Operazione Restore Hope
UNITAF, nota anche come Operazione Restore Hope, rappresenta un capitolo cruciale e complesso dell’intervento internazionale in Somalia all’inizio degli anni Novanta: concepita dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per stabilizzare un paese precipitato in condizioni di anarchia e in una grave crisi umanitaria, l’operazione è formalmente attestata come svolta tra il 3 dicembre 1992 e il 4 maggio 1993 e venne condotta sotto il controllo operativo degli Stati Uniti, con il coordinamento politico disposto dall’amministrazione del presidente Bill Clinton attraverso l’ambasciatore Robert Oakley e con il comando militare affidato al generale Robert B. Johnston; la missione fu seguita da un successivo mandato UNOSOM II.
Il ricorso a UNITAF fu la risposta diretta all’inefficacia dimostrata da UNOSOM I, avviata nell’aprile del 1992, e nacque dall’esigenza di creare una cornice di sicurezza minima che permettesse interventi umanitari. distribuzione di cibo, assistenza medica, programmi di vaccinazione per i bambini, ricostruzione di strutture statali, e al contempo di avviare il disarmo delle fazioni armate che alimentavano il conflitto anche attraverso forme di finanziamento illecite, quali il commercio di droga e il traffico di rifiuti tossici. L’arrivo delle forze ONU si concretizzò subito: il 4 dicembre 1992 unità delle forze armate statunitensi fecero il loro ingresso in Somalia e nei giorni successivi giunsero contingenti da Italia, Belgio, Nigeria, Malaysia, Pakistan, India, Emirati Arabi Uniti e Australia; queste forze permisero l’attivazione di iniziative umanitarie e la realizzazione di operazioni mediche come l’operazione More Care, finalizzata all’erogazione di cure mediche e dentarie alla popolazione. Nonostante alcuni segnali iniziali di cooperazione, a fine dicembre, secondo la fonte, i leader di due fazioni importanti, Aidid e Ali Mahadi, sottoscrissero un accordo che lasciava intravedere una possibile de-escalation, l’occupazione internazionale del territorio si scontrò ripetutamente con l’ostilità delle milizie locali: il dispiegamento previsto per l’operazione Restore Hope fu completato il 4 gennaio 1993 con lo schieramento di oltre 25.000 caschi blu, ma le forze ONU vennero frequentemente messe in difficoltà da attacchi diretti e da manifestazioni ostili orchestrate dalle fazioni in lotta. In questo contesto i marines statunitensi intrapresero operazioni di ricerca e distruzione di arsenali e depositi di armi, sequestrando e distruggendo, tra il 7 e il 16 gennaio, oltre 1.200 tonnellate di materiale bellico; nel corso di questi scontri la prima vittima del corpo di spedizione multinazionale fu il marine Domingo Arroyo. La partecipazione italiana, identificata nel documento con la sigla ITALFOR IBIS, fu la seconda per consistenza numerica dopo quella americana e si caratterizzò per il contributo di unità specializzate e per un impiego articolato su più fronti: i primi reparti italiani a sbarcare furono incursori paracadutisti del “Col Moschin” e carabinieri paracadutisti del 1º Reggimento CC Paracadutisti “Tuscania”, giunti il 13 dicembre e autori, due giorni dopo, di un’operazione che consentì la liberazione dell’ambasciata italiana occupata senza ricorrere all’uso della forza; il contingente italiano comprendeva inoltre il 24º Gruppo Navale (in operatività dall’11 dicembre 1992 al 14 aprile 1993), al comando del Capitano di Vascello Sirio Pianigiani, e composto dall’incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto, dalla fregata Grecale, dal rifornitore Vesuvio e dalle LPD San Giorgio e San Marco, oltre al Battaglione San Marco; l’arrivo in teatro, datato 22 dicembre nella fonte, vide lo sbarco di 23 mezzi anfibi e 16 mezzi cingolati del Battaglione San Marco e il contributo iniziale di circa 400 fucilieri di marina, portando il totale delle forze italiane impegnate a circa 800 unità. Contemporaneamente la nave civile Sardinia Viva, noleggiata dal governo italiano, trasportò personale logistico della Brigata paracadutisti “Folgore”, la quale fornì una testa di ponte essenziale per il successivo schieramento di ulteriori reparti; tra questi il 132º Reggimento Carri operò con unità a rotazione equipaggiate con carri M60, vi furono reparti dei Lancieri di Montebello dotati di autoblindo FIAT 6614 e blindo pesanti Centauro, e successivamente si aggiunse il 186º Reggimento paracadutisti “Folgore”. La base operativa italiana venne stabilita a Balad, nei pressi della vecchia accademia militare somala, mentre un contingente più ridotto fu stanziato nel porto di Mogadiscio; l’esercito italiano, operando lungo la cosiddetta via Imperiale, retaggio della colonizzazione italiana e della successiva amministrazione fiduciaria (1950–1960), istituì sei checkpoint identificati con i nomi Obelisco, Banca, Demonio, Nazionale, Ferro e Pasta, e concentrò le proprie attività principalmente nell’area di Mogadiscio e lungo l’asse Balad–via Imperiale, privilegiando strategie di contatto con la popolazione e cercando di sfruttare, anche sul piano simbolico, l’immagine storica lasciata dal periodo coloniale e dal mandato fiduciario. Le operazioni di disarmo vennero tuttavia ostacolate dall’impiego strumentale delle masse da parte delle fazioni per compensare la loro inferiorità militare, e con l’allargamento delle ispezioni e delle ricerche di depositi di armi a tutto il territorio la Folgore subì attacchi, in particolare nella regione del Medio Shabelle il 2 febbraio, mentre incarichi specifici affidati all’ITALFOR includevano anche la formazione della nuova polizia somala, svolta da unità dei carabinieri. Il deterioramento progressivo della situazione, con manifestazioni popolari sempre più frequenti contro i caschi blu e attacchi audaci a reparti australiani, belgi e italiani, nonché il ridimensionamento della presenza statunitense decisa dal Pentagono, portarono l’ONU ad un ripensamento operativo: con la risoluzione 814 del 26 marzo 1993 venne avviata l’operazione UNOSOM II, che ampliò il mandato autorizzando i caschi blu all’uso della forza per il disarmo delle fazioni e prevedendo un nuovo approccio di stabilizzazione; la missione UNOSOM II si concluse con il ritiro graduale delle truppe tra gennaio e marzo 1995. Nel dopomissione emersero inoltre diverse controversie e questioni giudiziarie: nel 1997, a seguito della pubblicazione su un settimanale di fotografie controverse, furono sollevate accuse gravi nei confronti di alcuni paracadutisti italiani per presunti atti di violenza e abusi nei confronti di civili somali; la stampa riportò immagini che ritraevano presunti abusi, compresi casi di violenza sessuale, e tali pubblicazioni innescarono inchieste sia da parte delle autorità civili sia militari. Dalle indagini e dagli sviluppi emersero complessità procedurali e sanzionatorie: a fronte di numerose foto e testimonianze soltanto il maresciallo Ercole venne condannato in primo grado per abuso d’autorità e successivamente il procedimento si estinse per prescrizione, dopo che venne resa pubblica una fotografia che lo ritraeva mentre applicava elettrodi a un civile; nei suoi confronti fu disposto un trasferimento a 300 km di distanza con conseguente esclusione dalle missioni estere. Sempre nell’ambito delle denunce, venne alla luce un diario scritto in missione da un carabiniere paracadutista del Battaglione Tuscania che descriveva gravi abusi, torture e uccisioni di civili somali; tale documento è stato archiviato e reso disponibile il 9 giugno 2020 su Internet Archive, secondo quanto riportato dalla fonte. La vicenda vide altresì tentativi di raggiro e manipolazione dell’inchiesta da parte di un millantatore che estorse denaro al settimanale affermando di possedere foto inequivocabili, alcune delle quali risultarono poi ritoccate, e suscitò la censura, da parte di un giudice, nei confronti dello Stato Maggiore dell’Esercito per comportamenti definiti dall’atto giudiziario come inerzie e approssimazioni che avrebbero ostacolato verifiche tempestive a favore degli ufficiali coinvolti; la memoria collettiva e il dibattito pubblico intorno agli abusi è stato inoltre alimentato da contributi audiovisivi come il docufilm “La linea sottile”, che raccoglie testimonianze di veterani e racconti di presunti abusi compiuti durante la missione. Nel complesso, la ricostruzione qui sintetizzata dalla fonte documentale evidenzia una operazione internazionale condotta con obiettivi umanitari e di stabilizzazione, caratterizzata da una rapida e massiccia mobilitazione multinazionale e da successi tattici nel recupero di arsenali, ma allo stesso tempo segnata dalla resistenza delle formazioni locali, da difficoltà politiche e logistiche, da controversie giudiziarie e mediali sull’operato dei contingenti e da un’evoluzione del mandato ONU che sfociò in una seconda fase, UNOSOM II, formalmente orientata all’uso della forza per il disarmo e alla ricostruzione dell’ordine statale nel Paese.
Roberto Marchetti
Fonte: wikipedia.org