Maggiore Gian Paolo Gamerra

“I giorni successivi l’armistizio dell’8 settembre 1943: I fatti d’armi di Stagno (Livorno) ed i combattimenti a difesa della costa sud e delle isole dell’arcipelago della Toscana”.
Gli accadimenti in Toscana negli infausti giorni successivi all’8 settembre 1943 non sono una cosa facile e nè semplice da raccontare; fu una vera tragedia, affrontata dagli uomini delle Forze Armate nelle guarnigioni di Pisa, Livorno, Piombino fino all’Isola D’Elba, inizialmente liquidata dopo la fine della II guerra mondiale con superficialità e disprezzo: “frutto del totale sfaldamento della disciplina e mancanza di coesione dei militari italiani” che, dalle imprecise ricostruzioni nel dopoguerra, si arresero vilmente senza combattere il nuovo nemico: gli ex camerati del giorno prima
Il controverso “giudizio” affliggerà, negli anni a venire, quella generazione di fratelli in armi che ci hanno preceduto e che patirono “la colpa” che gli venne addossata per quel disastro; detto “giudizio” oggi è ribaltato in coerenza alla fedele ricostruzione del quadro strategico e della reazione tattica di quei giorni, evidenziando così che il contrasto in armi sul campo di battaglia, aspro e sanguinoso, a difesa di quello che restava della Patria avvenne e tra Pisa, Livorno, Piombino e l’Isola D’Elba dove reparti militari italiani minori, qualunque fossero le ragioni motivazionali di ciascuno, seppero rispondere ingaggiando e contrastando quella minaccia palesata alle loro case, alle fabbriche, alle comunità e alla loro stessa vita in virtù del dovere e dell’impegno loro affidato.
Il 25 luglio 1943, dopo lo sbarco delle forze anglo-americane in Sicilia e le sconfitte italiane e tedesche sul nostro territorio nazionale, Mussolini venne sfiduciato ed arrestato per ordine di Re Vittorio Emanuele III e sostituito dal generale Badoglio, nuovo capo del governo, che nel suo messaggio di insediamento dichiarava che la guerra continuava a fianco dell’alleato germanico.
La struttura del vecchio partito nazionale fascista (P.N.F.) era collassata divenendo fonte di preoccupazione per i piani di guerra della Germania nazista e, la sera del 26/7, Hitler ordinava l’esecuzione di un piano segreto: L’ Operazione Alarico “Unternehmen Alarich” per invadere ed occupare l’Italia, arrestare il Re e formare un governo filo nazista affidato a Mussolini, di fatto un vero e proprio colpo di stato.
L’operazione segreta preparata e definita nei dettagli, dove i tedeschi si muovevano liberamente in Italia godendo di una vasta rete di infiltrati e collaboratori, un gran numero di simpatizzanti, nonché stretti contatti da lungo tempo con alti ufficiali italiani, era ritardata perché non erano stati in grado di localizzare il luogo dove Mussolini era tenuto agli arresti.
La pressione devastante dei bombardamenti anglo-americani sulle città italiane, tra cui la stessa Pisa, aveva intanto raggiunto livelli critici con uno spropositato numero di vittime tra la popolazione civile.
In tale contesto il 3/9/1943, a Cassabile (SR), l’Italia firmò un Armistizio con le forze alleate il cui annuncio venne dato per radio alla popolazione italiana dal generale Badoglio alle 19.42 dell’8 settembre.
I comandi tedeschi erano da tempo ben preparati e non attesero più la liberazione di Mussolini quindi passarono all’azione immediata mentre il proclama di Badoglio lasciava nella confusione i reparti militari italiani senza ordini precisi.
Già dal 5/9/1943 le forze armate germaniche, pronte ad impedire i contatti tra le Grandi Unità del Regio Esercito, compromisero le linee di collegamento interrompendo la catena di comando, realizzarono snodi telefonici inserendo falsi operatori in lingua italiana e sabotarono tutte le restanti altre linee.
La guarnigione di Pisa l’8 settembre 1943 presentava un notevole potenziale difensivo, contava in forza circa 10.000 uomini anche se in massima parte unità non combattenti appartenenti al genio ed alla sussistenza.
Alle prime luci dell’alba del 9 settembre, il IV Gruppo da 100/17 del 50° Reggimento Artiglieria “Superga” al comando del Maggiore Gian Paolo Gamerra, ricevette l’ordine di spostarsi da Pisa verso Livorno per rinforzarne le difese, lo spostamento del reparto aveva lo scopo di difendere il porto labronico da imminenti manovre di occupazione e sabotaggio delle forze germaniche.
Il IV Gruppo aveva in dotazione 3 batterie da 4 pezzi ciascuna per un totale di 12 Obici da 100/17 Mod. 14, bocche da fuoco di origine austro-ungarica, preda della Grande Guerra, una delle armi più diffuse e affidabili del Regio Esercito per il supporto della fanteria.
Le prime due batterie, accasermate a Barbaricina, furono pronte a partire all’ora prefissata dall’ordine di movimento mentre la terza, dislocata fuori città non partì subito per problemi logistici: il rifornimento effettuato con reparti someggiati ne causò il ritardo.
Le tre batterie si ricongiunsero fuori dalla città di Pisa e al momento della marcia sulla via Aurelia il gruppo disponeva di Trattori d’artiglieria pesanti/leggeri: Principalmente autocarri pesanti Fiat SPA TL37 o SPA CL39 adattati al traino degli obici e dei cassoni delle munizioni e di Autocarri logistici: Camion leggeri e pesanti (es. Lancia 3Ro o FIAT 626) per il trasporto del personale, dei comandi, delle officine mobili e delle riservette di munizioni.
La colonna motorizzata, allungata sull’Aurelia era priva di una scorta di fanteria, fu intercettata dai carri armati della Wehrmacht a Stagno mentre cercava di raggiungere Livorno, sorpresa in una vulnerabile configurazione tattica di marcia.
Venne intimato al Maggiore Gamerra la resa incondizionata con la consegna immediata di tutte le armi, munizioni e automezzi; le truppe della Wehrmacht erano già appostate, nascoste dalla copertura della vegetazione circostante.
Al rifiuto i tedeschi aprirono immediatamente il fuoco a distanza ravvicinata con mitragliatrici pesanti e cannoni, gli artiglieri italiani si trovarono in una posizione tatticamente sfavorevole, impossibilitati a dispiegare efficacemente i pezzi d’artiglieria. Nonostante ciò gli italiani reagirono con quel poco che avevano in dotazione: Gamerra ordinò la resistenza ad oltranza. Gli artiglieri disponevano solo dell’arma individuale Moschetto Mod. 91, con pochi caricatori al seguito, e qualche mitragliatrice pesante Breda Mod. 37; tentarono la reazione disperata di sganciare i pezzi per rispondere al fuoco nemico, ma molti di essi rimasero feriti nel tentativo; solo due dei pezzi più arretrati riuscirono a sparare qualche colpo senza una linea di tiro favorevole prima di essere individuati e neutralizzati.
Durante il combattimento il Magg. Gamerra si accorse che il mitragliere al suo fianco era morto sotto il fuoco nemico e lo sostituì prontamente alla mitragliatrice, continuò a sparare contro le linee tedesche per dare copertura ai propri uomini, cadde colpito a morte direttamente sull’arma esortando i suoi soldati fino all’ultimo istante.
Lo scontro si concluse con la cattura degli italiani, un gran numero di feriti erano in condizioni gravi cui prestare soccorso, e dopo che essi avevano esaurito le munizioni delle armi disponibili dovettero arrendersi.
Direttamente sul campo rimasero uccisi: il Capitano Alfieri Roussel, aveva assunto il comando subito dopo la morte del Maggiore Gamerra, egli fu colpito alle gambe rimanendo bloccato ed arso vivo dalle fiamme sprigionate da un autocarro militare incendiato; il Sottotenente Alfredo Cappelli, che perse la vita partecipando attivamente alle fasi del combattimento; il Sergente Manlio Severin; il Caporale Angelo Vigo (di Miradolo Terme); il Caporale Rinaldo De Matteis; l’Artigliere Bruno Zanardo; l’Artigliere Gino Milan; l’Artigliere Salvatore Terranova.
Numerosi soldati feriti vennero sgombrati dal campo di battaglia dagli stessi commilitoni superstiti che agirono come portaferiti e dai civili locali: si dispersero nei campi per i cascinali e nelle chiese dei borghi vicini; alcuni di quei feriti che furono raccolti dalla Wehrmacht e presi in carico da strutture sanitarie del territorio di Pisa e Livorno vennero dichiarati internati militari italiani (IMI) anziché prigionieri di guerra.
Anche la Wehrmacht subì perdite quel giorno, ma per gli effetti della propaganda nazi-fascista, che volle sminuire la portata dei combattimenti a Stagno, il numero non fu mai rivelato.
Il comando tedesco responsabile in quella zona dell’operazione “Fall Achse” era furioso: nell’elaborazione dei meticolosi piani non avevano considerato una pronta reazione combattiva come quella del IV Gruppo di Artiglieria comandato dal Maggiore Gamerra.
Benché all’epoca non esistevano gli strumenti tecnologici di oggi per la diffusione di notizie era bastato il passaparola di quei contadini, che da lontano avevano assistito ai combattimenti, e quello dei portaferiti del IV Gruppo che si erano dispersi per le campagne portandosi dietro le vittime, di fronte alla testimonianza di quel sangue e di quelle sofferenze la pietà non poteva rimanere indifferente. La notizia scioccante si diffuse con rapidità e a molta distanza seppur a grandi linee: “i tedeschi attaccano e gli italiani combattono”.
Mentre la guarnigione di Pisa veniva costretta alla resa con la minaccia tedesca di fare saltare i monumenti storici e la ritorsione armata sulla popolazione civile, le postazioni della 216^ Divisione Costiera venivano neutralizzate attaccandole alle spalle.
Livorno era nel caos, i reparti che si opposero in armi agirono senza precisi piani di difesa e in violazione degli ambigui ordini emanati, truppe della Wehrmacht erano già entrate in città ed avevano circondato le strutture dell’Accademia Navale mentre unità navali della Kriegsmarine prendevano posizione davanti al porto per un blocco navale.
L’azione del Magg. Gamerra ebbe l’effetto di ritardare i piani dell’operazione tedesca, il breve lasso di tempo consentì alle forze militari italiane a sud di Livorno di organizzare una difesa del territorio da capo San Vincenzo a Piombino. Non si trattò di una reazione accuratamente coordinata, nella foga del momento e per assenza di collegamenti si verificò anche un episodio di “fuoco amico” quando le vedette dell’Isola d’Elba scambiarono, a largo di Punta Procchio, sei motozattere della R. Marina fuggite dalla Corsica cariche di militari italiani come un tentativo di sbarco tedesco. Tuttavia elementi rimasti al proprio posto della 215^ Divisione Costiera del R. Esercito e le Batterie Costiere della R. Marina con tutti i loro effettivi operarono congiuntamente, sotto il comando del C.F. Amedeo Capuano e del C.C. Giorgio Bacherini, nonostante il 9.8.1943 avessero ricevuto un “ordine ambiguo” tramite il Gen. Fortunato Perni, vice del Gen. De Vecchi, di non contrastare e non provocare in alcun modo le forze armate tedesche. Il XIX battaglione carri del 31° Rgt. Ft/carrista al comando del T. Colonnello Angelo Falconi stazionava sotto copertura boschiva nella pineta di Venturina, a nord di San Vincenzo, si mosse verso Piombino, sopraffacendo le unità motorizzate tedesche nella zona: al culmine dei combattimenti il XIX diede la svolta definitiva all’esito della battaglia. Il 27° Raggruppamento di artiglieria al comando del Colonnello Francesco D’Alessio, già all’alba del 9 settembre, disarmava il presidio tedesco presente sull’Isola d’Elba, ed approntava le contromisure difensive. Il Contrammiraglio Amedeo Nomis di Pollone, era a bordo del cacciatorpediniere Aliseo con S.A.R. Aimone di Savoia duca d’Aosta da La Spezia a Bastia l’8/9 per raggruppare la “Flotta Motosiluranti” e dirigersi a Malta in base ai “Piani della Marina per l’armistizio”, giunse invece a Portoferraio il 9 settembre, assumendo sul cacciatorpediniere Impavido il comando di quella che venne denominata “Flotta minore della R. Marina”, in tutto quasi un centinaio di navi: 5 cacciatorpediniere, 5 corvette, 2 sommergili, 16 motosiluranti, dragamine, rifornitori, trasporti e un gran numero di naviglio minore, tutte sfuggite alla cattura dai porti dell’Alto Tirreno e dalla Corsica combattendo agli attacchi della Kriegsmarine e della Luftwaffe; la stessa Nave Aliseo, comandata dal C.F. Carlo Fecia di Cossato, si era fatta strada affondando unità navali tedesche.
Alla difesa parteciparano attivamente gli operai di Piombino con l’appoggio della popolazione, che si organizzarono in un comitato civile spontaneo: “comitato di concentrazione antifascista” presieduto da Ulisse Ducci, accorsero spontaneamente anche alcuni militari già sbandati scampati alla cattura, altri, più riottosi ed in abiti borghesi, furono fatti scendere dai treni in transito alla stazione da un picchetto armato della R. Marina rafforzato dalla presenza di elementi del comitato. I combattimenti si svolsero nei giorni 10 ed 11 Settembre e passeranno nella memoria storica d’Italia come “la battaglia di Piombino” che terminò alle prime luci dell’11/9; qui i Tedeschi subirono la loro prima sonora sconfitta dopo l’8 settembre dalle forze italiane: vennero catturati in quei giorni ben oltre 300 soldati della Wehrmacht.
I vertici del comando tedesco si resero conto di avere un grosso problema, l’operazione “Achse” era stata ideata per neutralizzare rapidamente le Forze Armate italiane e i tedeschi non potevano permettersi di aprire un fronte di guerra sulla costa sud e nell’arcipelago della Toscana. La combattività dimostrata dai reparti italiani con l’appoggio della popolazione e la presenza delle navi della R. Marina rappresentavano un serio pericolo in quella fase iniziale dell’occupazione tedesca dell’Italia. Quel potenziale militare sarebbe stato difficile da sconfiggere sul campo. Piombino e l’Arcipelago toscano rischiavano di trasformarsi in una testa di ponte e forza operativa a sostegno della resistenza che in quei giorni già iniziava ad organizzarsi.
Si cambiò completamente strategia, i servizi segreti germanici ricorsero ad una loro vecchia conoscenza: Cesare Maria Luigi De Vecchi, I conte di Val Cismon, era stato uno dei quadriumviri fascisti della marcia su Roma, politico e diplomatico nel ventennio ricopriva il grado di generale di corpo d’armata, Badoglio dopo essersi insediato come capo del governo aveva deciso di tenerselo vicino, pur a distanza, e gli aveva conferito il comando di settore della difesa costiera. Il De Vecchi, che taluni storici descrivono come politico intrigante ed irriducibile approfittatore, sempre “pronto a saltare sul carro del vincitore”, soggiornava nel suo comando distaccato impiantato a Massa Marittima (GR), località che, nonostante il nome accattivante, non era per niente vicina alla zona di operazioni costiera, lontano da ogni preoccupazione bellica di quei giorni.
Non conosciamo quali debiti i tedeschi andarono a riscuotere, o quali crediti ottenne, sappiamo solo che De Vecchi giunse a Piombino dopo la vittoria italiana, il suo vice Gen. Perni, pur di non ingaggiare battaglia, aveva tentato di tutto per rimuovere il C.F. Amedeo Capuano e sciogliere i reparti a terra della R. Marina, ma oltre che da comandante De Vecchi si palesò falsamente come rappresentante dell’Alto Comando italiano; minacciò i comandanti dei reparti di metterli agli arresti e farli fucilare per avere agito contro i tedeschi senza i suoi ordini, alla pietosa altera sceneggiata aggiunse il preciso ordine di lasciare liberi i tedeschi catturati e di riconsegnare loro le armi. In nome e per conto dell’Alto Comando italiano l’11/9 emanò un decreto di scioglimento di tutti i reparti militari italiani ed il loro congedamento entro le ore 12 del 12 settembre 1943. Quei reparti vittoriosi vennero sciolti con l’inganno, i militari che non riuscirono a dispersi nello sbandamento verranno catturati e deportati, alcuni fuggirono per le campagne entrando in clandestinità. Quel tardo pomeriggio del 12 settembre Piombino era in mano della Wehrmacht, che insediò il suo comando cittadino il 13/9 successivo, mentre De Vecchi era sparito.
Nell’imminenza della caduta di Piombino, con le sue strategiche infrastrutture: fabbriche, arsenale, cantieri navali e batterie di difesa, l’Ammiraglio Nomis di Pollone avvertiva via radio “SUPERMARINA”, operante ora da Brindisi; l’opportunità che si era palesata di potere fare operare la Marina Militare dall’arcipelago toscano era andata persa, l’unico porto rimasto in mano italiana era Portoferraio sull’Isola D’Elba, ma non in grado di supportare adeguatamente operazioni navali né di garantire la protezione della flotta. All’Ammiraglio fu ordinato di riprendere gli originali piani dell’armistizio, interrotti a Bastia, e di salpare al più presto con tutte le navi verso sud, facendo rotta su Palermo non più Malta, erano attese in mare aperto da unità navali della Royal Navy che fecero loro da scorta. Tutte le unità navali della R. Marina, anche quelle più malridotte, riuscirono a salpare scaglionate dalle 00.15 del 12/9 fino alle prime luci dell’alba, “bandiera al vento” giunsero in salvo a Palermo; purtroppo l’ordine, in base agli accordi armistiziali vigenti, era di non evacuare il numeroso personale della R. Marina in servizio nelle installazioni a terra, tra l’altro alcuni già a bordo imbarcati a Bastia, che a malincuore dovettero essere abbandonati a se stessi.
Possiamo solo immaginare il senso di sconforto di coloro che dalla costa di Piombino e dall’Isola d’Elba videro la flotta salpare, il 27° Raggr. Artiglieria del R. Esercito sull’Isola d’Elba era rimasto da solo, venne martoriato da continui attacchi aerei e da tentativi di sbarco e da ultimo la luftwaffe prese di mira gli insediamenti civili provocando tra la popolazione numerosi morti e feriti; tagliati fuori dal mondo, senza aiuti e ormai con scarse munizioni il 17/9 i militari italiani tentarono di respingere un massiccio attacco coordinato dal mare e dall’aria, con sbarco di ingenti forze e lancio di paracadutisti, nel tardo pomeriggio l’isola era quasi completamente in mano tedesca ed il 18/9 il comandante Col. D’Alessio era costretto alla resa, offertagli già dal 15/9, per evitare un massacro, come purtroppo ciò che era avvenuto a Cefalonia.
Il 15/9 Mussolini, liberato dal suo esilio di Campo Imperatore il 12/9 e portato in Germania, da Radio Monaco emanava i primi Fogli d’Ordine del Duce: assumeva la guida suprema del fascismo in Italia gettando le basi per lo stato fascista repubblicano che in seguito sarebbe diventato RSI (repubblica sociale italiana). L’offerta di resa agli uomini del 27° contemplava che essi si unissero alle forze della nascente repubblica fascista, ma il Col. D’Alessio restò fedele al suo giuramento lasciando però alla coscienza di ciascuno dei suoi uomini quale scelta operare: alcuni aderirono, ma la stragrande maggioranza rimase con il loro comandante, deposte le armi furono confinati sull’isola fino al 23/9 poi, trasferiti a Livorno, seguirono la sorte della deportazione in Germania o in Polonia.
Quei soldati e quei marinai italiani fecero, in piena coscienza, quanto in loro potere per non cedere al nuovo invasore e difendere quello che restava della Patria, ad iniziare proprio dall’eroico sacrificio tra Pisa e Livorno del IV gruppo di artiglieria comandato dal Maggiore Gamerra.
Quel triste giorno da Stagno (LI) fino a Piombino (LI) e nell’Arcipelago Toscano (Isola d’Elba) alcune unità delle forze armate italiane, prese alla sprovvista e privi di adeguati ordini, dimostrarono la loro combattività e la loro resilienza pur se alla fine costretti a cedere, ma resistendo ben 10 giorni dopo la battaglia di Stagno.
I Tedeschi che non si aspettavano una tale combattività furono costretti a ritardare i loro piani di occupazione della Toscana, ma la storia dopo la morte del Magg. Gamerra non finì quello stesso giorno, ebbe risvolti inaspettati ispirando il movimento di resistenza in quella parte della Toscana.
Il Maggiore Gian Paolo Gamerra era un giovane di 36 anni sposato con la livornese Anna Maria Menicati, la coppia non aveva ancora figli; per effetto delle norme vigenti dell’epoca l’autorizzazione a contrarre matrimonio per gli ufficiali in s.p.e. doveva affrontare una severa e lunga procedura di approvazione per poi ottenere un decreto reale che fu concesso sul finire del 1939; dopo un lunghissimo periodo di fidanzamento il matrimonio venne celebrato nel 1940. La signora Gamerra aveva pazientemente atteso tutto quel tempo desiderosa di unirsi a Gian Paolo e finalmente mettere su famiglia, ma lo scoppio della guerra aveva temporaneamente sospeso i loro piani; Gian Paolo, che a quel tempo insegnava all’Accademia Militare a Torino, venne infatti da subito destinato ai vari fronti di guerra: Francia, Balcani, Africa. Ora finalmente era a Pisa e, nonostante la guerra, l’affettuosa coppia riusciva a ritagliarsi un po’ di tempo per stare insieme, ma quell’infausto giorno del 9 settembre 1943 portò via tutti i loro sogni.
Anna Maria ricevette la notizia dello scontro a Stagno alcune ore dopo, seguita poi dalla conferma della morte di Gian Paolo, caduto in combattimento. Si prese solo un breve momento per il suo lutto, la mattina del 10 reagì con determinazione senza che nessuno poté fermarla. Anna Maria Menicati Gamerra era un esponente della Croce Rossa Italiana di Livorno, ricopriva la carica di Presidente della sezione livornese godendo di “copertura umanitaria” in virtù della sua posizione formale ed all’uniforme, ciò le conferiva protezione e possibilità di muoversi, in quel momento precluse alla maggior parte della popolazione civile sotto l’occupazione dei tedeschi. La rete ospedaliera di Livorno, cosi come quella di Pisa, era stata parzialmente requisita dalla Wehrmacht che vi aveva collocato i propri feriti negli scontri assieme ad alcuni soldati italiani, i sopravvissuti e quelli catturati dai tedeschi in attesa di essere deportati, erano di meno di quanto ci si aspettasse. La Signora Gamerra si recò nella zona dove era avvenuta la battaglia di Stagno, ma senza potervi accedere, una vasta area era interdetta e vigilata, quindi estese le sue ricerche molto al di fuori del perimetro percorrendo stradine di campagna finché da alcuni contadini venne indirizzata a lontani casolari isolati. Qui entrò in contatto con i feriti dispersi bisognosi di cure mediche e con i portaferiti del IV gruppo, raccomandò ai commossi uomini del marito di restare nascosti e di aspettare, avrebbe inviato loro degli aiuti.
Non potendo utilizzare la rete ospedaliera ufficiale per la presenza dei tedeschi, Anna Maria Menicati Gamerra si adoperò spingendo medici ed infermiere di sua fiducia ad organizzare un sistema di soccorso clandestino per salvare quei feriti e gli stessi sbandati, fornendo cure ed assistenza medica evitando loro la cattura e la conseguente deportazione in Germania. La Signora Gamerra sfruttò la stessa rete assistenziale della Croce Rossa Italiana, da Livorno a Pisa: con persone di sua estrema fiducia organizzò dei piccoli nuclei di sanitari per prestare segretamente soccorso e, nei casi dove era impossibile non ricoverare, vennero forniti a quei feriti false generalità ed abiti civili, per evitare la successiva deportazione nei lager.
Tale organizzazione clandestina diventerà supporto logistico alle formazioni del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) operanti sul territorio.
Instaurato formalmente lo stato repubblicano fascista d’Italia, in seguito rinominato repubblica sociale italiana (RSI), i tedeschi occupanti trasferirono nominalmente i poteri pubblici, e la conduzione della guerra, nelle mani degli esponenti del nuovo Partito repubblicano fascista (PRF) e la Croce Rossa Italiana nella sede di Roma assunse, ai primi del 1944, la denominazione Croce Rossa Italiana nella R.S.I.; la stretta operata sulle sedi di Livorno, e su Pisa, con la nomina di fedelissimi a dirigere la Croce Rossa, scelti dalle rispettive federazioni fasciste, metteva la Signora Gamerra in pericolo; già da tempo i tedeschi sospettavano, senza prove, dell’esistenza della rete clandestina della Croce Rossa così Anna Maria Menicati rassegnò le sue dimissioni e si nascose in pieno anonimato, divenendo una “bimba livornese”, ed operò attivamente nell’organizzazione logistica del movimento partigiano.
Dopo i combattimenti di Stagno i corpi del Maggiore Gian Paolo Gamerra e dei suoi uomini giacevano sul terreno abbandonati a se stessi e Don Domenico Baldocchi, da poco insediato come cappellano, nella parrocchia di Riglione per affiancare il priore Don Oreste Meucci, ne fu informato. Con coraggio raggiunse il luogo per parlamentare con i soldati tedeschi chiedendo di potere assolvere al suo dovere di cristiana pietà, ottenne l’accesso al luogo dello scontro, ma non era concesso portare via i corpi che sarebbero finiti in una fossa comune che i tedeschi dovevano scavare. Don Baldocchi riusci a portare via i corpi senza un accordo ufficiale, organizzandosi alla meglio con volontari che spinsero carretti agricoli e barelle di fortuna, i corpi viaggiarono nascosti sotto dei teli, il mesto convoglio percorreva stradine interne di campagna nella paura di incontrare pattuglie tedesche. Giunsero al cimitero di Riglione (Pisa) dove i corpi martoriati vennero ricomposti nella camera mortuaria; alcune madri volontariamente si offrirono di nascosto e ripulirono i corpi dei caduti dal sangue e dal fango, celarono le ferite e gli scempi sui corpi fasciandoli, ricucirono le uniformi dagli strappi, così venne restituita a quei soldati, anche nella morte, una parvenza di dignità ed onore; Don Baldocchi sovraintendeva a tutte le operazioni, per ciascuno dei caduti fu redatto l’elenco degli effetti personali rimasti loro addosso oltre ogni indizio per identificarli con certezza. Tutto venne annotato e trascritto nei registri parrocchiali, l’elenco degli effetti personali, i gradi sulle uniformi e le campagne di guerra: le piastrine, che non furono tutte ritrovate sui corpi, le fedi nuziali, le catenine, i santini di devozione, foto di familiari o fidanzate e qualche lettera sgualcita; in quel momento la Parrocchia sostituiva lo Stato che non c’era, fu celebrata una funzione collettiva registrata sul libro dei morti della parrocchia; ai caduti del IV gruppo venne data la sepoltura dei fratelli in armi: sepolti in tombe individuali vicini al loro Comandante.
Le tombe divennero da subito luogo di venerazione e rispetto per la popolazione oltre che un simbolo della Resistenza; venivano quotidianamente visitate ed erano sempre ricoperte di fiori freschi e da lumini. Questo si configurò un problema alla narrazione della propaganda nazi-fascista che, bisognosa di riguadagnare consenso e fiducia tra la popolazione per il nuovo regime, voleva derubricare la battaglia di Stagno ad un mero incidente scaturito da incomprensione e nervosismo del momento; tale narrazione tentò di minimizzare riscrivendo l’accaduto oltre che mettere in circolazione dubbi e false indicazioni.
Per l’autorità fascista repubblicana il Magg. Gamerra si era imbattuto in un posto di blocco dove era scaturita una scaramuccia con i camerati germanici, i tedeschi avevano sparato qualche colpo in aria a scopo di intimazione, ma il Magg. Gamerra, descritto come ostinato e caparbio monarchico, aveva risposto al fuoco e per questo perse inutilmente la vita. Questa fu la tesi ufficiale sostenuta a Pisa dai nazi-fascisti che ebbero anche l’accortezza di costruire una falsa documentazione: rapporti e relazioni da parte tedesca e commenti a latere: articoli di stampa fascista, redatti per diffondere la solidità dell’alleanza e l’amicizia tra i due popoli, non mancarono, tra le righe, di disprezzare e screditare gli ufficiali badogliani e monarchici che si erano opposti e il Gamerra ne era stato un esempio.
Il paradosso sta come qualche particolare di queste informazioni decontestualizzate giunga ancora fino ai nostri giorni riprese da qualche “studioso”. Certo è che una solida cultura del Movimento della Resistenza, come la definiamo oggi, tardò ad arrivare a causa di tutti i gravi e urgenti problemi che dovettero essere affrontati nel dopoguerra, lasciando campo libero alle varie giustificazioni e alle esaltazioni dei partiti, commemorazioni celebrative e discorsi politico dottrinali; solo il recente pieno recupero della memoria con le sofferenze, i lutti, i sacrifici e le scelte operate, realizzata dalle Associazioni dei combattenti e dall’ANPI, avviata nel periodo della Presidenza della Repubblica di Sandro Pertini, ci permette di analizzare pienamente, con onestà intellettuale, quei fatti e gli accadimenti.
Alcuni resoconti d’epoca, citati ma non divulgati, segnalarono persino l’esistenza di testimonianze di uomini del IV gruppo, fedeli camerati che avevano aderito alla RSI; ciò nel tempo si è dimostrato palesemente falso poiché le recenti ricerche condotte sugli IMI, definendone la mappatura, confermano che nessuno degli uomini del IV gruppo di artiglieria del Magg. Gamerra aderì mai alla RSI, furono deportati nei campi di detenzione nazisti o salvati ed in clandestinità.
Per spiegare il meccanismo narrativo del periodo: il bravo tedesco e il cattivo italiano traditore, possiamo mutuare, applicando un ragionamento inverso, da quanto esposto da Filippo Focardi, nella sua pubblicazione del 2016, se riconduciamo lo scopo di tale narrazione ad un metodo di guerra e di indirizzo politico utilizzato per giustificare e assolvere le cosiddette azioni tattiche operate dai nazi-fascisti, veri e propri crimini di guerra. L’autore presenta ed analizza, attraverso la storia politica, i meccanismi giustificativi e di assolvimento, opposti, adottati dopo la fine della II guerra mondiale: metodi di rimozione della colpa che alla fine producono effetti negativi e fomentano odio, allontanando i popoli dal trovare soluzioni ai problemi per la pace e per la guerra.
Il continuo tangibile omaggio spontaneo, durante l’occupazione nazi-fascista, a quelle tombe significò che la popolazione, almeno una parte di essa, non era più così manipolabile dalla propaganda e in tanti non cedevano più alle lusinghe del regime e cominciavano a pensare di testa propria; così iniziò uno straordinario braccio di ferro tra le autorità nazi-fasciste e quella parte di popolazione: non potendo impedire l’accesso al cimitero di Riglione, che comunque veniva sorvegliato, furono organizzati dei blitz da parte della milizia per eliminare fiori e candele dalle tombe, ma il giorno successivo, se non a distanza di poche ore, tutto tornava come prima. Questa battaglia di resistenza disarmata, combattuta a suon di fiori e lumini sulle tombe del Magg. Gamerra e dei suoi soldati durerà per tutta l’occupazione di Pisa. L’ultimo atto venne eseguito dai guastatori tedeschi al momento della ritirata: disposero casse di esplosivo in quella porzione del cimitero e fecero brillare le cariche devastando le tombe.
I Tedeschi non vinsero la battaglia neanche con questa efferata azione, non riuscirono infatti a cancellare la memoria del Magg. Gian Paolo Gamerra e dei caduti del IV gruppo; appena passato il fronte dei combattimenti e liberata Pisa, per volontà di Don Domenico Baldocchi e del Comando unificato delle formazioni del CLN, quella porzione di cimitero venne subito isolata e protetta. Iniziò in seguito un lungo e certosino lavoro sui resti umani fatti a pezzi e sparpagliati, frammischiati ai resti di altri civili sepolti: applicando metodi e tecniche di antropologia forense vennero poco per volta ricomposti. Oggi il Maggiore Gamerra ed i suoi soldati non riposano più nel cimitero di Riglione; molti anni dopo la fine della guerra la Direzione ONORCADUTI del Ministero della Difesa organizzò la riconsegna alle famiglie ed alle Comunità di provenienza, vennero così traslati con tutti gli onori militari. Sul muro del cimitero resta oggi una lapide commemorativa che riporta i loro nomi e nel piazzale campeggia un monumento collocato per volontà dell’ANPI in memoria del Magg. Gian Paolo Gamerra e dei suoi soldati.


Alla liberazione di Roma, nel 1944, vennero istituiti organi d’inchiesta da parte del Governo Italiano per indagare: le cause del crollo militare dello Stato, la mancata difesa di Roma, le gravi responsabilità dei vertici politici e dei comandi delle Forze Armate, “le commissioni ministeriali per l’accertamento dei fatti dell’8 settembre 1943”. I lavori delle commissioni durarono dal 1944 al 1946, la più importante tra esse fu la commissione presieduta dall’Avv. Mario Palermo, esponente del PCI all’epoca Sottosegretario di Stato al ministero della guerra nel governo Bonomi. Il compito specifico era indagare la mancata difesa di Roma, ma la Commissione si scontro con la congiura del silenzio da parte dei generali del R. Esercito nonché la marea di giustificazioni e scarica barile incrociato, rimpallo di responsabilità operative, giustificazioni tecniche sull’impossibilità tattica di reazione che facevano ricadere sui subordinati, fino ai singoli militari dei reparti, la responsabilità del disastro.
La Commissione Palermo, non potendo contare su carte, atti e documenti ufficiali a conferma o smentita di quelle audizioni, estese la sua indagine esaminando quanto era successo in altri luoghi.
Vennero attentamente esaminate le azioni del Maggiore Gian Paolo Gamerra che risultarono l’esatto opposto rispetto le condotte ambigue e ai rimpalli di responsabilità dei generali degli Alti Comandi; la condotta di Gamerra fu giudicata dalle commissioni, e dallo Stato Maggiore, il fulgido esempio di riferimento che smentiva le tesi “sull’impossibilità di reagire” sostenuta da quei generali inquisiti. Gamerra venne infatti seguito nella sfortunata azione da tutti gli uomini del suo reparto e senza esitazione, ciò dimostrava piena capacità tattica e combattiva nonché unità e coesione di quegli uomini con il loro comandante.
Si estese l’esame anche alle condotte tenute dagli altri ufficiali presenti in quella parte della Toscana, come il T. Colonnello Angelo Falconi che scelse di assecondare lo spirito combattivo dei suoi carristi e della popolazione di Piombino, agì d’iniziativa in opposizione agli ordini ambigui e per le sue azioni gli venne in seguito conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il Cap. di Fregata Amedeo Capuano assieme al Cap. di Corvetta Giorgio Bacherini, coordinarono efficacemente le batterie costiere e le difese del porto di Piombino con i loro marinai, assieme ai carristi, militari presenti, guardia di finanza e popolazione insorta, anch’essi rifiutando gli ordini ambigui di cedere il porto alle truppe tedesche. L’esame della condotta del Colonnello Francesco D’Alessio avvenne nel 1946, dopo la sua liberazione dal campo di internamento in Polonia, da un’altra Commissione, essa si svolse inizialmente sotto la lente della mancanza d’iniziativa, il metodo procedurale era cambiato ora conosciuto come “discriminazione”; da subito fu criticato per non avere applicato principi come la “reazione armata” e la “difesa ad oltranza del territorio”, metodi di combattimento ascrivibili ad una datata manualistica risalente alla I^ guerra mondiale, tuttavia l’esame degli elementi, non considerati prima dai membri di quella Commissione, e le risposte precise e puntuali mise in evidenza la sua condotta impeccabile ed elogiato, venne poco dopo promosso Generale. Sull’Ammiraglio Nomis di Pollone non vi fu nulla da ridire, la sua condotta risultò limpida e specchiata rispetto all’8 settembre, tuttavia subì uno scivolone, nel suo successivo comando della flotta cobelligerante a Taranto, nel 1944, per un dissidio con il comandante Fecia di Cossato, eroe di guerra; l’Ammiraglio, ossessionato dal mantenimento di una rigida disciplina, di fronte ad una divergenza di opinioni perse la pazienza e lo fece mettere agli arresti rischiando una sommossa tra quegli equipaggi agitati, stanchi, sfiniti, e lontani dalle famiglie di cui non avevano più notizie; da quel ormai lontano 8 settembre avevano operato in continuo stato di guerra, in missioni al di sopra dell’impossibile, compiendo veri e propri miracoli con quel poco che avevano e di quello che restava della flotta. Di Cossato fu liberato 24 ore dopo, ma perse il comando di Nave Aliseo mentre l’Ammiraglio perse la fiducia e la credibilità, giudicato poco lucido, troppo intransigente ed antiquato, dai suoi stessi pari grado: con occhi di oggi diremmo che quella vicenda scaturì, al di la delle ragioni del contendere, per un crollo da stress post traumatico, un male allora sconosciuto. L’Ammiraglio soffriva in silenzio per la sorte della famiglia, rimasta bloccata nel nord dell’Italia occupata, invece Di Cossato aveva iniziato ad isolarsi, mostrandosi sempre più apatico e quando dopo la sua liberazione dagli arresti militari in fortezza si recò in licenza a Napoli, la sua prima licenza ancor prima dell’8 settembre, nel silenzio di una camera d’albergo si tolse la vita.
La “Commissione Palermo” presentò la sua relazione conclusiva il 5 marzo 1945, nella parte finale le ultime parole affermavano che, l’8 settembre, si sarebbe potuto evitare il disastro. Il documento rimase a lungo segretato, i verbali e le carte furono coperti dal Segreto di Stato e solo più tardi, a partire dal 1965, alcune parti iniziarono a essere accessibili agli storici.
Durante le audizioni dei testimoni la stampa pubblicava però le interviste agli stessi e quando l’accertamento dei fatti passò alla magistratura militare ordinaria istruendo il processo penale si giunse, nel 1949, al proscioglimento e all’assoluzione con formula piena di quei vertici militari coinvolti. La magistratura ribaltò la dura censura espressa dalla “Commissione Palermo” che indicava lo sfaldamento del R. Esercito come l’effetto diretto del tradimento dei vertici, mentre i tribunali del dopoguerra e la difesa degli imputati lo usarono come causa esimente, scaricando la colpa sulle truppe e sull’impossibilità di farsi obbedire dai reparti. Per quanto riportato nelle cronache dell’epoca l’opinione pubblica scaricava così sull’Esercito e sulla Marina le pesanti colpe dell’intera sconfitta della guerra ed ignorava invece l’apporto dato da essi alla Resistenza ed alla Guerra di Liberazione.
I combattimenti di Stagno, gli scontri di Livorno, la difesa del caposaldo di Ardenza ed il contrattacco dei Bersaglieri della scuola d’armi di Castiglioncello (LI) guidati dal Capitano Giuseppe Scarani, poi conosciuto con il nome di battaglia “Carega” nella Resistenza, l’eroica difesa di Piombino, vennero valutati tutti come esempio di combattività intatta dei reparti minori, i quali, nonostante l’isolamento e la penuria di munizioni, erano perfettamente in grado di fermare tatticamente i tedeschi se guidati da ufficiali determinati a battersi.
Al Maggiore Gian Paolo Gamerra, cui oggi è intitolata a Pisa la Caserma sede del Centro Addestramento Paracadutisti “CAPAR” (in precedenza SMIPAR), fu attribuita la Medaglia D’Oro al Valor Militare alla memoria con Decreto Luogotenenziale del 16 novembre 1944, il riconoscimento arrivò a poco più di un anno dal suo sacrificio. Il conferimento tempestivo, avvenuto poco dopo la liberazione di Pisa e mentre il nord Italia era ancora sotto occupazione tedesca, servì a sancire formalmente il valore del suo operato, elevando la figura di Gamerra a uno dei primissimi simboli eroici della riscossa militare e della resistenza italiana.
Abstract by
Giuseppe Antonio Cacciatore
"in ricordo di mio padre Leonardo, Marinaio (SDT) di appena 19 anni di stanza a Livorno, sopravvisse a quei fatti d’armi con coraggio e molta fortuna"
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Nota della redazione:
A seguito notifica del Comando di appartenenza, Prot. n.2026/08662/C/U del 17/4/2026, con Decreto del Ministero della Difesa, Direzione Generale della previdenza militare e della leva, 5° Ufficio, il Capitano Commissario CACCIATORE Giuseppe Antonio, Agrigento, classe 1957, cessa di appartenere al Ruolo Normale Riserva del Corpo Militare Volontario della C.R.I. in virtù dell’art. 1666 del Codice dell’Ordinamento Militare ed è collocato in “congedo assoluto per raggiunti limiti d’età” conservando il Titolo e l’Onore del proprio grado, delle onorificenze e delle qualifiche militari conseguite durante la sua attività di servizio, oltre alla facoltà di continuare ad indossare, mantenendone il decoro, l’uniforme durante la partecipazione a commemorazioni militari di rilevanza nazionale e di corpo.
Al Capitano Cacciatore vanno le nostre congratulazioni per il traguardo raggiunto, il ringraziamento per il servizio prestato nella formazione D.I.U. presso gli Enti ed i Reparti del nostro presidio militare di Pisa, infine l’augurio che nonostante il meritato “congedo assoluto” egli possa in futuro continuare a prestare la sua collaborazione di ricercatore storico a nostre future iniziative editoriali.
Roberto Marchetti