Battaglia del checkpoint Pasta
La «Battaglia del pastificio», talvolta chiamata anche «battaglia del checkpoint Pasta», si svolse il 2 luglio 1993 a Mogadiscio ed è rimasta nella memoria militare e pubblica italiana come il primo scontro a fuoco in cui furono impiegati militari dell’Esercito Italiano dalla fine della Seconda guerra mondiale, uno scontro che, per intensità, complessità e conseguenze politiche e umane, merita un’analisi attenta e multilivello che integri ricostruzione operativa, dinamiche locali e ricadute simboliche e commemorative. L’azione ebbe luogo nel quartiere di Haliwaa, a nord di Mogadiscio, durante l’operazione denominata Canguro 11 disposta dal Comando ITALFOR: due colonne meccanizzate italiane, la «Alfa» proveniente dalla zona del porto vecchio e la «Bravo» proveniente da Balad, presidio italiano a circa venti chilometri dalla capitale, effettuarono un rastrellamento di un’area di circa 400 × 700 metri compresa fra i checkpoint Ferro e Pasta; alcuni obiettivi di ricerca armi erano localizzati nei pressi di un pastificio abbandonato della Barilla, accanto al quale, sull’incrocio fra via Imperiale e la Strada 21 Ottobre, era stato costituito il posto di blocco denominato «Pasta». Al termine delle operazioni di rastrellamento le colonne ripresero il rientro verso le basi, ma la situazione esplose rapidamente in una sequenza di disordini su vasta scala che coinvolsero largamente la popolazione locale e, secondo diverse ricostruzioni, videro l’impiego di tiratori scelti: la colonna Bravo, che in quel momento si trovava nei pressi del pastificio lungo via Imperiale, intervenne per supportare le forze di polizia somale che stavano perdendo il controllo dell’area. I miliziani somali, enucleati nella narrazione italiana come appartenenti alle forze fedeli al generale Mohammed Farah Aidid o comunque legati alle strutture paramilitari denominate Mooryaan, predisposero imboscate e barricate che ben presto immobilizzarono mezzi blindati italiani (fra cui VCC-1 «Camillino» in dotazione alla XV Compagnia «Diavoli Neri» del 186º Reggimento paracadutisti), mentre altre arterie di fuga venivano occluse con barricate e i combattenti sparavano anche da posizioni sopraelevate, dai tetti delle abitazioni.
Il fuoco anticarro immobilizzò veicoli e causò i primi feriti: in una di queste prime fasi cadde il paracadutista Pasquale Baccaro, colpito alla gamba da un razzo, mentre furono gravemente feriti il sergente maggiore Giampiero Monti (addome) e il paracadutista Massimiliano Zaniolo (mano). Per soccorrere i mezzi e gli uomini in difficoltà fu deciso l’intervento della colonna Alfa, quasi alla base, sostenuta anche da assetti aerei tra cui elicotteri d’attacco A129 Mangusta e mezzi da trasporto Bell AB-205. La dinamica tattica emerse come un classico assalto urbano contro convogli e punti di blocco: i blindati italiani cercarono di fornire protezione con il fuoco delle mitragliatrici mentre i soldati tentavano di rimettere in moto veicoli danneggiati e rastrellare le zone limitrofe; fu in questa fase che il sottotenente Andrea Millevoi, comandante di un plotone di autoblindo Centauro dell’ 8º Reggimento «Lancieri di Montebello», venne mortalmente colpito mentre si sporgeva dal mezzo per valutare la situazione. Dalle ricostruzioni risulta che l’uso dell’armamento pesante fu limitato per il concreto rischio di colpire la popolazione civile che affluiva numerosa: tuttavia in almeno due occasioni furono impiegati i carri M60 del 32º Reggimento carri, che aprirono il fuoco contro container usati dai miliziani come schermo, infliggendo loro pesanti perdite, e un elicottero Mangusta impiegò un missile TOW per colpire un Iveco VM 90 italiano catturato e utilizzato dai somali, distruggendo il veicolo e uccidendo i ribelli al suo interno. La presenza massiccia di civili, in alcuni casi usati come scudi umani dagli assalitori secondo le fonti, e la natura urbana e intricatissima del teatro operarono come vincoli operativi stringenti: i soldati italiani dovettero ritirarsi sotto il fuoco, supportati dall’intervento di elicotteri da attacco Cobra statunitensi e dall’arrivo di nuovi mezzi corazzati. L’azione, durata alcune ore, si chiuse con il bilancio di tre militari italiani deceduti, il Capitano Pasquale Baccaro (186º Reggimento paracadutisti «Folgore»), il Sottotenente Andrea Millevoi (Reggimento «Lancieri di Montebello», 8º) e il Sergente Maggiore Stefano Paolicchi (9º Battaglione d’assalto paracadutisti «Col Moschin»), tutti decorati con la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, e con almeno ventidue feriti tra le forze italiane; il sergente maggiore Giampiero Monti ricevette la Medaglia d’argento al valor militare, il sottotenente paracadutista Gianfranco Paglia fu colpito da tre proiettili (uno al polmone e uno al midollo spinale) rimanendo paralizzato ma conservando una carriera in armi fino al grado di tenente colonnello e diventando anche capitano del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa; al capitano Paolo Riccò, comandante della XV Compagnia paracadutisti, venne conferita la Medaglia di bronzo al valor militare, mentre altre onorificenze d’argento e bronzo furono attribuite a elicotteristi e carabinieri paracadutisti impegnati nell’azione. Quanto alle perdite tra miliziani e civili somali, la cifra rimane controversa e difficile da stabilire con precisione: un documentario-inchiesta del 2008 (Check point Pasta, regia Andrea Bettinetti) riporta, citando fonti locali ufficiali, 67 morti e 103 feriti tra i somali, mentre fonti ufficiose suggeriscono numeri ben più alti; la natura stessa dei combattimenti urbani, la presenza di miliziani non uniformati e la difficoltà d’accesso alle informazioni in contesto pre-politico e pre-statale rendono problematica una conta attendibile delle vittime tra la popolazione locale. Sul piano delle cause e delle responsabilità esistono ipotesi differenti e talvolta contrastanti: alcune ricostruzioni, mai formalmente confermate da documenti ufficiali, sostengono che il generale Aidid si fosse rifugiato nell’area interessata e che avesse ordinato ai suoi miliziani di iniziare gli scontri per coprire la sua fuga, ordine che sarebbe poi degenerato oltre le intenzioni iniziali; altre interpretazioni parlano di agenti provocatori che avrebbero manipolato informazioni e fomentato la violenza con lo scopo di provocare una reazione italiana che rompesse il precedente atteggiamento relativamente contenuto nelle regole d’ingaggio, adducento come indizi la diffusione di materiale diffamatorio da persone presentate come intellettuali somali e una missiva inviata a Loi il 27 agosto 1993 da un delegato del quartiere di Haliwaa che elogiava l’operato italiano e contestualmente esprimeva condoglianze per le perdite, una combinazione di elementi che alcuni interpretano come contraddittoria rispetto a una provocazione orchestrata; ulteriori perplessità nascono dal fatto che Mogadiscio Nord, area del quartiere Haliwaa, era sotto il controllo di Ali Mahdi Mohamed, principale avversario di Aidid, il che intrica ulteriormente la matrice politica degli scontri e suggerisce la possibilità di giochi di alleanze e contrapposizioni locali che andarono oltre la semplice opposizione tra forze italiane e miliziani di Aidid.
Dal punto di vista storico e storiografico, la battaglia del pastificio rappresenta un episodio paradigmatico delle difficoltà delle missioni internazionali in Somalia negli anni novanta: essa mette in luce le tensioni fra obiettivi umanitari e contesti di guerra civile, la fragilità del controllo territoriale senza una chiara egemonia istituzionale, i limiti operativi imposti dalla necessità di proteggere civili in combattimenti urbani e le complesse ripercussioni a livello politico e simbolico di perdite militari in operazioni di peacekeeping o peace enforcement. L’episodio generò dibattiti in Italia sul ruolo e i rischi delle forze armate all’estero, lasciò tracce profonde nella memoria dei reparti coinvolti e nelle decorazioni concesse, e continua a essere oggetto di indagini, documentari e riflessioni su come ricostruire con rigore le responsabilità e le dinamiche di quel conflitto urbane che mescolò tattica, politica locale e crisi umanitaria.
Roberto Marchetti
Fonte: wikipedia.org