Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP)
L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nacque nel 1964 a Gerusalemme per iniziativa della Lega Araba, in un contesto storico segnato dal conflitto arabo-israeliano esploso dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 e dalla conseguente Nakba, l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre. La sua istituzione rispondeva all’esigenza di dare una rappresentanza unitaria al popolo palestinese, allora frammentato tra i campi profughi e i diversi paesi arabi in cui era disperso, con l’obiettivo dichiarato di liberare la Palestina attraverso la lotta armata contro Israele. L’OLP si configurò sin da subito come un’organizzazione “ombrello”, comprendente partiti politici, gruppi di resistenza e personalità indipendenti, e si strutturò con un assetto istituzionale che prevedeva un Consiglio Nazionale Palestinese (CNP), organo legislativo e di indirizzo, incaricato di stabilire le linee politiche e di eleggere il Comitato Esecutivo, il quale a sua volta fungeva da organismo esecutivo e da rappresentanza internazionale.
Negli anni successivi alla fondazione, l’OLP divenne il punto di riferimento per la causa palestinese a livello regionale e internazionale, guadagnando progressivamente il riconoscimento come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese, soprattutto dopo che la sua guida fu assunta da Yasser Arafat e dal suo movimento, al-Fatah, la principale formazione politico-militare palestinese. Gli anni Sessanta e Settanta furono contrassegnati da un’intensa attività armata e da un ruolo centrale dell’OLP nel più ampio confronto tra Israele e il mondo arabo, in un’epoca segnata dalle guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973 e dalla radicalizzazione del conflitto. Dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967, che sancì l’occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est, Sinai e Golan, la questione palestinese acquisì un peso crescente nell’arena internazionale e l’OLP assunse sempre più il volto di un movimento di resistenza nazionale.
Il percorso dell’organizzazione conobbe tuttavia una trasformazione significativa a partire dagli anni Ottanta, in particolare dopo l’invasione israeliana del Libano nel 1982, che costrinse l’OLP a trasferire la propria base da Beirut a Tunisi, riducendone la capacità militare e spingendola verso una maggiore attenzione alla dimensione diplomatica. La prima Intifada, esplosa nei territori palestinesi occupati nel 1987, accelerò questo processo di mutamento politico, segnando l’emergere di nuove forze, tra cui Hamas, che mettevano in discussione la leadership storica dell’OLP. Nel nuovo scenario internazionale, caratterizzato dalla fine della Guerra Fredda e da una crescente pressione della comunità internazionale per la ricerca di una soluzione negoziata, l’organizzazione guidata da Arafat intraprese un percorso di riconoscimento reciproco con Israele.
Il momento di svolta fu rappresentato dalla firma degli Accordi di Oslo nel 1993, sotto la presidenza di Arafat e con la mediazione degli Stati Uniti. In quell’occasione, per la prima volta l’OLP riconobbe ufficialmente il diritto all’esistenza dello Stato di Israele e rinunciò all’obiettivo originario della liberazione dell’intera Palestina storica, ridefinendo la propria strategia in favore della costruzione di uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967, con capitale Gerusalemme Est. Gli Accordi portarono alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), organismo di autogoverno incaricato di amministrare la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, sotto la guida politica dell’OLP e con Arafat come suo primo presidente. Questo passaggio sancì un profondo cambiamento nella natura dell’organizzazione, che da movimento di liberazione nazionale prevalentemente militare si trasformò in un attore politico-istituzionale, impegnato nella costruzione di un embrione di entità statale.
Tuttavia, la nuova linea politica dell’OLP non mancò di suscitare divisioni interne e contestazioni tra i palestinesi. La rinuncia alla lotta armata e la scelta negoziale furono accolte con scetticismo da parte di alcune fazioni interne all’organizzazione e da altri gruppi esterni, come Hamas e la Jihad islamica, che si opposero apertamente agli Accordi di Oslo, ritenuti una resa rispetto alle aspirazioni nazionali. Con il tempo, inoltre, l’OLP andò incontro a un progressivo indebolimento: se negli anni Settanta e Ottanta aveva rappresentato la voce indiscussa del popolo palestinese, dagli anni Novanta in avanti perse gradualmente influenza, schiacciata tra le difficoltà del processo di pace, l’espansione degli insediamenti israeliani, la frammentazione interna e la competizione con nuove forze politiche e militari emerse soprattutto a Gaza.
Oggi l’OLP mantiene il suo ruolo di rappresentanza internazionale, con uno status di osservatore permanente presso le Nazioni Unite ottenuto già negli anni Settanta e confermato nel tempo, ma la sua capacità di incidere sulla realtà politica palestinese si è ridotta, limitandosi in gran parte alla Cisgiordania, attraverso la mediazione e il controllo politico sull’Autorità Nazionale Palestinese. La parabola dell’OLP, dalla nascita in un Medio Oriente ancora segnato dal panarabismo e dalle guerre arabo-israeliane, al riconoscimento internazionale come rappresentante del popolo palestinese, fino al ripiegamento istituzionale e alla perdita di centralità nel XXI secolo, riflette non solo le vicende interne della leadership palestinese, ma anche le trasformazioni geopolitiche regionali e globali che hanno scandito oltre mezzo secolo di conflitto mediorientale.
Roberto Marchetti
Fonte: wikipedia.org. infopal.it. ambasciatapalestina.com