Dalla polvere delle strade al campo di battaglia digitale. Oltre un secolo di mezzi meccanici nell’Esercito Italiano
All’inizio fu quasi una curiosità.
Nei primi anni del Novecento, quando il cavallo era ancora il vero motore degli eserciti europei, nell’Esercito Italiano comparvero le prime automobili a benzina. Nel 1903 venne costituito un nucleo di militari destinati alla loro condotta. Nessuno poteva ancora immaginare fino a che punto quel motore, rumoroso e poco affidabile, avrebbe cambiato il volto della guerra terrestre. La svolta arrivò con la Prima guerra mondiale. Sulle strade che conducevano al fronte, gli autocarri FIAT 15 Ter e FIAT 18 BL iniziarono a trasportare uomini, munizioni, viveri e materiali. Non sostituirono subito il mulo e il carro trainato, ma dimostrarono qualcosa di decisivo: un esercito moderno poteva muoversi più velocemente, rifornirsi più lontano e continuare a combattere solo grazie a una logistica sempre più motorizzata.
Fu il primo passo.
Accanto agli autocarri arrivarono anche le autoblindo. La Lancia Ansaldo 1Z e 1ZM, con la loro sagoma alta e le torrette armate, furono tra i primi mezzi italiani capaci di coniugare mobilità, protezione e fuoco. In Libia, fra piste interminabili e grandi spazi desertici, quei veicoli mostrarono con particolare chiarezza ciò che il futuro avrebbe riservato agli eserciti: chi poteva muoversi più rapidamente poteva anche sorprendere, aggirare e colpire. Negli anni tra le due guerre l’Italia iniziò così a cercare una propria strada nel mondo dei mezzi corazzati. Il gigantesco FIAT 2000 rimase soprattutto un esperimento, ma il successivo FIAT 3000, ispirato al Renault FT francese, divenne il primo carro italiano prodotto in quantità significative. Poi arrivarono i piccoli CV33, successivamente denominati L3. Erano veloci, semplici e relativamente facili da produrre. Riflettevano però una concezione destinata a invecchiare rapidamente: poca corazza, armamento leggero e fiducia quasi assoluta nella mobilità. Nelle guerre degli anni Trenta e, soprattutto, nel secondo conflitto mondiale, quei limiti divennero evidenti.
La guerra nel deserto africano fu il banco di prova più duro.
I carri M11/39, M13/40, M14/41 e M15/42 affrontarono lunghe marce, sabbia, caldo e avversari sempre meglio equipaggiati. L’M13/40 divenne il simbolo del carrismo italiano di quel periodo: dignitoso all’inizio del conflitto, ma presto superato dall’aumento della protezione e della potenza di fuoco dei carri avversari. Non tutto, tuttavia, fu inferiore alle aspettative. L’ autoblindo AB41 si dimostrò un eccellente mezzo da ricognizione per l’epoca, veloce e versatile. Ancora più significativo fu il semovente da 75/18, probabilmente una delle realizzazioni italiane più riuscite della guerra: basso, relativamente ben protetto e armato con un pezzo capace di mettere in difficoltà numerosi mezzi nemici. Il problema italiano era però più profondo del singolo veicolo. L’industria non disponeva della capacità produttiva delle grandi potenze e la logistica soffriva croniche carenze. In una guerra diventata ormai una gigantesca competizione fra acciaio, carburante e catene di montaggio, anche un buon progetto poteva fare poco se prodotto in numeri insufficienti.
Il 1945 lasciò quindi un Esercito da ricostruire quasi completamente.
La rinascita avvenne nel quadro della NATO e passò inevitabilmente attraverso il materiale statunitense. M4 Sherman, M24 Chaffee e M47 Patton consentirono di ricreare reparti corazzati moderni e di formare una nuova generazione di carristi. Poco dopo, l’M113 avrebbe cambiato anche il modo di combattere della fanteria: il soldato non doveva più seguire il carro a piedi, ma poteva muovere protetto insieme a esso.
Con la Guerra fredda la meccanizzazione divenne la normalità.
Negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta arrivarono gli M60A1 e soprattutto i Leopard 1, destinati a diventare una presenza familiare nei reparti corazzati italiani. Era l’Esercito schierato a difesa del fianco sud della NATO, con lo sguardo rivolto al confine nord-orientale e alla possibilità di un conflitto convenzionale combattuto da grandi masse di carri e fanteria meccanizzata. Anche la Cavalleria cambiò pelle. Il cavallo, già da tempo scomparso dai campi di battaglia, lasciò definitivamente il posto alla blindo e al carro. Restavano nomi, tradizioni e insegne; cambiavano radicalmente velocità, distanze e potenza di fuoco. Negli anni Ottanta maturò però una nuova ambizione: tornare a costruire in Italia il cuore della componente terrestre. Da quella scelta nacquero tre mezzi destinati a segnare un’epoca: il carro C1 Ariete, la blindo Centauro e il veicolo da combattimento della fanteria Dardo. La Centauro, entrata in servizio nei primi anni Novanta, fu forse la più innovativa delle tre. Otto ruote, grande mobilità e un cannone da 105 mm montato su una piattaforma relativamente leggera: una formula allora poco comune, capace di unire la velocità di una blindo a una potenza di fuoco vicina a quella di un carro. L’esperienza italiana avrebbe fatto scuola.
Ma proprio mentre questi mezzi entravano nei reparti, il mondo cambiava.
La Guerra fredda finì e l’Esercito iniziò a operare sempre più spesso lontano dal territorio nazionale. Balcani, Iraq, Afghanistan, Libano: non più soltanto lo scenario di un confronto corazzato in Europa, ma missioni nelle quali mine, imboscate e ordigni improvvisati potevano essere più pericolosi di un carro nemico. La risposta fu una nuova generazione di mezzi protetti. Il VTLM Lince ne divenne rapidamente il simbolo, offrendo ai reparti una protezione impensabile per le vecchie jeep. Nel frattempo il Dardo consolidava la fanteria meccanizzata e il VBM Freccia portava nella componente media una combinazione moderna di protezione, potenza di fuoco, sensori e sistemi di comunicazione.
Il mezzo terrestre, ormai, non era più soltanto motore, corazza e cannone.
Era diventato un nodo di una rete. È questa la direzione seguita oggi dalla Centauro II, evoluzione profondamente rinnovata della capostipite, e dall’ammodernamento dell’Ariete. Ed è ancora più evidente nei programmi destinati a ridisegnare la futura componente pesante e meccanizzata, con piattaforme di nuova generazione pensate fin dall’origine per condividere informazioni, dialogare con droni e sensori, operare in reti digitali e adattarsi a minacce in continua evoluzione.
Guardando indietro, la distanza sembra enorme.
Dal FIAT 15 Ter che arrancava sulle strade della Grande Guerra alle piattaforme digitali del XXI secolo sono passati più di cent’anni. Eppure il filo che unisce quelle macchine non si è mai spezzato. È sempre la stessa ricerca: portare il soldato più lontano, più rapidamente e con maggiore protezione, dandogli la capacità di vedere prima, muovere meglio e colpire con maggiore efficacia. Sono cambiati i motori, le corazze, le armi e persino il modo di concepire il campo di battaglia. Ma sotto l’acciaio e dietro l’elettronica resta la stessa esigenza che spinse l’Esercito, agli inizi del Novecento, ad affidarsi per la prima volta a un motore.
Muovere. Proteggere. Combattere.
Roberto Marchetti
Fonti: Stato Maggiore dell’Esercito, Esercito Italiano – Archivio storico e Museo Storico della Motorizzazione Militare; Rivista Militare; Ministero della Difesa, documentazione storico-militare; Leonardo-Iveco Defence Vehicles/Oto Melara e Leonardo Rheinmetall Military Vehicles per i programmi di più recente acquisizione.