Operazione Pace in Galilea
Il 22 agosto 1982 segnò una tappa cruciale nella storia del conflitto israelo-palestinese e dell’intervento israeliano in Libano: iniziò l’espulsione dell’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) da Beirut Ovest, dove si erano asserragliati circa 7.000 guerriglieri palestinesi, in prevalenza appartenenti al gruppo al-Fatah di Yasser Arafat. La ritirata della OLP, negoziata con la mediazione internazionale guidata dall’inviato americano Philip Habib, giungeva al termine di una lunga escalation militare e politica, avviata il 6 giugno con il lancio da parte di Israele dell’operazione “Pace in Galilea”. In una settimana l’IDF (Israel Defense Forces) raggiunse la periferia della capitale libanese e, dopo settimane di combattimenti, bombardamenti e assedi, fu concordato un cessate-il-fuoco definitivo che comportò l’espulsione della OLP dal Libano e un parziale ritiro delle truppe siriane. L’intervento israeliano aveva l’obiettivo dichiarato di eliminare la minaccia rappresentata dalla presenza palestinese armata al confine settentrionale di Israele, ridurre drasticamente l’influenza siriana sul Libano e favorire l’insediamento a Beirut di un governo cristiano filoisraeliano.
Le premesse dell’operazione si radicano nella travagliata storia del movimento palestinese e nella complessa situazione interna del Libano. Dopo la Nakba del 1948 e la guerra arabo-israeliana, più di 100.000 rifugiati palestinesi si riversarono in Libano, mentre altri si stabilirono in Giordania e nella Striscia di Gaza. Nel corso degli anni, si svilupparono numerose organizzazioni armate palestinesi, tra cui spiccava al-Fatah, fondata nel 1954 da Yasser Arafat con l’intento di condurre raid contro Israele. Spostandosi da Gaza a Beirut e infine a Damasco con l’appoggio del regime di Hafez al-Assad, la rete di al-Fatah si ampliò, costruendo una fitta maglia di “santuari” operativi tra Libano, Siria e Cisgiordania.
Nel 1964 la Lega Araba promosse la creazione dell’OLP, che nel 1969 passò sotto la guida di al-Fatah e quindi di Arafat. Il Libano, paese già segnato da fragili equilibri confessionali, divenne un rifugio sempre più importante per i palestinesi armati dopo il sanguinoso Settembre Nero del 1970, in cui l’esercito giordano reprimette duramente i feddayn costringendoli a trasferirsi in massa in territorio libanese. L’ingresso dei guerriglieri palestinesi, armati e organizzati, alterò drasticamente gli equilibri politici e sociali del Libano, contribuendo a gettare benzina sul fuoco della guerra civile esplosa nell’aprile del 1975, innescata dall’attentato al leader cristiano Pierre Gemayel e dai successivi scontri tra falangisti maroniti e miliziani palestinesi a Ein al-Rumani.
Nel 1976 la Siria intervenne nel conflitto libanese inviando le proprie truppe, ufficialmente per proteggere i cristiani, ma successivamente anche per contenere l’OLP, pur continuando a utilizzarla come leva strategica contro Israele. Il suo ingresso fu tollerato da Israele a patto che non venissero schierati missili SAM nella Valle della Bekaa e che le truppe siriane restassero lontane dai confini israeliani. In questo scenario il Libano divenne un teatro di coesistenza armata tra forze cristiane, milizie palestinesi, esercito siriano, gruppi drusi e sciiti, questi ultimi ancora marginali ma destinati a emergere in seguito con la formazione di Hezbollah nel 1984.
La crescente potenza militare dell’OLP nel sud del Libano, concretizzatasi in basi fortificate a Tiro, Sidone e Damour, in lanciarazzi, artiglieria e mezzi corazzati, spinse il governo israeliano di Menachem Begin, con Ariel Sharon alla Difesa, a considerare un intervento militare su larga scala. Un primo tentativo di “pulizia” fu l’operazione Litani del 1978, che si concluse con un ritiro israeliano e la creazione della zona cuscinetto sotto controllo delle milizie cristiane del maggiore Haddad e con l’arrivo della forza UNIFIL delle Nazioni Unite. La minaccia palestinese, tuttavia, non venne eliminata. Nel 1980 il Libano era ormai diviso in settori: la Siria controllava il 45% del territorio, l’OLP il 20%, i cristiani il 25% e il resto era nelle mani delle milizie cristiane alleate di Israele.
Il pretesto formale per l’invasione israeliana del 1982 fu il tentato assassinio dell’ambasciatore israeliano a Londra, Shlomo Argov, il 3 giugno, da parte di uomini del gruppo scissionista di Abu Nidal. Israele accusò l’OLP, nonostante la sua estraneità all’attacco, e due giorni dopo lanciò l’operazione “Pace in Galilea” con l’invasione del Libano meridionale. Gli obiettivi operativi variavano in tre piani: il primo limitato alla zona di Sidone, il secondo fino a Beirut senza entrarvi, il terzo, il più ambizioso, mirava all’espulsione della OLP, alla sconfitta della Siria e al controllo della Beirut-Damasco.
L’offensiva israeliana fu massiccia: 78.000 soldati, sette divisioni e due brigate autonome, 800 carri armati, 1.500 veicoli blindati, artiglieria pesante e il pieno appoggio di Marina e Aeronautica. Gli aerei israeliani, tra cui F-4E Phantom, F-15, F-16, Mirage III e Kfir, condussero massicci raid che neutralizzarono rapidamente le difese siriane nella Valle della Bekaa. L’OLP, con 15.000 combattenti dislocati in postazioni sparse e scarsamente coordinate, si trovò presto in difficoltà. I siriani schieravano 22.000 uomini, 350 carri armati e 300 APC, ma le loro difese antiaeree furono annientate nel giro di poche ore.
Entro una settimana le truppe israeliane raggiunsero la periferia di Beirut e si pose il dilemma se assediare la città o attendere la resa dei guerriglieri. Le milizie cristiane di Bashir Gemayel, che inizialmente avrebbero dovuto entrare a Beirut Ovest per evitare agli israeliani l’onere della guerra urbana, si rifiutarono di combattere casa per casa, lasciando l’IDF sola di fronte all’assedio. A partire dal 1° luglio furono lanciati volantini e annunci radio per avvertire i civili e spingerli alla fuga, mentre l’assedio venne formalmente avviato il 3 luglio.
L’artiglieria israeliana e i bombardamenti aerei colpirono duramente le postazioni palestinesi e provocarono danni enormi a Beirut Ovest, suscitando reazioni negative nella comunità internazionale e negli stessi Stati Uniti. L’inviato americano Philip Habib intensificò i suoi sforzi diplomatici, mentre il presidente Reagan esercitava forti pressioni su Tel Aviv. Il 12 agosto un pesantissimo bombardamento di oltre dieci ore fu seguito da un’accelerazione delle trattative. Il premier Begin avocò a sé tutte le decisioni militari, esautorando Sharon, e il 21 agosto accettò il cessate-il-fuoco. Quello stesso giorno giunsero a Beirut i primi contingenti della Forza Multinazionale di Pace, composta da paracadutisti francesi, soldati americani e italiani, questi ultimi alla loro prima missione internazionale dopo la Seconda guerra mondiale.
Il 23 agosto cominciò il ritiro dell’OLP: gruppi di miliziani vennero imbarcati su navi verso Cipro, Tunisia, Algeria, Yemen e altri paesi arabi. Entro il 1° settembre gli ultimi combattenti palestinesi lasciarono Beirut, mentre Arafat stabiliva il nuovo quartier generale a Tunisi. In totale furono circa 7.100 i guerriglieri espulsi, a cui si aggiunsero oltre 5.000 membri delle forze collegate, ponendo fine alla presenza armata palestinese organizzata in Libano. L’operazione “Pace in Galilea”, concepita come una rapida azione militare per neutralizzare una minaccia, si era trasformata in una lunga e controversa campagna, destinata a segnare per sempre la storia del Libano, della causa palestinese e della strategia militare israeliana.
Roberto Marchetti
Fonte: analisidifesa.it