Maria José del Belgio

Maria José Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella di Sassonia Coburgo-Gotha, più nota come Maria José del Belgio, nacque a Ostenda il 4 agosto 1906. Figlia di Alberto I, che dal 1909 fu re dei Belgi, e di Elisabetta Gabriella, duchessa in Baviera, crebbe in un ambiente familiare fortemente permeato di cultura, apertura intellettuale e sensibilità artistica. I nonni paterni erano il conte Filippo di Fiandra e la principessa Maria di Hohenzollern-Sigmaringen, mentre i materni erano il duca Carlo Teodoro in Baviera e la sua seconda moglie, Maria José di Braganza, infanta del Portogallo. Trascorse l’infanzia insieme ai fratelli Leopoldo e Carlo Teodoro, formandosi in un contesto in cui lo studio della musica, della letteratura e delle discipline sportive si intrecciava con l’educazione civile e politica, improntata dal padre a ideali liberali e persino socialisteggianti. La Grande Guerra segnò profondamente la sua giovinezza: mentre Alberto I guidava personalmente l’esercito belga, conquistandosi la fama di “re cavaliere”, e la madre Elisabetta assisteva i feriti, Maria José e i fratelli furono inviati in Inghilterra, dove studiarono presso il convento delle Orsoline di Brentwood. Fin da bambina era stata destinata dai genitori a sposare l’erede al trono d’Italia, Umberto di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele III ed Elena del Montenegro. Per prepararsi a questo futuro matrimonio fu inviata a studiare in Italia, presso il collegio della Santissima Annunziata a Villa di Poggio Imperiale, dove apprese la lingua italiana e conobbe per la prima volta Umberto nel 1916 al castello di Lispida a Monselice. Terminati gli studi italiani, proseguì la formazione presso il collegio delle suore del Sacro Cuore al castello di Linthout, in Belgio.
L’8 gennaio 1930, a Roma, nella Cappella Paolina del Quirinale, sposò il Principe di Piemonte. Dopo la cerimonia nuziale, gli sposi furono ricevuti da papa Pio XI, che aveva da poco sottoscritto i Patti Lateranensi, suggellando la riconciliazione tra Stato italiano e Santa Sede. I primi anni di matrimonio furono trascorsi a Torino, dove Umberto comandava il 92º reggimento di fanteria. In questo periodo emersero i contrasti tra la principessa e la corte sabauda: l’apertura culturale e il liberalismo del suo retroterra mal si conciliavano con il rigore e la rigidità della monarchia italiana, né con l’ossequio del marito verso l’autorità paterna e le convenzioni di corte. Maria José scelse di coltivare relazioni indipendenti con intellettuali e artisti, distaccandosi dalla vita sociale tradizionale dell’aristocrazia piemontese e romana.
Il trasferimento a Napoli nel 1933 segnò una parentesi più serena. La città e i suoi abitanti le rimasero cari per tutta la vita. In questo periodo nacquero tre dei quattro figli della coppia: Maria Pia (1934), Vittorio Emanuele (1937), erede al trono, e Maria Gabriella (1940). L’ultima, Maria Beatrice, venne al mondo nel 1943 a Roma. La principessa si occupò personalmente della loro educazione, pur dovendo rinunciare al desiderio di iscriverli a scuole pubbliche, accontentandosi di un’istitutrice montessoriana, la signorina Paolini, che rimase al loro fianco fino all’esilio. Ma gli anni napoletani furono anche funestati da gravi lutti: la morte del padre Alberto nel 1934, avvenuta durante un incidente di montagna, e quella della cognata Astrid, regina dei Belgi, deceduta nel 1935 in un incidente automobilistico.
I rapporti di Maria José con il regime fascista furono sin dall’inizio problematici. L’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista, la guerra d’Etiopia del 1935, le sanzioni internazionali, l’Asse Roma-Berlino del 1936 e soprattutto le leggi razziali del 1938 suscitarono in lei aperta ostilità. Quando Hitler visitò Roma nel 1938, già nutriva sentimenti di ripulsa verso Mussolini e la dittatura. Secondo fonti diplomatiche inglesi, nello stesso anno avrebbe persino tentato, insieme ad alti ufficiali e a figure politiche come Pietro Badoglio, Dino Grandi e Galeazzo Ciano, un colpo di Stato per rovesciare Mussolini, costringere Vittorio Emanuele III ad abdicare e affidare la reggenza a lei stessa in nome del figlio Vittorio Emanuele. Questo progetto, mai concretizzato, rimase confinato a riunioni riservate. Da quel momento i suoi rapporti con il regime si raffreddarono ulteriormente: evitava la compagnia di gerarchi fascisti come Starace, Muti, Farinacci e Pavolini, preferendo coltivare rapporti con figure estranee al fascismo, come Gabriele d’Annunzio, Arturo Toscanini, Thomas Mann e Giuseppe Antonio Borgese. Mussolini, diffidente e freddo nei suoi confronti, ordinò al capo della polizia Arturo Bocchini di sorvegliarla costantemente e impose alla stampa di non definirla principessa ereditiera, ma solo Principessa di Piemonte.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Maria José non nascose le proprie perplessità. Considerava l’entrata in guerra dell’Italia un errore fatale e sosteneva che l’unica via per evitare sofferenze al popolo fosse la caduta del fascismo. Dal 1941 al 1943 intessé una fitta rete di contatti con esponenti antifascisti: Benedetto Croce, Umberto Zanotti Bianco, Ugo La Malfa, Alcide De Gasperi, Ivanoe Bonomi, Elio Vittorini, monsignor Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. Incurante dei rischi, agì come tramite fra opposizione e monarchia, guadagnandosi nell’ambiente di corte la definizione di “unico uomo di Casa Savoia”. Dopo il bombardamento di Roma del 19 luglio 1943, il re fu convinto ad agire. Il 25 luglio Mussolini fu destituito e arrestato: Maria José seppe la notizia due ore prima dell’annuncio ufficiale. Pochi giorni dopo, Vittorio Emanuele III, che non le rivolgeva la parola da oltre due anni, la convocò e le impose di troncare ogni rapporto politico, confinandola con i figli a Sant’Anna di Valdieri sotto la sorveglianza della cognata Iolanda. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 trovò rifugio in Svizzera, a Montreux, poi a Oberhofen, per evitare i progetti nazisti di rapire il figlio. Qui riprese i contatti con antifascisti in esilio, tra cui Luigi Einaudi, e riuscì persino a trasportare armi ai partigiani. Nel febbraio 1945, mentre il Terzo Reich crollava, attraversò le Alpi con gli sci per rientrare in Italia, accolta dai partigiani che la condussero a Racconigi, da dove fu poi ricondotta a Roma per ricongiungersi con Umberto dopo due anni di separazione.
Il 9 maggio 1946, mentre tornava da una visita come ispettrice della Croce Rossa a Cassino, fu informata che il marito era divenuto re dopo l’abdicazione del suocero. Nacque così la figura della “regina di maggio”: il suo regno come consorte durò appena trentatré giorni, il più breve nella storia dell’Italia unita, e coincise con il referendum istituzionale del 2 giugno, che sancì la nascita della Repubblica. Priva di illusioni, non mostrò entusiasmo, consapevole dell’imminente sconfitta della monarchia. Il 5 giugno Umberto le comunicò la proclamazione della Repubblica e l’imminente esilio. Avrebbe voluto rivedere Napoli, ma il marito glielo impedì, fedele all’impegno preso con De Gasperi di lasciare l’Italia senza indugio.
L’esilio, iniziato in Portogallo e poi proseguito in Svizzera, segnò la frattura definitiva con Umberto. Si separò presto dal consorte, portando con sé il figlio Vittorio Emanuele a Merlinge, mentre le figlie restarono a lungo col padre. Viaggiò molto, visitando Cina, India, Unione Sovietica, Polonia, Cuba e Stati Uniti, dedicandosi alla ricerca storica su Casa Savoia e alla cultura musicale, istituendo premi e scrivendo saggi che le valsero la Legion d’onore francese. Il matrimonio, già fragile, naufragò definitivamente, e la solitudine divenne il tratto dominante della sua vita, segnata anche da rapporti difficili con i figli, che la accusavano di autoritarismo. Confidò in seguito che avrebbe dovuto “fuggire la notte delle nozze” e dichiarò di aver votato scheda bianca al referendum del 1946, per non dover votare “per se stessa e il marito”. Negli ultimi anni trovò un certo riavvicinamento con la figlia Maria Beatrice, con la quale visse in Messico tra il 1992 e il 1996, prima di tornare in Europa.
Maria José del Belgio morì a Thônex, presso Ginevra, il 27 gennaio 2001. Per sua volontà fu sepolta accanto al marito nell’abbazia di Altacomba, in Alta Savoia. Ai funerali parteciparono numerosi membri delle famiglie reali europee, tra cui Juan Carlos I di Spagna, i reali di Belgio e Lussemburgo, Alberto II di Monaco, gli ex sovrani di Bulgaria e Grecia, Farah Diba, Michele di Jugoslavia. Durante le esequie furono eseguiti l’inno nazionale sardo e canti alpini, mentre papa Giovanni Paolo II inviò un messaggio di cordoglio al figlio Vittorio Emanuele. Figura colta, inquieta e complessa, regina per un solo mese ma protagonista di vicende cruciali, Maria José rimase per molti un simbolo irrisolto della modernizzazione mancata della monarchia italiana.
Roberto Marchetti
Fonte: thefinitive.com
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