Somalia 1933
Somalia 1993 – Ricordi di un Paracadutista della Folgore: Il cuore del Battaglione Logistico tra sabbia, onore e umanità

“Una nuova pagina Facebook Operazione Ibis Restore Hope 1992-1993 Folgore mi ha indotto a inviare in anteprima all’Amministratore della pagina alcune foto di quel periodo che intendevo pubblicare. Mi ha poi chiesto di corredarle con un ricordo scritto… ed eccomi qui, a tentare di racchiudere in poche righe emozioni che porto nel cuore da più di trent’anni.”
Correva – o meglio, volava – l’anno 1993. All’epoca ero Maggiore e ricoprivo l’incarico di Capo Sezione TRAMAT dell’Ufficio Logistico del Comando Brigata Paracadutisti Folgore. Il 17 marzo di quell’anno fui inviato, per conto dell’ONU, a prestare servizio con lo stesso incarico presso il Comando ITALFOR IBIS 2 in Somalia.
Un incarico da “topo d’ufficio”, apparentemente, ma in realtà un’esperienza profonda e formativa, preludio di un legame indissolubile con il Battaglione Logistico “Folgore”, che avrei poi avuto l’onore di comandare qualche anno dopo.
Il Battaglione era già schierato a Balad, circa 40 km a nord-ovest di Mogadiscio, dove assicurava il supporto logistico alla Brigata Folgore, attività umanitarie per la popolazione locale e persino assistenza e sostegno tecnico ai contingenti di altre nazioni – tra cui Stati Uniti, Corea e Pakistan.
Era la mia prima missione fuori area. Lasciai la mia famiglia – mia moglie, 38 anni, e due figli adolescenti – tra lacrime e orgoglio. Ma il dovere chiama. E così, con nel cuore la formula del giuramento prestato anni prima (“adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni”), preparai lo zaino.
Mia moglie volle infilare nel mio bagaglio una busta dei miei biscotti preferiti. Un piccolo gesto d’amore che avrebbe avuto un curioso epilogo.
Appena atterrato a Mogadiscio, mi colpì subito quel caldo soffocante, come se un gigantesco phon soffiasse aria bollente e sabbia direttamente sul portellone dell’aereo. Il viaggio in AR/76 verso l’ex ambasciata italiana mi mostrò un mondo sconvolto: miseria, distruzione, e un odore penetrante di morte, accentuato da un dromedario in decomposizione lungo la strada.
Durante i mesi a Balad, osservai una realtà che avrebbe cambiato per sempre il mio modo di vedere la vita e l’Italia.
Vidi abitazioni costruite con rami e paglia; ibis bianchi dal becco nero solcare i cieli del deserto; carcasse di auto e aerei abbandonati; camion stracarichi di paglia guidati da uomini scalzi.
Eppure, in quel contesto di desolazione, c’erano anche la dignità e la bellezza: le donne somale, eleganti anche nella povertà, percorrevano chilometri con un’anfora d’acqua sul capo; bambini bellissimi correvano sorridenti verso i nostri mezzi, raccogliendo con le mani gli spaghetti che offrivamo loro con affetto.
Visitai l’orfanotrofio “Guglielmo Marconi” di Balad, dove i piccoli ci accolsero agitando bandierine italiane. Quell’immagine mi toccò profondamente: scrissi una lettera al quotidiano Il Giornale, che la pubblicò, generando un’ondata di solidarietà e aiuti dall’Italia, grazie anche all’impegno delle mogli dei militari, coordinate dalla moglie del Generale Loi, comandante della Brigata.
Un episodio curioso chiuse quei mesi intensi: i biscotti che mia moglie mi aveva dato sembravano sparire. Ogni sera ne trovavo di meno, sbriciolati. Finché scoprii che condividevo la “razione dolce” con un topo, che di notte si infilava nella confezione sul mio improvvisato comodino.
Tra il caldo, la sabbia, la clorochina e la nostalgia, quell’esperienza mi lasciò soprattutto orgoglio e gratitudine. Orgoglio per essere parte della Folgore, per aver servito l’Italia tra la polvere d’Africa e per aver visto, anche in mezzo al dolore, l’umanità resistere.
Come recita il motto che da sempre accompagna la nostra grande famiglia paracadutista:
“Diam l’ALI alla Vittoria. Sempre, comunque e dovunque.”
Ferdinando Guarnieri
Fonte (AGENPARL) – Roma, 1 Novembre 2025