente incompleta a causa della scarsità delle fonti disponibili. Non sono oggi noti con certezza l’anno e il luogo di nascita, la formazione, la professione esercitata al di fuori dell’impegno nella Croce Rossa, la data della morte né ulteriori dettagli sulla sua attività resistenziale. Le notizie documentate consentono tuttavia di delineare il profilo di una donna che, già impegnata nell’assistenza sanitaria durante il conflitto quale presidente della Croce Rossa livornese, visse direttamente il trauma dell’8 settembre 1943 attraverso la morte del marito in combattimento contro le truppe tedesche e trasformò tale esperienza in una scelta di partecipazione alla Resistenza, continuando successivamente a prendere parte alla vita politica e civile del dopoguerra. Pur nella limitatezza della documentazione conservata, Anna Maria Menicati Gamerra rappresenta una delle figure femminili che testimoniano come il contributo delle donne alla liberazione dell’Italia si sia espresso non soltanto attraverso l’azione armata, ma anche mediante l’organizzazione dell’assistenza, la solidarietà civile, la partecipazione alle reti clandestine e l’assunzione di responsabilità pubbliche in una fase decisiva della storia nazionale. Le informazioni oggi disponibili derivano principalmente dagli studi di Tiziana Noce sulla presenza femminile nella Livorno del dopoguerra, dalle opere di Mario Torsiello e Renzo Vanni dedicate agli eventi dell’8 settembre e della Resistenza toscana, dalla documentazione relativa alla motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita al maggiore Gian Paolo Gamerra e dalle iniziative memoriali promosse negli ultimi anni sulla Resistenza femminile livornese.

     Roberto Marchetti

Fonte: Wikipedia, Urban Livorno

Operazione Alarico

Operazione Alarico

L’Operazione Alarico, in tedesco Unternehmen Alarich, fu il piano con cui la Germania nazista preparò, già prima dell’armistizio italiano, l’occupazione militare della penisola e il disarmo delle forze armate del Regno d’Italia qualora Roma avesse abbandonato l’Asse; il nome richiamava Alarico I, re visigoto autore del saccheggio di Roma del 410, scelta simbolica coerente con l’immaginario storico-politico del Terzo Reich e con l’idea di una nuova irruzione armata nel cuore dell’Italia. Il piano nacque nel contesto del crollo strategico dell’Asse nel Mediterraneo: dopo la resa italo-tedesca in Tunisia nel maggio 1943 e mentre gli Alleati preparavano l’offensiva contro la Sicilia, Hitler e l’OKW considerarono sempre meno affidabile l’alleato italiano, logorato militarmente, delegittimato politicamente e ormai esposto a un possibile rovesciamento interno. Alarico non fu dunque un’improvvisazione dell’8 settembre, ma una misura preventiva: prevedeva l’afflusso di divisioni tedesche nella penisola, la costruzione di un saldo dispositivo nel Nord Italia, il controllo delle vie alpine, dei porti e dei nodi ferroviari, e la possibilità di trasformare l’Italia da alleata subordinata in territorio strategicamente occupato. Dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943, la diffidenza tedesca divenne operativa: Rommel fu richiamato e posto alla testa del Gruppo d’armate B, reparti corazzati e divisioni provenienti dalla Francia, dalla Germania e dal fronte orientale cominciarono ad affluire attraverso il Brennero e gli altri valichi, mentre Kesselring manteneva il controllo delle forze già impegnate nell’Italia centro-meridionale. In questa fase Alarico si allargò progressivamente fino a fondersi con il più ampio piano Achse, “Asse”, destinato non soltanto a presidiare il Nord, ma a neutralizzare l’intero apparato militare italiano in Italia, Francia meridionale, Balcani, Grecia, Albania, Egeo e Dalmazia; la trasformazione del piano rifletteva il mutamento della posta in gioco, perché non si trattava più soltanto di impedire agli Alleati di usare l’Italia come base, ma di sottrarre alla monarchia, al governo Badoglio e alle forze armate italiane ogni capacità autonoma di decisione. L’armistizio di Cassibile fu firmato il 3 settembre 1943 e reso pubblico l’8 settembre; il governo italiano aveva sperato di guadagnare tempo, ma la segretezza diplomatica non impedì ai tedeschi di disporre già di ordini, reparti e obiettivi. Quando Eisenhower annunciò l’armistizio e Badoglio lo confermò alla radio, la macchina tedesca scattò con rapidità: il segnale operativo “Achse” fu trasmesso ai comandi e le truppe della Wehrmacht passarono dal ruolo di alleato sospetto a quello di forza occupante. La superiorità tedesca non fu solo materiale, ma soprattutto organizzativa: i comandi italiani non avevano ricevuto direttive chiare, il re e il governo lasciarono Roma per Brindisi, molte unità non sapevano se resistere, trattare, attendere o ripiegare, e questa paralisi favorì il disarmo di interi corpi d’armata. A Roma la resistenza di reparti italiani e civili tra l’8 e il 10 settembre fu coraggiosa ma disorganica; nel Nord molte guarnigioni furono circondate e costrette alla resa; nei Balcani e nell’Egeo la situazione degenerò in modo ancora più drammatico, perché i soldati italiani, isolati in territori ostili e spesso impegnati fino al giorno prima in dure operazioni antipartigiane, si trovarono senza collegamenti, senza rifornimenti e davanti a comandi tedeschi determinati a imporre la resa con la forza. L’esito fu una delle più vaste operazioni di disarmo della seconda guerra mondiale: oltre un milione di militari italiani furono disarmati secondo i dati comunemente riportati, centinaia di migliaia furono deportati come internati militari nei campi del Reich, mentre solo una minoranza aderì subito o successivamente alla Repubblica Sociale Italiana o alle forze tedesche. In alcune aree la resistenza italiana assunse forme significative: in Sardegna e Corsica i tedeschi ripiegarono, in Puglia meridionale e Calabria la presenza alleata limitò l’efficacia dell’occupazione, mentre a Cefalonia la Divisione “Acqui” combatté contro i tedeschi e subì dopo la resa una delle più gravi stragi di militari italiani, con migliaia di fucilazioni sommarie. L’Operazione Alarico/Achse segnò così il passaggio decisivo dall’Italia fascista alleata della Germania all’Italia occupata: rese possibile la nascita della Repubblica Sociale Italiana sotto tutela tedesca, consolidò il controllo nazista sull’Italia centro-settentrionale, aprì la fase della guerra civile e della Resistenza, e trasformò la penisola in un lungo fronte difensivo tedesco contro l’avanzata alleata, dalla linea Gustav fino alla Gotica.

     Roberto Marchetti

Fonti: Wikipedia, Treccani, Accademia.edu,

Maggiore Gian Paolo Gamerra

Maggiore Gian Paolo Gamerra

Foto: Gian Paolo Gamerra Fonte: wikipedia.org

“I giorni successivi l’armistizio dell’8 settembre 1943: I fatti d’armi di Stagno (Livorno) ed i combattimenti a difesa della costa sud e delle isole dell’arcipelago della Toscana”.

Gli accadimenti in Toscana negli infausti giorni successivi all’8 settembre 1943 non sono una cosa facile e nè semplice da raccontare; fu una vera tragedia, affrontata dagli uomini delle Forze Armate nelle guarnigioni di Pisa, Livorno, Piombino fino all’Isola D’Elba, inizialmente liquidata dopo la fine della II guerra mondiale con superficialità e disprezzo: “frutto del totale sfaldamento della disciplina e mancanza di coesione dei militari italiani” che, dalle imprecise ricostruzioni nel dopoguerra, si arresero vilmente senza combattere il nuovo nemico: gli ex camerati del giorno prima

Il controverso “giudizio” affliggerà, negli anni a venire, quella generazione di fratelli in armi che ci hanno preceduto e che patirono “la colpa” che gli venne addossata per quel disastro; detto “giudizio” oggi è ribaltato in coerenza alla fedele ricostruzione del quadro strategico e della reazione tattica di quei giorni, evidenziando così che il contrasto in armi sul campo di battaglia, aspro e sanguinoso, a difesa di quello che restava della Patria avvenne e tra Pisa, Livorno, Piombino e l’Isola D’Elba dove reparti militari italiani minori, qualunque fossero le ragioni motivazionali di ciascuno, seppero rispondere ingaggiando e contrastando quella minaccia palesata alle loro case, alle fabbriche, alle comunità e alla loro stessa vita in virtù del dovere e dell’impegno loro affidato.

Il 25 luglio 1943, dopo lo sbarco delle forze anglo-americane in Sicilia e le sconfitte italiane e tedesche sul nostro territorio nazionale, Mussolini venne sfiduciato ed arrestato per ordine di Re Vittorio Emanuele III e sostituito dal generale Badoglio, nuovo capo del governo, che nel suo messaggio di insediamento dichiarava che la guerra continuava a fianco dell’alleato germanico.

La struttura del vecchio partito nazionale fascista (P.N.F.) era collassata divenendo fonte di preoccupazione per i piani di guerra della Germania nazista e, la sera del 26/7, Hitler ordinava l’esecuzione di un piano segreto: L’ Operazione Alarico “Unternehmen Alarich” per invadere ed occupare l’Italia, arrestare il Re e formare un governo filo nazista affidato a Mussolini, di fatto un vero e proprio colpo di stato.

L’operazione segreta preparata e definita nei dettagli, dove i tedeschi si muovevano liberamente in Italia godendo di una vasta rete di infiltrati e collaboratori, un gran numero di simpatizzanti, nonché stretti contatti da lungo tempo con alti ufficiali italiani, era ritardata perché non erano stati in grado di localizzare il luogo dove Mussolini era tenuto agli arresti.

La pressione devastante dei bombardamenti anglo-americani sulle città italiane, tra cui la stessa Pisa, aveva intanto raggiunto livelli critici con uno spropositato numero di vittime tra la popolazione civile.

In tale contesto il 3/9/1943, a Cassabile (SR), l’Italia firmò un Armistizio con le forze alleate il cui annuncio venne dato per radio alla popolazione italiana dal generale Badoglio alle 19.42 dell’8 settembre.

I comandi tedeschi erano da tempo ben preparati e non attesero più la liberazione di Mussolini quindi passarono all’azione immediata mentre il proclama di Badoglio lasciava nella confusione i reparti militari italiani senza ordini precisi.

Già dal 5/9/1943 le forze armate germaniche, pronte ad impedire i contatti tra le Grandi Unità del Regio Esercito, compromisero le linee di collegamento interrompendo la catena di comando, realizzarono snodi telefonici inserendo falsi operatori in lingua italiana e sabotarono tutte le restanti altre linee.

La guarnigione di Pisa l’8 settembre 1943 presentava un notevole potenziale difensivo, contava in forza circa 10.000 uomini anche se in massima parte unità non combattenti appartenenti al genio ed alla sussistenza.

Alle prime luci dell’alba del 9 settembre, il IV Gruppo da 100/17 del 50° Reggimento Artiglieria “Superga” al comando del Maggiore Gian Paolo Gamerra, ricevette l’ordine di spostarsi da Pisa verso Livorno per rinforzarne le difese, lo spostamento del reparto aveva lo scopo di difendere il porto labronico da imminenti manovre di occupazione e sabotaggio delle forze germaniche.

Il IV Gruppo aveva in dotazione 3 batterie da 4 pezzi ciascuna per un totale di 12 Obici da 100/17 Mod. 14, bocche da fuoco di origine austro-ungarica, preda della Grande Guerra, una delle armi più diffuse e affidabili del Regio Esercito per il supporto della fanteria.

Le prime due batterie, accasermate a Barbaricina, furono pronte a partire all’ora prefissata dall’ordine di movimento mentre la terza, dislocata fuori città non partì subito per problemi logistici: il rifornimento effettuato con reparti someggiati ne causò il ritardo.

Le tre batterie si ricongiunsero fuori dalla città di Pisa e al momento della marcia sulla via Aurelia il gruppo disponeva di Trattori d’artiglieria pesanti/leggeri: Principalmente autocarri pesanti Fiat SPA TL37 o SPA CL39 adattati al traino degli obici e dei cassoni delle munizioni e di Autocarri logistici: Camion leggeri e pesanti (es. Lancia 3Ro o FIAT 626) per il trasporto del personale, dei comandi, delle officine mobili e delle riservette di munizioni.

La colonna motorizzata, allungata sull’Aurelia era priva di una scorta di fanteria, fu intercettata dai carri armati della Wehrmacht a Stagno mentre cercava di raggiungere Livorno, sorpresa in una vulnerabile configurazione tattica di marcia.

Venne intimato al Maggiore Gamerra la resa incondizionata con la consegna immediata di tutte le armi, munizioni e automezzi; le truppe della Wehrmacht erano già appostate, nascoste dalla copertura della vegetazione circostante.

Al rifiuto i tedeschi aprirono immediatamente il fuoco a distanza ravvicinata con mitragliatrici pesanti e cannoni, gli artiglieri italiani si trovarono in una posizione tatticamente sfavorevole, impossibilitati a dispiegare efficacemente i pezzi d’artiglieria. Nonostante ciò gli italiani reagirono con quel poco che avevano in dotazione: Gamerra ordinò la resistenza ad oltranza. Gli artiglieri disponevano solo dell’arma individuale Moschetto Mod. 91, con pochi caricatori al seguito, e qualche mitragliatrice pesante Breda Mod. 37; tentarono la reazione disperata di sganciare i pezzi per rispondere al fuoco nemico, ma molti di essi rimasero feriti nel tentativo; solo due dei pezzi più arretrati riuscirono a sparare qualche colpo senza una linea di tiro favorevole prima di essere individuati e neutralizzati.

Durante il combattimento il Magg. Gamerra si accorse che il mitragliere al suo fianco era morto sotto il fuoco nemico e lo sostituì prontamente alla mitragliatrice, continuò a sparare contro le linee tedesche per dare copertura ai propri uomini, cadde colpito a morte direttamente sull’arma esortando i suoi soldati fino all’ultimo istante.

Lo scontro si concluse con la cattura degli italiani, un gran numero di feriti erano in condizioni gravi cui prestare soccorso, e dopo che essi avevano esaurito le munizioni delle armi disponibili dovettero arrendersi.

Direttamente sul campo rimasero uccisi: il Capitano Alfieri Roussel, aveva assunto il comando subito dopo la morte del Maggiore Gamerra, egli fu colpito alle gambe rimanendo bloccato ed arso vivo dalle fiamme sprigionate da un autocarro militare incendiato; il Sottotenente Alfredo Cappelli, che perse la vita partecipando attivamente alle fasi del combattimento; il Sergente Manlio Severin; il Caporale Angelo Vigo (di Miradolo Terme); il Caporale Rinaldo De Matteis; l’Artigliere Bruno Zanardo; l’Artigliere Gino Milan; l’Artigliere Salvatore Terranova.

Numerosi soldati feriti vennero sgombrati dal campo di battaglia dagli stessi commilitoni superstiti che agirono come portaferiti e dai civili locali: si dispersero nei campi per i cascinali e nelle chiese dei borghi vicini; alcuni di quei feriti che furono raccolti dalla Wehrmacht e presi in carico da strutture sanitarie del territorio di Pisa e Livorno vennero dichiarati internati militari italiani (IMI) anziché prigionieri di guerra.

Anche la Wehrmacht subì perdite quel giorno, ma per gli effetti della propaganda nazi-fascista, che volle sminuire la portata dei combattimenti a Stagno, il numero non fu mai rivelato.

Il comando tedesco responsabile in quella zona dell’operazione “Fall Achse” era furioso: nell’elaborazione dei meticolosi piani non avevano considerato una pronta reazione combattiva come quella del IV Gruppo di Artiglieria comandato dal Maggiore Gamerra.

Benché all’epoca non esistevano gli strumenti tecnologici di oggi per la diffusione di notizie era bastato il passaparola di quei contadini, che da lontano avevano assistito ai combattimenti, e quello dei portaferiti del IV Gruppo che si erano dispersi per le campagne portandosi dietro le vittime, di fronte alla testimonianza di quel sangue e di quelle sofferenze la pietà non poteva rimanere indifferente. La notizia scioccante si diffuse con rapidità e a molta distanza seppur a grandi linee: “i tedeschi attaccano e gli italiani combattono”.

Mentre la guarnigione di Pisa veniva costretta alla resa con la minaccia tedesca di fare saltare i monumenti storici e la ritorsione armata sulla popolazione civile, le postazioni della 216^ Divisione Costiera venivano neutralizzate attaccandole alle spalle.

Livorno era nel caos, i reparti che si opposero in armi agirono senza precisi piani di difesa e in violazione degli ambigui ordini emanati, truppe della Wehrmacht erano già entrate in città ed avevano circondato le strutture dell’Accademia Navale mentre unità navali della Kriegsmarine prendevano posizione davanti al porto per un blocco navale.

L’azione del Magg. Gamerra ebbe l’effetto di ritardare i piani dell’operazione tedesca, il breve lasso di tempo consentì alle forze militari italiane a sud di Livorno di organizzare una difesa del territorio da capo San Vincenzo a Piombino. Non si trattò di una reazione accuratamente coordinata, nella foga del momento e per assenza di collegamenti si verificò anche un episodio di “fuoco amico” quando le vedette dell’Isola d’Elba scambiarono, a largo di Punta Procchio, sei motozattere della R. Marina fuggite dalla Corsica cariche di militari italiani come un tentativo di sbarco tedesco. Tuttavia elementi rimasti al proprio posto della 215^ Divisione Costiera del R. Esercito e le Batterie Costiere della R. Marina con tutti i loro effettivi operarono congiuntamente, sotto il comando del C.F. Amedeo Capuano e del C.C. Giorgio Bacherini, nonostante il 9.8.1943 avessero ricevuto un “ordine ambiguo” tramite il Gen. Fortunato Perni, vice del Gen. De Vecchi, di non contrastare e non provocare in alcun modo le forze armate tedesche. Il XIX battaglione carri del 31° Rgt. Ft/carrista al comando del T. Colonnello Angelo Falconi stazionava sotto copertura boschiva nella pineta di Venturina, a nord di San Vincenzo, si mosse verso Piombino, sopraffacendo le unità motorizzate tedesche nella zona: al culmine dei combattimenti il XIX diede la svolta definitiva all’esito della battaglia. Il 27° Raggruppamento di artiglieria al comando del Colonnello Francesco D’Alessio, già all’alba del 9 settembre, disarmava il presidio tedesco presente sull’Isola d’Elba, ed approntava le contromisure difensive. Il Contrammiraglio Amedeo Nomis di Pollone, era a bordo del cacciatorpediniere Aliseo con S.A.R. Aimone di Savoia duca d’Aosta da La Spezia a Bastia l’8/9 per raggruppare la “Flotta Motosiluranti” e dirigersi a Malta in base ai “Piani della Marina per l’armistizio”, giunse invece a Portoferraio il 9 settembre, assumendo sul cacciatorpediniere Impavido il comando di quella che venne denominata “Flotta minore della R. Marina”, in tutto quasi un centinaio di navi: 5 cacciatorpediniere, 5 corvette, 2 sommergili, 16 motosiluranti, dragamine, rifornitori, trasporti e un gran numero di naviglio minore, tutte sfuggite alla cattura dai porti dell’Alto Tirreno e dalla Corsica combattendo agli attacchi della Kriegsmarine e della Luftwaffe; la stessa Nave Aliseo, comandata dal C.F. Carlo Fecia di Cossato, si era fatta strada affondando unità navali tedesche.

Alla difesa parteciparano attivamente gli operai di Piombino con l’appoggio della popolazione, che si organizzarono in un comitato civile spontaneo: “comitato di concentrazione antifascista” presieduto da Ulisse Ducci, accorsero spontaneamente anche alcuni militari già sbandati scampati alla cattura, altri, più riottosi ed in abiti borghesi, furono fatti scendere dai treni in transito alla stazione da un picchetto armato della R. Marina rafforzato dalla presenza di elementi del comitato. I combattimenti si svolsero nei giorni 10 ed 11 Settembre e passeranno nella memoria storica d’Italia come “la battaglia di Piombino” che terminò alle prime luci dell’11/9; qui i Tedeschi subirono la loro prima sonora sconfitta dopo l’8 settembre dalle forze italiane: vennero catturati in quei giorni ben oltre 300 soldati della Wehrmacht.

I vertici del comando tedesco si resero conto di avere un grosso problema, l’operazione “Achse” era stata ideata per neutralizzare rapidamente le Forze Armate italiane e i tedeschi non potevano permettersi di aprire un fronte di guerra sulla costa sud e nell’arcipelago della Toscana. La combattività dimostrata dai reparti italiani con l’appoggio della popolazione e la presenza delle navi della R. Marina rappresentavano un serio pericolo in quella fase iniziale dell’occupazione tedesca dell’Italia. Quel potenziale militare sarebbe stato difficile da sconfiggere sul campo. Piombino e l’Arcipelago toscano rischiavano di trasformarsi in una testa di ponte e forza operativa a sostegno della resistenza che in quei giorni già iniziava ad organizzarsi.

Si cambiò completamente strategia, i servizi segreti germanici ricorsero ad una loro vecchia conoscenza: Cesare Maria Luigi De Vecchi, I conte di Val Cismon, era stato uno dei quadriumviri fascisti della marcia su Roma, politico e diplomatico nel ventennio ricopriva il grado di generale di corpo d’armata, Badoglio dopo essersi insediato come capo del governo aveva deciso di tenerselo vicino, pur a distanza, e gli aveva conferito il comando di settore della difesa costiera. Il De Vecchi, che taluni storici descrivono come politico intrigante ed irriducibile approfittatore, sempre “pronto a saltare sul carro del vincitore”, soggiornava nel suo comando distaccato impiantato a Massa Marittima (GR), località che, nonostante il nome accattivante, non era per niente vicina alla zona di operazioni costiera, lontano da ogni preoccupazione bellica di quei giorni.

Non conosciamo quali debiti i tedeschi andarono a riscuotere, o quali crediti ottenne, sappiamo solo che De Vecchi giunse a Piombino dopo la vittoria italiana, il suo vice Gen. Perni, pur di non ingaggiare battaglia, aveva tentato di tutto per rimuovere il C.F. Amedeo Capuano e sciogliere i reparti a terra della R. Marina, ma oltre che da comandante De Vecchi si palesò falsamente come rappresentante dell’Alto Comando italiano; minacciò i comandanti dei reparti di metterli agli arresti e farli fucilare per avere agito contro i tedeschi senza i suoi ordini, alla pietosa altera sceneggiata aggiunse il preciso ordine di lasciare liberi i tedeschi catturati e di riconsegnare loro le armi. In nome e per conto dell’Alto Comando italiano l’11/9 emanò un decreto di scioglimento di tutti i reparti militari italiani ed il loro congedamento entro le ore 12 del 12 settembre 1943. Quei reparti vittoriosi vennero sciolti con l’inganno, i militari che non riuscirono a dispersi nello sbandamento verranno catturati e deportati, alcuni fuggirono per le campagne entrando in clandestinità. Quel tardo pomeriggio del 12 settembre Piombino era in mano della Wehrmacht, che insediò il suo comando cittadino il 13/9 successivo, mentre De Vecchi era sparito.

Nell’imminenza della caduta di Piombino, con le sue strategiche infrastrutture: fabbriche, arsenale, cantieri navali e batterie di difesa, l’Ammiraglio Nomis di Pollone avvertiva via radio “SUPERMARINA”, operante ora da Brindisi; l’opportunità che si era palesata di potere fare operare la Marina Militare dall’arcipelago toscano era andata persa, l’unico porto rimasto in mano italiana era Portoferraio sull’Isola D’Elba, ma non in grado di supportare adeguatamente operazioni navali né di garantire la protezione della flotta. All’Ammiraglio fu ordinato di riprendere gli originali piani dell’armistizio, interrotti a Bastia, e di salpare al più presto con tutte le navi verso sud, facendo rotta su Palermo non più Malta, erano attese in mare aperto da unità navali della Royal Navy che fecero loro da scorta. Tutte le unità navali della R. Marina, anche quelle più malridotte, riuscirono a salpare scaglionate dalle 00.15 del 12/9 fino alle prime luci dell’alba, “bandiera al vento” giunsero in salvo a Palermo; purtroppo l’ordine, in base agli accordi armistiziali vigenti, era di non evacuare il numeroso personale della R. Marina in servizio nelle installazioni a terra, tra l’altro alcuni già a bordo imbarcati a Bastia, che a malincuore dovettero essere abbandonati a se stessi.

Possiamo solo immaginare il senso di sconforto di coloro che dalla costa di Piombino e dall’Isola d’Elba videro la flotta salpare, il 27° Raggr. Artiglieria del R. Esercito sull’Isola d’Elba era rimasto da solo, venne martoriato da continui attacchi aerei e da tentativi di sbarco e da ultimo la luftwaffe prese di mira gli insediamenti civili provocando tra la popolazione numerosi morti e feriti; tagliati fuori dal mondo, senza aiuti e ormai con scarse munizioni il 17/9 i militari italiani tentarono di respingere un massiccio attacco coordinato dal mare e dall’aria, con sbarco di ingenti forze e lancio di paracadutisti, nel tardo pomeriggio l’isola era quasi completamente in mano tedesca ed il 18/9 il comandante Col. D’Alessio era costretto alla resa, offertagli già dal 15/9, per evitare un massacro, come purtroppo ciò che era avvenuto a Cefalonia.

Il 15/9 Mussolini, liberato dal suo esilio di Campo Imperatore il 12/9 e portato in Germania, da Radio Monaco emanava i primi Fogli d’Ordine del Duce: assumeva la guida suprema del fascismo in Italia gettando le basi per lo stato fascista repubblicano che in seguito sarebbe diventato RSI (repubblica sociale italiana). L’offerta di resa agli uomini del 27° contemplava che essi si unissero alle forze della nascente repubblica fascista, ma il Col. D’Alessio restò fedele al suo giuramento lasciando però alla coscienza di ciascuno dei suoi uomini quale scelta operare: alcuni aderirono, ma la stragrande maggioranza rimase con il loro comandante, deposte le armi furono confinati sull’isola fino al 23/9 poi, trasferiti a Livorno, seguirono la sorte della deportazione in Germania o in Polonia.

Quei soldati e quei marinai italiani fecero, in piena coscienza, quanto in loro potere per non cedere al nuovo invasore e difendere quello che restava della Patria, ad iniziare proprio dall’eroico sacrificio tra Pisa e Livorno del IV gruppo di artiglieria comandato dal Maggiore Gamerra.

Quel triste giorno da Stagno (LI) fino a Piombino (LI) e nell’Arcipelago Toscano (Isola d’Elba) alcune unità delle forze armate italiane, prese alla sprovvista e privi di adeguati ordini, dimostrarono la loro combattività e la loro resilienza pur se alla fine costretti a cedere, ma resistendo ben 10 giorni dopo la battaglia di Stagno.

I Tedeschi che non si aspettavano una tale combattività furono costretti a ritardare i loro piani di occupazione della Toscana, ma la storia dopo la morte del Magg. Gamerra non finì quello stesso giorno, ebbe risvolti inaspettati ispirando il movimento di resistenza in quella parte della Toscana.

Il Maggiore Gian Paolo Gamerra era un giovane di 36 anni sposato con la livornese Anna Maria Menicati, la coppia non aveva ancora figli; per effetto delle norme vigenti dell’epoca l’autorizzazione a contrarre matrimonio per gli ufficiali in s.p.e. doveva affrontare una severa e lunga procedura di approvazione per poi ottenere un decreto reale che fu concesso sul finire del 1939; dopo un lunghissimo periodo di fidanzamento il matrimonio venne celebrato nel 1940. La signora Gamerra aveva pazientemente atteso tutto quel tempo desiderosa di unirsi a Gian Paolo e finalmente mettere su famiglia, ma lo scoppio della guerra aveva temporaneamente sospeso i loro piani; Gian Paolo, che a quel tempo insegnava all’Accademia Militare a Torino, venne infatti da subito destinato ai vari fronti di guerra: Francia, Balcani, Africa. Ora finalmente era a Pisa e, nonostante la guerra, l’affettuosa coppia riusciva a ritagliarsi un po’ di tempo per stare insieme, ma quell’infausto giorno del 9 settembre 1943 portò via tutti i loro sogni.

Anna Maria ricevette la notizia dello scontro a Stagno alcune ore dopo, seguita poi dalla conferma della morte di Gian Paolo, caduto in combattimento. Si prese solo un breve momento per il suo lutto, la mattina del 10 reagì con determinazione senza che nessuno poté fermarla. Anna Maria Menicati Gamerra era un esponente della Croce Rossa Italiana di Livorno, ricopriva la carica di Presidente della sezione livornese godendo di “copertura umanitaria” in virtù della sua posizione formale ed all’uniforme, ciò le conferiva protezione e possibilità di muoversi, in quel momento precluse alla maggior parte della popolazione civile sotto l’occupazione dei tedeschi. La rete ospedaliera di Livorno, cosi come quella di Pisa, era stata parzialmente requisita dalla Wehrmacht che vi aveva collocato i propri feriti negli scontri assieme ad alcuni soldati italiani, i sopravvissuti e quelli catturati dai tedeschi in attesa di essere deportati, erano di meno di quanto ci si aspettasse. La Signora Gamerra si recò nella zona dove era avvenuta la battaglia di Stagno, ma senza potervi accedere, una vasta area era interdetta e vigilata, quindi estese le sue ricerche molto al di fuori del perimetro percorrendo stradine di campagna finché da alcuni contadini venne indirizzata a lontani casolari isolati. Qui entrò in contatto con i feriti dispersi bisognosi di cure mediche e con i portaferiti del IV gruppo, raccomandò ai commossi uomini del marito di restare nascosti e di aspettare, avrebbe inviato loro degli aiuti.

Non potendo utilizzare la rete ospedaliera ufficiale per la presenza dei tedeschi, Anna Maria Menicati Gamerra si adoperò spingendo medici ed infermiere di sua fiducia ad organizzare un sistema di soccorso clandestino per salvare quei feriti e gli stessi sbandati, fornendo cure ed assistenza medica evitando loro la cattura e la conseguente deportazione in Germania. La Signora Gamerra sfruttò la stessa rete assistenziale della Croce Rossa Italiana, da Livorno a Pisa: con persone di sua estrema fiducia organizzò dei piccoli nuclei di sanitari per prestare segretamente soccorso e, nei casi dove era impossibile non ricoverare, vennero forniti a quei feriti false generalità ed abiti civili, per evitare la successiva deportazione nei lager.

Tale organizzazione clandestina diventerà supporto logistico alle formazioni del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) operanti sul territorio.

Instaurato formalmente lo stato repubblicano fascista d’Italia, in seguito rinominato repubblica sociale italiana (RSI), i tedeschi occupanti trasferirono nominalmente i poteri pubblici, e la conduzione della guerra, nelle mani degli esponenti del nuovo Partito repubblicano fascista (PRF) e la Croce Rossa Italiana nella sede di Roma assunse, ai primi del 1944, la denominazione Croce Rossa Italiana nella R.S.I.; la stretta operata sulle sedi di Livorno, e su Pisa, con la nomina di fedelissimi a dirigere la Croce Rossa, scelti dalle rispettive federazioni fasciste, metteva la Signora Gamerra in pericolo; già da tempo i tedeschi sospettavano, senza prove, dell’esistenza della rete clandestina della Croce Rossa così Anna Maria Menicati rassegnò le sue dimissioni e si nascose in pieno anonimato, divenendo una “bimba livornese”, ed operò attivamente nell’organizzazione logistica del movimento partigiano.

Dopo i combattimenti di Stagno i corpi del Maggiore Gian Paolo Gamerra e dei suoi uomini giacevano sul terreno abbandonati a se stessi e Don Domenico Baldocchi, da poco insediato come cappellano, nella parrocchia di Riglione per affiancare il priore Don Oreste Meucci, ne fu informato. Con coraggio raggiunse il luogo per parlamentare con i soldati tedeschi chiedendo di potere assolvere al suo dovere di cristiana pietà, ottenne l’accesso al luogo dello scontro, ma non era concesso portare via i corpi che sarebbero finiti in una fossa comune che i tedeschi dovevano scavare. Don Baldocchi riusci a portare via i corpi senza un accordo ufficiale, organizzandosi alla meglio con volontari che spinsero carretti agricoli e barelle di fortuna, i corpi viaggiarono nascosti sotto dei teli, il mesto convoglio percorreva stradine interne di campagna nella paura di incontrare pattuglie tedesche. Giunsero al cimitero di Riglione (Pisa) dove i corpi martoriati vennero ricomposti nella camera mortuaria; alcune madri volontariamente si offrirono di nascosto e ripulirono i corpi dei caduti dal sangue e dal fango, celarono le ferite e gli scempi sui corpi fasciandoli, ricucirono le uniformi dagli strappi, così venne restituita a quei soldati, anche nella morte, una parvenza di dignità ed onore; Don Baldocchi sovraintendeva a tutte le operazioni, per ciascuno dei caduti fu redatto l’elenco degli effetti personali rimasti loro addosso oltre ogni indizio per identificarli con certezza. Tutto venne annotato e trascritto nei registri parrocchiali, l’elenco degli effetti personali, i gradi sulle uniformi e le campagne di guerra: le piastrine, che non furono tutte ritrovate sui corpi, le fedi nuziali, le catenine, i santini di devozione, foto di familiari o fidanzate e qualche lettera sgualcita; in quel momento la Parrocchia sostituiva lo Stato che non c’era, fu celebrata una funzione collettiva registrata sul libro dei morti della parrocchia; ai caduti del IV gruppo venne data la sepoltura dei fratelli in armi: sepolti in tombe individuali vicini al loro Comandante.

Le tombe divennero da subito luogo di venerazione e rispetto per la popolazione oltre che un simbolo della Resistenza; venivano quotidianamente visitate ed erano sempre ricoperte di fiori freschi e da lumini. Questo si configurò un problema alla narrazione della propaganda nazi-fascista che, bisognosa di riguadagnare consenso e fiducia tra la popolazione per il nuovo regime, voleva derubricare la battaglia di Stagno ad un mero incidente scaturito da incomprensione e nervosismo del momento; tale narrazione tentò di minimizzare riscrivendo l’accaduto oltre che mettere in circolazione dubbi e false indicazioni.

Per l’autorità fascista repubblicana il Magg. Gamerra si era imbattuto in un posto di blocco dove era scaturita una scaramuccia con i camerati germanici, i tedeschi avevano sparato qualche colpo in aria a scopo di intimazione, ma il Magg. Gamerra, descritto come ostinato e caparbio monarchico, aveva risposto al fuoco e per questo perse inutilmente la vita. Questa fu la tesi ufficiale sostenuta a Pisa dai nazi-fascisti che ebbero anche l’accortezza di costruire una falsa documentazione: rapporti e relazioni da parte tedesca e commenti a latere: articoli di stampa fascista, redatti per diffondere la solidità dell’alleanza e l’amicizia tra i due popoli, non mancarono, tra le righe, di disprezzare e screditare gli ufficiali badogliani e monarchici che si erano opposti e il Gamerra ne era stato un esempio.

Il paradosso sta come qualche particolare di queste informazioni decontestualizzate giunga ancora fino ai nostri giorni riprese da qualche “studioso”. Certo è che una solida cultura del Movimento della Resistenza, come la definiamo oggi, tardò ad arrivare a causa di tutti i gravi e urgenti problemi che dovettero essere affrontati nel dopoguerra, lasciando campo libero alle varie giustificazioni e alle esaltazioni dei partiti, commemorazioni celebrative e discorsi politico dottrinali; solo il recente pieno recupero della memoria con le sofferenze, i lutti, i sacrifici e le scelte operate, realizzata dalle Associazioni dei combattenti e dall’ANPI, avviata nel periodo della Presidenza della Repubblica di Sandro Pertini, ci permette di analizzare pienamente, con onestà intellettuale, quei fatti e gli accadimenti.

Alcuni resoconti d’epoca, citati ma non divulgati, segnalarono persino l’esistenza di testimonianze di uomini del IV gruppo, fedeli camerati che avevano aderito alla RSI; ciò nel tempo si è dimostrato palesemente falso poiché le recenti ricerche condotte sugli IMI, definendone la mappatura, confermano che nessuno degli uomini del IV gruppo di artiglieria del Magg. Gamerra aderì mai alla RSI, furono deportati nei campi di detenzione nazisti o salvati ed in clandestinità.

Per spiegare il meccanismo narrativo del periodo: il bravo tedesco e il cattivo italiano traditore, possiamo mutuare, applicando un ragionamento inverso, da quanto esposto da Filippo Focardi, nella sua pubblicazione del 2016, se riconduciamo lo scopo di tale narrazione ad un metodo di guerra e di indirizzo politico utilizzato per giustificare e assolvere le cosiddette azioni tattiche operate dai nazi-fascisti, veri e propri crimini di guerra. L’autore presenta ed analizza, attraverso la storia politica, i meccanismi giustificativi e di assolvimento, opposti, adottati dopo la fine della II guerra mondiale: metodi di rimozione della colpa che alla fine producono effetti negativi e fomentano odio, allontanando i popoli dal trovare soluzioni ai problemi per la pace e per la guerra.

Il continuo tangibile omaggio spontaneo, durante l’occupazione nazi-fascista, a quelle tombe significò che la popolazione, almeno una parte di essa, non era più così manipolabile dalla propaganda e in tanti non cedevano più alle lusinghe del regime e cominciavano a pensare di testa propria; così iniziò uno straordinario braccio di ferro tra le autorità nazi-fasciste e quella parte di popolazione: non potendo impedire l’accesso al cimitero di Riglione, che comunque veniva sorvegliato, furono organizzati dei blitz da parte della milizia per eliminare fiori e candele dalle tombe, ma il giorno successivo, se non a distanza di poche ore, tutto tornava come prima. Questa battaglia di resistenza disarmata, combattuta a suon di fiori e lumini sulle tombe del Magg. Gamerra e dei suoi soldati durerà per tutta l’occupazione di Pisa. L’ultimo atto venne eseguito dai guastatori tedeschi al momento della ritirata: disposero casse di esplosivo in quella porzione del cimitero e fecero brillare le cariche devastando le tombe.

I Tedeschi non vinsero la battaglia neanche con questa efferata azione, non riuscirono infatti a cancellare la memoria del Magg. Gian Paolo Gamerra e dei caduti del IV gruppo; appena passato il fronte dei combattimenti e liberata Pisa, per volontà di Don Domenico Baldocchi e del Comando unificato delle formazioni del CLN, quella porzione di cimitero venne subito isolata e protetta. Iniziò in seguito un lungo e certosino lavoro sui resti umani fatti a pezzi e sparpagliati, frammischiati ai resti di altri civili sepolti: applicando metodi e tecniche di antropologia forense vennero poco per volta ricomposti. Oggi il Maggiore Gamerra ed i suoi soldati non riposano più nel cimitero di Riglione; molti anni dopo la fine della guerra la Direzione ONORCADUTI del Ministero della Difesa organizzò la riconsegna alle famiglie ed alle Comunità di provenienza, vennero così traslati con tutti gli onori militari. Sul muro del cimitero resta oggi una lapide commemorativa che riporta i loro nomi e nel piazzale campeggia un monumento collocato per volontà dell’ANPI in memoria del Magg. Gian Paolo Gamerra e dei suoi soldati.

Alla liberazione di Roma, nel 1944, vennero istituiti organi d’inchiesta da parte del Governo Italiano per indagare: le cause del crollo militare dello Stato, la mancata difesa di Roma, le gravi responsabilità dei vertici politici e dei comandi delle Forze Armate, “le commissioni ministeriali per l’accertamento dei fatti dell’8 settembre 1943”. I lavori delle commissioni durarono dal 1944 al 1946, la più importante tra esse fu la commissione presieduta dall’Avv. Mario Palermo, esponente del PCI all’epoca Sottosegretario di Stato al ministero della guerra nel governo Bonomi. Il compito specifico era indagare la mancata difesa di Roma, ma la Commissione si scontro con la congiura del silenzio da parte dei generali del R. Esercito nonché la marea di giustificazioni e scarica barile incrociato, rimpallo di responsabilità operative, giustificazioni tecniche sull’impossibilità tattica di reazione che facevano ricadere sui subordinati, fino ai singoli militari dei reparti, la responsabilità del disastro.

La Commissione Palermo, non potendo contare su carte, atti e documenti ufficiali a conferma o smentita di quelle audizioni, estese la sua indagine esaminando quanto era successo in altri luoghi.

Vennero attentamente esaminate le azioni del Maggiore Gian Paolo Gamerra che risultarono l’esatto opposto rispetto le condotte ambigue e ai rimpalli di responsabilità dei generali degli Alti Comandi; la condotta di Gamerra fu giudicata dalle commissioni, e dallo Stato Maggiore, il fulgido esempio di riferimento che smentiva le tesi “sull’impossibilità di reagire” sostenuta da quei generali inquisiti. Gamerra venne infatti seguito nella sfortunata azione da tutti gli uomini del suo reparto e senza esitazione, ciò dimostrava piena capacità tattica e combattiva nonché unità e coesione di quegli uomini con il loro comandante.

Si estese l’esame anche alle condotte tenute dagli altri ufficiali presenti in quella parte della Toscana, come il T. Colonnello Angelo Falconi che scelse di assecondare lo spirito combattivo dei suoi carristi e della popolazione di Piombino, agì d’iniziativa in opposizione agli ordini ambigui e per le sue azioni gli venne in seguito conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il Cap. di Fregata Amedeo Capuano assieme al Cap. di Corvetta Giorgio Bacherini, coordinarono efficacemente le batterie costiere e le difese del porto di Piombino con i loro marinai, assieme ai carristi, militari presenti, guardia di finanza e popolazione insorta, anch’essi rifiutando gli ordini ambigui di cedere il porto alle truppe tedesche. L’esame della condotta del Colonnello Francesco D’Alessio avvenne nel 1946, dopo la sua liberazione dal campo di internamento in Polonia, da un’altra Commissione, essa si svolse inizialmente sotto la lente della mancanza d’iniziativa, il metodo procedurale era cambiato ora conosciuto come “discriminazione”; da subito fu criticato per non avere applicato principi come la “reazione armata” e la “difesa ad oltranza del territorio”, metodi di combattimento ascrivibili ad una datata manualistica risalente alla I^ guerra mondiale, tuttavia l’esame degli elementi, non considerati prima dai membri di quella Commissione, e le risposte precise e puntuali mise in evidenza la sua condotta impeccabile ed elogiato, venne poco dopo promosso Generale. Sull’Ammiraglio Nomis di Pollone non vi fu nulla da ridire, la sua condotta risultò limpida e specchiata rispetto all’8 settembre, tuttavia subì uno scivolone, nel suo successivo comando della flotta cobelligerante a Taranto, nel 1944, per un dissidio con il comandante Fecia di Cossato, eroe di guerra; l’Ammiraglio, ossessionato dal mantenimento di una rigida disciplina, di fronte ad una divergenza di opinioni perse la pazienza e lo fece mettere agli arresti rischiando una sommossa tra quegli equipaggi agitati, stanchi, sfiniti, e lontani dalle famiglie di cui non avevano più notizie; da quel ormai lontano 8 settembre avevano operato in continuo stato di guerra, in missioni al di sopra dell’impossibile, compiendo veri e propri miracoli con quel poco che avevano e di quello che restava della flotta. Di Cossato fu liberato 24 ore dopo, ma perse il comando di Nave Aliseo mentre l’Ammiraglio perse la fiducia e la credibilità, giudicato poco lucido, troppo intransigente ed antiquato, dai suoi stessi pari grado: con occhi di oggi diremmo che quella vicenda scaturì, al di la delle ragioni del contendere, per un crollo da stress post traumatico, un male allora sconosciuto. L’Ammiraglio soffriva in silenzio per la sorte della famiglia, rimasta bloccata nel nord dell’Italia occupata, invece Di Cossato aveva iniziato ad isolarsi, mostrandosi sempre più apatico e quando dopo la sua liberazione dagli arresti militari in fortezza si recò in licenza a Napoli, la sua prima licenza ancor prima dell’8 settembre, nel silenzio di una camera d’albergo si tolse la vita.

La “Commissione Palermo” presentò la sua relazione conclusiva il 5 marzo 1945, nella parte finale le ultime parole affermavano che, l’8 settembre, si sarebbe potuto evitare il disastro. Il documento rimase a lungo segretato, i verbali e le carte furono coperti dal Segreto di Stato e solo più tardi, a partire dal 1965, alcune parti iniziarono a essere accessibili agli storici.

Durante le audizioni dei testimoni la stampa pubblicava però le interviste agli stessi e quando l’accertamento dei fatti passò alla magistratura militare ordinaria istruendo il processo penale si giunse, nel 1949, al proscioglimento e all’assoluzione con formula piena di quei vertici militari coinvolti. La magistratura ribaltò la dura censura espressa dalla “Commissione Palermo” che indicava lo sfaldamento del R. Esercito come l’effetto diretto del tradimento dei vertici, mentre i tribunali del dopoguerra e la difesa degli imputati lo usarono come causa esimente, scaricando la colpa sulle truppe e sull’impossibilità di farsi obbedire dai reparti. Per quanto riportato nelle cronache dell’epoca l’opinione pubblica scaricava così sull’Esercito e sulla Marina le pesanti colpe dell’intera sconfitta della guerra ed ignorava invece l’apporto dato da essi alla Resistenza ed alla Guerra di Liberazione.

I combattimenti di Stagno, gli scontri di Livorno, la difesa del caposaldo di Ardenza ed il contrattacco dei Bersaglieri della scuola d’armi di Castiglioncello (LI) guidati dal Capitano Giuseppe Scarani, poi conosciuto con il nome di battaglia “Carega” nella Resistenza, l’eroica difesa di Piombino, vennero valutati tutti come esempio di combattività intatta dei reparti minori, i quali, nonostante l’isolamento e la penuria di munizioni, erano perfettamente in grado di fermare tatticamente i tedeschi se guidati da ufficiali determinati a battersi.

Al Maggiore Gian Paolo Gamerra, cui oggi è intitolata a Pisa la Caserma sede del Centro Addestramento Paracadutisti “CAPAR” (in precedenza SMIPAR), fu attribuita la Medaglia D’Oro al Valor Militare alla memoria con Decreto Luogotenenziale del 16 novembre 1944, il riconoscimento arrivò a poco più di un anno dal suo sacrificio. Il conferimento tempestivo, avvenuto poco dopo la liberazione di Pisa e mentre il nord Italia era ancora sotto occupazione tedesca, servì a sancire formalmente il valore del suo operato, elevando la figura di Gamerra a uno dei primissimi simboli eroici della riscossa militare e della resistenza italiana.

Abstract by

Giuseppe Antonio Cacciatore

"in ricordo di mio padre Leonardo, Marinaio (SDT) di appena 19 anni di stanza a Livorno, sopravvisse a quei fatti d’armi con coraggio e molta fortuna"

References:

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Nota della redazione:

A seguito notifica del Comando di appartenenza, Prot. n.2026/08662/C/U del 17/4/2026, con Decreto del Ministero della Difesa, Direzione Generale della previdenza militare e della leva, 5° Ufficio, il Capitano Commissario CACCIATORE Giuseppe Antonio, Agrigento, classe 1957, cessa di appartenere al Ruolo Normale Riserva del Corpo Militare Volontario della C.R.I. in virtù dell’art. 1666 del Codice dell’Ordinamento Militare ed è collocato in “congedo assoluto per raggiunti limiti d’età” conservando il Titolo e l’Onore del proprio grado, delle onorificenze e delle qualifiche militari conseguite durante la sua attività di servizio, oltre alla facoltà di continuare ad indossare, mantenendone il decoro, l’uniforme durante la partecipazione a commemorazioni militari di rilevanza nazionale e di corpo.

Al Capitano Cacciatore vanno le nostre congratulazioni per il traguardo raggiunto, il ringraziamento per il servizio prestato nella formazione D.I.U. presso gli Enti ed i Reparti del nostro presidio militare di Pisa, infine l’augurio che nonostante il meritato “congedo assoluto” egli possa in futuro continuare a prestare la sua collaborazione di ricercatore storico a nostre future iniziative editoriali.

     Roberto Marchetti

L’eccidio di San Rossore

L’eccidio di San Rossore

L’eccidio di San Rossore, o strage dell’Idrovora, fu uno dei più gravi massacri nazisti compiuti contro civili in Toscana durante la ritirata tedesca del 1944. Il 9 agosto, nella Tenuta di San Rossore presso l’idrovora del Fiume Morto tra Pisa e San Giuliano Terme, una pattuglia del 16° battaglione esploratori della 16ª SS-Panzergrenadier-Division “Reichsführer-SS”, agli ordini del maggiore Walter Reder, uccise nove civili appartenenti a due famiglie sfollate rifugiate nella pineta. Le vittime furono soprattutto donne e ragazze adolescenti, mentre gli uomini superstiti vennero catturati e deportati.

La strage avvenne nel contesto della ritirata tedesca lungo la Linea Gotica, quando Pisa aveva assunto un ruolo strategico per la difesa del fronte. In Toscana occupazione militare, rastrellamenti e deportazioni colpivano duramente la popolazione civile, costretta spesso a rifugiarsi nei boschi e nelle campagne per sfuggire ai lavori forzati imposti dai tedeschi. Anche la Tenuta di San Rossore era stata militarizzata e trasformata in presidio delle SS.

Tra gli sfollati nascosti nella pineta vi erano le famiglie Scudeller e Davini, rifugiate in un riparo improvvisato vicino all’idrovora. Il 9 agosto una pattuglia delle SS scoprì il rifugio durante un rastrellamento. Pur non trovando partigiani o combattenti armati, i soldati aprirono il fuoco contro i civili, uccidendo donne e bambini e deportando gli uomini adulti.

Le vittime furono Lina e Anna Bucciarelli, Elda Davini, Eva Del Chicca-Davini, Ruffo Davini, Ermenegilda Giraldi, Elena, Nerina e Jolanda Scudeller. L’eccidio colpì quasi interamente due nuclei familiari e rappresentò uno dei numerosi massacri compiuti dalla 16ª SS “Reichsführer-SS” durante la ritirata in Toscana ed Emilia-Romagna.

     Roberto Marchetti

Fonti: wikipedia.org. Parcosanrossore.org. Lanazione.it

Foto: Roberto Marchetti

Coordinate del luogo: 43.734251, 10.309988