Stormo Notturno

Stormo Notturno

Lo Stormo Notturno nasce nel quadro convulso seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 e costituisce un caso esemplare di riorganizzazione, adattamento e specializzazione dell’Aviazione italiana nella fase terminale della Seconda Guerra Mondiale: la genesi del reparto si colloca fra le prime misure di ricostituzione della forza aerea promosse dal Regno del Sud, quando, il 15 ottobre 1943, i reparti della Regia Aeronautica che optarono per la prosecuzione della lotta a fianco degli Alleati furono riorganizzati in Gruppi Autonomi in particolare il 1º Gruppo, dotato in origine di Savoia-Marchetti S.M.75, S.M.82 e S.M.84, e l’88º Gruppo, equipaggiato con i trimotori CANT Z.1007 e da questa base evolutiva si svilupperà, attraverso fasi operative e logistiche ben caratterizzate, lo Stormo che poi assumerà la denominazione ufficiale di Stormo Notturno il 25 luglio 1944, dopo essere stato formalmente costituito il 7 luglio 1944 come 2º Stormo Bombardamento e Trasporto e posto alle dipendenze del Raggruppamento Bombardamento e Trasporti, pur operando sotto il controllo funzionale del 254º Wing della Balkan Air Force; l’attività iniziale dei CANT Z.1007, concentrati in Sardegna presso Alghero e poi a Decimomannu, fu rapidamente caratterizzata da impieghi polivalenti dalle azioni di bombardamento contro navi della flotta tedesca nel tratto fra Sardegna e Corsica alle operazioni di ricognizione, scorta e ricerca di equipaggi ma anche da dure contrapposizioni con la caccia avversaria (in particolare Messerschmitt Bf 109 del III/JG 77 e del JG 27) che causarono episodi di forte pericolo operativo, come l’attacco subito sull’aeroporto di Decimomannu il 20 settembre 1943 a seguito dell’azione su Porto Vecchio. In questo contesto logorante, il 15 ottobre 1943 prese forma presso Lecce-Galatina il 1º Gruppo Trasporto con 14 velivoli provenienti dalla Sardegna e dalla Puglia integrati da quindici velivoli in arrivo dai reparti del Nord Italia; i CANT Z.1007 rimasero operativi in Sardegna fino a dicembre 1943 con compiti primari di protezione del naviglio alleato e soccorso, prima di trasferirsi a Lecce-Galatina dove costituirono l’88º Gruppo Trasporti (all’epoca dotato di 25 esemplari Z.1007 nelle versioni bis e ter) e dove furono sperimentate soluzioni tecniche per l’aviolancio, con contenitori speciali agganciati alla semiala fino a quattro per semiala che permisero operazioni di lancio a favore sia delle forze italiane fedeli al Regno del Sud sia delle formazioni partigiane jugoslave; tali aviolanci interessarono aree interne dei Balcani come Kolašin, Zanugline, Mojkovac, Negobuda e Šavnik e, parallelamente, gli S.M.82 del 1º Gruppo contribuirono in febbraio 1944, in una significativa operazione umanitaria e militare, al rimpatrio di 1.500 sopravvissuti della Divisione partigiana “Garibaldi”. Con il consolidarsi della presenza alleata e la progressiva riduzione della pressione della Luftwaffe fenomeno che si accentuerà a partire da gennaio 1945, quando la caccia tedesca si ritirerà sostanzialmente dai cieli jugoslavi lo Stormo consolidò la propria funzione primaria di reparto da trasporto e aviolancio: le sue missioni, spesso svolte in condizioni notturne e in ambiente ostile, beneficiarono della minore interdizione aerea e permisero di sostenere logisticamente le formazioni partigiane, in particolare la Divisione “Garibaldi”, nonché di svolgere importanti collegamenti di rifornimento e trasporto per conto degli Alleati tra basi italiane e basi nel Nordafrica. Operativamente la struttura era organizzata, al 2 maggio 1945, con il 1º Gruppo (con la 1ª e la 3ª Squadriglia equipaggiate con S.M.82) e l’88º Gruppo (con la 190ª Squadriglia su CANT Z.1007 bis e la 265ª su CANT Z.1007 ter), con base operativa a Lecce-Galatina; l’ultimo lancio documentato dei CANT Z.1007 dell’88º Gruppo è registrato al 26 aprile 1945. Il bilancio operativo complessivo dello Stormo Notturno documenta la natura mista e rischiosa del suo impiego: ventiquattro operazioni belliche con lo sgancio complessivo di circa 5.700 chilogrammi di bombe; 1.654 voli di trasporto compiuti sopra territorio nemico per quasi 5.800 ore di volo in condizioni di guerra; quattro velivoli nemici abbattuti dagli equipaggi dello Stormo; e perdite significative derivanti sia dal fuoco contraereo sia dalle condizioni tecniche e operative avverse in tutto diciassette aeromobili perduti, di cui undici per incidenti, e cinquantanove membri degli equipaggi caduti in azione. Con la cessazione delle ostilità lo Stormo svolse un ruolo essenziale nel riassorbimento e nella normalizzazione delle attività aeronautiche nazionali: dal 17 ottobre 1945 la sede fu spostata da Lecce all’aeroporto di Guidonia, il reparto assunse compiti prevalenti di trasporto sul territorio nazionale e di addestramento degli equipaggi, venendo altresì impiegato per l’addestramento dei paracadutisti; nella fase di riorganizzazione dello Stato Maggiore l’1 gennaio 1948, in concomitanza con lo scioglimento del Raggruppamento Bombardamento e Trasporti, il Notturno fu inquadrato nel Raggruppamento Misto, struttura essa stessa soppressa il 10 ottobre 1948, e poco dopo, il 1º novembre 1948, lo Stormo assunse la nuova denominazione ufficiale di 36º Stormo, Specialità Trasporti. Tra i protagonisti di questa complessa vicenda umana e militare emergono i nomi dei comandanti che succedettero al comando: il Maggiore Pilota Nicola Fattibene (luglio-settembre 1944), il Tenente Colonnello Pilota Ugo Vincenzi (novembre 1944-marzo 1945), il Tenente Colonnello Pilota Giuseppe Colavolpe (marzo 1945-maggio 1946), il Tenente Colonnello Pilota Ercole Savi (maggio 1946-ottobre 1947) e il Colonnello Pilota Amedeo Micciani (ottobre 1947-novembre 1948); tra gli equipaggi e gli ufficiali che servirono nello Stormo si segnala, tra gli altri, il Maggiore Corrado Ricci. Per il valore dimostrato nelle difficili condizioni operative il reparto fu insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare, decorazione accompagnata da un nastro per uniforme ordinaria e da un attestato che riconobbe allo Stormo “con personale già duramente provato dalla guerra e dotato di velivoli di vecchio tipo, spesso ricostruiti con materiale recuperato, superando notevoli difficoltà tecniche logistiche e organizzative, assicurava, con continuità, i rifornimenti a truppe nazionali e partigiane operanti nei Balcani dando a esse la possibilità di condurre vittoriosamente l’asperrima lotta impegnata con il nemico accerchiante. Con l’abnegazione dei suoi equipaggi e il supremo sacrificio di alcuni di essi, offrì alla causa della Patria un magnifico contributo per la sua rinascita“, quale riconoscimento ufficiale dell’attività condotta nel periodo indicato dalla motivazione (“Cielo del Mediterraneo Centrale e dei Balcani, 1º febbraio 1944–8 maggio 1945“) e quale documento storico che sintetizza il contributo logistico-operativo e il sacrificio umano dello Stormo Notturno.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

BGM-71 TOW

BGM-71 TOW

Il BGM-71 TOW (T.O.W. è l’acronimo di Tube-launched Optically-tracked Wire-guided, cioè «missile tracciato otticamente, guidato via cavo, lanciato da tubo») rappresenta, sin dalla sua introduzione operativa all’inizio degli anni Settanta, uno dei sistemi anticarro a lunga gittata più influenti e diffusi della guerra moderna: progettato come arma filoguidata di seconda generazione e dotato di guida semiautomatica del missile tramite sorgente infrarossa (SACLOS), il TOW entrò ufficialmente in servizio con l’esercito statunitense nel 1972 e conobbe subito un impiego operativo significativo nel conflitto in Vietnam, prima dalle unità di fanteria e successivamente anche montato su elicotteri equipaggiati con appositi lanciatori. Il profilo storico di questo sistema è segnato tanto da una logica di progettazione orientata alla semplicità d’uso sul campo quanto da una rapida frapposizione tra innovazione tecnica e adattamento tattico: la possibilità di lanciare un missile relativamente pesante da un tubo predisposto, seguirne la traccia attraverso sistemi ottici e impartire comandi via cavo reseva alla fanteria un’arma con capacità di colpire bersagli corazzati a distanze in precedenza riservate solo a piattaforme più pesanti. Il successo produttivo fu notevole: nei primi dodici anni furono realizzati oltre 300.000 esemplari e la produzione continuò in grandi numeri nei decenni successivi, segno di una diffusione e di un’affidabilità che ne hanno favorito l’adozione su molteplici piattaforme—non solo il lancio a terra dal treppiede tipico della configurazione fanteria, ma anche installazioni su veicoli ruotati o cingolati (attraverso agganci dedicati) e su elicotteri dotati di lanciatori specifici—e l’evoluzione continua dei suoi carichi d’arma e delle prestazioni. Sul piano delle prestazioni, il TOW mostrò fin dall’origine un equilibrio tra gittata, penetrazione e praticità: in condizioni meteo favorevoli, in assenza di superfici d’acqua che potessero creare riflessi ostacolanti la traiettoria ottica, la gittata raggiungeva i 2.950–3.000 metri; la capacità di perforazione iniziale si attestava tra i 500 e i 600 millimetri, ma successive migliorie dei proiettili e delle testate aumentarono progressivamente la capacità di penetrazione. Il costo unitario dei modelli più recenti si aggira indicativamente intorno ai 12.000 dollari, riflettendo sia l’investimento tecnologico nelle testate e nell’elettronica di guida sia la scala produttiva. Il missile «base», il nucleo fisico che caratterizza il sistema, pesa poco meno di 19 kg e monta un cono-ogiva del diametro di 127 mm; la sua velocità iniziale massima si avvicina a 345 m/s e, nelle versioni a maggiore potenza di perforazione, è in grado di raggiungere penetrazioni dell’ordine dei 900 mm con le testate più perforanti. Le testate impiegate sono del tipo HEAT (High Explosive Anti-Tank), vale a dire cariche cave: un concetto balistico ed esplosivo che si basa su un’ogiva allungata e su uno stand-off ottimale fra detonatore e bersaglio per permettere la formazione, al momento dell’esplosione, di un getto ad altissima temperatura e velocità — descritto nelle fonti come «getto di plasma» — che applica sul rivestimento del carro una pressione estremamente elevata (nell’ordine di migliaia di chilogrammi per centimetro quadrato), così da penetrare gli spessori corazzati; oltre alla foratura meccanica, questo processo porta a temperature elevatissime all’interno del volume penetrato, spesso sufficienti ad innescare la detonazione o la deflagrazione delle munizioni stivate all’interno dei veicoli colpiti, con conseguenze catastrofiche per l’efficacia e la sopravvivenza del mezzo. La configurazione standard adottata dalle unità di fanteria comprende sei componenti principali che rendono il sistema trasportabile, puntabile e impiegabile in condizioni field: il treppiede, l’affustino (il congegno di direzione e di sparo che connette il sistema di puntamento al lanciatore), l’elettronica di guida, il C.P.R. (congegno di puntamento e di rilevazione obiettivo), il tubo di lancio e il contenitore che ospita il missile; questa modularità permette un rapido dispiegamento e una certa versatilità d’impiego, mentre la presenza di sistemi di aggancio e di lanciatori dedicati consente l’adattamento a piattaforme veicolari e aeree evitando l’uso del treppiede. Dal punto di vista operativo, l’introduzione del TOW ha ridefinito alcune pratiche anticarro: la possibilità di mettere fuori combattimento carri corazzati a distanze prossime ai 3 km, con una probabilità di penetrazione crescente grazie alle versioni migliorate della testata, ha influenzato la dottrina su come distribuire le risorse anticarro in un teatro e ha imposto nuove contromisure in termini di schermature, distanziatori e tattiche di sopravvivenza dei mezzi corazzati. In sintesi, se si osserva il TOW attraverso la lente diacronica che coniuga dati tecnici, scelte progettuali e impieghi operativi, si ha un esempio significativo di come una soluzione concettualmente semplice — un missile lanciato da tubo, seguito otticamente e guidato tramite filo — possa, per efficacia, modularità e adattabilità, trasformarsi in un punto di riferimento duraturo della guerra anticarro dal 1972 in poi, con una produzione e una diffusione che testimoniano sia il successo industriale sia la persistenza del progetto nelle esigenze belliche contemporanee.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

MILAN

MILAN

Il MILAN (acronimo del francese Missile d’Infanterie Léger ANtichar) nasce come esito di una cooperazione industriale transnazionale avviata agli inizi degli anni sessanta: lo sviluppo fu intrapreso a partire dal 1962 da Euromissile, la joint-venture costituita dalla francese Aérospatiale e dalla tedesca Deutsche Aerospace (sussidiaria del gruppo MBB), con l’obiettivo di dotare le forze alleate europee di un sistema anticarro a medio raggio moderno, leggero e facilmente trasportabile dalla fanteria. La produzione in serie iniziò nel 1972 e, nel 1973, il sistema venne consegnato all’esercito francese come sostituto dell’ENTAC; grazie alla combinazione di semplicità d’uso, compattezza e costi relativamente contenuti, il MILAN conobbe una diffusione capillare: già nel 1984 erano stati prodotti e ordinati oltre 164.000 esemplari da una trentina di paesi, mentre alla data del 2006 la produzione cumulata superava le 350.000 unità tra le diverse versioni, rendendo il MILAN uno dei sistemi anticarro più venduti nella sua categoria e adottato da 41 nazioni oltre che da vari movimenti di guerriglia. Progettualmente il MILAN è un missile filoguidato semiautomatico a linea di mira (SACLOS): il sistema di tiro è inseparabile dall’ordigno, per cui l’operatore mantiene il puntamento ottico per l’intera durata del volo mentre l’elettronica del lanciatore calcola le correzioni e le trasmette al missile tramite un sottile filo rilasciato durante la traiettoria; la guida SACLOS, nelle versioni iniziali, sfrutta un tracciatore a infrarossi che rileva la traccia pirotecnica posteriore del missile e, nelle evoluzioni, una sorgente di luce a flash elettronici meno vulnerabile a contromisure come i flare. Dal punto di vista aerodinamico e meccanico, l’ordigno è dotato di alette ripiegabili che consentono compattezza e stivabilità all’interno di un tubo di lancio sigillato il tubo protegge il missile da sabbia, polvere, umidità e urti e, subito dopo il lancio, le alette si dispiegano mentre quattro superfici di controllo impongono una lenta rotazione stabilizzatrice in coda e le correzioni d’assetto ricevute via filo; la carica di lancio provoca inoltre il rinculo del contenitore, che viene espulso all’indietro fino a circa 6 metri. Il MILAN è un arma subsonica (velocità massima dichiarata intorno a 720 km/h, corrispondente a circa 200 m/s, con una velocità media attorno ai 160 m/s e una velocità residua poco superiore a 100 m/s dopo l’esaurimento del propellente) con gittata tipica di 2 km (coperta in circa 12,5 secondi) e, nella versione ER, estesa fino a 3.000 m; la traiettoria di volo viene mantenuta a circa 50 cm rispetto alla linea di mira per evitare impatti con asperità del terreno, il che insieme alla necessità di tenere il puntatore orientato sul bersaglio espone il lanciatore a un rischio aumentato di scoperta rispetto ai sistemi di prima generazione, ma le probabilità di individuazione rimangono relativamente basse fino a distanze superiori agli 800 m. La testata del MILAN è di tipo HEAT a carica cava — nelle evoluzioni in tandem per contrastare corazze reattive — che, grazie alla formazione di un getto di plasma ad altissima temperatura e pressione, garantisce capacità di perforazione rilevanti: la penetrazione su corazza d’acciaio è indicata come compresa fra i 350 mm (valore associato al 95% di probabilità di successo nelle condizioni dichiarate) e i 900 mm, mentre su un muro di cemento armato la penetrazione può raggiungere i 2,5 metri; nonostante ciò, già nei primi anni novanta emersero dubbi circa l’efficacia delle testate contro le corazze frontali dei carri più pesanti, circostanza che spinse allo sviluppo di versioni con testate tandem e ad ulteriori miglioramenti del sistema di guida. Le varianti si susseguirono rispondendo a esigenze operative e tecniche: il Milan F1 (1972) aveva una carica cava singola e calibro 103 mm con tracciante pirotecnico; il Milan F2 (1984) adottò una carica cava singola di calibro 115 mm; il Milan F2A (1993) e il Milan F3 introdussero soluzioni a due cariche cave in tandem (con differenze nel tipo di tracciamento), mentre il Milan ER fu studiato per la lunga gittata e prtebbe offrire letalità potenziata. Sul piano dell’impiego operativo, il MILAN si diffuse soprattutto nella fanteria impiegato su treppiede e, meno frequentemente, in configurazioni veicolari e fu adottato anche da reparti paracadutisti e dalla marina; l’arma ha conosciuto un impiego estensivo in numerosi teatri: è documentato il suo ruolo durante la Guerra delle Falkland, dove precisione e letalità contribuirono agli esiti di scontri come Goose Green; in Africa settentrionale il suo impiego da parte di forze irregolari (ad esempio in Ciad e da forze sahrawi contro unità marocchine) fu significativo; nel Medio Oriente vari gruppi, compresa l’OLP, lo usarono a partire dagli anni ottanta; in Iraq il MILAN comparve sia nel conflitto Iran-Iraq che nella Guerra del Golfo del 1991, quando forze francesi impiegarono circa 25 missili in combattimento. L’armamento ebbe anche impieghi sperimentali contro elicotteri, benché la relativa lentezza costituisca un limite per ruoli superficie-aria. La diffusione commerciale e militare fu accompagnata, tuttavia, da preoccupazioni ambientali e sanitarie: le prime generazioni di MILAN utilizzavano tracciatori a base di torio circa 2,7 grammi per missile, con attività nell’ordine di 10 kBq per generare la traccia infrarossa necessaria alla stazione di tiro; il torio veniva rilasciato durante il volo e l’esplosione, e ciò indusse misure di cautela (ad esempio l’esercito tedesco, dal 2001, adottò procedure per la raccolta dei riscaldatori incandescenti e vietò l’uso agricolo delle aree bersaglio) e studi ambientali: una analisi sulla base militare di Shilo in Manitoba, Canada, associata all’impiego dei sistemi MILAN, riscontrò livelli elevati ma inferiori ai limiti normativi di torio-232 nelle acque sotterranee e raccomandò la cessazione dell’uso dei missili in quell’area; l’Associazione dei medici internazionali per la prevenzione delle armi nucleari (IPPNW) valutò inoltre rischi a lungo termine quali un aumento del cancro polmonare e danni genetici. In risposta a queste preoccupazioni e all’evoluzione tecnica, le versioni successive al 1999 dovrebbero non utilizzare più il torio. Sul piano della sensoristica notturna, a partire dagli anni Ottanta si svilupparono sistemi termici opzionali come la camera MIRA, che secondo le specifiche produttive dell’epoca offriva una portata di scoperta di circa 4 km; ulteriori sviluppi portarono al sistema MILIS per le versioni più recenti del missile, con prestazioni dichiarate superiori (portata di scoperta intorno a 7 km e portata di identificazione intorno a 3 km). Il ciclo operativo del lancio è caratterizzato da una sequenza automatizzata: l’inserimento e il bloccaggio del contenitore sul lanciatore, l’attivazione tramite un impulso elettrico che alimenta la batteria termica della scatola di giunzione, la sequenza di stoccaggio e l’accensione del generatore dei gas di lancio e del motore di partenza; durante la fase di volo l’elettronica riceve la traccia IR emessa dai tracciatori posteriori e, in caso di deviazioni, invia segnali correttivi al missile attraverso il filo guida, che l’elettronica di bordo traduce in comandi al cosiddetto “coltello intercettore di getto” per correggere la traiettoria. In Italia il MILAN è stato largamente impiegato dall’Esercito e adottato anche da unità navali come il battaglione San Marco e dalla Brigata paracadutisti “Folgore”: l’ordine italiano originario fu particolarmente consistente (1.000 lanciamissili e 30.000 missili), sebbene la fornitura non sia stata completata fino a quel livello, con consegne contabilizzate di 716 lanciamissili e 17.000 missili; il costo unitario stimato nel 1990 era di circa 4 milioni di lire. Il successo commerciale del MILAN, infine, ha convissuto con la normale evoluzione tecnologica: pur essendo ancora in produzione a lungo dopo il suo ingresso in servizio, il sistema ha visto comparire successori come il Trigat-MR; tuttavia, la combinazione di costi più elevati e di un contesto operativo in cui l’importanza delle azioni anticarro su larga scala è diminuita rispetto al passato suggerisce che nessun successore abbia replicato incondizionatamente il successo commerciale e la diffusione di massa raggiunti dal MILAN.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Joint Task Force “Bravo”

Joint Task Force “Bravo”

La Joint Task Force “Bravo”, di stanza alla Soto Cano Air Base in Honduras, costituisce un dispositivo interforze stabilmente proiettato nello spazio geopolitico dell’America Centrale, del Sud America e dei Caraibi, concepito per assicurare al Comando Meridionale degli Stati Uniti un presidio operativo flessibile, capace di integrare funzioni militari, logistiche e civili in attività che vanno dal sostegno alle operazioni governative statunitensi al contrasto della criminalità organizzata transnazionale, fino all’assistenza umanitaria e ai soccorsi in caso di disastri; la sua struttura, calibrata per garantire continuità, reattività e interoperabilità, si articola in uno Stato Maggiore interforze (Joint Staff) con funzioni di pianificazione, coordinamento e collegamento interagenzia, in un Army Forces Battalion che fornisce la componente terrestre con capacità di sicurezza delle installazioni, supporto logistico e comando-controllo tattico, nel 1st Battalion, 228th Aviation Regiment che assicura la mobilità aerea, l’evacuazione medica, il trasporto di personale e materiali e l’osservazione dall’alto, e nel 612th Air Base Squadron, responsabile della gestione della base, del supporto aeroportuale e delle infrastrutture essenziali; questa architettura consente alla task force di fungere da hub regionale, mettendo in rete partner diversi e strumenti complementari, dal genio militare alla sanità operativa, dall’aviazione all’amministrazione del territorio, per intervenire lungo l’intero spettro delle missioni previste. Nel sostegno alle operazioni del governo statunitense, la JTF-Bravo opera come piattaforma di integrazione tra forze armate e organismi civili, facilitando la presenza di team interagenzia, l’ingresso rapido di capacità specialistiche e la messa a fattor comune di informazioni, procedure e regimi legali, con un’attenzione costante alla cornice di legittimità e trasparenza che condiziona ogni attività extraterritoriale; tale dimensione istituzionale si traduce in cicli di pianificazione congiunta, in cui lo Stato Maggiore interforze elabora linee d’operazione coerenti con le priorità del Comando Sud degli Stati Uniti, individua i requisiti di forze e sincronizza l’impiego delle componenti terrestri, aeree e di supporto, garantendo anche la compatibilità tecnica e procedurale con le capacità dei paesi partner. Il contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, fenomeno che sfrutta porosità territoriali e reti logistiche regionali, richiede un approccio multilivello che la task force declina attraverso missioni di sorveglianza e supporto a operazioni di law enforcement condotte dai partner, potenziamento della mobilità e della consapevolezza situazionale, attività di consulenza tattica e formazione mirate a rafforzare le capacità indigene nel rispetto delle prerogative sovrane, con particolare cura per le procedure di deconfliction, per la tutela dei diritti umani e per la mitigazione degli impatti sulle comunità locali; in questo contesto il 1-228th Aviation Regiment fornisce piattaforme aeree essenziali per il movimento rapido e la copertura informativa, mentre l’Army Forces Battalion assicura cornici di sicurezza e supporto logistico alle forze partner, e il 612th Air Base Squadron mantiene la continuità delle operazioni di base necessaria a sostenere missioni a raggio esteso. La dimensione umanitaria e di soccorso in caso di disastri (HA/DR) rappresenta uno dei tratti distintivi della JTF-Bravo, che si prepara a intervenire in scenari caratterizzati da infrastrutture degradate, interruzione delle comunicazioni, mobilità compromessa e alto fabbisogno sanitario: grazie a capacità aeromobili dedicate, a moduli sanitari proiettabili e a catene logistiche resilienti, la task force può effettuare ricognizioni rapide, trasporto di aiuti, evacuazioni mediche e ripristino di funzioni critiche, coordinandosi con autorità nazionali, organizzazioni internazionali e agenzie umanitarie; in tale quadro rientrano gli esercizi e le attività di preparazione congiunta che, condotti con regolarità, riproducono le complessità di eventi naturali ricorrenti nell’area e consolidano protocolli comuni di risposta. La costruzione di capacità nei paesi partner costituisce il filo rosso che lega tutte le altre linee d’azione: programmi di addestramento congiunto, scambi di pianificazione, workshop dottrinali e manutenzione condivisa di standard tecnici rafforzano la resilienza istituzionale e operativa degli apparati di sicurezza locali, favorendo l’emersione di procedure compatibili in materia di comando e controllo, comunicazioni, logistica, sanità e protezione civile; in questo senso la JTF-Bravo opera da “ponte” tra culture organizzative diverse, traducendo in pratiche operative comuni concetti quali interoperabilità, responsabilità e sostenibilità delle capacità, e curando lo sviluppo di leadership professionali nei quadri dei partner. Il fuoco operativo della task force resta quello di promuovere sicurezza e stabilità all’interno della regione del Comando Sud degli Stati Uniti attraverso cooperazione, presenza e prontezza al soccorso: il baricentro geografico di Soto Cano le consente di raggiungere con tempi di reazione contenuti aree insulari e continentali, mentre la tessitura relazionale con le istituzioni locali apre canali di comunicazione e coordinamento che si rivelano decisivi quando l’urgenza impone decisioni rapide e ben informate; emblematici, in questa prospettiva, gli esercizi svolti in Panama, in cui la simulazione di scenari complessi di risposta ai disastri permette di mettere alla prova catene decisionali, collegamenti radio, flussi informativi e procedure di sicurezza, traducendo l’esperienza in lezioni apprese che rientrano nel ciclo di pianificazione successivo. A livello organizzativo, l’equilibrio tra permanenza e modulazione è garantito da una governance che coniuga la continuità del Joint Staff con la flessibilità dei reparti impiegabili, così che la task force possa operare tanto in configurazioni leggere – per missioni di collegamento, ricognizione o consulenza – quanto in assetti più robusti quando le esigenze di mobilità, protezione e logistica lo richiedano; l’attenzione alla protezione della forza, alla gestione del rischio e alla condotta responsabile si traduce in procedure di valutazione continua, in cui la raccolta e l’analisi di dati operativi e ambientali guidano l’allocazione delle risorse e la definizione delle priorità. In definitiva, la JTF-Bravo si presenta come uno strumento ibrido e coerente, capace di agire all’intersezione tra sicurezza, governance e assistenza, con una composizione – Joint Staff, Army Forces Battalion, 1st Battalion, 228th Aviation Regiment e 612th Air Base Squadron – che le consente di sostenere nel tempo missioni diverse ma complementari, mantenendo al centro la cooperazione con i paesi partner e l’efficacia delle risposte a emergenze e minacce transnazionali nella regione centro e sudamericana e caraibica

     Roberto Marchetti

Fonte: .jtfb.southcom.mil. southcom.mil.

Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP)

Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP)

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nacque nel 1964 a Gerusalemme per iniziativa della Lega Araba, in un contesto storico segnato dal conflitto arabo-israeliano esploso dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 e dalla conseguente Nakba, l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre. La sua istituzione rispondeva all’esigenza di dare una rappresentanza unitaria al popolo palestinese, allora frammentato tra i campi profughi e i diversi paesi arabi in cui era disperso, con l’obiettivo dichiarato di liberare la Palestina attraverso la lotta armata contro Israele. L’OLP si configurò sin da subito come un’organizzazione “ombrello”, comprendente partiti politici, gruppi di resistenza e personalità indipendenti, e si strutturò con un assetto istituzionale che prevedeva un Consiglio Nazionale Palestinese (CNP), organo legislativo e di indirizzo, incaricato di stabilire le linee politiche e di eleggere il Comitato Esecutivo, il quale a sua volta fungeva da organismo esecutivo e da rappresentanza internazionale.

Negli anni successivi alla fondazione, l’OLP divenne il punto di riferimento per la causa palestinese a livello regionale e internazionale, guadagnando progressivamente il riconoscimento come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese, soprattutto dopo che la sua guida fu assunta da Yasser Arafat e dal suo movimento, al-Fatah, la principale formazione politico-militare palestinese. Gli anni Sessanta e Settanta furono contrassegnati da un’intensa attività armata e da un ruolo centrale dell’OLP nel più ampio confronto tra Israele e il mondo arabo, in un’epoca segnata dalle guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973 e dalla radicalizzazione del conflitto. Dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967, che sancì l’occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est, Sinai e Golan, la questione palestinese acquisì un peso crescente nell’arena internazionale e l’OLP assunse sempre più il volto di un movimento di resistenza nazionale.

Il percorso dell’organizzazione conobbe tuttavia una trasformazione significativa a partire dagli anni Ottanta, in particolare dopo l’invasione israeliana del Libano nel 1982, che costrinse l’OLP a trasferire la propria base da Beirut a Tunisi, riducendone la capacità militare e spingendola verso una maggiore attenzione alla dimensione diplomatica. La prima Intifada, esplosa nei territori palestinesi occupati nel 1987, accelerò questo processo di mutamento politico, segnando l’emergere di nuove forze, tra cui Hamas, che mettevano in discussione la leadership storica dell’OLP. Nel nuovo scenario internazionale, caratterizzato dalla fine della Guerra Fredda e da una crescente pressione della comunità internazionale per la ricerca di una soluzione negoziata, l’organizzazione guidata da Arafat intraprese un percorso di riconoscimento reciproco con Israele.

Il momento di svolta fu rappresentato dalla firma degli Accordi di Oslo nel 1993, sotto la presidenza di Arafat e con la mediazione degli Stati Uniti. In quell’occasione, per la prima volta l’OLP riconobbe ufficialmente il diritto all’esistenza dello Stato di Israele e rinunciò all’obiettivo originario della liberazione dell’intera Palestina storica, ridefinendo la propria strategia in favore della costruzione di uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967, con capitale Gerusalemme Est. Gli Accordi portarono alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), organismo di autogoverno incaricato di amministrare la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, sotto la guida politica dell’OLP e con Arafat come suo primo presidente. Questo passaggio sancì un profondo cambiamento nella natura dell’organizzazione, che da movimento di liberazione nazionale prevalentemente militare si trasformò in un attore politico-istituzionale, impegnato nella costruzione di un embrione di entità statale.

Tuttavia, la nuova linea politica dell’OLP non mancò di suscitare divisioni interne e contestazioni tra i palestinesi. La rinuncia alla lotta armata e la scelta negoziale furono accolte con scetticismo da parte di alcune fazioni interne all’organizzazione e da altri gruppi esterni, come Hamas e la Jihad islamica, che si opposero apertamente agli Accordi di Oslo, ritenuti una resa rispetto alle aspirazioni nazionali. Con il tempo, inoltre, l’OLP andò incontro a un progressivo indebolimento: se negli anni Settanta e Ottanta aveva rappresentato la voce indiscussa del popolo palestinese, dagli anni Novanta in avanti perse gradualmente influenza, schiacciata tra le difficoltà del processo di pace, l’espansione degli insediamenti israeliani, la frammentazione interna e la competizione con nuove forze politiche e militari emerse soprattutto a Gaza.

Oggi l’OLP mantiene il suo ruolo di rappresentanza internazionale, con uno status di osservatore permanente presso le Nazioni Unite ottenuto già negli anni Settanta e confermato nel tempo, ma la sua capacità di incidere sulla realtà politica palestinese si è ridotta, limitandosi in gran parte alla Cisgiordania, attraverso la mediazione e il controllo politico sull’Autorità Nazionale Palestinese. La parabola dell’OLP, dalla nascita in un Medio Oriente ancora segnato dal panarabismo e dalle guerre arabo-israeliane, al riconoscimento internazionale come rappresentante del popolo palestinese, fino al ripiegamento istituzionale e alla perdita di centralità nel XXI secolo, riflette non solo le vicende interne della leadership palestinese, ma anche le trasformazioni geopolitiche regionali e globali che hanno scandito oltre mezzo secolo di conflitto mediorientale.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org. infopal.it. ambasciatapalestina.com

Maria José del Belgio

Maria José del Belgio

Maria José Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella di Sassonia Coburgo-Gotha, più nota come Maria José del Belgio, nacque a Ostenda il 4 agosto 1906. Figlia di Alberto I, che dal 1909 fu re dei Belgi, e di Elisabetta Gabriella, duchessa in Baviera, crebbe in un ambiente familiare fortemente permeato di cultura, apertura intellettuale e sensibilità artistica. I nonni paterni erano il conte Filippo di Fiandra e la principessa Maria di Hohenzollern-Sigmaringen, mentre i materni erano il duca Carlo Teodoro in Baviera e la sua seconda moglie, Maria José di Braganza, infanta del Portogallo. Trascorse l’infanzia insieme ai fratelli Leopoldo e Carlo Teodoro, formandosi in un contesto in cui lo studio della musica, della letteratura e delle discipline sportive si intrecciava con l’educazione civile e politica, improntata dal padre a ideali liberali e persino socialisteggianti. La Grande Guerra segnò profondamente la sua giovinezza: mentre Alberto I guidava personalmente l’esercito belga, conquistandosi la fama di “re cavaliere”, e la madre Elisabetta assisteva i feriti, Maria José e i fratelli furono inviati in Inghilterra, dove studiarono presso il convento delle Orsoline di Brentwood. Fin da bambina era stata destinata dai genitori a sposare l’erede al trono d’Italia, Umberto di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele III ed Elena del Montenegro. Per prepararsi a questo futuro matrimonio fu inviata a studiare in Italia, presso il collegio della Santissima Annunziata a Villa di Poggio Imperiale, dove apprese la lingua italiana e conobbe per la prima volta Umberto nel 1916 al castello di Lispida a Monselice. Terminati gli studi italiani, proseguì la formazione presso il collegio delle suore del Sacro Cuore al castello di Linthout, in Belgio.

L’8 gennaio 1930, a Roma, nella Cappella Paolina del Quirinale, sposò il Principe di Piemonte. Dopo la cerimonia nuziale, gli sposi furono ricevuti da papa Pio XI, che aveva da poco sottoscritto i Patti Lateranensi, suggellando la riconciliazione tra Stato italiano e Santa Sede. I primi anni di matrimonio furono trascorsi a Torino, dove Umberto comandava il 92º reggimento di fanteria. In questo periodo emersero i contrasti tra la principessa e la corte sabauda: l’apertura culturale e il liberalismo del suo retroterra mal si conciliavano con il rigore e la rigidità della monarchia italiana, né con l’ossequio del marito verso l’autorità paterna e le convenzioni di corte. Maria José scelse di coltivare relazioni indipendenti con intellettuali e artisti, distaccandosi dalla vita sociale tradizionale dell’aristocrazia piemontese e romana.

Il trasferimento a Napoli nel 1933 segnò una parentesi più serena. La città e i suoi abitanti le rimasero cari per tutta la vita. In questo periodo nacquero tre dei quattro figli della coppia: Maria Pia (1934), Vittorio Emanuele (1937), erede al trono, e Maria Gabriella (1940). L’ultima, Maria Beatrice, venne al mondo nel 1943 a Roma. La principessa si occupò personalmente della loro educazione, pur dovendo rinunciare al desiderio di iscriverli a scuole pubbliche, accontentandosi di un’istitutrice montessoriana, la signorina Paolini, che rimase al loro fianco fino all’esilio. Ma gli anni napoletani furono anche funestati da gravi lutti: la morte del padre Alberto nel 1934, avvenuta durante un incidente di montagna, e quella della cognata Astrid, regina dei Belgi, deceduta nel 1935 in un incidente automobilistico.

I rapporti di Maria José con il regime fascista furono sin dall’inizio problematici. L’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista, la guerra d’Etiopia del 1935, le sanzioni internazionali, l’Asse Roma-Berlino del 1936 e soprattutto le leggi razziali del 1938 suscitarono in lei aperta ostilità. Quando Hitler visitò Roma nel 1938, già nutriva sentimenti di ripulsa verso Mussolini e la dittatura. Secondo fonti diplomatiche inglesi, nello stesso anno avrebbe persino tentato, insieme ad alti ufficiali e a figure politiche come Pietro Badoglio, Dino Grandi e Galeazzo Ciano, un colpo di Stato per rovesciare Mussolini, costringere Vittorio Emanuele III ad abdicare e affidare la reggenza a lei stessa in nome del figlio Vittorio Emanuele. Questo progetto, mai concretizzato, rimase confinato a riunioni riservate. Da quel momento i suoi rapporti con il regime si raffreddarono ulteriormente: evitava la compagnia di gerarchi fascisti come Starace, Muti, Farinacci e Pavolini, preferendo coltivare rapporti con figure estranee al fascismo, come Gabriele d’Annunzio, Arturo Toscanini, Thomas Mann e Giuseppe Antonio Borgese. Mussolini, diffidente e freddo nei suoi confronti, ordinò al capo della polizia Arturo Bocchini di sorvegliarla costantemente e impose alla stampa di non definirla principessa ereditiera, ma solo Principessa di Piemonte.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Maria José non nascose le proprie perplessità. Considerava l’entrata in guerra dell’Italia un errore fatale e sosteneva che l’unica via per evitare sofferenze al popolo fosse la caduta del fascismo. Dal 1941 al 1943 intessé una fitta rete di contatti con esponenti antifascisti: Benedetto Croce, Umberto Zanotti Bianco, Ugo La Malfa, Alcide De Gasperi, Ivanoe Bonomi, Elio Vittorini, monsignor Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. Incurante dei rischi, agì come tramite fra opposizione e monarchia, guadagnandosi nell’ambiente di corte la definizione di “unico uomo di Casa Savoia”. Dopo il bombardamento di Roma del 19 luglio 1943, il re fu convinto ad agire. Il 25 luglio Mussolini fu destituito e arrestato: Maria José seppe la notizia due ore prima dell’annuncio ufficiale. Pochi giorni dopo, Vittorio Emanuele III, che non le rivolgeva la parola da oltre due anni, la convocò e le impose di troncare ogni rapporto politico, confinandola con i figli a Sant’Anna di Valdieri sotto la sorveglianza della cognata Iolanda. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 trovò rifugio in Svizzera, a Montreux, poi a Oberhofen, per evitare i progetti nazisti di rapire il figlio. Qui riprese i contatti con antifascisti in esilio, tra cui Luigi Einaudi, e riuscì persino a trasportare armi ai partigiani. Nel febbraio 1945, mentre il Terzo Reich crollava, attraversò le Alpi con gli sci per rientrare in Italia, accolta dai partigiani che la condussero a Racconigi, da dove fu poi ricondotta a Roma per ricongiungersi con Umberto dopo due anni di separazione.

Il 9 maggio 1946, mentre tornava da una visita come ispettrice della Croce Rossa a Cassino, fu informata che il marito era divenuto re dopo l’abdicazione del suocero. Nacque così la figura della “regina di maggio”: il suo regno come consorte durò appena trentatré giorni, il più breve nella storia dell’Italia unita, e coincise con il referendum istituzionale del 2 giugno, che sancì la nascita della Repubblica. Priva di illusioni, non mostrò entusiasmo, consapevole dell’imminente sconfitta della monarchia. Il 5 giugno Umberto le comunicò la proclamazione della Repubblica e l’imminente esilio. Avrebbe voluto rivedere Napoli, ma il marito glielo impedì, fedele all’impegno preso con De Gasperi di lasciare l’Italia senza indugio.

L’esilio, iniziato in Portogallo e poi proseguito in Svizzera, segnò la frattura definitiva con Umberto. Si separò presto dal consorte, portando con sé il figlio Vittorio Emanuele a Merlinge, mentre le figlie restarono a lungo col padre. Viaggiò molto, visitando Cina, India, Unione Sovietica, Polonia, Cuba e Stati Uniti, dedicandosi alla ricerca storica su Casa Savoia e alla cultura musicale, istituendo premi e scrivendo saggi che le valsero la Legion d’onore francese. Il matrimonio, già fragile, naufragò definitivamente, e la solitudine divenne il tratto dominante della sua vita, segnata anche da rapporti difficili con i figli, che la accusavano di autoritarismo. Confidò in seguito che avrebbe dovuto “fuggire la notte delle nozze” e dichiarò di aver votato scheda bianca al referendum del 1946, per non dover votare “per se stessa e il marito”. Negli ultimi anni trovò un certo riavvicinamento con la figlia Maria Beatrice, con la quale visse in Messico tra il 1992 e il 1996, prima di tornare in Europa.

Maria José del Belgio morì a Thônex, presso Ginevra, il 27 gennaio 2001. Per sua volontà fu sepolta accanto al marito nell’abbazia di Altacomba, in Alta Savoia. Ai funerali parteciparono numerosi membri delle famiglie reali europee, tra cui Juan Carlos I di Spagna, i reali di Belgio e Lussemburgo, Alberto II di Monaco, gli ex sovrani di Bulgaria e Grecia, Farah Diba, Michele di Jugoslavia. Durante le esequie furono eseguiti l’inno nazionale sardo e canti alpini, mentre papa Giovanni Paolo II inviò un messaggio di cordoglio al figlio Vittorio Emanuele. Figura colta, inquieta e complessa, regina per un solo mese ma protagonista di vicende cruciali, Maria José rimase per molti un simbolo irrisolto della modernizzazione mancata della monarchia italiana.

     Roberto Marchetti

Fonte: thefinitive.com
Foto: wikipedia.org

La strage di Capaci

La strage di Capaci

Fonte: wikipedia.org

La strage di Capaci fu un attentato di matrice terroristico-mafiosa perpetrato da Cosa Nostra il 23 maggio 1992, in territorio di Isola delle Femmine, lungo l’autostrada A29 che collega Palermo all’aeroporto di Punta Raisi, con l’obiettivo di assassinare il giudice Giovanni Falcone. L’esplosione, avvenuta alle 17:58 mediante una carica equivalente a circa 300 kg di tritolo composta da tritolo, RDX e nitrato d’ammonio, fece saltare in aria un tratto di carreggiata proprio mentre transitava il corteo della scorta del magistrato, articolato in tre Fiat Croma blindate. Oltre a Falcone persero la vita la moglie Francesca Morvillo, magistrato anch’ella, e tre agenti di scorta – Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro – mentre altre ventitré persone rimasero ferite, fra cui gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. L’attentato affondava le sue radici in una lunga sequenza di progetti omicidiari contro Falcone. Già nel 1983, all’indomani dell’uccisione del giudice Rocco Chinnici in via Pipitone Federico, Salvatore Riina aveva incaricato Giovanni Brusca di sorvegliare Falcone e studiarne le abitudini per colpirlo, ipotizzando inizialmente l’uso di una Vespa imbottita di esplosivo, di un furgoncino parcheggiato davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo o di armi anticarro, piani poi scartati per l’elevato livello di protezione del magistrato. Nel 1987 si valutò di colpirlo alla piscina comunale di via Belgio, ma l’operazione fu interrotta. Il 21 giugno 1989 si registrò il primo tentativo concreto, quando un borsone con 58 candelotti di esplosivo fu ritrovato tra gli scogli vicini alla villa dell’Addaura affittata da Falcone, attentato rimasto avvolto da zone d’ombra nonostante alcune condanne. La decisione definitiva di eliminarlo maturò tra settembre e dicembre 1991 in una serie di riunioni della Commissione interprovinciale di Cosa Nostra, presiedute da Riina nei pressi di Enna, cui presero parte Bernardo Provenzano, Giuseppe Madonia e Benedetto Santapaola. In una riunione della Commissione provinciale tenutasi a casa di Girolamo Guddo, furono decisi un piano stragista ristretto e l’eliminazione, oltre che di Falcone e Borsellino, di Salvo Lima e di altri esponenti politici ritenuti inaffidabili. A Castelvetrano, con Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Graviano, si pianificarono anche attentati contro il ministro Claudio Martelli e il conduttore televisivo Maurizio Costanzo. Dopo la conferma degli ergastoli del Maxiprocesso in Cassazione il 30 gennaio 1992, Riina convocò ulteriori riunioni a Enna e da Guddo, scegliendo di agire in Sicilia con esplosivo. Giovanni Brusca fu incaricato di coordinare i dettagli. Scartate le ipotesi di usare cassonetti esplosivi o sottopassaggi pedonali, Pietro Rampulla suggerì un cunicolo di scolo sotto l’autostrada per concentrare la deflagrazione. Nell’aprile 1992 Brusca effettuò una prova in contrada Rebuttone, nei pressi di Altofonte, usando un cunicolo simulato e un radiocomando per aeromodellismo fornito da Rampulla. Tra aprile e maggio 1992 i capi mandamento Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi individuarono il punto dell’attentato nei pressi di Capaci, mentre in riunioni ad Altofonte Brusca, Gioè, La Barbera, Rampulla, Di Matteo e Bagarella travasarono circa 400 kg di esplosivo in tredici bidoncini, poi collocati l’8 maggio nel cunicolo sotto l’autostrada utilizzando uno skateboard, con sentinelle a vigilare. Furono eseguite prove di velocità, piazzati segni di vernice rossa e un frigorifero per calcolare il momento esatto della detonazione, e tagliati rami per migliorare la visuale. A metà maggio i Ganci controllarono i movimenti delle Croma di scorta. Il 23 maggio Domenico Ganci avvertì Ferrante e La Barbera della partenza delle vetture verso l’aeroporto. Confermato l’arrivo di Falcone, La Barbera seguì il corteo, in contatto con Gioè e Brusca appostati sulla collinetta di Capaci. Un imprevisto rallentamento dell’auto di Falcone, causato dal tentativo del magistrato di restituire le chiavi a Costanza, spinse Brusca ad attivare il radiocomando. L’esplosione sollevò un muro di detriti, colpì in pieno la Croma marrone di Montinaro, Schifani e Dicillo, scaraventandola tra gli ulivi, e fece schiantare la Croma bianca di Falcone. Gli agenti della terza auto, feriti, riuscirono a proteggere il giudice. Falcone e Morvillo, estratti vivi ma gravissimi, morirono in ospedale poche ore dopo. L’attentato, accolto con esultanza da mafiosi detenuti all’Ucciardone, suscitò sdegno nazionale. Secondo collaboratori di giustizia, fu anche pensato per ostacolare l’elezione di Giulio Andreotti alla Presidenza della Repubblica, favorendo la scelta di Oscar Luigi Scalfaro, eletto il 25 maggio. Nello stesso giorno si tennero i funerali a Palermo, durante i quali la vedova Schifani pronunciò parole di perdono e accusa verso la mafia, mentre esponenti politici furono contestati dalla folla. Il 27 maggio la regina Elisabetta II e il principe Filippo visitarono il luogo della strage. Le indagini, inizialmente guidate da Salvatore Celesti e poi da Giovanni Tinebra con Ilda Boccassini, Francesco Paolo Giordano e Fausto Cardella, portarono nel marzo 1993, grazie al pentito Giuseppe Marchese, all’individuazione di un covo in via Ughetti a Palermo dove furono arrestati Antonino Gioè, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Intercettazioni ambientali li collegarono alla strage. Gioè si suicidò in carcere, mentre Di Matteo e La Barbera collaborarono, svelando altri esecutori. Per costringere Di Matteo al silenzio, Brusca, Bagarella, Graviano e Messina Denaro sequestrarono il figlio Giuseppe, poi ucciso e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia. L’indagine introdusse per la prima volta in Italia l’analisi del DNA in ambito forense: mozziconi di sigaretta rinvenuti sulla collinetta rivelarono compatibilità genetica con La Barbera e Di Matteo, in collaborazione con l’FBI. Il processo “Capaci uno” si aprì nell’aprile 1995 contro i vertici della Commissione e gli esecutori materiali, con l’accusa sostenuta dai PM Giordano e Tescaroli. Nel 1997 la Corte d’Assise di Caltanissetta condannò all’ergastolo numerosi boss, assolvendone altri, e inflisse pene tra i 15 e i 21 anni ai collaboratori. Le sentenze furono in gran parte confermate in appello nel 2000, ma nel 2002 la Cassazione annullò alcune condanne rinviando a Catania, dove nel 2006 dodici imputati furono riconosciuti mandanti sia di Capaci che di via D’Amelio. Nel 2008 la Cassazione confermò. Nel 2008 le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza aprirono il processo “Capaci bis”, avviato nel 2014, che vide condanne all’ergastolo per Salvatore Madonia, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo e Lorenzo Tinnirello, mentre Vittorio Tutino fu assolto; condanne confermate in appello nel 2020 e rese definitive nel 2022. Nel 2016 Matteo Messina Denaro fu rinviato a giudizio per strage come mandante, condannato all’ergastolo in contumacia nel 2020, arrestato nel 2023 e condanna confermata in appello. Dal 1993 la Procura di Caltanissetta indagò su possibili “mandanti occulti”, iscrivendo nel 1998 Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri per concorso in strage, ipotesi poi archiviata nel 2002 per insufficienza di prove, pur rilevando contatti potenziali tra Cosa Nostra e ambienti imprenditoriali. Nel 2002 si indagò sul filone “Mafia e Appalti” su imprenditori legati a Calcestruzzi S.p.A., archiviato nel 2003. Nel 2009 fu aperta un’indagine su Giovanni Aiello, sospettato di essere il misterioso “faccia da mostro” e coinvolto anche nell’attentato all’Addaura e in via D’Amelio, archiviata nel 2012. Nel 2013 la Procura archiviò definitivamente l’inchiesta sui mandanti esterni, negando la partecipazione di soggetti fuori da Cosa Nostra. Nel 2022 fu aperta un’indagine su Stefano Delle Chiaie, ex leader di Avanguardia Nazionale, sulla base di testimonianze poi giudicate inattendibili e archiviate nel 2025, con successivo processo per depistaggio e calunnia a carico dei testimoni Walter Giustini e Maria Romeo. Nel 2023 fu indagato per concorso in strage l’ex terrorista Paolo Bellini, sospettato di contatti con Antonino Gioè e di presenze in Sicilia nell’epoca dell’attentato, circostanze confermate dall’ex moglie Maurizia Bonini.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Operazione Vespri Siciliani

Operazione “Vespri Siciliani”

Fonte: x.com/Esercito

L’Operazione “Vespri Siciliani” fu una vasta e prolungata mobilitazione delle Forze Armate italiane in Sicilia, svoltasi dal 25 luglio 1992 all’8 luglio 1998, finalizzata a garantire un rafforzamento straordinario delle misure di sicurezza e ordine pubblico in un contesto segnato da una delle stagioni più sanguinose della lotta dello Stato contro Cosa nostra. La decisione di impiegare l’esercito fu presa in seguito alla sequenza di attentati mafiosi che, nel giro di pochi mesi, scossero profondamente l’opinione pubblica e le istituzioni: la strage di Capaci del 23 maggio 1992, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, e la strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992, in cui vennero assassinati il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di polizia. Già pochi giorni prima della decisione, vi era stato un precedente parziale di impiego di militari per compiti di ordine pubblico con l’operazione “Forza Paris” in Sardegna, nel luglio 1992, in occasione del rapimento di Farouk Kassam, intervento tuttavia limitato e mirato soprattutto ad attività di addestramento in zone impervie. La portata dell’Operazione “Vespri Siciliani” fu invece del tutto inedita per l’Italia repubblicana: si trattò del primo impiego in grandi forze delle Forze Armate per ragioni di ordine pubblico nel dopoguerra e, in termini numerici, dell’operazione più imponente mai condotta in questo ambito, con l’avvicendamento, nell’arco di sei anni, di circa 150.000 militari dell’Esercito Italiano, di cui 12.500 ufficiali, 12.500 sottufficiali e 125.000 soldati di truppa, in gran parte di leva. La decisione di dispiegare l’esercito fu presa dal Consiglio dei ministri il 24 luglio 1992, sotto la presidenza di Giuliano Amato, e concretizzata con il Decreto-legge n. 349 del 25 luglio 1992, “Misure urgenti per contrastare la criminalità organizzata in Sicilia”, che autorizzava l’uso dei militari in operazioni di sicurezza, controllo del territorio e prevenzione di reati di criminalità organizzata, conferendo loro anche alcune funzioni proprie di ufficiali e agenti di pubblica sicurezza. Dopo vivaci dibattiti parlamentari, il provvedimento ottenne il via libera del Parlamento. Le modalità operative vennero definite dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Goffredo Canino, d’intesa con il Capo della Polizia, prefetto Vincenzo Parisi, e prevedevano, tra le altre cose, la gestione di postazioni fisse e il coordinamento attraverso i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduti dai prefetti, con la partecipazione di un ufficiale dell’Esercito. Il 25 luglio 1992 furono schierati a Palermo i primi 120 soldati del 46º Battaglione trasmissioni “Mongibello”, cui si aggiunse la Brigata Aosta già presente in Sicilia; dal 26 luglio si unì anche la Brigata paracadutisti Folgore. In poche settimane il dispositivo si ampliò rapidamente: al 14 agosto erano operativi oltre 8.000 militari, tra cui 1.000 paracadutisti della Folgore e 500 lancieri del 6º Gruppo Squadroni Lancieri di Aosta a Palermo, 1.800 alpini della Brigata Julia dislocati nelle province di Enna, Ragusa e Siracusa, 1.500 soldati della Brigata Aosta a Catania e Messina, 800 bersaglieri del 23º Battaglione “Castel di Borgo” e altri 1.500 uomini della Aosta a Trapani, oltre a 1.800 soldati della Brigata Friuli ad Agrigento e Caltanissetta. La presenza dell’esercito consentì di liberare dai compiti di presidio e pattugliamento parte dei 24.000 uomini delle forze dell’ordine già in servizio in Sicilia. Negli anni successivi l’operazione proseguì con turnazioni regolari: nel 1994 avevano già prestato servizio 45.000 militari appartenenti a quattordici diverse brigate, con contingenti medi di 6.200 uomini, ridotti a 4.200 nel 1996. L’Aviazione dell’Esercito svolse un ruolo complementare nel controllo del territorio, effettuando 2.966 ore di volo con elicotteri. I compiti assegnati ai reparti comprendevano il trasferimento di mafiosi detenuti dal carcere di Palermo ad altri istituti penitenziari italiani, la protezione delle persone impegnate in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, l’istituzione di una rete di sorveglianza fissa e mobile per la protezione di obiettivi sensibili, attività di perquisizione e rastrellamento nei quartieri urbani e nelle aree rurali, nonché posti di blocco sulle principali arterie stradali dell’isola. L’attività operativa produsse un bilancio significativo: 1.647 rastrellamenti, 21.512 pattugliamenti, 39.014 posti di blocco, 62.847 controlli di edifici, 665.407 controlli ad automezzi, 813.439 identificazioni di persone, 786 attività di cinturazione di obiettivi, 1.225 persone consegnate alle autorità di pubblica sicurezza, con il sequestro di 168 armi e 3.113 chilogrammi di esplosivo. L’impatto sull’organizzazione militare di Cosa nostra fu rilevante, contribuendo alla cattura di numerosi esponenti di vertice, tra cui Giuseppe Madonia nel 1992; Salvatore Riina, Salvatore Biondino, Raffaele e Calogero Ganci, Benedetto Santapaola e Francesco Onorato nel 1993; i fratelli Graviano nel 1994; Vittorio Mangano, Leoluca Bagarella e Francesco Giuliano nel 1995; Salvatore Biondo, Giuseppe Monticciolo, Giovanni ed Enzo Salvatore Brusca e Giovanni Riina nel 1996; Michele Mercadante, Pietro Aglieri, Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza nel 1997. A partire dal febbraio 1998 ebbe inizio la graduale sostituzione dei reparti militari con le forze di polizia, e nel giugno dello stesso anno gli ultimi reparti di stanza fuori dall’isola lasciarono i presidi di Catania e Palermo, segnando di fatto la conclusione dell’operazione. Ai militari e agli ex militari che vi presero parte fu riconosciuta la Croce commemorativa per la pubblica sicurezza.

     Roberto Marchetti

Fonte: .wikipedia.org

Sistema Soldato

Sistema Soldato

Il Sistema Soldato, noto inizialmente come “Combattente 2000” e successivamente denominato “Soldato Futuro” e oggi “Soldato Sicuro”, rappresenta un programma organico dell’Esercito Italiano nato con l’obiettivo di valutare e, laddove ritenuto opportuno, adottare le più recenti tecnologie messe a disposizione dal progresso tecnico, applicandole alla sicurezza e all’efficienza del soldato nel contesto operativo in cui è chiamato a operare. La sua genesi si colloca alla fine degli anni Novanta, quando, in ambito statunitense e NATO, si fece sempre più pressante l’esigenza di sviluppare un sistema in grado di consentire un controllo centralizzato del campo di battaglia attraverso la digitalizzazione dell’area di operazioni e del personale ivi impiegato, a sostegno dell’interoperabilità tra le forze utilizzate. Questa esigenza nasceva dal mutato scenario operativo dell’epoca, caratterizzato da interventi condotti con crescente frequenza da formazioni multinazionali, condizione che rendeva necessario garantire analogia funzionale e operativa tra unità similari. Il primo incarico di studio per la realizzazione del “Sistema Soldato” venne affidato a un gruppo di lavoro guidato dal Generale Franco Monticone. Le finalità individuate fin dall’inizio, e tuttora valide, si concentrano sul miglioramento e sull’integrazione tecnologica sia delle capacità del singolo combattente sia delle funzioni di comando e controllo delle operazioni, con particolare attenzione alla gestione di componenti operative multinazionali. La crescente centralità operativa delle unità minori, chiamate a operare in scenari sempre più frequenti di tipo urbanizzato e in missioni di prevenzione delle crisi e mantenimento della pace, imponeva un’attenzione speciale verso contesti a cosiddetta “bassa intensità operativa”, nei quali la mancanza di una linea di contatto frontale espone a un rischio costante, occulto e proveniente potenzialmente da ogni direzione. In tale quadro, l’integrazione stretta tra uomo e tecnologia diventava strumento essenziale per ampliare l’efficacia del comando e del coordinamento, incrementando l’efficienza operativa soprattutto delle unità esposte al contatto diretto, dove i tempi di decisione e reazione sono ridotti. Nella sua prima stesura, come “Combattente 2000”, il Sistema fu concepito per affrontare scenari operativi caratterizzati da incertezza e imprevedibilità, spaziando dal conflitto ad alta intensità a interventi in operazioni di gestione delle crisi a bassa intensità. Le minacce da fronteggiare includevano sia quelle derivanti da conflitti simmetrici sia da guerre asimmetriche, oltre ai rischi legati ai fattori ambientali. Il fulcro concettuale era la sinergia tra equipaggiamento e soldato, finalizzata a incrementare le capacità del combattente appiedato, esaltandone e integrandone le funzioni fondamentali. Il Sistema doveva essere configurato per ottimizzare le attività operative essenziali del combattente, garantendo al contempo l’integrazione delle componenti operative nell’architettura digitalizzata di comando e controllo dei livelli superiori, e doveva rispondere ai requisiti di modularità, integrabilità, interfacciabilità e interoperabilità. Lo sviluppo dei requisiti operativi fu condotto fin dall’inizio in conformità alle direttive NATO e con criteri pragmatici, privilegiando l’adozione delle tecnologie realmente disponibili e utilizzabili nel breve termine per esigenze specifiche. Il principio guida considerava l’uomo come elemento centrale del sistema, che doveva costituire un supporto alle sue decisioni senza mai condizionarne la libertà di scelta. L’innovatività tecnologica e operativa della concezione generava inevitabilmente nuove problematiche, legate sia alle capacità sia alle esigenze operative da soddisfare, richiedendo lo sviluppo parallelo di attività dedicate all’addestramento, all’impiego e alla logistica. Rispetto al passato, in cui l’acquisizione di materiali per il combattente appiedato avveniva per singole componenti dell’equipaggiamento con miglioramenti parziali, il Sistema Soldato mirava a un potenziamento integrato di tutte le capacità, combinandole in un insieme coerente. Tale approccio comportava la necessità di verifiche approfondite e di soluzioni specifiche per l’impiego, la logistica, l’addestramento e la selezione del personale, oltre alla definizione accurata degli incarichi, così da garantire l’utilizzo ottimale del sistema. I criteri adottati in ciascuna fase di sviluppo avrebbero a loro volta orientato le scelte tecnologiche future, mantenendo costante l’attenzione a modularità, integrabilità, interfacciabilità e interoperabilità. Nel 2020, in un’ottica di costante aggiornamento, l’Esercito Italiano ha acquisito nuovi sistemi d’arma tecnologicamente avanzati e pronti all’impiego, privilegiando in particolare l’uso di droni in sostituzione dei tradizionali elicotteri e introducendo armamenti individuali di nuova generazione, segnando un ulteriore passo verso l’evoluzione del concetto di soldato integrato e digitalizzato.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Affare Lady Golpe

Affare Lady Golpe

Donatella Di Rosa Fonte: .wikipedia.org

L’ “affare Lady Golpe” rappresenta uno dei casi giudiziari e mediatici più controversi dell’Italia degli anni Novanta, intrecciando vicende personali, dichiarazioni clamorose, dinamiche interne alle Forze Armate e un’intensa esposizione mediatica. La vicenda prende il nome dall’appellativo attribuito a Donatella Di Rosa, figura centrale dell’intero caso, nota principalmente per le sue rivelazioni in seguito giudicate infondate relative a un presunto progetto di colpo di Stato che sarebbe stato concepito tra gli anni Ottanta e Novanta del XX secolo da alcuni alti ufficiali militari italiani, tra cui l’allora marito, il colonnello della brigata paracadutisti “Folgore” Aldo Michittu. Nel 1993, Donatella Di Rosa, sposata con Michittu, rese alla stampa dichiarazioni che ebbero immediata eco nazionale, denunciando l’esistenza di un piano eversivo contro le istituzioni repubblicane e l’esistenza di un traffico di armi da guerra diretto verso Paesi belligeranti, che avrebbe visto coinvolti numerosi ufficiali di alto grado. Il 7 ottobre 1993, in una conferenza stampa particolarmente seguita, la donna affermò pubblicamente di aver partecipato, insieme al marito, a riunioni riservate con ufficiali di vertice finalizzate alla pianificazione di un golpe in Italia. Tra gli elementi più sorprendenti delle sue dichiarazioni vi fu il riferimento alla presenza, in tali incontri, di Gianni Nardi, terrorista dichiarato ufficialmente morto nel 1976 a seguito di un incidente, morte che, secondo Di Rosa, sarebbe stata simulata. Questa affermazione ebbe conseguenze immediate: le autorità giudiziarie decisero di riaprire le indagini sulla vicenda Nardi, in parte perché Michittu risultava essere stato accompagnatore della madre del terrorista in circostanze pregresse. Un controllo sulla sepoltura in Italia del presunto Nardi rivelò che il loculo di famiglia era vuoto; la famiglia spiegò che il corpo era stato tumulato in Spagna e, nove giorni dopo, l’esumazione in territorio spagnolo confermò inequivocabilmente l’identità del cadavere, smentendo così l’ipotesi della sua sopravvivenza. Nonostante ciò, le accuse di Di Rosa provocarono un’immediata scossa negli equilibri interni dell’apparato militare. Pochi giorni dopo le sue dichiarazioni, il ministro della Difesa Fabio Fabbri chiese le dimissioni del generale di corpo d’armata Biagio Rizzo; il 22 ottobre seguì le dimissioni, in segno di protesta, del generale Goffredo Canino, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, indicato tra i partecipanti alle presunte riunioni. Il generale di brigata Franco Monticone, all’epoca comandante della Folgore, fu rimosso dall’incarico; in una diretta televisiva, Monticone dichiarò che Di Rosa, con cui aveva intrattenuto una relazione sentimentale, gli aveva richiesto circa 800 milioni di lire per aiutarlo a ottenere l’annullamento del matrimonio presso il tribunale della Sacra Rota. Il procedimento giudiziario che seguì condusse, in appello, alla condanna di Di Rosa a due anni e otto mesi di reclusione (pena sospesa) per calunnia e autocalunnia, oltre a un risarcimento di 800 milioni di lire alle parti civili; in seguito, la donna sostenne di aver forse confuso Gianni Nardi con un suo omonimo. Sempre nel 1993, Di Rosa e il marito furono arrestati e processati: le accuse di eversione caddero per mancanza di prove, ma restò in piedi l’imputazione di calunnia ai danni di Monticone, confermata con condanna a due anni e otto mesi, successivamente ridotti a due anni e due mesi grazie all’indulto. La pena non fu eseguita poiché Di Rosa si rese latitante per oltre vent’anni, fino al 2015, quando fu rintracciata dai Carabinieri grazie a un controllo sul figlio e arrestata, venendo poi posta agli arresti domiciliari. Nel corso della sua latitanza e immediatamente dopo le vicende giudiziarie, l’immagine di Donatella Di Rosa ebbe una forte esposizione mediatica, anche in chiave scandalistica. Nel 1994 le furono dedicate due copertine della rivista Playmen, iniziativa che contribuì a consolidare la sua notorietà come personaggio mediatico; parallelamente, intraprese una breve carriera come fotomodella e comparve in trasmissioni televisive, spesso in contesti a sfondo erotico, mantenendo un legame, diretto o indiretto, con l’eco delle vicende politico-giudiziarie che l’avevano resa famosa.

     Roberto Marchetti

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