Carcano Mod. 91

Carcano Mod. 91

Foto: wikipedia.org

Il fucile descritto è un esemplare del celebre Modello 1891, più noto come “Modello 91” o semplicemente “’91”, arma simbolo della fanteria italiana tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo. Realizzato dalla Fabbrica d’Armi dell’Esercito di Terni (FAET), presenta una canna in acciaio fusa con precisione e montata su una cassa lignea sagomata, completata da una cinghia in cuoio concia e modellata per consentirne il trasporto a tracolla, secondo l’uso militare del tempo. La forma mistilinea dell’arma riflette l’attenzione all’ergonomia e alla funzionalità, mentre le misure – una lunghezza complessiva di 128,5 cm (circa 158,3 cm con baionetta montata) – indicano un’arma pensata per l’impiego a lunga gittata, adatta alla guerra di trincea e ai combattimenti a distanza. Degno di nota è l’alzo a quadrante installato sulla canna, che permette la regolazione della mira da 600 a 2000 metri, con tacche intermedie ogni ettometro, oltre a due mire fisse preimpostate a 300 e 450 metri: tale dispositivo era espressione della sofisticazione tecnica che contraddistinse il progetto originario del fucile, volto a garantire precisione di tiro anche in condizioni operative difficili. Il manubrio di caricamento e il meccanismo di sparo, in questo esemplare, risultano rimossi, probabilmente a fini museali o di disattivazione. Sotto la volata è visibile l’innesto a “T” per l’applicazione della baionetta, un elemento standardizzato per le armi bianche in dotazione all’epoca. L’arma reca impresse matricole sia sulla canna che sul calcio, assieme al marchio della FAET, segno di un’attenta tracciabilità produttiva da parte dell’apparato industriale militare italiano. Adottato ufficialmente dal Regio Esercito Italiano il 5 marzo 1892, il Modello 91 rappresenta una svolta cruciale nella storia dell’armamento militare nazionale: progettato in risposta a un bando pubblico per dotare la fanteria di un fucile a ripetizione moderno, l’arma si distingueva per l’utilizzo del calibro 6,5 mm, soluzione allora innovativa che garantiva un peso contenuto della cartuccia e, di conseguenza, la possibilità per il fante di portare un maggior numero di colpi. Sebbene inizialmente tale calibro suscitasse perplessità – soprattutto per problemi di logoramento della canna in prossimità della camera di scoppio e per la tendenza del proiettile a frantumarsi – tali difetti vennero superati attraverso l’introduzione di una rigatura a quattro righe destrorse e l’adozione di proiettili in piombo rivestiti da una lega di rame e nichel. L’arma è conosciuta a livello internazionale con il nome composito di “Mannlicher-Carcano-Parravicino”, che riflette la complessa genesi progettuale: Carcano, ufficiale del Regio Esercito, sviluppò l’otturatore ispirandosi a quello tedesco Mauser; Mannlicher è associato alla concezione del serbatoio e del caricatore a pacchetto, anche se ricerche recenti condotte da Alessandro Bison attribuirebbero la paternità del serbatoio al capitano Pietro Bertoldo, già noto per importanti modifiche apportate al precedente fucile “Vetterli”; Parravicino, infine, fu il presidente della commissione che sovrintese al progetto. Il fucile utilizzava un sistema di alimentazione a pacchetto che consentiva di inserire sei cartucce simultaneamente in un serbatoio centrale fisso e aperto, mediante un caricatore perpendicolare alla canna: tale sistema, rapido ed efficiente, rappresentava un’innovazione per l’epoca e contribuiva alla celerità d’uso durante le fasi concitate del combattimento. La popolarità e la diffusione capillare del Modello 91 nel corso della Prima Guerra Mondiale e nei conflitti successivi ne fecero un oggetto familiare ai soldati italiani, al punto che nel lessico popolare e dialettale l’arma era conosciuta semplicemente come “skiop”, termine colloquiale che ne esprimeva la pervasività nella vita militare del periodo. In sintesi, il Modello 91 rappresenta un caposaldo della storia militare italiana, frutto della transizione tecnologica e dottrinale che caratterizzò la fine dell’Ottocento, incarnando lo sforzo dell’industria nazionale nel modernizzare l’equipaggiamento della fanteria secondo le esigenze di un’epoca in rapido mutamento.

     Roberto Marchetti

Fonte: Fonte: lombardiabeniculturali.it

Vetterli-vitali mod. 1870

Vetterli-vitali mod. 1870

Foto: wikipedia.org

Il fucile descritto è un esemplare significativo della storia armiera italiana post-unitaria, riconducibile alla produzione dell’Arsenale di Brescia, importante realtà industriale operante dal 1812 al 1945 e protagonista della modernizzazione bellica del Regno d’Italia. L’arma, realizzata mediante tecniche di fusione per le parti metalliche in acciaio e ottone e sagomatura del legno per la struttura portante, misura 135 cm di lunghezza, con un’altezza di 13 cm e uno spessore di 7 cm, ed è un testimone dell’evoluzione armiera tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Originariamente camerata per il munizionamento 10,35 × 47 mm R, tipico del modello “Vetterli Mod. 1870”, l’arma in esame venne successivamente ricalibrata per ospitare proiettili da 6,5 mm, probabilmente per standardizzarne l’uso con le munizioni del successivo “Carcano Mod. 91“, adottato a partire dal 1891 come nuovo fucile d’ordinanza del Regio Esercito. Attualmente l’arma risulta inefficiente, essendo stata resa inoffensiva mediante colata di piombo all’interno della canna, procedura comune per la disattivazione definitiva di armi militari dismesse. Dal punto di vista morfologico, presenta una canna in acciaio ancorata longitudinalmente a un fusto ligneo che si prolunga posteriormente nel calcio, elemento essenziale per la stabilità dell’arma durante il tiro, concepito per appoggiarsi alla spalla del tiratore. Sono presenti due passanti metallici inferiori, posizionati sul calcio e al centro del copricanna, funzionali all’aggancio di una cinghia in cuoio per il trasporto. Sulla superficie della canna si rinvengono punzonature identificative della fabbrica e dell’anno di produzione, elementi utili per la datazione e per la tracciabilità storica dell’esemplare. L’ideazione originaria dell’arma è da attribuirsi all’ingegnere svizzero Johann-Friedrich Vetterli (1822-1882), autore del progetto dell’omonimo fucile “Vetterli Mod. 1869” impiegato inizialmente dall’esercito elvetico. In Italia, il modello venne adottato come “Fucile Vetterli Mod. 1870”, versione monocolpo in calibro 10,35 mm, destinata a sostituire progressivamente il più obsoleto “Carcano Mod. 67 ad ago”, ancora in uso nel Regio Esercito all’indomani dell’Unità d’Italia. La scelta di adottare il sistema Vetterli da parte degli arsenali italiani rispondeva all’esigenza di modernizzare l’equipaggiamento militare del neonato Stato unitario, dotando la fanteria di un’arma più moderna ed efficiente. Tuttavia, il sistema monocolpo si rivelò presto inadatto alle mutate esigenze del campo di battaglia europeo, in cui gli altri eserciti avevano già iniziato a dotarsi di armi a ripetizione, in grado di garantire una superiore cadenza di fuoco. L’inadeguatezza del fucile monocolpo italiano spinse a una serie di modifiche migliorative, dapprima adottate dalla Regia Marina con il modello “Vetterli-Bertoldo Mod. 1870/82”, sviluppato dal capitano Giovanni Bertoldo. In seguito, fu il Regio Esercito ad adottare una versione a ripetizione progettata dal capitano Giuseppe Vitali (1845-1921), il “Vetterli-Vitali Mod. 1870/87”, reso tale mediante l’integrazione al blocco di culatta di un serbatoio-caricatore da quattro colpi, soluzione che permise un notevole miglioramento in termini di rapidità di fuoco e operatività. L’adozione di questa versione rappresentò un passaggio intermedio cruciale nell’evoluzione delle armi individuali in dotazione alle truppe italiane. Le successive versioni migliorative, come il “Vetterli-Vitali Mod. 1870/90 Ferracciù” e il “Vetterli-Vitali Mod. 1870/87/16”, testimoniano l’ulteriore tentativo di aggiornare l’arma alle esigenze del tempo, fino a quando il Vetterli non venne definitivamente sostituito dal “Carcano Mod. 91”, che sarebbe rimasto in servizio fino alla fine della Seconda guerra mondiale. La cultura armiera bresciana, già nota per la produzione di qualità in età preunitaria, conferma in quest’arma la propria rilevanza nel contesto della produzione bellica italiana ottocentesca. La denominazione popolare “skiop”, termine dialettale che identifica comunemente il fucile, sottolinea l’immediata riconoscibilità dell’oggetto anche nel linguaggio comune e nella memoria collettiva delle popolazioni locali.

     Roberto Marchetti

Fonte: lombardiabeniculturali.it

Giuseppe Baudoin

Giuseppe Baudoin

Giuseppe Baudoin: Pioniere e Padre Spirituale dei Paracadutisti Militari Italiani





Il Generale di Brigata Aerea Giuseppe Baudoin rappresenta una delle figure più significative e carismatiche della storia militare italiana del Novecento. Nato in un’epoca segnata da profondi cambiamenti politici e sociali, seppe incarnare fin da giovane quei valori di disciplina, lealtà e dedizione alla Patria che avrebbero contraddistinto l’intera sua esistenza. Uomo di straordinaria energia morale e intellettuale, Baudoin si distinse non solo per la sua carriera militare fulgida ma anche per l’approccio umano e profondamente etico che seppe mantenere in ogni circostanza. Già durante il 32° Corso AA.SS. della Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza al Lido di Ostia, il suo ruolo andava ben oltre quello formale di comandante: con le sue visite domenicali in caserma, lasciava nei giovani militari un’impressione profonda e duratura, mostrando un interesse sincero per la vita e le aspirazioni di ciascuno di loro.

Il suo modo di relazionarsi, pur nel rispetto del rigore gerarchico, rifletteva un’autenticità rara, che lo rese una figura paterna e guida spirituale per molte generazioni. La sua influenza fu ancora più decisiva nel contesto del paracadutismo militare italiano, settore nel quale fu pionieristico. Nel 1937, con il grado di Colonnello, fu incaricato della fondazione della Regia Scuola Nazionale di Paracadutismo presso l’aeroporto di Tarquinia, e in tale veste contribuì in modo determinante alla formazione e alla disciplina dei primi reparti aerotrasportati del Regno d’Italia. Sotto la sua direzione, la Scuola non fu soltanto un centro di addestramento, ma anche un luogo di trasmissione di valori come il senso del dovere, il rispetto per i compagni e l’amore per la bandiera. Baudoin fu capace di creare un clima di coesione e rispetto reciproco, ponendo le basi per una tradizione militare che avrebbe influenzato profondamente la storia delle forze armate italiane. Le sue esperienze di comando durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare in Corsica nel 1942 e durante gli eventi drammatici dell’8 settembre 1943, misero in luce il suo straordinario coraggio personale e la sua incrollabile fedeltà al giuramento militare. In quel frangente storico, quando l’Italia si trovava in uno stato di caos istituzionale e molti comandanti cedevano alle pressioni delle forze tedesche, Baudoin si rifiutò di abbandonare i suoi uomini, rimanendo saldo nella difesa della propria dignità e in quella delle istituzioni. Questo gesto rafforzò ulteriormente la sua fama di uomo integerrimo, tanto da essere ricordato come il “carabiniere della Chiesa”, appellativo che ben riflette la sua adesione convinta a una visione del mondo fondata sulla fede, la tradizione e il rispetto dell’autorità morale e spirituale. Ma la personalità del Generale Baudoin non si esaurisce nel solo ambito militare.

Era un uomo colto e riflessivo, capace di apprezzare la musica, la lettura e la conversazione intellettuale. La sua vita quotidiana era scandita da rituali semplici ma significativi, come l’abitudine di alzarsi in piedi per ascoltare l’Inno Nazionale alla chiusura dei programmi radiofonici e televisivi, gesto che esprimeva con forza il senso profondo del dovere civico e patriottico che lo animava. Le serate passate in compagnia di amici e colleghi si trasformavano in occasioni preziose in cui egli narrava episodi del passato, spesso vissuti in prima persona, che si tramutavano in vere e proprie lezioni di vita. La sua capacità di raccontare, unita alla lucidità del pensiero e alla ricchezza di esperienze, lasciava un segno indelebile in chi lo ascoltava, offrendo una visione della storia militare intrisa di umanità, onore e sacrificio.

Quando morì il 4 marzo 1963, la sua scomparsa fu avvertita come una perdita irreparabile da coloro che avevano avuto il privilegio di conoscerlo. I numerosi cimeli e documenti che ancora oggi testimoniano il suo percorso – tra cui il cifrato speciale autografo di Italo Balbo per il Duce, lettere personali e un pugnale di rame simbolico – costituiscono un patrimonio prezioso non solo per gli studiosi della storia militare, ma anche per tutti coloro che cercano nei grandi uomini del passato un esempio di virtù e fermezza.

     Roberto Marchetti
Fote: circolodantealighieri.com

Scuola paracadutisti di Viterbo

Scuola paracadutisti di Viterbo

La costituzione dei reparti paracadutisti italiani affonda le sue radici nell’esperienza maturata in Libia, ma fu solo con la legge del 1937 che vennero poste le prime basi ufficiali, assegnando alla Regia Aeronautica la responsabilità della creazione delle Scuole di Paracadutismo. La prima concreta disposizione operativa arrivò con la circolare del 28 agosto 1939 che designava Tarquinia come sede della prima Scuola Nazionale di Paracadutismo. La scelta di Tarquinia, sebbene supportata da fattori logistici come la vicinanza al mare, una rete viaria e ferroviaria efficiente e un’area pianeggiante, risultava poco giustificata dal punto di vista infrastrutturale, disponendo soltanto di un piccolo aeroporto con una modesta aviorimessa e una palazzina in muratura. Nonostante ciò, il 15 ottobre 1939 venne ufficialmente istituita la Regia Scuola Paracadutisti dell’Aeronautica, posta sotto il comando del Colonnello Giuseppe Baudoin, figura centrale per la nascita e l’affermazione del paracadutismo militare italiano. La gestione tecnico-amministrativa spettava alla Regia Aeronautica, mentre l’addestramento e l’impiego tattico erano di competenza dello Stato Maggiore del Regio Esercito e la disciplina era affidata al Comando della In Zona Aerea Territoriale. La struttura organizzativa della scuola includeva il Comando Scuola con due ufficiali superiori, uno per l’Aeronautica e uno per l’Esercito, oltre a diversi reparti: Volo, Istruzione Allievi, Servizi, Tecnico Manutenzione, Logistico-Amministrativo, Studi ed Esperienze e Sanitario. I primi mesi furono dedicati all’allestimento della sede, alla costruzione di infrastrutture e all’approvvigionamento di materiali, compresa una torre di lancio alta 52 metri donata dai Vigili del Fuoco del Genio Militare di Villa Glori a Roma. Il personale fu selezionato secondo le direttive della circolare del 1939, che prevedeva il reclutamento di ufficiali e sottufficiali in servizio permanente o raffermati provenienti da varie Armi del Regio Esercito. Il primo corso per istruttori iniziò il 28 marzo 1940 con un programma estremamente articolato: addestramento fisico generale e specifico, esercitazioni di tiro, orientamento, tecniche di comunicazione, difesa antigas, pronto soccorso e naturalmente tutte le attività connesse al paracadutismo, compresi lanci individuali e collettivi, e manovre simulate di conquista di basi aeree nemiche. Il corso, inizialmente previsto in otto mesi, fu ridotto a tre per esigenze belliche e alla fine di giugno 36 dei 57 partecipanti vennero brevettati. Il 10 luglio 1940 iniziarono i corsi per le reclute, selezionate in base a rigidi criteri fisici e morali. L’addestramento si articolava in due fasi: una fisico-lancistica e una tecnico-operativa, comprendente lanci da altezze progressive, per culminare in un addestramento tattico conclusivo con esercitazioni a fuoco. Tuttavia, tra il 25 e il 27 luglio 1940, quattro tragici incidenti causati dal malfunzionamento del paracadute Salvator D.39 costrinsero alla sospensione delle attività di lancio. Il Reparto Studi ed Esperienze della scuola riuscì a sviluppare rapidamente un nuovo modello denominato IFA1I SP, che, sebbene non consentisse manovre in volo, garantiva un elevato livello di sicurezza e fu approvato per l’uso operativo a partire dall’ottobre 1940. L’attività riprese così con pieno slancio, raggiungendo un’intensità notevole negli anni 1941 e 1942. Il Reparto Volo venne rafforzato con l’introduzione dei trimotori SIAI Marchetti SM 82 e il personale dei ripiegatori superò le cento unità, consentendo di eseguire quotidianamente da 500 a 1600 lanci. Il Reparto Studi ed Esperienze continuava nel frattempo a sviluppare equipaggiamenti sempre più specifici, come uniformi, stivaletti da lancio, elmetti, tute mimetiche, buffetterie, contenitori per rifornimenti e perfino una motocicletta aviolanciabile chiamata Volugrafo. L’intensa attività addestrativa e il progressivo incremento del numero di uomini da formare rese necessaria una graduale delocalizzazione verso Viterbo, dotata di migliori strutture aeroportuali. Tuttavia, solo il 25 febbraio 1943 venne ufficialmente istituita la Regia Scuola Paracadutisti di Viterbo, affidata al Colonnello Renato di Jorio. Con il deteriorarsi della situazione bellica e il precipitare degli eventi, le scuole furono costrette a cessare le loro attività: quella di Tarquinia fu chiusa il 10 luglio 1943, mentre Viterbo proseguì fino all’armistizio dell’8 settembre.

     Roberto marchetti
Fonte: associazione-nazionale-nembo.jimdosite.com

Capodanno pisano

Capodanno pisano

Il cosiddetto Calendario Pisano, o stile dell’Incarnazione al modo pisano, rappresentava un particolare sistema di computo del tempo in uso a Pisa e in altre zone dell’attuale Toscana fino alla metà del XVIII secolo. La peculiarità di questo calendario risiedeva nella scelta della data di inizio dell’anno, fissata al 25 marzo, giorno in cui si celebra l’Annunciazione della Vergine Maria secondo il calendario liturgico. Tale data anticipava di nove mesi e sette giorni l’inizio dell’anno rispetto allo “stile moderno” o “stile della Circoncisione”, che fissa al 1º gennaio il primo giorno dell’anno. Questa modalità di calcolo del tempo era radicata nella cultura pisana e contraddistingueva l’identità della città e del suo territorio.

L’abolizione del Calendario Pisano avvenne per decreto del granduca Francesco Stefano di Lorena il 20 novembre del 1749. Con tale provvedimento si stabilì che in tutto il territorio toscano il nuovo anno dovesse iniziare il 1º gennaio successivo, adeguandosi così al calendario gregoriano già in uso nel resto d’Europa. In conseguenza di questa decisione, lo Stato pisano, comprendente approssimativamente le attuali province di Pisa e Livorno, dovette conformarsi alle nuove disposizioni, abbandonando definitivamente l’antico sistema.

Nonostante la sua abolizione, il Calendario Pisano ha continuato a suscitare interesse storico e culturale. Verso la fine degli anni ’80 del Novecento, la Parte di Mezzogiorno del Gioco del Ponte si fece promotrice della rievocazione delle celebrazioni legate a questo evento. In seguito, anche l’Associazione Amici del Gioco del Ponte contribuì significativamente alla conservazione e alla promozione di questa tradizione, assumendo il ruolo di ente coordinatore delle associazioni impegnate nelle attività culturali connesse al Capodanno Pisano. A partire dal 2000, l’organizzazione delle celebrazioni è stata affidata al Comune e alla Provincia di Pisa, conferendo ufficialità all’evento e garantendone la continuità nel panorama delle manifestazioni cittadine.

Un aspetto peculiare legato all’inizio dell’Anno Pisano è la sua scansione mediante un orologio solare. Nel Duomo di Pisa, un raggio di sole entrava da una finestra detta Aurea e colpiva una zona prossima all’altare maggiore esattamente a mezzogiorno, segnando così l’inizio del nuovo anno secondo la tradizione pisana. Tuttavia, a causa delle modifiche architettoniche apportate nel XVII secolo, questo meccanismo perse la sua efficacia. Nel corso del XIX e XX secolo, fu ripristinato sfruttando una differente finestra e stabilendo come bersaglio una mensolina a forma di uovo, situata su un pilastro vicino al luogo in cui venne riassemblato il pergamo di Giovanni Pisano nel 1926.

Le celebrazioni per l’inizio dell’Anno Pisano si aprono con un corteo storico della Repubblica Marinara, a cui prendono parte anche i gonfaloni dei comuni pisani, conferendo solennità e fascino all’evento. Segue una breve cerimonia religiosa, che si conclude esattamente a mezzogiorno, momento in cui l’orologio solare segna l’ingresso nell’anno nuovo secondo la tradizione pisana. Questa rievocazione rappresenta non solo un omaggio al passato, ma anche un’occasione per riaffermare l’identità storica di Pisa e mantenere viva la memoria di un sistema cronologico che per secoli ha regolato la vita della città e del suo territorio.

     Roberto Marchetti

Fonte: turismo.pisa.it. Foto: turismo.pisa.it

Giangiorgio Barbasetti di Prun

Giangiorgio Barbasetti di Prun

Giangiorgio Barbasetti di Prun è stato un ufficiale italiano di alto rango, ricoprendo il grado di Generale di Corpo d’Armata. Nato in Italia in una famiglia di antiche tradizioni militari, Barbasetti di Prun si è distinto per il suo servizio nelle forze armate, assumendo ruoli di rilievo nella difesa nazionale e nelle istituzioni militari del Paese. Tra gli incarichi più importanti ricoperti dal Generale vi è stato il comando della Divisione Corazzata “Ariete”, un’unità storica dell’Esercito Italiano che ha giocato un ruolo cruciale nella difesa della nazione. La “Ariete” è stata protagonista di diverse operazioni strategiche ed esercitazioni militari, consolidando la sua reputazione come una delle divisioni più prestigiose delle forze armate italiane. Dal 1980 al 1992, Giangiorgio Barbasetti di Prun ha assunto il comando del Corpo Militare dell’Ordine di Malta, succedendo al Generale di Corpo d’Armata Carlo Nasalli Rocca di Corneliano. Questo incarico ha segnato un periodo di consolidamento e crescita per il Corpo Militare dell’Ordine, che ha avuto un ruolo significativo nel supporto medico e logistico alle operazioni umanitarie. Nel corso della sua carriera, Barbasetti di Prun ha presieduto cerimonie militari importanti, tra cui quelle legate alla Bandiera di Guerra del Battaglione Logistico Paracadutisti “Folgore”. In qualità di Comandante della Regione Militare Tosco-Emiliana, ha lavorato per rafforzare la capacità operativa dell’Esercito Italiano, assicurando che le forze armate mantenessero un alto livello di preparazione e efficienza. Comandante del Reggimento “Lancieri di Aosta” nel biennio 1962 – 1964, ha guidato l’unità con determinazione e competenza. Altri incarichi ricoperti includono, da Tenente Colonnello, il comando del Gruppo Squadroni “Cavalleggeri Guide” nel 1956-1957, da Generale di Brigata, il comando della Scuola Truppe Corazzate, da Generale di Divisione o di Corpo d’Armata, la direzione generale della Motorizzazione e, infine, il ruolo di Ispettore delle Armi di Fanteria e Cavalleria. La sua lunga carriera lo ha visto a capo di diverse strutture operative e amministrative, consolidando la sua reputazione come un leader capace e strategico. Le esperienze maturate al comando del Gruppo Squadroni “Cavalleggeri Guide” e del Reggimento “Lancieri di Aosta” hanno contribuito a formare il suo profilo di ufficiale esperto nella cavalleria e nella logistica militare. Nel 1971-1972, alla guida della Divisione Corazzata “Ariete” come Generale di Divisione, ha svolto un ruolo chiave nel rafforzamento delle capacità operative dell’unità. La sua nomina a Comandante del Corpo Speciale Ausiliario dell’Esercito Italiano – A.C.I.S.M.O.M. nel 1980 ha rappresentato un ulteriore riconoscimento della sua competenza e dedizione al servizio. Sotto la sua guida, il Corpo Militare dell’Ordine di Malta ha rafforzato il suo ruolo di supporto umanitario e medico, fornendo assistenza in contesti di emergenza e crisi internazionali. La sua eredità come Generale di Corpo d’Armata resta legata all’impegno per l’efficienza operativa e il prestigio delle forze armate italiane, nonché alla sua instancabile dedizione nel mantenere alto il valore della tradizione militare del Paese.

     Roberto Marchetti

Fonte: tavolemilitari.forumfree.it Foto: carlomarullodicondojanni.net

Paola dei conti Antonelli

Paola dei conti Antonelli

Paola dei conti Antonelli nacque nel 1918, figlia di Giacomo Antonelli e Luisa Piva. Appartenente a una famiglia nobile, discendente del cardinale Giacomo Antonelli, influente segretario di Stato di Papa Pio IX, Paola crebbe in un ambiente aristocratico. Nel 1938 sposò il tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, con il quale ebbe una figlia, Antonella. Dopo la tragica scomparsa del marito durante la Seconda Guerra Mondiale, Paola si risposò nei primi anni ’50 con l’imprenditore Enrico Piaggio, noto per aver creato la Vespa. In seguito al matrimonio, Enrico adottò Antonella, che divenne Antonella Bechi Piaggio e successivamente sposò Umberto Agnelli. Paola era conosciuta per il suo carattere riservato e modesto, nonostante la sua posizione sociale. Era una donna all’avanguardia, sportiva e dinamica: guidava l’auto, andava a cavallo, in bicicletta e giocava a tennis. Morì nel 1994, all’età di 76 anni, a causa di una malattia incurabile. I funerali si svolsero presso la villa di Varramista, vicino a Pontedera, alla presenza di familiari e amici, tra cui l’avvocato Gianni Agnelli e suo fratello Umberto. La sua figura è stata rappresentata nel film TV “Enrico Piaggio – Un sogno italiano”, diretto da Umberto Marino e trasmesso nel 2019, che racconta la storia dell’imprenditore e della sua famiglia.

Fonti 
Immagine: Umberto Agnelli e Paola dei Conti Antonelli tratta da biblotoscana.it
Testo: ilsussidiario.net

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Counselor Olistico

Il Counselor Olistico: Una Figura Professionale per il Benessere Psicofisico

Il Counselor Olistico è una figura professionale dedicata a promuovere il benessere psicofisico e la crescita personale attraverso un approccio integrato e consapevole. Operando all’interno di una visione olistica, questa figura considera l’individuo come un sistema complesso di piani interagenti che includono aspetti corporei, mentali, psicologici, relazionali, spirituali ed energetici. L’obiettivo principale del Counselor Olistico è supportare il cliente nel ripristino delle proprie risorse positive, favorendo l’autoconsapevolezza e l’armonia delle energie vitali per migliorare la qualità della vita e il senso di soddisfazione personale.

L’attività del Counselor Olistico non si rivolge a situazioni di tipo patologico e non si sovrappone alle professioni sanitarie. Questa figura non fa diagnosi mediche o psicologiche, non utilizza pratiche terapeutiche riservate a medici o psicologi e non prescrive trattamenti medici o farmacologici. L’operato del Counselor Olistico è orientato esclusivamente a promuovere l’integrazione armonica delle diverse componenti della persona, contribuendo al raggiungimento di un equilibrio psicofisico. Tale approccio è in sintonia con la definizione di salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che la identifica come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale.
Il lavoro del Counselor Olistico si basa sull’utilizzo di pratiche di consapevolezza corporea, energetica e interiore. Queste tecniche hanno l’obiettivo di aiutare il cliente a sviluppare una maggiore coscienza di Sé, considerata il nucleo centrale dell’identità e dell’unicità di ogni individuo. Attraverso il potenziamento della consapevolezza, il cliente è guidato a riconoscere e utilizzare le proprie risorse interiori, favorendo un miglioramento generale del benessere e una più efficace capacità di espressione nel proprio contesto personale, relazionale e sociale.

La formazione del Counselor Olistico comprende un intenso percorso di crescita personale e un approfondito training di consapevolezza, elementi che contribuiscono a costruire una relazione professionale caratterizzata da sintonia, empatia e risonanza con il cliente. Questi professionisti possiedono competenze specifiche e una conoscenza approfondita di tecniche e strumenti che variano in base alla specializzazione, consentendo loro di adattare gli interventi alle esigenze individuali, di coppia o di gruppo.
L’approccio inclusivo e multidisciplinare del Counselor Olistico prevede l’integrazione di differenti modalità di intervento, sempre nel rispetto dei confini professionali e delle competenze di altre figure operanti nel campo del benessere. La centralità dello sviluppo della consapevolezza e della presenza rappresenta il fondamento del lavoro olistico, che può essere arricchito con ulteriori strumenti specifici volti a promuovere il benessere globale della persona.

Roberto Marchetti

 

 

 

 

 

Lo sapevi che

Piccola raccolta di articoli, tratti da quotidiani del tempo, riguardanti fatti riferiti alla Caserma ed ai vari Reggimenti che vi hanno alloggiato

 

Due valorosi

Il Ponte di Pisa n.42 del 18 ottobre 1896 Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa        ...

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Quotidiani del tempo

Partenza per l’ Africa

Il Ponte di Pisa n.5 del 02 febbraio 1896          

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Quotidiani del tempo

Per l’Africa

Il Ponte di Pisa n. 52 del 15 dicembreb 1895 Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa

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Quotidiani del tempo

Cortesie militari

Il Ponte di Pisa n. 48 del 17 novembre 1895 Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa  

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Quotidiani del tempo

Saluti e Cortesia

Il Ponte di Pisa n. 38 del 8 settembre 1895   Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa    ...

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Quotidiani del tempo

Suicidio del soldato

Il Ponte di Pisa n.11 del 17 marzo 1895   Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa      

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Quotidiani del tempo

Un omicidio in Caserma

Il Ponte di Pisa n.33 del 26 agosto 1894     Fonte: Polo Biblioteca Universitaria di Pisa    ...

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Quotidiani del tempo

Eccidio nella Caserma Umberto I°

La Tribuna Supplemento illustrato della Domenica 11 febbraio 1894

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Quotidiani del tempo