Filippo Montesi

Filippo Montesi

Fonte: Il Resto del Carlino

Filippo Montesi nacque a Fano, nelle Marche, l’11 maggio 1963. Cresciuto in un contesto familiare e culturale che rifletteva i valori di dedizione, disciplina e senso civico propri di una generazione segnata ancora dai riflessi della Seconda guerra mondiale e dalla Guerra Fredda, Montesi decise di servire il proprio Paese intraprendendo la leva militare nella Marina Militare Italiana. Appartenente al terzo scaglione del 1982, fu assegnato al Battaglione “San Marco”, corpo d’élite della Marina, da sempre impiegato nelle missioni più delicate e strategicamente rilevanti. Il suo addestramento si svolse in un contesto caratterizzato dalla crescente instabilità internazionale e dalla progressiva partecipazione italiana a missioni militari all’estero sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Nel 1982, l’Italia aderì alla forza multinazionale di pace inviata in Libano a seguito dell’invasione israeliana e del progressivo deterioramento della situazione interna libanese, esplosa in una sanguinosa guerra civile nel 1975. Questa missione, denominata ITALCON (Italian Contingent), faceva parte di un più ampio intervento internazionale che comprendeva anche truppe statunitensi e francesi. L’obiettivo ufficiale era quello di stabilizzare l’area di Beirut, fornire assistenza umanitaria e garantire condizioni minime di sicurezza per la popolazione civile, in particolare nei campi profughi palestinesi, epicentri di tensioni etniche, religiose e politiche.

Montesi giunse a Beirut nel corso della seconda fase della missione, conosciuta come “Libano 2”, una fase particolarmente complessa e pericolosa avviatasi dopo il massacro di Sabra e Shatila del settembre 1982, che aveva ulteriormente esasperato gli equilibri tra le fazioni in lotta e aumentato il rischio per le forze internazionali presenti sul campo. Il 15 marzo 1983, mentre partecipava a una missione di pattugliamento notturno lungo la via dell’aeroporto di Beirut, nelle immediate vicinanze del campo profughi di Burj El Barajneh – una delle aree più instabili della capitale, sotto il controllo di milizie armate e teatro di frequenti scontri a fuoco – Montesi fu vittima di un’imboscata. Colpito da numerose raffiche di mitra alla schiena, riportò gravissime ferite.

Trasportato d’urgenza presso una struttura ospedaliera, lottò per una settimana contro la morte, prima di spirare a Roma il 22 marzo 1983, a soli diciannove anni. Il suo decesso rappresentò una perdita profonda non solo per il contingente italiano, ma per l’intera nazione: Montesi fu infatti l’unico militare italiano caduto durante l’intera missione ITALCON. A fronte di questa perdita, il tributo italiano in Libano fu comunque pesante: si contarono ben 75 feriti tra le fila italiane, un dato che, pur numericamente inferiore rispetto ai 275 caduti statunitensi e agli 87 francesi, testimonia l’elevato livello di rischio e la pericolosità operativa della missione.

La figura di Filippo Montesi divenne emblematica del sacrificio e dell’abnegazione del soldato di leva, inviato in un teatro di guerra lontano dal proprio contesto, mosso non da ideologie ma da un senso del dovere verso lo Stato e la comunità internazionale. I suoi funerali, celebrati con tutti gli onori militari, videro la partecipazione del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, presenza che conferì un ulteriore sigillo istituzionale alla memoria del giovane marò. Pertini, presidente amato per la sua autenticità e il suo legame con il popolo e con le Forze Armate, volle personalmente rendere omaggio a quel ragazzo marchigiano che, nel silenzio del dovere compiuto, rappresentava l’ideale repubblicano del servizio e del sacrificio. La sua morte segnò un momento di riflessione profonda nella storia recente della Repubblica Italiana, ponendo in evidenza i rischi delle missioni di pace e il valore umano dei militari italiani impiegati nei contesti internazionali.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Franco Angioni

Franco Angioni

Fonte: wikipedia.org

Franco Angioni nasce a Civitavecchia il 25 agosto 1933, figlio di un sottufficiale dell’Esercito italiano originario di Norbello, piccolo centro della Sardegna situato nei pressi di Abbasanta, in provincia di Oristano. Questo ambiente familiare fortemente permeato da tradizioni militari influenzerà profondamente il suo percorso di vita e la sua vocazione professionale. Nel 1949, a soli sedici anni, Angioni inizia la sua formazione militare presso la prestigiosa Scuola Militare Nunziatella di Napoli, autentico vivaio di ufficiali delle forze armate italiane, dove riceve i primi insegnamenti fondanti dell’etica militare e del rigore accademico. In seguito prosegue la propria formazione presso l’Accademia Militare di Modena, da cui esce nel 1954 con il grado di sottotenente dell’Esercito italiano, avviandosi così alla carriera che lo porterà a diventare una delle figure più rispettate delle Forze Armate italiane del secondo dopoguerra. Nel 1960 viene promosso capitano, consolidando il proprio profilo professionale all’interno della struttura gerarchica militare. La sua preparazione si arricchisce notevolmente tra il 1966 e il 1969, quando frequenta la Scuola di Guerra italiana, e nel 1970 completa la propria formazione strategica con un’esperienza formativa presso l’omologa canadese. Già nel 1962 aveva ottenuto il brevetto di Ranger presso la prestigiosa U.S. Army Ranger School, un riconoscimento di grande valore simbolico e operativo, riservato a ufficiali altamente addestrati e selezionati.

La carriera operativa di Angioni si sviluppa in modo parallelo alla sua crescita accademica e strategica. Destinato alla specialità dei paracadutisti, comanda prima un plotone e poi una compagnia, per assumere dal 1971 al 1972 il comando del Battaglione Sabotatori Paracadutisti, unità d’élite destinata ad azioni speciali, in seguito rinominata Battaglione d’assalto paracadutisti “Col Moschin”, con il grado di tenente colonnello. Fra il 1977 e il 1978 ricopre il ruolo di vice comandante della brigata paracadutisti “Folgore”, consolidando ulteriormente la sua fama di ufficiale competente, carismatico e capace di coniugare comando operativo e sensibilità strategica.

Il momento di massima visibilità pubblica e di rilievo storiografico nella carriera del generale Angioni si colloca nel settembre del 1982, quando viene designato come comandante del contingente italiano della Forza Multinazionale in Libano nell’ambito della missione denominata “Libano 2”. All’epoca colonnello e capo dell’ufficio operazioni del 3º reparto dello Stato maggiore dell’esercito, Angioni assume questo delicatissimo incarico in una fase di estrema instabilità, a seguito del massacro di Sabra e Shatila nel pieno della prima guerra libanese. La missione, inizialmente concepita sotto egida ONU, subisce una torsione improvvisa a causa del veto dell’Unione Sovietica al Consiglio di Sicurezza, che impedisce il varo di una risoluzione internazionale proprio mentre il contingente è già in navigazione verso il teatro operativo. In assenza del quadro legale offerto dalle Nazioni Unite, la missione si trasforma in uno sforzo tripartito italo-franco-statunitense, con mezzi e uomini che mantengono le caratteristiche visive (come la colorazione bianca dei veicoli) proprie delle operazioni ONU, ma con insegne italiane prive delle lettere UN.

Il contingente italiano, denominato ITALCON, composto inizialmente da circa mille uomini, cresce fino a raggiungere le 2.500 unità, configurandosi come il primo intervento militare italiano all’estero dopo la Seconda guerra mondiale. Il comando di Angioni imprime un’impronta decisiva alla missione. Promosso generale di brigata nel gennaio 1983, egli elabora un modello d’intervento centrato sull’empatia culturale, l’intermediazione diplomatica e la costruzione di relazioni di fiducia con la popolazione locale e le varie fazioni armate in conflitto. Ai suoi uomini distribuisce testi sulla cultura e la storia del Libano, incoraggiandoli a studiare il contesto in cui operano per meglio comprendere le dinamiche sociali e religiose del paese. Questa strategia, innovativa rispetto a precedenti logiche d’intervento di tipo occupazionale o prettamente coercitivo, risulta determinante nel rendere il contingente italiano un soggetto riconosciuto e rispettato da tutte le parti in campo. Simbolo tangibile di questa filosofia è la costruzione di un ospedale da campo nei pressi dell’aeroporto di Beirut, dove vengono curati feriti di ogni fazione, senza distinzione ideologica o etnica. Un episodio emblematico è quello del piccolo Mustafà Haoui, curato nell’ospedale italiano, che divenne mascotte del contingente, e successivamente emigrò in Italia, dove si stabilì e divenne tecnico di laboratorio all’Istituto Regina Elena di Roma. Il successo della missione e l’altissimo grado di interazione raggiunto con la società libanese consacrano l’esperienza di ITALCON come spartiacque nella storia delle operazioni militari italiane. Il ritorno del contingente in Italia, nel febbraio 1984, viene salutato da una folla festante a Livorno, sede della Brigata Folgore, e la figura del generale Angioni acquisisce una popolarità nazionale inedita per un militare. Subito dopo il rientro, Angioni è nominato Capo del 3º Reparto dello Stato maggiore dell’Esercito.

La carriera prosegue ai vertici della gerarchia militare con incarichi di crescente responsabilità e rilievo internazionale. Nel 1986 assume il comando della forza mobile del Comando alleato in Europa, incarico che mantiene fino al gennaio 1989. In quell’anno viene nominato Consigliere militare del presidente del Consiglio Ciriaco De Mita e contestualmente promosso Generale di Corpo d’Armata. Dal giugno 1990 al settembre 1992 comanda il III Corpo d’Armata di Milano, e successivamente, dal settembre 1992 all’11 gennaio 1994, presiede il Centro alti studi per la difesa (CASD), istituzione cardine per la formazione strategica delle élite militari italiane. Dal 14 gennaio all’8 giugno 1994 guida le Forze terrestri alleate del Sud Europa con sede a Verona (FTASE), per poi assumere, dal luglio 1994 al settembre 1996, la carica di segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, massimo vertice tecnico-amministrativo del Ministero della Difesa. Durante la sua lunga e brillante carriera Angioni riceve numerose decorazioni: la Croce d’oro di Anzianità di Servizio Militare (per 40 anni di servizio), la Medaglia per Lunga Attività paracadutistica, la Medaglia d’oro al Merito di Lungo Comando (per oltre 20 anni di comando), nonché la Medaglia Commemorativa per la Missione di Pace in Libano, nelle due versioni relative ai distinti periodi operativi. Queste ultime verranno poi confluite nella moderna Croce per Missioni di Pace. Termina la sua carriera attiva nell’Esercito italiano il 9 settembre 1996, mantenendo comunque un ruolo eminente nel sistema onorifico nazionale come Presidente del Consiglio dell’Ordine Militare d’Italia. La sua figura carismatica e il suo stile di comando hanno ispirato anche la letteratura, in particolare Oriana Fallaci, che nel romanzo Insciallah trasfigura la sua esperienza libanese nella figura narrativa del “Condor”, il comandante del contingente italiano.

Nel giugno 1997, pur in ausiliaria, riceve l’incarico di commissario straordinario del Governo per le iniziative italiane di supporto in Albania, incarico che mantiene fino al giugno 1998, nel contesto delle gravi tensioni regionali dei Balcani post-jugoslavi. Successivamente intraprende l’attività politica e viene eletto alla Camera dei deputati nelle elezioni politiche del 2001 come indipendente in quota Democratici di Sinistra, rappresentando il collegio uninominale di Roma-Monte Sacro. Durante la legislatura svolge il ruolo di segretario della Commissione Difesa della Camera dal giugno 2001 all’aprile 2006 e fa parte della delegazione parlamentare presso l’Assemblea NATO dal settembre 2001, contribuendo a trasporre sul piano istituzionale e legislativo la sua esperienza sul campo, divenendo punto di riferimento autorevole per le politiche della difesa nel sistema parlamentare italiano. Il 28 ottobre 2025 “condor 1” ha spiccato l’ ultimo salto.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

RQ-1 Predator

RQ-1 Predator

Fonte: italeri.com

Nel corso della metà degli anni Novanta fecero la loro comparsa i primi voli operativi dell’RQ-1 Predator, destinato a diventare il più celebre aereo teleguidato senza pilota – UAV, acronimo di Unmanned Aerial Vehicle – del mondo. Sviluppato in un contesto geopolitico segnato da crescenti esigenze di sorveglianza e intervento in scenari ostili, il Predator fu concepito con una missione ben precisa: condurre operazioni di ricognizione avanzata in territorio nemico riducendo al minimo il rischio per la vita umana, in particolare quella di piloti ed equipaggi. Il concetto alla base del programma era radicale per l’epoca: un velivolo in grado di operare per lunghi periodi, trasmettere immagini e dati in tempo reale, e fare tutto ciò sotto il completo controllo remoto da una stazione terrestre. Questo obiettivo fu reso possibile da un’integrazione pionieristica di tecnologie satellitari e sistemi di comando a distanza. Il volo del Predator era infatti controllato interamente da una stazione di terra che, sfruttando le più avanzate capacità satellitari allora disponibili, permetteva agli operatori di pilotare il velivolo con elevata precisione e di monitorare costantemente l’ambiente operativo.

Le capacità del Predator si fondavano su una dotazione tecnologica estremamente sofisticata per l’epoca. Tra gli apparati principali figuravano un sensore ad infrarossi, utile per le operazioni notturne o in condizioni di scarsa visibilità, e un radar ad apertura sintetica (SAR) ad alta risoluzione, capace di produrre immagini dettagliate del terreno e delle infrastrutture nemiche anche attraverso nubi, fumo o nebbia. Questo tipo di radar rappresentava un’evoluzione fondamentale per la ricognizione tattica e strategica, consentendo di mappare e analizzare vaste aree con un dettaglio fino ad allora prerogativa esclusiva dei satelliti spia più avanzati. Dal punto di vista aerodinamico, il Predator si distingueva per una configurazione singolare ed efficiente: la caratteristica coda a V rovesciata e l’elica in posizione posteriore (detta “elica spingente”) non solo conferivano al velivolo un aspetto inconfondibile, ma contribuivano anche a ridurre la firma radar e termica, migliorando le sue capacità di penetrazione in ambienti ostili.

Il peso contenuto – poco superiore ai 1.000 chilogrammi – era un altro elemento chiave nella filosofia progettuale del Predator. Questa leggerezza, unita a un’architettura propulsiva ottimizzata per il volo a lungo raggio e a bassa velocità, permetteva al velivolo un’elevata autonomia e la possibilità di rimanere sull’obiettivo per lunghi periodi, sorvolando con discrezione aree di interesse strategico. Tale capacità di “persistence” – la permanenza prolungata nella zona operativa – rappresentava un elemento rivoluzionario nella conduzione della guerra moderna, in quanto consentiva un monitoraggio costante delle attività nemiche, l’osservazione di pattern comportamentali, l’identificazione di bersagli e la trasmissione continua di informazioni alle forze sul terreno.

A partire dalla fine degli anni Novanta, l’evoluzione del Predator condusse allo sviluppo della versione MQ-1, che segnò una svolta decisiva nel ruolo operativo del velivolo. L’MQ-1 Predator mantenne tutte le caratteristiche fondamentali della versione RQ-1 – in particolare le funzioni di ricognizione e sorveglianza a lungo raggio – ma vi affiancò nuove capacità di attacco al suolo. Per la prima volta un UAV veniva armato con sistemi d’arma letali, rendendolo un vero e proprio strumento di guerra attiva, capace non solo di individuare ma anche di colpire direttamente obiettivi selezionati. L’MQ-1 Predator fu infatti dotato di due missili AGM-114 Hellfire, munizioni a guida laser originariamente sviluppate per l’impiego contro veicoli corazzati ma rivelatesi efficaci anche in operazioni di attacco mirato contro strutture e individui. Questa configurazione ibrida – osservazione e distruzione – aprì una nuova era nella dottrina militare americana e internazionale, introducendo il concetto di hunter-killer drone, ovvero di un velivolo capace di cercare, identificare e annientare il bersaglio in un ciclo operativo chiuso, senza la necessità di interventi esterni.

L’introduzione del Predator, sia nella sua versione originaria RQ-1 che in quella armata MQ-1, segnò un punto di svolta nella storia dell’aviazione militare e nel concetto stesso di guerra tecnologica. Esso rappresentò l’inizio di una trasformazione radicale che avrebbe portato, nel giro di pochi anni, a una proliferazione di UAV con ruoli sempre più diversificati, dallo spionaggio alle operazioni speciali, fino al combattimento diretto. Frutto di una visione strategica lungimirante, il Predator sintetizzava l’incontro tra miniaturizzazione tecnologica, capacità di comando remoto e necessità operative emerse dopo la Guerra Fredda, in un contesto globale in rapida mutazione. Il suo impatto si sarebbe rivelato duraturo, ridefinendo le modalità con cui le potenze militari affrontano il controllo del territorio, la gestione dell’informazione e l’impiego selettivo della forza.

     Roberto Marchetti

Fonte: italeri.com

Operazione Joint Guardian

Operazione Joint Guardian

L’Operazione Joint Guardian, iniziata nel giugno del 1999 sotto l’egida della NATO, rappresentò una delle più complesse e significative operazioni multinazionali di mantenimento della pace condotte nell’Europa post-Guerra Fredda. Il suo scopo primario era garantire la sicurezza e la stabilità del Kosovo al termine del conflitto tra le forze serbe e l’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK), nonché dopo i bombardamenti della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia. Il contesto che precedette l’intervento era quello di una regione devastata da mesi di violenze interetniche, con centinaia di migliaia di sfollati, infrastrutture distrutte e un tessuto sociale profondamente lacerato. L’Operazione Joint Guardian costituì la fase operativa del dispiegamento della Kosovo Force (KFOR), la forza militare internazionale creata dal Consiglio Atlantico per stabilizzare l’area sotto mandato delle Nazioni Unite, in conformità con la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza.

La missione della KFOR si articolava su una molteplicità di compiti fondamentali, a partire dalla messa in sicurezza delle vie di accesso, prerequisito essenziale per ogni ulteriore attività. Le truppe della NATO iniziarono immediatamente la bonifica dei territori disseminati di mine antiuomo, trappole esplosive e cariche collocate su ponti e strade, attività spesso svolta con il contributo dei serbi locali che possedevano le mappe dettagliate dei campi minati. Parallelamente, vennero stabiliti gli avamposti, i quartier generali e i campi base, mentre le unità procedevano all’implementazione di misure di sicurezza e alla costruzione delle infrastrutture logistiche e operative necessarie al lungo periodo.

Nelle prime fasi del dispiegamento, la cooperazione tra la NATO, le ONG e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) fu decisiva per gestire l’emergenza umanitaria. Venne condotta una rilevazione sistematica delle persone sfollate internamente, valutando condizioni sanitarie, livelli di malnutrizione e bisogni prioritari. La NATO supportò attivamente la ricostruzione delle infrastrutture essenziali, come vie di comunicazione e rifugi temporanei, necessarie per il ritorno della popolazione. Le attività erano accompagnate da un’opera di sensibilizzazione nei campi profughi, tesa a far comprendere che il rientro sarebbe stato possibile solo dopo il raggiungimento di un livello minimo di sicurezza, e che, per ottenerlo, sarebbero state necessarie ulteriori operazioni di sminamento. I rifugiati stessi, consapevoli della fragilità della situazione, espressero la volontà di attendere che il Kosovo fosse effettivamente stabilizzato prima di far ritorno.

La KFOR assunse una dimensione multinazionale ampia e senza precedenti: vi presero parte unità provenienti da 28 paesi, tra cui membri NATO e stati partner. Alla fine del 1999, la forza aveva raggiunto una consistenza totale di 50.000 militari, di cui 42.500 dispiegati direttamente in Kosovo e altri 7.500 operanti in retrovia, stanziati in basi logistiche nella ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, in Albania e in Grecia. Le forze furono organizzate in cinque brigate multinazionali, ciascuna responsabile di un’area operativa specifica, ma tutte sottoposte a una medesima catena di comando centrale, diretta dal Comandante KFOR. L’obiettivo comune di tutti i contingenti era la creazione e il mantenimento di un ambiente sicuro e stabile, condizione indispensabile per la ricostruzione civile e il ritorno alla normalità. Circa il 50% del personale era direttamente coinvolto in missioni di protezione, tra cui la difesa delle minoranze etniche, particolarmente vulnerabili nel clima di tensione post-bellico.

Il Regno Unito contribuì con il contingente più numeroso, pari a circa 12.000 soldati, tra cui il Comandante generale della forza internazionale, e stabilì il proprio quartier generale a Pristina, epicentro politico e logistico dell’intera operazione. Anche la Germania fornì un consistente contributo con 8.500 militari, dislocati nella parte sud-occidentale del Kosovo, con quartier generale a Prizren. La portata dell’impegno tedesco fu storicamente significativa, segnando la prima grande partecipazione militare della Germania in un’operazione estera dopo la Seconda Guerra Mondiale. La Francia dispiegò 7.000 soldati nel settore occidentale, con base a Kosovska Mitrovica, e poté contare sul supporto di un contingente di 1.200 militari provenienti dagli Emirati Arabi Uniti. L’Italia operò con circa 2.000 soldati concentrati nella zona di Pec, anch’essa nel settore occidentale. La Russia, pur avendo annunciato l’intenzione di inviare fino a 10.000 soldati da affiancare alle truppe francesi nel nord del Kosovo, finì per partecipare con un numero notevolmente inferiore.

Il contributo statunitense si articolò su più livelli. Gli Stati Uniti fornirono circa 7.000 militari, distribuiti tra il contingente principale in Kosovo e le forze logistiche e di supporto. Furono incaricati del comando e delle operazioni in uno dei quattro settori principali assegnati dalla NATO, stabilendo il quartier generale a Gnjilane, nella parte sud-orientale del territorio. All’inizio della missione, gli USA schierarono 4.000 militari, di cui 1.900 provenienti dalla 26ª Unità da Spedizione dei Marines (MEU), 1.700 appartenenti alla Task Force Hawk dell’Esercito, e circa 200 provenienti dalla Germania per l’allestimento del comando USA. In seguito, l’organico crebbe fino a raggiungere circa 7.000 unità stabilmente dislocate nella regione, soprattutto dalla Germania.

Il settore Est, noto come Multinational Brigade East (MNB(E)), rappresentò uno dei teatri più complessi dell’intera operazione KFOR. La sua base operativa era costituita dalla Task Force Falcon, articolata attorno al Posto di Comando d’Assalto della Prima Divisione di Fanteria statunitense e alla 2ª Brigata. Oltre alle truppe americane, la brigata comprendeva il 13º Gruppo Tattico russo, il 501º Battaglione di Fanteria Meccanizzata greco, il 18º Battaglione d’Assalto Aereo polacco, il 14º Distaccamento Elicotteri e la 37ª Compagnia di Supporto ucraini, un plotone misto lituano e un battaglione degli Emirati Arabi Uniti. In totale, la MNB(E) contava 5.500 soldati statunitensi, 830 russi, 559 polacchi, 429 greci, 240 ucraini, 30 lituani e 115 soldati emiratini.

L’area coperta dalla MNB(E) si estendeva su circa 2.000 chilometri quadrati e presentava una straordinaria varietà sia geografica che demografica. Il territorio includeva zone montuose e pianeggianti, con insediamenti urbani e villaggi rurali isolati. La composizione etnica della popolazione era altrettanto variegata: mentre alcuni villaggi erano abitati da un solo gruppo, altri ospitavano fino a cinque etnie diverse. Gnjilane ne era l’esempio emblematico, con una popolazione di circa 70.000 abitanti suddivisi tra albanesi, serbi, rom e turchi. In questo contesto, le missioni della MNB(E) spaziavano dalle attività di pattugliamento quotidiano e controllo del territorio, alla mediazione tra comunità, alla protezione di convogli umanitari e siti sensibili. La complessità del contesto operativo richiedeva un continuo adattamento delle procedure, flessibilità tattica e una profonda conoscenza della realtà locale. Ogni giorno, i militari della KFOR si confrontavano con una realtà difficile e mutevole, ma il loro impegno contribuì a gettare le basi per la stabilizzazione del Kosovo e per il ritorno progressivo della sua popolazione sfollata.

     Roberto Marchetti

Fonte: globalsecurity.org

Operazione Joint Endeavor

Operazione Joint Endeavor

L’Operazione Joint Endeavor rappresentò uno dei momenti più significativi nella storia recente delle operazioni multilaterali della NATO e nella proiezione di potenza militare e diplomatica degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Avviata nel dicembre 1995, essa fu la risposta diretta alla firma dell’Accordo quadro generale di pace di Dayton, concluso il 14 dicembre dello stesso anno, che pose fine a un conflitto armato devastante che aveva insanguinato la Bosnia-Erzegovina per quattro lunghi anni. A seguito del cessate il fuoco imposto dalla NATO, il comando dell’Alleanza avviò il dispiegamento della Forza di Implementazione (IFOR), la cui componente principale nel settore settentrionale del paese fu affidata alla Task Force Eagle, costituita da circa 20.000 soldati statunitensi. Questa task force, guidata dalla 1ª Divisione corazzata degli Stati Uniti, “Old Ironsides”, e parte del Rapid Reaction Corps della NATO, assunse ufficialmente la responsabilità dell’area il 20 dicembre 1995, costituendo il nucleo operativo della Multinational Division North (MND(N)).

Il ponte costruito sul fiume Sava il 31 dicembre 1995 divenne il simbolo dell’ingresso delle forze NATO in Bosnia, consentendo il movimento delle unità corazzate e logistiche verso l’area di operazioni. Accanto agli statunitensi operarono forze provenienti da dodici nazioni, tra cui le brigate nordico-polacche, turche e russe, segnando un evento di portata storica: per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, truppe americane e russe prendevano parte a una missione comune sotto un comando integrato. La composizione multinazionale della MND(N) comprendeva contingenti di Estonia, Lettonia, Finlandia, Polonia, Danimarca, Lituania, Norvegia, Islanda, Svezia, Russia, Turchia e Stati Uniti, rappresentando un’inedita convergenza di forze della NATO, di paesi partner e di ex avversari della Guerra Fredda.

L’obiettivo principale della Task Force Eagle era l’attuazione militare degli Accordi di Dayton. In particolare, essa aveva il compito di far rispettare il cessate il fuoco, di sorvegliare la linea di separazione tra le ex fazioni in conflitto, l’esercito della Repubblica di Bosnia-Erzegovina, quello croato e quello serbo-bosniaco, e di supervisionare il dislocamento dei combattenti nelle caserme e lo stoccaggio delle armi pesanti in siti concordati. Oltre a questi compiti di sicurezza e controllo militare, la Task Force Eagle collaborò attivamente con l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) per facilitare lo svolgimento delle prime elezioni democratiche del paese, contribuendo così alla ricostruzione politica della Bosnia postbellica.

L’infrastruttura logistica dell’operazione fu una delle più complesse mai attuate in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le forze aeree di mobilità dell’US Air Force svolsero un ruolo cruciale: nei primi tre mesi dell’operazione furono condotte oltre 3.000 missioni aeree, durante le quali vennero trasportati più di 15.600 soldati e consegnate oltre 30.100 short ton di carico. Un elemento innovativo fu l’impiego massiccio del velivolo C-17 Globemaster III, alla sua prima grande operazione emergenziale: sebbene avesse effettuato solo poco più del 20% delle missioni, trasportò oltre il 50% del carico. L’aeroporto di Tuzla, seppur limitato, divenne il principale hub logistico per l’ingresso delle truppe in Bosnia-Erzegovina.

L’intelligence militare americana, componente essenziale dell’operazione, si distinse per l’uso innovativo della tecnologia e la rapidità nel fornire supporto decisionale. Il Combat Intelligence System (CIS), in combinazione con la crescente connettività globale, rese possibile una gestione avanzata delle informazioni tattiche, strategiche e operative. I Mission Reports (MISREP) furono elaborati con una velocità e una precisione senza precedenti, e le analisi prodotte dagli analisti intelligence furono messe a disposizione delle unità mentre le informazioni erano ancora attive sul campo.

Il supporto aereo e logistico fu arricchito anche dalla presenza della componente anfibia del Comando Europeo, costituita dal gruppo d’assalto anfibio e dalla Marine Expeditionary Unit (ARG/MEU(SOC)), riserva operativa della NATO, nonché dall’impiego dei battaglioni Naval Mobile Construction 133 e 40, incaricati della costruzione di campi base per l’IFOR. Dal giugno all’ottobre 1996, un importante contributo giunse anche dallo squadrone UAV del Corpo dei Marines (VMU-1), che fornì immagini e dati tattici tramite il drone Pioneer, supportando sia unità statunitensi che multinazionali; successivamente, lo squadrone fu sostituito dal VMU-2.

Il coinvolgimento dell’INSCOM (US Army Intelligence and Security Command) rappresentò un altro tassello fondamentale. Il battaglione di intelligence militare a bassa intensità fu avvertito della propria partecipazione nell’autunno del 1995 e dispiegò il sistema Airborne Reconnaissance – Low (ARL) in teatro operativo tra il 28 gennaio e il 19 aprile 1996. Durante questo primo ciclo operativo furono condotte 39 missioni, con il contributo determinante di 60 specialisti, tra cui tecnici civili provenienti dalle aziende Raytheon, AVTAIL e California Microwave. Un secondo ciclo di impiego dell’ARL fu autorizzato dal Comando Sud degli Stati Uniti tra l’8 agosto e il 3 ottobre 1996, durante il quale furono condotte 33 missioni. In tale fase furono attivate quattro squadre di supporto aereo da ricognizione, posizionate nei settori britannico (sud-ovest), statunitense (Tuzla), ARRC (Sarajevo) e francese (Mostar). Inoltre, il battaglione effettuò oltre 700 ore di volo con aerei RC-12 della compagnia C.

Particolarmente significativa fu anche la sperimentazione sul campo del drone RQ-1 Predator, operato tra il 7 marzo e il 2 settembre 1996 da una unità congiunta interforze, il Detachment 3, composta da personale di Esercito, Marina, Aeronautica e Marines. Alla fine di tale periodo, la responsabilità del sistema passò al 11th Reconnaissance Squadron dell’US Air Force, che ne assunse il pieno controllo.

La transizione tra le fasi operative dell’operazione fu gestita con una pianificazione attenta e una presenza costante sul terreno. Il 10 novembre 1996, la 1ª Divisione corazzata trasferì la responsabilità della MND(N) e della Task Force Eagle alla 1ª Divisione di fanteria, nota come “Big Red One”. Quest’ultima si dispiegò inizialmente con funzioni di retroguardia per facilitare il rientro in Germania delle unità corazzate. Pochi giorni dopo il suo insediamento, la divisione dovette affrontare una prova cruciale con le manifestazioni nei villaggi di Celic e Gajevi, culminate il 12 novembre 1996 in uno scontro armato tra le ex fazioni che rischiava di far deragliare il fragile equilibrio stabilito a Dayton. L’intervento deciso e professionale dei soldati statunitensi contribuì a ristabilire rapidamente l’ordine e a consolidare l’autorità della forza multinazionale nella regione. La “Big Red One” proseguì il proprio impegno nel garantire la piena osservanza delle clausole militari degli Accordi di Dayton, mantenendo un equilibrio tra fermezza operativa e imparzialità nei confronti delle comunità locali.

Il 20 dicembre 1996, a un anno esatto dall’inizio dell’operazione, la NATO decretò la conclusione della missione IFOR e diede avvio all’Operazione Joint Guard, sotto l’egida della nuova Forza di Stabilizzazione (SFOR). Anche in questo nuovo contesto operativo, la Task Force Eagle continuò a rappresentare la componente statunitense della presenza militare internazionale in Bosnia-Erzegovina, mantenendo alta la vigilanza e il sostegno al processo di normalizzazione del paese balcanico. L’eredità lasciata da Joint Endeavor fu dunque quella di una cooperazione senza precedenti, che unì tecnologia, diplomazia e forza militare nel tentativo di trasformare un campo di battaglia in un terreno di ricostruzione e di pace duratura.

     Roberto Marchetti

Fonte: globalsecurity.org

Operazione IBIS

Operazione IBIS

L’11 dicembre 1992 segna una data fondamentale nella storia recente dell’Italia militare e diplomatica: da Pisa decolla un C-130 con a bordo il primo nucleo avanzato di collegamento italiano diretto a Mogadiscio, Somalia. È l’inizio dell’Operazione IBIS, il più imponente dispiegamento militare italiano dalla Seconda guerra mondiale. A bordo dell’aereo vi sono una ventina di incursori paracadutisti del 9º Battaglione d’assalto “Col Moschin”, sotto il comando del Tenente Colonnello Marco Bertolini. In parallelo, dal porto di Livorno salpano cinque unità navali – l’incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto, la fregata Grecale, il rifornitore Vesuvio, le navi da sbarco San Giorgio e San Marco – con a bordo i Fucilieri di Marina del Battaglione “San Marco”, reparti logistici della Brigata Paracadutisti “Folgore”, e un traghetto civile, Sardinia Viva, appositamente noleggiato per trasportare uomini e mezzi. Lo schieramento italiano è imponente: oltre 2600 militari equipaggiati, 800 veicoli, 15 elicotteri, 210 container con 4200 tonnellate di rifornimenti. In appena 25 giorni, a 6000 chilometri da casa, il contingente italiano si afferma come il secondo più numeroso dopo quello statunitense nella missione multinazionale “Restore Hope”, avviata dalle Nazioni Unite sotto l’egida dell’UNITAF.

Nel cuore della capitale somala, Mogadiscio, il 16 dicembre 1992, un reparto d’incursori del Col Moschin rioccupa l’ex ambasciata italiana. L’edificio, simbolo della storica presenza italiana in Somalia, era stato abbandonato e occupato da miliziani locali. L’operazione, condotta con risolutezza ma senza spargimenti di sangue, si conclude con il tricolore issato sul tetto della cancelleria tra l’entusiasmo della popolazione locale. L’ambasciata diviene così il quartier generale della Brigata “Folgore”, mentre il comando generale del contingente resta nei pressi del comando multinazionale.

Il teatro somalo si presenta subito difficile: savane aride, deserti di pietra, villaggi poverissimi, popolazioni stremate dalla guerra civile e dalla carestia. La prima grande operazione italiana, condotta in parallelo alla fase iniziale del dispiegamento, è il raggiungimento di Gialalassi, 180 km nell’interno, lungo la cosiddetta “Strada Imperiale”, da tempo impraticabile per i convogli umanitari. Una ricognizione degli incursori del Col Moschin e dei Carabinieri paracadutisti garantisce la sicurezza del percorso e permette la consegna degli aiuti. Questa missione segna il debutto operativo dei Circuiti Operativi Umanitari (COU), strumenti ibridi che uniscono finalità umanitarie e obiettivi militari, come la mappatura delle necessità sanitarie e alimentari delle popolazioni incontrate, il controllo del territorio e la dissuasione delle milizie. In pochi mesi, il contingente italiano stabilisce una rete di presidi in un’area vastissima, comprendente località come Balad, Giohar, Buloburti e Belet Uen.

La missione italiana si distingue per l’approccio umanitario e di dialogo, noto come “metodo Angioni”, già sperimentato nel Libano degli anni Ottanta. Il generale Franco Angioni, allora comandante della missione Italcon, aveva posto le basi di una dottrina operativa centrata sul rispetto della cultura locale, sull’ascolto delle esigenze della popolazione e sull’intervento concreto nelle strutture sociali. In Somalia, questo metodo si traduce in azioni capillari: i paracadutisti italiani riaprono scuole, orfanotrofi e ambulatori; ricostruiscono scuole coraniche; distribuiscono viveri, medicinali e materiale scolastico raccolto in Italia; offrono assistenza veterinaria a migliaia di capi di bestiame, migliorando così la vita delle comunità pastorali. Il Corpo Veterinario dell’Esercito Italiano realizza oltre 256.000 interventi clinici, dai trattamenti antiparassitari alle operazioni chirurgiche, guadagnandosi il rispetto della popolazione somala.

Una delle iniziative più simboliche e umanamente significative è l’istituzione di un servizio postale tra la Somalia e l’Italia, capace di ricongiungere famiglie separate dalla guerra. L’ufficio postale di Mogadiscio, in collaborazione con quello di Livorno, permette lo scambio di lettere e messaggi audio, spesso in somalo mescolato all’italiano, testimonianza linguistica di un passato condiviso. Parallelamente, il contingente italiano organizza il ritorno degli sfollati nei villaggi d’origine, alleviando la pressione su Mogadiscio e incentivando la ripresa economica nelle campagne.

Nella capitale, la Brigata “Folgore” affronta la difficile sfida della riorganizzazione urbana. Macerie, traffico caotico, mercati abusivi e criminalità diffusa ostacolano la ripresa. Viene elaborato un piano regolatore per rimuovere le macerie e razionalizzare i mercati all’aperto, con il coinvolgimento diretto delle autorità tradizionali somale. L’operazione si rivela delicata: emergono opposizioni, anche armate, da parte di gruppi che temono di perdere fonti di reddito o coperture per attività illegali. Dopo lunghe trattative, si giunge a un compromesso: i lavori di pulizia sono affidati, in parte, a manodopera locale pagata in viveri e carburanti secondo il principio del “food for work”. Anche in questo caso, l’approccio italiano si fonda sul dialogo e sulla condivisione.

Un esempio emblematico di ricostruzione economica è la riattivazione della Somaltex, una fabbrica tessile di Balad. La Folgore effettua la prima commessa mille paia di pantaloncini da ginnastica e reinveste metà dei proventi per acquistare pezzi di ricambio e riattivare ulteriori macchinari. Questo microprogetto ha un impatto ben oltre le aspettative: crea occupazione, incentiva l’autoimprenditorialità e spinge alcuni miliziani ad abbandonare le armi per un lavoro stabile.

Ma il volto umanitario della missione italiana convive con una realtà bellica tutt’altro che sopita. Il Paese è frammentato da decine di milizie armate e il processo di disarmo è lento e pericoloso. Le forze italiane partecipano a oltre cento operazioni militari denominate “Odissea”, “Canguro”, “Mangusta”, “Hillaac”, “Tamburo”, mirate al sequestro di armi, al controllo del territorio e alla sicurezza dei corridoi umanitari. Queste missioni, condotte con mezzi blindati VCC, Centauro, e con l’impiego di reparti come i “Vampiri” del 186° Reggimento Paracadutisti, si dimostrano decisive per il successo globale dell’Operazione IBIS.

Nel maggio 1993, il passaggio del comando da UNITAF a UNOSOM II segna una svolta nell’intervento internazionale: si passa da una logica di pacificazione a un’azione di peace building. Il nuovo mandato prevede un maggiore uso della forza per imporre il disarmo. Il settore italiano mantiene un approccio equilibrato, ma aumentano le pressioni operative. Il 5 giugno 1993 si apre un periodo tragico: un reparto pachistano viene attaccato nei pressi del “chilometro quattro” a Mogadiscio. Gli scontri sono violenti e le perdite gravi. L’intervento tempestivo delle forze italiane, con il supporto di unità corazzate e reparti elitrasportati, consente di salvare ottanta soldati pachistani e dieci marines americani. L’episodio rafforza il prestigio italiano all’interno della missione ONU e conferma la preparazione e la prontezza delle truppe della Folgore.

L’Operazione IBIS, nella sua complessità, rappresenta una pagina unica nella storia delle missioni militari italiane all’estero: un equilibrio tra forza e diplomazia, tra azione e solidarietà, tra memoria coloniale e rinnovato impegno internazionale. Un’avventura umana e militare che ha visto soldati e ufficiali trasformarsi in mediatori, costruttori, educatori, medici, veterinari e, soprattutto, ambasciatori di una speranza concreta in un Paese devastato dalla guerra.

     Roberto Marchetti

Fonte: brigatafolgore.net

Divisione paracadutisti “Folgore”

Divisione paracadutisti “Folgore”

La Divisione paracadutisti “Folgore” fu una grande unità del Regio Esercito italiano nel corso della Seconda guerra mondiale, simbolo di sacrificio, addestramento rigoroso e straordinaria resistenza in combattimento. Le sue origini risalgono alla fondazione della Regia Scuola Paracadutisti dell’Aeronautica a Tarquinia il 15 ottobre 1939, istituzione nata in seno alla Regia Aeronautica ma presto messa a disposizione del Regio Esercito. I primi corsi di addestramento per istruttori iniziarono nel giugno 1940, mentre già dal mese successivo furono avviati i corsi per le reclute. L’inizio della costruzione di una vera forza paracadutista dell’Esercito vide la costituzione, sempre a Tarquinia nel luglio 1940, dei primi tre battaglioni: I e II Battaglione paracadutisti e il III Battaglione Carabinieri paracadutisti, successivamente ridenominati II, III e I Battaglione. Con l’arrivo del IV Battaglione nella primavera del 1941 e l’aggiunta della 1ª Compagnia cannoni controcarro, si formò il 1º Reggimento Paracadutisti. Il battesimo operativo avvenne il 30 aprile 1941 con un aviolancio del II Battaglione sull’isola di Cefalonia, che avvenne senza incontrare resistenza nemica. Nello stesso anno furono costituiti anche il 2º Reggimento con il V, VI e VII Battaglione e il 3º Reggimento con IX, X ed XI Battaglione. L’VIII Battaglione fu invece sottoposto a un addestramento specifico presso la Scuola Guastatori del Genio. Le compagnie cannoni reggimentali formarono i nuclei dei tre gruppi d’artiglieria paracadutisti, poi riuniti nel Reggimento artiglieria paracadutisti.

Dall’aggregazione di questi reparti nacque il 1º settembre 1941 la 1ª Divisione Paracadutisti sotto il comando del generale di brigata Francesco Sapienza, poi sostituito dal 1º marzo 1942 dal generale Enrico Frattini, ufficiale del Genio e già collaboratore del capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, generale Mario Roatta. Il nome “Folgore” fu ufficialmente assegnato alla divisione nell’agosto 1942. Inizialmente destinata all’invasione dell’isola di Malta, operazione C3, la divisione fu dislocata per l’addestramento tra le campagne pugliesi di Ceglie Messapica, Ostuni e Villa Castelli. Il piano per Malta fu infine abbandonato e nel luglio 1942 la divisione fu trasferita in Africa Settentrionale con la copertura nominale di 185ª Divisione “Cacciatori d’Africa”, denominazione poi trasformata in 185ª Divisione Paracadutisti “Folgore”. Nel frattempo, per ogni reggimento i battaglioni furono portati a tre e si modificarono le denominazioni: i primi a partire per l’Africa furono il 186º e 187º Reggimento paracadutisti, mentre il 185º fu trattenuto in Italia per costituire il nucleo della 184ª Divisione Paracadutisti “Nembo”. L’artiglieria assunse anch’essa il numero 185º.

L’organizzazione iniziale della divisione nel settembre 1941 prevedeva la Compagnia comando e servizi divisionali, tre reggimenti di fanteria paracadutisti, il Reggimento artiglieria paracadutisti, l’VIII Battaglione guastatori, una Compagnia minatori-artieri e una Compagnia collegamenti. Ad agosto 1942, l’organico teorico raggiungeva i 5.912 uomini, di cui 299 ufficiali, e comprendeva un comando divisionale completo di tutte le unità logistiche e di supporto, tra cui la 185ª Compagnia mista Carabinieri, sezioni sanitarie e di sussistenza, compagnie del genio, mortai da 81 mm e tre reggimenti di fanteria strutturati su tre battaglioni ciascuno. L’artiglieria divisionale era suddivisa in tre gruppi, ciascuno composto da due batterie armate con cannoni da 47/32 mod. 35. L’VIII Battaglione guastatori includeva tre compagnie specializzate in demolizioni e sabotaggio.

Nel settembre 1942, la Divisione “Folgore” venne schierata sul settore meridionale della linea di El Alamein, inquadrata nel X Corpo d’armata italiano assieme alla 17ª Divisione fanteria “Pavia”. L’organizzazione fu ristrutturata in quattro raggruppamenti tattici: “Ruspoli” (VII e VIII Battaglione), “Bechi” (II e IV), “Camosso” (IX e X), e “Tantillo” (V e VI). L’artiglieria fu ristrutturata per offrire supporto diretto a questi gruppi, riducendo i Gruppi a due anziché tre. Per compensare la cronica carenza di artiglieria campale, fu costituito un Raggruppamento Tattico Artiglieria “Folgore” al comando del colonnello Boffa, integrato da reparti provenienti da varie divisioni italiane e tedesche: gruppi del 26º Reggimento “Rubicone” con pezzi da 75/27 e 100/17, del 21º Reggimento “Po”, del 1º Reggimento Celere e del 132º Reggimento della Divisione “Ariete” con cannoni FlaK 37 da 88/55 e 90/53 mod.41, oltre a un gruppo tedesco della 21. Panzer-Division con pezzi pesanti da 88 mm, 100 mm e 210 mm.

Durante la seconda battaglia di El Alamein, iniziata la notte del 23 ottobre 1942, la Divisione “Folgore” sostenne l’urto delle forze britanniche e alleate che tentarono di sfondare le difese italiane. Il primo assalto, condotto dalla 1ª Brigata francese a Naqb Rala, fu respinto alle prime luci del 24 ottobre, con gravi perdite per l’attaccante. Nei giorni successivi, la Folgore, insieme a reparti della “Pavia”, contrastò efficacemente i ripetuti tentativi di penetrazione della 7ª Divisione corazzata britannica, della 44ª e 50ª Divisione di fanteria, fino all’ultimo grande assalto del 27 ottobre condotto dalla 132ª Brigata fanteria britannica. Nonostante la superiorità numerica e materiale del nemico, la divisione mantenne la posizione. Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1942, in esecuzione degli ordini dell’Alto Comando Italiano in Tunisia (ACIT), la divisione iniziò la ritirata, ma le condizioni estreme del deserto, l’assenza di mezzi motorizzati e le pressioni nemiche resero impossibile il disimpegno. Dopo due giorni di marcia, alle ore 14:35 del 6 novembre 1942, ciò che rimaneva della Divisione si arrese alla 44ª Divisione fanteria britannica del generale Hughes. Ai superstiti furono concessi gli onori delle armi. Il generale britannico volle incontrare personalmente i comandanti italiani, generali Frattini e Bignami e il colonnello Boffa, congratulandosi per il comportamento tenuto dai loro uomini.

La Divisione “Folgore”, completamente distrutta nei combattimenti, fu ufficialmente sciolta alla fine del 1942. Tuttavia, il suo spirito combattivo sopravvisse nella formazione del CLXXXV Battaglione Paracadutisti “Folgore”, costituito in Libia con sopravvissuti e rinforzi. Il battaglione, al comando del capitano Lombardini, fu articolato su cinque compagnie e inquadrato nel 66º Reggimento fanteria della Divisione “Trieste”, XX Corpo d’armata. Esso combatté valorosamente nella campagna di Tunisia nel 1943, distinguendosi nei duri scontri di Medenine, Gabès e nella difesa della linea del Mareth, culminati nella battaglia di Takrouna contro le truppe neozelandesi, dove il battaglione venne annientato.

I comandanti della Divisione “Folgore” furono il generale Francesco Sapienza dal settembre 1941 al marzo 1942, seguito dal generale Enrico Frattini fino al 19 ottobre 1942, e infine il generale Riccardo Bignami, che assunse l’incarico ad interim fino alla fine del mese successivo. Per il coraggio dimostrato in Africa Settentrionale e in particolare a El Alamein, tutte le bandiere di guerra dei reggimenti della divisione furono decorate con la Medaglia d’Oro al Valor Militare: il 185º Reggimento artiglieria paracadutisti per le operazioni dal 23 ottobre al 6 novembre 1942, il 186º e il 187º Reggimento fanteria paracadutisti sia per la campagna africana da luglio a ottobre 1942 sia per la battaglia di El Alamein. Questi riconoscimenti sancirono il posto della “Folgore” nell’epica della resistenza militare italiana.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Cesare Ricotti Magnani

Cesare Ricotti Magnani

Cesare Ricotti Magnani, nato a Borgo Lavezzaro il 30 giugno 1822 e morto a Novara il 5 agosto 1917, fu una figura di spicco della storia militare e politica italiana del XIX secolo. Uscito nel 1840 dall’Accademia militare di Torino, partecipò attivamente alle campagne del 1848 e 1849, distinguendosi per valore e ricevendo una promozione a capitano per merito di guerra dopo essere stato ferito a Peschiera. Nella guerra di Crimea ottenne la promozione a maggiore per scelta.

Durante la seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, fu capo di Stato maggiore della 3ª divisione, confermandosi stratega abile e preparato. Successivamente, promosso colonnello, assunse la direzione della Scuola militare di Novara. Con il grado di maggior generale comandò la brigata Aosta nella campagna del 1860-61, e da generale divisionario partecipò alla campagna del 1866. Ricoprì la carica di ministro della Guerra dal 1870 al 1876 e, nuovamente, nel 1885 dopo essere passato nella riserva. Nel 1877 guidò il IV gruppo d’armata.

Deputato per sei legislature e nominato senatore nel 1890, fu decorato con il Collare dell’Ordine della SS. Annunziata, massima onorificenza del Regno d’Italia. Il suo contributo più duraturo fu l’Ordinamento Ricotti del 1873, che riformò radicalmente il sistema di reclutamento dell’esercito stabilito nel 1854, introducendo un esercito di seconda linea noto come milizia mobile e accogliendo le proposte del capitano Giuseppe Perrucchetti per la creazione delle prime compagnie alpine. Ricotti fu anche autore di opere tecniche e storiche tra cui Nozioni sull’artiglieria da campagna (Torino, 1851) e Osservazioni al libro del gen. R. Cadorna, La liberazione di Roma nel 1870 (Novara, 1889).

     Roberto Marchetti

Fonte: treccani.it Foto: wikipedia

Le stellette militari

Le stellette militari

Le stellette militari, piccole stelle a cinque punte applicate sul bavero e sul colletto delle uniformi, rappresentano uno dei simboli più iconici e riconoscibili delle Forze Armate italiane. La loro storia risale all’epoca post-unitaria, ma affonda le radici in tradizioni militari ben più antiche. Già prima dell’Unità d’Italia, negli eserciti europei e negli Stati preunitari italiani, si usavano stelle di forme diverse, come quelle a sei o otto punte, per distinguere i gradi degli ufficiali. In particolare, gli ufficiali d’ordinanza dei sovrani e dei principi italiani indossavano spesso una stella a sei punte sul bavero dell’uniforme.

Con la nascita del Regno d’Italia e l’adozione della Stella d’Italia come simbolo nazionale, si scelse la pentalfa, la stella a cinque punte, come nuovo emblema araldico e distintivo militare, segnando così l’inizio di un processo di unificazione simbolica tra le diverse componenti dell’esercito. Tra giugno e ottobre del 1871, le stellette a cinque punte vennero ufficialmente introdotte per gli ufficiali di fanteria, sostituendo i fregi precedenti e codificando un nuovo linguaggio visivo per indicare l’appartenenza all’Esercito nazionale.

L’adozione delle stellette fu progressivamente estesa ad altri corpi, tra cui lo Stato Maggiore, i Bersaglieri, l’artiglieria, il Genio militare e, infine, anche alla cavalleria. Un regio decreto del 2 settembre 1871 stabilì che gli ufficiali di cavalleria dovessero indossare una stella a cinque punte sul berretto, con al centro il numero del reggimento e sormontata dalla corona reale. Nello stesso anno, nel mese di ottobre, fu regolamentato anche l’uso delle stellette dorate per i generali, distinguendone visivamente il rango.

Il processo si concluse ufficialmente con il regio decreto n. 571 del 13 dicembre 1871, firmato dal ministro della Guerra Cesare Ricotti-Magnani, che impose l’uso obbligatorio delle stellette a cinque punte a tutto il personale soggetto alla giurisdizione militare, inclusi i membri della Regia Marina. L’articolo 1 del decreto sanciva l’obbligo di indossare le stellette sul bavero dell’uniforme, consacrandole come simbolo universale dell’identità militare italiana.

Anche il Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana adottò le stellette, affiancando alla forma classica un disco bianco centrale con la Croce Rossa, a rappresentare l’identità umanitaria e la neutralità operativa del Corpo. Le origini di questa integrazione risalgono al 1º giugno 1866, quando, durante la terza guerra d’indipendenza, il Ministro della Guerra del Regno d’Italia assoggettò alla disciplina militare il personale delle “Squadriglie di Soccorso” del Comitato milanese, poi divenuto Associazione Italiana della Croce Rossa.

Il personale chiamato in servizio in base al disposto dell’articolo 5 del regio decreto-legge 12 febbraio 1930, n. 84, deve portare sul bavero della giubba, della mantellina e del pastrano le stellette a cinque punte di cui al regio decreto 14 luglio 1907, n. 556. Questo obbligo simboleggia la soggezione alla giurisdizione militare, come stabilito dagli articoli 523 del codice penale militare e 362 del codice penale militare marittimo.

Inoltre, l’ispettore nazionale del Corpo militare della Croce Rossa Italiana, prescelto fra i colonnelli in servizio, è nominato con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro della difesa, su designazione del Presidente nazionale, ai sensi dell’articolo 73 del regio decreto 10 febbraio 1936, n. 484, e successive modificazioni, a conferma della rilevanza istituzionale e della natura militare del Corpo.

Oggi, le stellette a cinque punte non sono solo un segno distintivo delle Forze Armate, ma incarnano il legame profondo tra tradizione e spirito di servizio. Anche nel contesto della Croce Rossa, esse richiamano visivamente i valori della neutralità, del soccorso e dell’impegno volontario, in tempo di pace così come in situazioni operative. Con la loro forma semplice ma densa di significato, continuano a evocare l’eredità simbolica della Stella d’Italia, cuore identitario della nazione.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia Foto: lostiledeglieroi.it, parma.bologna.repubblica.it

Pistola a rotazione modello 1874

Pistola a rotazione modello 1874

Foto: wikipedia.org

La pistola a tamburo nota ufficialmente come “Pistola a rotazione modello 1874”, ma più comunemente conosciuta con il nome dei suoi ideatori, “Chamelot-Delvigne Mod. 1874”, rappresenta uno dei capitoli più significativi nella storia delle armi corte militari dell’Ottocento e del primo Novecento, con una longevità d’impiego che attraversa quasi un secolo. L’arma nacque dall’ingegno dello svizzero J. Chamelot e del francese Henri-Gustave Delvigne (1800-1876), che svilupparono il progetto originario nel 1871, affidandone successivamente la produzione alla fabbrica d’armi belga “Pirlot Frères” di Liegi. Il modello riscosse un immediato successo, adottato in prima istanza dall’esercito svizzero e in seguito dall’esercito francese, che ne avviò la produzione interna tramite la prestigiosa “Manufacture d’armes de Saint-Étienne” (MAS). La sua introduzione nel Regio Esercito italiano avvenne poco dopo, in un’epoca di progressiva modernizzazione degli arsenali militari nazionali. La “Officina Metallurgica Francesco Glisenti” e la “Regia Fabbrica d’Armi di Brescia” furono incaricate della produzione sul suolo italiano, segno dell’importanza strategica attribuita all’arma. L’introduzione ufficiale nella dotazione dell’esercito fu sancita dalla circolare n. 165 del 14 dicembre 1874, che dispose la sostituzione graduale dei precedenti revolver a spillo modello 1861 Lefaucheux. Il modello 1874 fu quindi distribuito ai reparti italiani fino al 1888, data che segna anche il periodo in cui cominciò ad affermarsi il revolver ideato da Carlo Bodeo, il quale rappresentava un aggiornamento tecnico e funzionale del precedente Chamelot-Delvigne. Tuttavia, nonostante l’introduzione del nuovo modello, il revolver 1874 rimase in servizio per un periodo sorprendentemente lungo: venne impiegato nelle campagne coloniali italiane, nella repressione del brigantaggio e durante la Prima Guerra Mondiale, dove trovò utilizzo tra le truppe ausiliarie, in cavalleria e nelle unità di seconda linea. La longevità dell’arma si deve tanto alla solidità del progetto quanto alla robustezza dei materiali e alla semplicità del meccanismo, che ne facilitarono la manutenzione e ne garantirono l’affidabilità anche in condizioni avverse. La sua presenza è documentata anche durante la Seconda Guerra Mondiale, dove, complice la scarsità di armi moderne, fu utilizzata tanto dalle forze della Repubblica Sociale Italiana quanto dai gruppi partigiani. In tempi di pace, il revolver trovò infine un’ulteriore applicazione nei corpi di polizia municipale italiani, con un servizio che si protrasse fino al 1962. Dal punto di vista tecnico, l’arma si presenta con un’impugnatura in legno di noce zigrinato, completa di coccia con anello portacorreggiolo, e una struttura in acciaio fuso a incastellatura chiusa che integra completamente il tamburo, garantendo maggiore robustezza e protezione al meccanismo interno. Il tamburo, con capacità di sei colpi calibro 10.35 mm, viene caricato dalla parte posteriore tramite uno sportello sul lato destro, secondo il sistema Abadie. L’estrattore ad asta, collocato anch’esso sul fianco destro, consente la rimozione del tamburo per le operazioni di pulizia. La canna è ottagonale all’esterno, dotata di quattro rigature destrorse all’interno, con mirino fisso vicino alla volata e tacca di mira integrata nel castello. Il meccanismo di sparo è a doppia azione con due posizioni del cane: una per la sicurezza, l’altra per il fuoco. Il numero di matricola è punzonato sopra il calcio, mentre sul lato sinistro del telaio, davanti al tamburo, è inciso il marchio del fabbricante con la data di produzione. Questo tipo di revolver, appartenente alla tradizione della produzione bresciana d’armi, rappresenta un punto di incontro tra la cultura ingegneristica francese, l’eccellenza belga nella costruzione d’armi leggere e la consolidata tradizione armiera italiana. Con una lunghezza totale di 31 cm, un’altezza di 15 cm e uno spessore di 4.5 cm, la “Chamelot-Delvigne Mod. 1874” costituisce un pezzo fondamentale della storia militare e industriale italiana, non solo per la sua efficacia tecnica, ma anche per il contesto storico e politico in cui fu utilizzata e per l’ampiezza del suo impiego che attraversò guerre mondiali, epoche monarchiche e repubblicane, trasformazioni sociali e militari.

     Roberto Marchetti

Fonte: lombardiabeniculturali.it