Baschi di ogni colore
Una vita militare sotto baschi di ogni colore
Dal nero della leva all’amaranto della Folgore

Nella vita di un militare il basco non è soltanto una parte dell’uniforme: è un segno di appartenenza, la testimonianza del reparto nel quale si è prestato servizio e il simbolo visibile di una fase della propria esistenza. Ripensando alla mia carriera, iniziata il 12 settembre 1979, mi accorgo di avere vissuto un’esperienza particolare, scandita da quattro colori: il nero durante il servizio di leva, il cachi alla Scuola Allievi Sottufficiali, l’azzurro negli anni del volo e dell’Aviazione dell’Esercito, l’amaranto nell’ultima parte del servizio presso il reparto logistico della Folgore. Quattro baschi che racchiudono luoghi, persone, sacrifici, responsabilità e ricordi ancora oggi parte della mia identità.
Il basco nero: l’inizio del cammino. Avevo ventidue anni quando fui chiamato alle armi. Il 12 settembre 1979 mi presentai al 28° Battaglione “Pavia” di Pesaro e successivamente fui trasferito al 66° Battaglione “Valtellina” di Forlì. Indossavo il basco nero della leva ed entravo in un mondo completamente nuovo, scandito da orari, ordini, addestramento e vita collettiva. Fu il passaggio dalla dimensione civile a quella militare: imparai a rispettare le regole, a convivere con giovani provenienti da regioni e ambienti diversi, ad affrontare la fatica e ad assumermi le mie responsabilità. Non potevo immaginare che quella chiamata obbligatoria sarebbe diventata una professione durata oltre trentacinque anni. In quei primi mesi cominciai a comprendere il valore della disciplina, della puntualità e dello spirito di corpo, principi sui quali avrei costruito tutto ciò che venne dopo.
Il basco cachi: diventare sottufficiale. Il 6 maggio 1980 fui ammesso alla Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo, dove frequentai il 44° Corso Allievi Sottufficiali. Con il basco cachi iniziò una fase nuova: non ero più soltanto un giovane chiamato alle armi, ma avevo scelto di trasformare l’esperienza militare nella mia professione. La scuola rappresentò una tappa decisiva, perché essere sottufficiale significa trovarsi nel punto d’incontro tra il comando e l’esecuzione, conoscere a fondo il proprio mestiere, guidare con l’esempio e assumersi quotidianamente la responsabilità delle proprie decisioni. Non bastava più eseguire correttamente un ordine: dovevo imparare a comprendere, organizzare, coordinare e, in seguito, trasmettere agli altri ciò che avevo appreso. In quel periodo cominciò anche a delinearsi la direzione che avrebbe caratterizzato gran parte della mia carriera: il volo.
Il basco azzurro: la vita tra cielo e terra. Il 10 dicembre 1980 fui destinato al Centro Aviazione Leggera Esercito di Viterbo. Il 25 maggio 1981 iniziai, presso la Scuola di volo dell’Aeronautica Militare di Frosinone, il 189° Corso Sottufficiali Piloti di Elicottero, corrispondente al 27° corso SPOE, e l’11 ottobre dello stesso anno conseguii il brevetto di pilota. Cominciò così la lunga stagione del basco azzurro, legata al cielo, alla tecnica e alla responsabilità del volo. Pilotare un elicottero richiede molto più della capacità di governare una macchina complessa: significa prepararsi con scrupolo, conoscere il mezzo, valutare le condizioni operative e mantenere sempre lucidità e concentrazione. Ogni controllo, procedura e decisione può avere conseguenze decisive. Dopo il brevetto frequentai i corsi di abilitazione sull’elicottero ERI-3 e di qualificazione al suo impiego tattico. Il 9 agosto 1982 fui assegnato al 26° Gruppo Squadroni Elicotteri “Giove” di Pisa e da quel momento il volo divenne parte integrante della mia vita. Tra il 17 giugno 1981 e il 31 dicembre 1999 accumulai circa 2.500 ore di volo: un numero dietro il quale si nascondono preparativi, controlli, decolli, atterraggi, missioni, comunicazioni radio, il rumore del rotore e la concentrazione richiesta da ogni manovra. Per quasi vent’anni il cielo fu il mio ambiente operativo e il basco azzurro accompagnò la parte più lunga e tecnicamente caratterizzante della mia carriera, espressione dell’appartenenza all’Aviazione dell’Esercito e di una professione nella quale competenza e passione dovevano procedere insieme. Ma la vita militare è fatta anche di trasformazioni e nuovi incarichi, e ogni esperienza acquisita deve poter essere messa al servizio di esigenze differenti.
Il basco amaranto: l’incontro con lo spirito della “Folgore”. Nell’ultima parte della mia vita militare arrivò il basco amaranto, legato ai Paracadutisti e alla tradizione della “Folgore”. Tra i baschi che ho indossato è quello con la più forte connotazione simbolica: per i Paracadutisti rappresenta identità, fierezza, tradizione e appartenenza, richiamando la storia delle truppe aviotrasportate, il loro valore e la durezza dell’addestramento. Indossarlo significò entrare in contatto con una tradizione profondamente radicata, riassunta nel motto del Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore”, “Diam l’ali alla Vittoria”. Costituito a Pisa nel 1975, il Battaglione ha rappresentato per decenni un elemento essenziale di supporto della Brigata, unendo professionalità logistica e spirito paracadutista. La logistica è talvolta percepita dall’esterno come meno visibile rispetto all’attività dei reparti operativi, ma nessuna unità potrebbe muoversi o portare a termine una missione senza rifornimenti, trasporti, manutenzione, collegamenti e organizzazione. In questo contesto compresi ancora più chiaramente come ogni incarico contribuisca al risultato comune: alcuni uomini sono impegnati direttamente nell’azione, altri rendono possibile la loro presenza e garantiscono che uomini e mezzi continuino a operare. Nel 2006 fui promosso al grado di 1° Maresciallo. Il 31 dicembre 2014 venni collocato in congedo nella categoria dell’Ausiliaria e, dal 1° gennaio 2020, nella Riserva. Terminava il servizio attivo, ma non il legame con la storia militare e con gli uomini con i quali avevo condiviso tanti anni.
Quattro colori, una sola uniforme interiore. Nero, cachi, azzurro e amaranto hanno accompagnato fasi diverse del mio percorso: l’ingresso nella vita militare e la scoperta della disciplina, la formazione come sottufficiale, gli anni del volo e della competenza tecnica, infine l’incontro con la tradizione della Folgore e con il valore essenziale del sostegno logistico. Nel tempo sono cambiati il grado, i reparti, gli incarichi e gli strumenti di lavoro: dal fucile del soldato di leva ai libri e all’addestramento della scuola, dai comandi di un elicottero ai sistemi informatici e alle responsabilità della sicurezza.
Ciò che non è mai cambiato è stato il senso del dovere. Ancora oggi la raccolta di documenti e testimonianze sul Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore” rappresenta per me un modo di continuare a servire. La chiusura della Caserma “Vito Artale” e il desiderio di conservarne la storia mi hanno spinto a realizzare un sito dedicato agli uomini e ai reparti che vi hanno prestato servizio. Conservare la memoria significa evitare che esperienze, sacrifici e legami umani scompaiano insieme agli edifici o allo scioglimento delle unità; significa restituire un nome e una voce a chi c’era. Ho indossato baschi di colori diversi, ma sotto ciascuno sono rimasto lo stesso uomo: soldato, sottufficiale, pilota, maresciallo e, infine, custode della memoria. Ogni basco ha segnato una tappa, ma tutti insieme raccontano una sola storia: la mia vita militare.
Roberto Marchetti