Costantino Ruspoli

Costantino Ruspoli

Fonte: geneanet.org

Costantino Ruspoli nacque a Roma l’8 luglio 1891, erede di una delle più illustri famiglie nobiliari italiane, i principi di Poggio Suasa, di antica origine fiorentina. Figlio di Carlo Ruspoli e di Palma Maria Talleyrand Perigord, univa nelle sue vene il sangue di due stirpi aristocratiche d’Europa, radicate nella storia del continente. La sua educazione, improntata al rigore, alla disciplina e al senso del dovere, fu il preludio naturale alla sua vocazione militare. Partecipò alla prima guerra mondiale come sottotenente di complemento del Reggimento “Savoia Cavalleria” (3º), distinguendosi nell’arma più prestigiosa, quella della cavalleria, che allora incarnava l’ideale tradizionale dell’onore militare. Dopo il conflitto prese parte a una missione militare in Romania e venne posto in congedo nel giugno 1920. In questi anni di transizione si trasferì in Belgio, paese in cui visse fino alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Promosso capitano nel 1938, non esitò a tornare in Italia all’indomani della dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna, il 10 giugno 1940. Fu richiamato in servizio attivo nel novembre di quell’anno. Assegnato inizialmente al Reggimento “Genova Cavalleria” (4º), nel gruppo squadroni appiedato, scelse di rimettersi completamente in gioco: benché non fosse più giovane, ottenne di entrare nella specialità dei paracadutisti, corpo d’élite dallo spirito moderno e combattivo. Frequentò con successo il corso presso la Scuola paracadutisti di Tarquinia e, una volta conseguito il brevetto, fu destinato al 187º Reggimento paracadutisti della 185ª Divisione “Folgore”, che nell’estate del 1942 fu trasportata in Africa Settentrionale Italiana. Qui, dal 1º luglio, iniziò il suo definitivo capitolo militare, in un teatro di guerra ostile, ma carico di attesa e valore.
Costantino Ruspoli assunse il comando dell’11ª Compagnia del IV Battaglione e, con essa, prese parte alla seconda battaglia di El Alamein, evento cruciale della campagna del Nord Africa. Nel deserto egiziano, presso Deir El Munassib, tra ottobre e novembre del 1942, si consumò una delle pagine più drammatiche e al contempo epiche della storia militare italiana. La “Folgore”, priva di mezzi pesanti e di copertura adeguata, si ritrovò a fronteggiare le corazzate britanniche con l’ardimento e la tenacia come uniche armi. In queste condizioni, Ruspoli si distinse non solo come comandante, ma come esempio vivente di quella virtù militare che sfiora la leggenda. Malgrado fosse malato, sostenne un’intensa preparazione di artiglieria e respinse l’assalto di forze nemiche preponderanti con un contrattacco risoluto. Durante l’azione fu colpito al petto da una raffica di mitragliatrice. Morì alle ore 23:00 del 26 ottobre 1942, appena lasciata la trincea, pronunciando le parole “Evviva l’Italia”, simbolo supremo del suo sacrificio. Fu insignito postumo della medaglia d’oro al valor militare. La motivazione lo descrive come “fierissimo comandante ed esemplare soldato”, la cui azione contribuì a circondare il nome della Divisione “Folgore” di un alone leggendario.
Ma l’uomo Costantino Ruspoli non si esaurisce nella freddezza delle cronache militari o nella retorica delle onorificenze. I suoi uomini lo ricordavano come “il gigante buono”, soprannome che, nella sua apparente contraddizione, racchiude l’essenza della sua personalità. Di statura imponente, muscoloso e sempre curato, indossava con un’eleganza istintiva la divisa da paracadutista, spesso adattata alla sua mole. Si distingueva per il portamento fiero, quasi aristocratico, mai ostentato. In Africa, per tentare invano di apparire più feroce, si era appeso a tracolla una daga che sosteneva provenisse da un tagliatore di teste. Portava ai piedi un paio di scarpe da ginnastica, scelta pratica e anticonformista, che manteneva anche in patria. Era solito indossare la giacca solo di sera, per convenienza o forse per rispetto a un certo gusto innato. Rifiutava di far lavare la camicia logora che portava addosso, perché considerava uno spreco privare i suoi uomini di un solo gavettino d’acqua. La sua umanità traspariva da ogni gesto.
Il racconto della sua ultima notte è testimonianza della grandezza d’animo e della calma sovrumana con cui affrontava il pericolo. Era il 25 ottobre 1942, e i resti dell’11ª Compagnia erano riuniti nei pressi del comando. Gli inglesi avevano attaccato senza sosta fino alle cinque del pomeriggio. Tredici carri armati nemici giacevano ancora fumanti attorno al caposaldo. Alle cinque, una pausa. Forse il nemico si concedeva il tè, secondo la tradizione britannica. Gli otto superstiti italiani, sebbene provati, provavano una soddisfazione contenuta: il piacere della vittoria, anche provvisoria, bastava a lenire il dolore per i compagni caduti. Nascosto nell’oscurità, giunse il camioncino del rancio e dell’acqua. Quella sera le razioni sarebbero state abbondanti, non perché si fosse più fortunati, ma perché i morti non mangiano. Poi, alle nove, tre razzi illuminarono il cielo e un nuovo attacco inglese esplose con inaudita violenza. Il camioncino fu centrato in pieno, l’autista ucciso, e sulla sabbia si sparsero rivoli di minestra, acqua e sangue.
Nel comando sotterraneo, Costantino Ruspoli sedeva su una barella che fungeva anche da branda, assorto nella scrittura su un quaderno. Il tenente Bonetti, sopraggiunto nel mezzo del bombardamento, lo trovò in apparente tranquillità. In un dialogo surreale, il capitano gli chiese se sapesse sciare, interessandosi alla tecnica del telemark, del cristiana, al concetto del peso a valle. Lo scenario era apocalittico, ma lui parlava di sci come se si trovasse in una baita alpina. Quando una granata scoppiò vicino, l’unico commento fu: “Sembra di essere sul Carso”. La sua esperienza gli diceva che contro l’artiglieria non c’era scampo: o ti prende o ti manca. Era il fatalismo del veterano. Alle 22:00, indossò l’elmetto ed uscì nel camminamento per disporre i suoi uomini. Gli inglesi erano ormai a trenta metri, avanzavano facendosi scudo con i corpi dei caduti. Ordinò il lancio delle bombe a mano. La battaglia infuriò per oltre un’ora. I pochi superstiti dell’11ª Compagnia avevano a disposizione le munizioni di un’intera unità. Sei sparavano, due ricaricavano i mitra. Quando fu il momento, ordinò il contrattacco, saltando per primo fuori dalla trincea. Una tracciante rossa segnò la notte: fu colpito e cadde all’indietro. Il volto sereno, la bocca semiaperta, gli occhi verdi spalancati verso l’alto, la pipa di gesso ancora stretta tra i denti. La sua morte, come la sua vita, fu segnata da una compostezza degna dell’epica classica, da una grandezza morale e umana che superava i limiti dell’ordinario.
La figura di Costantino Ruspoli resta scolpita nella memoria come quella di un aristocratico nel cuore e nell’animo, un ufficiale gentiluomo che visse e morì con l’orgoglio del soldato, la dignità dell’uomo e la lealtà verso i propri ideali. La sua presenza contribuì a costruire attorno alla Divisione “Folgore” una leggenda che ancora oggi resiste, tra il rispetto della storiografia militare e l’ammirazione di chi riconosce nel sacrificio la misura ultima dell’eroismo.

     Roberto Marchetti

Onoreficente

Medaglia d’oro al valor militare
«Comandante di compagnia paracadutisti impiegata come fanteria nella difesa di un importante caposaldo isolato nel deserto, benché ammalato, sosteneva una poderosa preparazione di artiglieria e poi l’attacco di forze corazzate nemiche soverchianti che contrattaccava con indomito coraggio. Mentre il nemico sorpreso da tanta bravura ripiegava coi suoi carri, non avendo potuto né sopraffare e neppure fiaccare l’eroica resistenza dei difensori, il prode comandante alla testa della compagnia decimata cadeva nel contrassalto colpito al petto da una raffica di mitragliatrice e trovava ancora la forza di gridare ai suoi uomini “Evviva l’Italia”. Fierissimo comandante ed esemplare soldato contribuiva a formare intorno al nome della Divisione “Folgore” un alone leggendario di gloria. Deir El Munassib (El Alamein), 26-27 ottobre 1942.»
Decreto Luogotenenziale 14 settembre 1944.

Fonte: congedatifolgore.com, wikipedia.org

Guido Visconti di Modrone

Guido Visconti di Modrone

Fonte: combattentiereduci.it

Guido Visconti di Modrone, II duca di Grazzano Visconti, nacque a Milano il 9 dicembre 1901, primogenito del conte Giuseppe Visconti di Modrone e di donna Carla Erba, erede della celebre dinastia farmaceutica Erba. La famiglia Visconti di Modrone apparteneva all’aristocrazia milanese più in vista, saldamente radicata nella nobiltà patrizia della città, protagonista della vita culturale e mondana della prima metà del Novecento. Il giovane Guido trascorse l’infanzia e la giovinezza in un ambiente colto e cosmopolita, condividendo l’ambito familiare con sei tra fratelli e sorelle, tra cui il celebre regista Luchino Visconti, futuro protagonista del cinema e del teatro italiani del dopoguerra. L’ambiente della famiglia Visconti era segnato da una vivace attività intellettuale e da una forte impronta artistica, favorita dalla figura carismatica del padre Giuseppe, industriale illuminato e creatore della cittadella neomedievale di Grazzano Visconti, cui fu conferito nel 1937 il titolo ducale da Vittorio Emanuele III, trasmesso al figlio Guido come titolo ereditario. L’educazione militare di Guido si compì nell’ambito del Regio Esercito, dove assolse il servizio di leva come ufficiale di complemento nel prestigioso Reggimento “Savoia Cavalleria”, uno dei corpi più antichi e decorati della cavalleria italiana. Il 12 aprile 1926, a Firenze, sposò donna Franca dei Marchesi Viviani della Robbia, nata il 28 gennaio 1905, appartenente a una nobile famiglia toscana. Il matrimonio, celebrato con il consueto sfarzo delle grandi casate, non generò figli. Negli anni successivi, secondo alcune fonti, Guido Visconti avrebbe intrecciato un legame sentimentale con l’attrice Elsa De Giorgi, figura di spicco del teatro e del cinema italiani. Negli anni Trenta, Visconti lasciò la vita mondana milanese per trasferirsi in Libia, all’epoca colonia italiana, dove acquistò e amministrò una grande azienda agricola. La scelta di trasferirsi nel territorio nordafricano, che rappresentava in quegli anni il simbolo della “quarta sponda” dell’impero fascista, rifletteva sia il pragmatismo imprenditoriale sia l’adesione, almeno parziale, all’ideologia coloniale dell’epoca, che incoraggiava l’insediamento di possidenti italiani nelle regioni libiche, soprattutto nella Tripolitania interna. Con l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, Visconti fu richiamato alle armi e, nel 1941, chiese volontariamente di essere assegnato alla neonata specialità delle truppe paracadutiste, simbolo di un nuovo tipo di guerra moderna e mobile, voluta dal regime fascista per emulare i modelli operativi tedeschi. Dopo il corso di addestramento, fu assegnato al IV Battaglione Paracadutisti della Divisione “Folgore”, una delle unità d’élite del Regio Esercito, composta da volontari selezionati e destinata inizialmente a un’operazione di sbarco su Malta, successivamente annullata. Con il grado di capitano, Visconti assunse il comando dell’11ª Compagnia e fu dislocato con il proprio reparto nell’area di Deir el Munassib, nella regione di El Alamein, teatro delle decisive operazioni militari fra l’Asse e le forze del Commonwealth britannico. Nell’ottobre del 1942, in vista dell’imminente offensiva britannica, destinata a passare alla storia come la Seconda battaglia di El Alamein, Visconti e i suoi uomini si trovarono in prima linea, incaricati di difendere una posizione strategica esposta alla superiorità numerica e tecnologica angloamericana. Il 14 ottobre 1942, in seguito a un ordine errato del comandante del battaglione, maggiore Vincenzo Patella, Visconti fu chiamato a rapporto in pieno giorno e fu costretto ad attraversare a piedi una fascia di terreno completamente esposta all’osservazione e al fuoco dell’artiglieria nemica. Benché consapevole dell’inopportunità dell’orario fissato e del rischio mortale connesso alla missione, Visconti non esitò a obbedire all’ordine ricevuto, astenendosi dal sollevare obiezioni per non compromettere la disciplina e l’autorità della catena di comando. Durante il tragitto, fu colpito alla schiena da una granata da 88 mm, verosimilmente sparata da un cannone anticarro tedesco catturato dagli inglesi o da un pezzo dell’artiglieria nemica britannica. Gravemente ferito, morì sul campo, testimoniando con la propria condotta un rigore militare e un senso del dovere che gli valsero l’ammirazione dei commilitoni. La sua morte, avvenuta nel pieno della campagna del deserto, precedette di pochi giorni la disfatta definitiva delle forze dell’Asse a El Alamein, momento di svolta del conflitto in Africa settentrionale. Il sacrificio di Guido Visconti di Modrone si inserisce nel più ampio quadro della partecipazione della nobiltà italiana alla guerra fascista, segnato dalla duplice tensione tra le tradizioni aristocratiche di lealtà dinastica e l’adesione, più o meno convinta, alle direttrici ideologiche e militari del regime. Morì senza lasciare eredi, il 14 ottobre 1942, a 40 anni, sul fronte egiziano, portando con sé una testimonianza personale di dedizione, silenziosa e tragica, alla propria patria e al proprio ruolo.

     Roberto Marchetti

Onoreficenze

Medaglia d’argento al valor militare
«Volontario paracadutista, quale comandante di compagnia in settore particolarmente esposto all’offensiva nemica era di costante esempio nel respingere il nemico che per ben tre volte tentava di sopraffare la posizione della compagnia. Nell’ispezionare i propri elementi avanzati, sottoposti a micidiale fuoco nemico, veniva ferito gravemente. Continuava ad esercitare il comando lasciandolo solo dietro ordine superiore. Conscio dell’imminente fine si doleva di non poter morire tra i suoi uomini.»
Deir el Munassib (A.S.) settembre – ottobre 1942

Fonti: combattentiereduci.it, wikipedia.org

Manuale del combattente

Manuale del combattente

Estratto dal Manuale del Combattente
(Edizione del 1986. Testo modificato, con variante apportata, approvato dallo S.M.E. nel 1995)

Comportamento del militare in guerra

Generalità

Le regole e le norme di comportamento in caso di conflitto armato sono contenute:

  • nelle civilissime leggi e nei regolamenti nazionali (legge di guerra, codice penale militare di guerra, Costituzione della Repubblica, legge sulle norme di principio, regolamento di disciplina, ecc.);
  • nelle Convenzioni internazionali riguardanti i conflitti armati che, essendo state ratificate dall’Italia, fanno parte integrante delle leggi dello Stato (Convenzioni dell’Aja del 1899, Convenzioni di Ginevra del 1949 e Protocolli aggiuntivi del 1977, Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo del 1950, Convenzione sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato del 1954, ecc.) o che sono state recepite dalle leggi dello Stato (Convenzioni dell’ Aja del 1907).
    L’Italia in campo mondiale ha altissime tradizioni per quanto riguarda il corretto comportamento in guerra del soldato italiano, che ha sempre brillato per umanità e civiltà.

Il decalogo del combattente

Comportati da soldato disciplinato. La disobbedienza alle leggi di guerra macchia la tua unità e te stesso e crea sofferenze inutili che, lungi dall’ attenuare la volontà di battersi del nemico, lo spingono alla vendetta.

  • Combatti solo i tuoi nemici e gli obiettivi militari.
  • Non procurare distruzioni maggiori di quelle che richiede l’assolvimento del compito.
  • Non combattere più il nemico che si arrende o che è fuori combattimento. Raccoglilo, disarmalo e consegnalo al tuo superiore. Rispetta e proteggi i naufraghi del mare e dell’aria.
  • Tratta con umanità tutti i civili ed i nemici che si trovano in tuo potere.
  • Raccogli e cura i feriti ed i malati amici, nemici e civili al termine dell’azione o, durante l’azione, solo se te lo ordina il tuo Comandante.
  • Non prendere ostaggi e non fare mai atti di vendetta.
  • Rispetta le persone ed i beni muniti dei simboli della Croce Rossa, della protezione dei beni culturali, della protezione civile e la bandiera bianca del parlamentare.
  • Non rubare nè saccheggiare e rispetta le proprietà ed i beni di tutti.
  • Informa il tuo superiore di qualunque atto di ostilità.

Segni distintivi internazionali relativi al personale ed ai luoghi protetti.

È proibito compiere atti di ostilità contro personale, formazioni ed installazioni munite dei seguenti simboli (a meno di legittima reazione contro atti di offesa).

Prigionieri di guerra

  • Il militare è tenuto a combattere fino all’estremo delle sue forze ed a lottare con tutti i suoi mezzi per non cadere nelle mani del nemico.

Il legittimo combattente di uno Stato belligerante, caduto in potere del nemico:

  • ha diritto al trattamento di prigioniero di guerra previsto dalla III Convenzione di Ginevra del 1949 e dal I Protocollo aggiuntivo del 1977;
  • è tenuto a dichiarare soltanto il proprio NOME, COGNOME, GRADO e NUMERO DI MATRICO-LA. Tali dati sono contenuti anche nel piastrino di riconoscimento che è tenuto a portare addosso.

Per convenzione internazionale, nel campo di prigionia, dove sarà alloggiato, dovrà essere esposto, in lingua italiana, il testo della Convenzione internazionale che lo riguarda, perchè sia edotto dei propri diritti e dei propri doveri.
Potrà essere visitato durante la prigionia da membri del Comitato Internazionale della Croce Rossa o di altre organizzazioni di soccorso

  • Lo Statuto di prigioniero di guerra compete solo al combattente legittimo. Qualora una unità catturi combattenti nemici, che abbiano compiuto atti di ostilità contro personale nazionale, di caratteristiche dubbie (civili armati, civili frammischiati con militari, ecc.) deve trattarli ugualmente con umanità e curarli se feriti o ammalati. Tuttavia tali prigionieri vanno sgomberati a parte, separati dagli altri, e devono essere accompagnati da un rapporto di cattura da redigere a cura dell’unità catturante, che metta il giudice militare italiano in condizione di stabilire lo statuto da attribuire agli stessi.

I crimini di guerra

  • Le leggi italiane prevedono per i crimini di guerra la responsabilità individuale, che coinvolge sia chi ordina sia chi esegue un crimine. Per le norme di principio ed il conseguente regolamento di disciplina, “il militare al quale venga impartito un ordine manifestamente rivolto contro le istituzioni dello Stato o la cui esecuzione costituisce comunque manifestamente reato, ha il dovere di non eseguire l’ordine ed informare al più presto i superiori“.

I principali crimini di guerra previsti dalle leggi nazionali e dalle convenzioni internazionali sono i seguenti:

  • l’omicidio volontario e qualunque attentato alla integrità fisica o psichica delle persone che si trovino in potere del belligerante;
  • il genocidio;
  • i maltrattamenti e le deportazioni per costringere la popolazione civile dei territori occupati a eseguire lavori forzati;
  • l’omicidio volontario e maltrattamenti di prigionieri di guerra e naufraghi del mare e dell’aria;
  • la presa di ostaggi;
  • il saccheggio di beni pubblici o privati;
  • la distruzione senza motivo di abitati e le devastazioni non giustificate dalla necessità militare.

Sono considerati crimini di guerra anche le infrazioni gravi alle Convenzioni internazionali ed ai Protocolli aggiuntivi alle stesse, tra le quali meritano di essere citati:

  • gli attacchi ad unità sanitarie e a zone sanitarie e di sicurezza che devono essere in ogni tempo rispettate e protette;
  • la violazione delle garanzie fondamentali di rispetto e tutela della persona umana e del diritto della stessa ad un giudizio regolare ed imparziale per gli atti commessi in relazione alla guerra; 
  • gli attacchi indiscriminati contro: popolazione e beni civili, beni culturali, località non difese e zone smilitarizzate;
  • gli attacchi contro persone fuori combattimento;
  • l’uso perfido ed indebito dei simboli di protezione internazionale;
  • i trasferimenti e le deportazioni di popolazionicivili;
  • gli attacchi all’ambiente naturale ed alle installazioni che racchiudano forze pericolose;
  • i ritardi ingiustificati nel rimpatrio di prigionieri di guerra;
  • la pratica dell’apartheid e le altre pratiche disumane e degradanti, fondate sulla discriminazione razziale, che offendono la dignità della persona umana.

I crimini di guerra sono imprescrittibili; sono puniti dal codice penale militare di guerra ed è stabilita la cooperazione internazionale in materia di ricerca, arresto, estradizione e punizione delle persone che se ne rendono colpevoli.

“Red Devils”

“Red Devils”

La quasi-mitologica unità conosciuta con il soprannome di “Red Devils” rappresenta una delle formazioni militari britanniche più emblematiche e celebrate della Seconda Guerra Mondiale. Tale denominazione leggendaria venne attribuita sia alla 1ª Divisione Aviotrasportata britannica sia alla sua componente originaria e centrale, la 1ª Brigata Paracadutisti, due unità d’élite il cui valore operativo e simbolico si consolidò sui più duri teatri di guerra del conflitto. La nascita della 1ª Divisione Aviotrasportata risale al 31 ottobre 1941, quando Winston Churchill, profondamente colpito dall’audacia e dall’efficacia tattica dimostrate dalle truppe paracadutiste tedesche (i Fallschirmjäger) durante l’invasione dei Paesi Bassi, in particolare nei pressi de L’Aia nel maggio 1940, ordinò la costituzione di una forza britannica parimenti addestrata e organizzata. Al comando della neonata divisione fu nominato il maggior generale Frederick “Boy” Browning, figura carismatica che contribuì non solo alla definizione operativa dell’unità ma anche alla sua identità visiva e culturale. Fu infatti su iniziativa di Browning che venne introdotto l’ormai celebre berretto amaranto, destinato a diventare uno dei simboli universali delle forze paracadutiste. Altro tratto distintivo adottato dalla divisione fu l’emblema alare con la figura mitologica di Pegaso cavalcato da Bellerofonte, immagine ispirata al mondo classico e volta a rappresentare il dinamismo e il coraggio dell’assalto aviolanciato. Inizialmente strutturata attorno alla 1ª Brigata Paracadutisti, la divisione si ampliò progressivamente con l’inclusione della 2ª e della 4ª Brigata Aviotrasportata, assumendo una configurazione pienamente operativa entro il 1942.

La 1ª Brigata Paracadutisti, nata come unità indipendente e prima formazione britannica ad addestrarsi per l’impiego paracadutato il 15 settembre 1941, rappresentò fin da subito il cuore operativo della divisione e ne mantenne un ruolo centrale anche nelle successive fasi di espansione e impiego, operando infine come unità autonoma fino al 1948, con dispiegamenti anche in Palestina. L’origine del soprannome “Red Devils” affonda le radici nell’esperienza del teatro nordafricano, quando nel novembre 1942, durante l’Operazione Torch, i paracadutisti britannici del 1º e 3º Battaglione della 1ª Brigata si distinsero per la straordinaria aggressività e determinazione dimostrata nei combattimenti. Le truppe tedesche, impressionate dall’aspetto minaccioso dei soldati britannici, coperti di polvere rossa e vestiti con l’inconfondibile smock e le flange posteriori che richiamavano ali membranose, li soprannominarono “rote Teufeln” — diavoli rossi — soprannome che fu presto accolto dai britannici stessi come emblema di valore e di terrore inflitto al nemico. Le prime operazioni della 1ª Divisione Aviotrasportata si concentrarono su azioni di incursione e sabotaggio: tra queste, l’Operazione Biting a Bruneval nel febbraio 1942, un raid per il sequestro di componenti radar dalla costa francese, e l’Operazione Freshman, un fallito tentativo di distruggere gli impianti per la produzione di acqua pesante in Norvegia. Tuttavia, fu con l’intervento nella Campagna del Nord Africa che la divisione si affermò definitivamente come forza combattente di prima linea. Durante l’Operazione Torch, il 3º Battaglione fu incaricato di catturare l’aeroporto strategico di Bone, mentre il 1º Battaglione si distinse nei feroci scontri nei pressi del crocevia di Beja. Gli scontri, intensi e prolungati, culminarono nella resa congiunta delle forze italo-tedesche nel maggio 1943, confermando l’efficacia tattica delle truppe aviotrasportate britanniche.

Nell’estate del 1943 la divisione fu impiegata nel teatro mediterraneo nell’ambito della Campagna d’Italia. Le operazioni Ladbroke e Fustian, mirate alla conquista del ponte di Primosole in Sicilia, rappresentarono un momento cruciale per il consolidamento della tattica del glider (alianti) combinata con i lanci paracadutati. L’Operazione Slapstick, condotta via mare attraverso uno sbarco diretto nel porto di Taranto, segnò l’inizio della partecipazione diretta alla Penisola italiana, anche se il comando dell’operazione, affidato al maggior generale Gerald Hopkinson, fu funestato dalla sua morte in combattimento. Durante il D-Day, la divisione fu mantenuta in riserva strategica e non partecipò attivamente allo sbarco in Normandia, scelta che si rivelò cruciale per preservarne le capacità in vista delle future operazioni. Il suo momento più tragico e al contempo eroico arrivò nel settembre 1944, con l’Operazione Market Garden. L’obiettivo dell’operazione era audace: lanciarsi a 60 miglia oltre le linee nemiche per impadronirsi dei ponti sul Reno nei Paesi Bassi, facilitando l’avanzata alleata verso il cuore della Germania. La 1ª Divisione Aviotrasportata fu incaricata della conquista del ponte di Arnhem, ma l’operazione, per quanto pianificata con ambizione, si trasformò in un epico assedio. Circondata da forze tedesche superiori in numero e in armamento, la divisione resistette strenuamente per nove giorni, subendo perdite devastanti pari all’85% del suo organico, prima di ricevere l’ordine di ritirata. L’eroismo dimostrato ad Arnhem contribuì in modo decisivo alla consacrazione leggendaria del nome “Red Devils” nel pantheon militare britannico. Dopo la disfatta di Arnhem, la divisione fu ricostruita parzialmente e impiegata nell’Operazione Doomsday, destinata alla liberazione e stabilizzazione della Norvegia nel 1945. Tuttavia, con la fine del conflitto, la 1ª Divisione Aviotrasportata venne formalmente sciolta nel novembre 1945, mentre la 1ª Brigata Paracadutisti proseguì il suo servizio inquadrata in altre strutture militari, partecipando anche alle operazioni nel Mandato britannico della Palestina fino al 1948. Nell’arco di pochi anni, i Red Devils si erano imposti non solo come strumento militare di élite ma anche come simbolo di disciplina, audacia e spirito combattivo, lasciando un’eredità indelebile nella memoria della guerra e nella tradizione militare del Regno Unito.

     Roberto Marchetti

Fonte: Wikipedia, paradata.org.uk, sergeanttombstoneshistory.wordpress.com

I Chasseurs Alpins

I Chasseurs Alpins

Fonte: commons.wikimedia.org

I Chasseurs Alpins rappresentano uno dei più antichi e prestigiosi corpi militari specializzati nella guerra in montagna a livello mondiale. L’origine di questo corpo d’élite dell’esercito francese risale al 1888, in un contesto segnato da profonde trasformazioni geopolitiche seguite alla sconfitta della Francia nella guerra franco-prussiana del 1870-1871. La perdita dell’Alsazia-Lorena a favore della Germania suscitò un senso di vulnerabilità strategica lungo i confini orientali del paese, rendendo urgente la creazione di unità militari capaci di difendere efficacemente le frontiere montane, in particolare l’arco alpino. Fu il generale François-Henry de Barès a proporre al Ministero della Guerra la costituzione di reparti di fanteria leggeri, appositamente addestrati per operare in alta montagna, in grado di muoversi agevolmente in ambienti impervi e di condurre operazioni militari in condizioni climatiche estreme. La fondazione ufficiale dei Chasseurs Alpins avvenne a Chambéry, nel cuore delle Alpi francesi, e si concretizzò inizialmente nella creazione di dodici battaglioni, reclutati prevalentemente tra le popolazioni montane della Savoia, dell’Alta Savoia, delle Alpi e del Delfinato, comunità già abituate alle asperità dell’ambiente alpino e alle esigenze fisiche e psicologiche richieste da questo tipo di servizio.

I Chasseurs Alpins si distinsero fin da subito per alcune caratteristiche peculiari che li rendevano immediatamente riconoscibili all’interno dell’esercito francese. La loro uniforme tradizionale includeva il celebre berretto tondo, denominato tarte, ornato da un pon pon blu, simbolo distintivo del corpo, abbinato a una giacca e pantaloni blu scuro. La loro formazione era improntata su discipline tecniche altamente specializzate, che comprendevano l’alpinismo, lo sci, la sopravvivenza in ambienti estremi, il combattimento ad alta quota e la guerra invernale. Questo addestramento rigoroso rispondeva all’esigenza di affrontare un tipo di guerra completamente differente da quello della pianura o delle città, dove la padronanza del territorio e la resistenza fisica diventavano elementi cruciali. Il motto che accompagnava il corpo, “Vous ne passerez pas !” (“Non passerete!”), condensava in poche parole lo spirito difensivo e il senso del sacrificio che caratterizzava l’identità dei Chasseurs Alpins.

Il loro primo grande banco di prova fu la Prima Guerra Mondiale, durante la quale furono impiegati su vari fronti montani, in particolare nelle zone alpine e nei Vosgi. In questi teatri, i Chasseurs Alpins guadagnarono una reputazione formidabile per la loro capacità di resistere e combattere in condizioni ambientali estremamente dure. Tuttavia, il loro impiego non fu limitato alle montagne: presero parte anche a battaglie emblematiche della guerra di trincea come Verdun e la Somme, dove dimostrarono ancora una volta la loro tenacia e adattabilità. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i Chasseurs Alpins furono protagonisti nella difesa dei passi alpini contro l’invasione italiana nel 1940, nella cosiddetta battaglia delle Alpi, dove riuscirono a fermare l’avanzata delle truppe italiane sfruttando la conoscenza del terreno e le loro competenze tattiche. Dopo la caduta della Francia, alcuni battaglioni furono sciolti o dislocati, ma molti dei loro membri continuarono a combattere entrando nella Resistenza francese o unendosi alle forze della Francia Libera, contribuendo alla lotta contro l’occupazione nazista.

Nel secondo dopoguerra, i Chasseurs Alpins furono coinvolti in numerosi conflitti coloniali e post-coloniali, tra cui la guerra d’Algeria (1954-1962) e la guerra d’Indocina. In questi contesti, le loro competenze furono adattate a scenari operativi molto diversi da quelli alpini, dimostrando una versatilità operativa notevole. In epoca contemporanea, il corpo ha partecipato a diverse missioni internazionali sotto l’egida di organismi sovranazionali come la NATO, l’ONU e l’Unione Europea, tra cui operazioni in Afghanistan e Mali, confermando la loro importanza nel panorama militare francese ed europeo.

Attualmente, i Chasseurs Alpins fanno parte della 27e Brigade d’Infanterie de Montagne (27e BIM), una delle principali brigate dell’esercito francese specializzata nella guerra in montagna. Continuano a essere sottoposti a un rigoroso addestramento che privilegia sia le operazioni difensive sia quelle offensive in ambienti montani. Inoltre, conducono regolarmente esercitazioni con reparti alpini di altri paesi, in particolare con le Truppe Alpine italiane, con cui condividono molte affinità storiche e operative. È interessante notare che, sebbene le Truppe Alpine italiane siano state fondate nel 1872, quindi cronologicamente precedenti ai Chasseurs Alpins, la loro specializzazione sistematica nella guerra di montagna avvenne solo dopo il 1880, elemento che ha portato molti storici militari a riconoscere nei Chasseurs Alpins i primi reparti di fanteria da montagna al mondo. Questo primato, insieme allo spirito di corpo, alla resistenza fisica e alla competenza tecnica, ha contribuito a rendere i Chasseurs Alpins un autentico simbolo di orgoglio nazionale in Francia e un punto di riferimento nella storia della guerra alpina in Europa.

     Roberto Marchetti

Fonte: Service Historique de la Défense (SHD) – Archivio storico del Ministero delle Forze Armate francesi.

Basco Amaranto

Basco Amaranto

Il Basco Amaranto: Storia e Significato di un Simbolo della Folgore
C’è un simbolo che racchiude l’identità, la fierezza e la tradizione dei paracadutisti italiani: il basco amaranto, ornato da ali, gladio e paracadute spiegato. Più che un copricapo, è un segno di appartenenza e valore. Eppure, il suo cammino verso l’adozione ufficiale da parte della Brigata Paracadutisti “Folgore” fu lungo e carico di significati storici, politici e simbolici.
Tutto iniziò nel luglio 1967, al termine dell’esercitazione “Aquila Rossa”. In quell’occasione, il generale Alberto Li Gobbi, comandante della Folgore e veterano della Seconda guerra mondiale, sfilò davanti alle autorità con il basco amaranto. Non fu un gesto isolato, ma il frutto di un riconoscimento formale. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Guido Vedevato, parlò di un “premio” per i suoi uomini, con l’approvazione del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Un premio visibile, che sanciva il rango d’élite di una specialità militare temprata da durissimo addestramento.
Prima di allora, i paracadutisti italiani portavano il basco grigio-verde, in linea con l’uniforme dell’Esercito. Fu con quel copricapo che nacquero le prime unità aviotrasportate nel 1941 e che la Folgore combatté eroicamente a El Alamein nel 1942. Anche i paracadutisti della “Nembo”, durante la guerra civile seguita all’armistizio del 1943, mantennero lo stesso colore, qualunque fosse lo schieramento.

Livorno, luglio 1967

Il passaggio dal basco grigio verde, che fu della Divisione Nembo, al basco amaranto.

Fonte: Facebook – I Leoni della “Folgore”


Il basco amaranto, invece, era già simbolo dei paracadutisti britannici, i celebri “Red Devils” della 1ª Divisione Aviotrasportata, guidata dal generale Browning. Fu sua moglie, la scrittrice Daphne du Maurier, a suggerirne l’adozione: un colore audace, non mimetico, che divenne segno distintivo di truppe scelte.
Le radici del basco, tuttavia, sono più antiche: già nel XIX secolo veniva usato dagli Chasseurs Alpins francesi e dai Requetés spagnoli, che lo indossavano rosso come simbolo ideologico e militante. Col tempo, questo copricapo ha accompagnato battaglie e trasformazioni, diventando emblema di identità militare.
Durante la Guerra Fredda, Italia e Regno Unito diventarono alleati nella NATO. Nel 1963, con la ricostituzione della Folgore come brigata, composta anche dal reggimento “Nembo” e dai carabinieri paracadutisti del “Tuscania”, il basco rimase inizialmente grigio-verde. Ma il contesto internazionale e l’integrazione con le forze alleate spinsero verso una maggiore omogeneità tra i reparti d’élite. Così, il basco amaranto fu ufficialmente adottato dalla Folgore: non solo come riconoscimento del valore militare, ma anche come adesione a un ideale condiviso di professionalità e appartenenza.
Alcuni reparti, però, hanno scelto di mantenere un legame con le origini. È il caso del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, che ha ripristinato il basco grigio-verde in omaggio agli Arditi della Prima guerra mondiale, senza rompere il legame fraterno con la Folgore.
Il basco amaranto è oggi più di un semplice elemento dell’uniforme: è una bandiera da indossare, un simbolo che unisce passato e presente, tradizione italiana e vocazione internazionale. Un colore carico di memoria, che da eredità straniera si è trasformato in simbolo profondamente italiano: l’onore di appartenere alla “Folgore”.

     Roberto Marchetti

Fonte: Il Giornale Davide Bartoccini 6 agosto 2020

Alberto Li Gobbi

Alberto Li Gobbi

Fonte: movm.it

Alberto Li Gobbi nacque a Bologna il 10 giugno 1914. La sua vita si intreccia profondamente con le vicende più drammatiche e nobili del Novecento italiano, in un itinerario esistenziale e militare che rappresenta un esempio altissimo di dedizione alla patria, di coraggio e di integrità morale. Ufficiale dell’Esercito italiano, si distinse sin dagli anni della Seconda guerra mondiale per il valore dimostrato in combattimento, ricevendo nel corso del conflitto due Medaglie d’argento al valor militare, due di bronzo e tre Croci di guerra, culminando nel conferimento della Medaglia d’oro al valor militare per il contributo eroico dato alla Guerra di Liberazione.
L’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, rappresentò per Li Gobbi un punto di svolta radicale: benché ancora convalescente da gravi ferite riportate in battaglia, egli lasciò la famiglia per raggiungere il proprio reggimento e partecipare alla resistenza armata contro i tedeschi. Catturato poco dopo, riuscì ad evadere, attraversando le linee di combattimento per offrirsi volontario per una rischiosa missione in territorio italiano occupato. Con una fede incrollabile e una capacità organizzativa straordinaria, fu protagonista delle operazioni di resistenza, contribuendo in modo determinante alla riorganizzazione e alla direzione del movimento partigiano. Operando nell’ambito della formazione “Franchi”, Li Gobbi seppe affrontare le quotidiane insidie dell’attività clandestina con una dedizione assoluta, un coraggio lucido e disciplinato, e una leadership riconosciuta da tutti.
Durante un rastrellamento tedesco, assistette alla morte in combattimento di un comandante partigiano e, senza indugio, assunse la guida della formazione, riuscendo a salvare e riorganizzare i superstiti grazie a manovre ardite e alla sua abilità tattica. Arrestato successivamente e trovato in possesso di documenti compromettenti, fu sottoposto a interrogatori spietati e torture brutali. Nonostante ciò, non cedette: non rivelò alcun segreto, né tradì alcun compagno. Ebbe l’opportunità di fuggire, ma la rifiutò per permettere l’evasione di un altro prigioniero la cui attività riteneva più utile alla causa. Condannato a morte, vide rinviata la fucilazione, sopportando la prigionia con una forza morale che rimase esemplare per tutti i detenuti politici e partigiani. Quando finalmente riuscì a fuggire, tornò subito a combattere, rinnovando la propria disponibilità al sacrificio in nome della libertà.


Al termine del conflitto, Li Gobbi venne decorato con la Medaglia d’oro al valor militare, riconoscimento che lo consacrò ufficialmente tra gli eroi della Resistenza. A questo si aggiunse il tributo postumo conferito al fratello Aldo, anch’egli partigiano, morto sotto tortura a Genova il 1° aprile 1944, e anch’egli insignito della Medaglia d’oro alla memoria. Dopo un lungo periodo di convalescenza, Li Gobbi riprese il servizio attivo nelle Forze Armate, iniziando una carriera che lo vide salire ai vertici della gerarchia militare italiana e internazionale. Fu insegnante di tattica alla Scuola di guerra, incarico che esercitò con la stessa serietà e rigore che lo avevano caratterizzato durante il conflitto. Ricoprì poi il ruolo di addetto militare in diverse sedi strategiche per la politica estera italiana: a Washington, dove approfondì il suo rapporto con Edgardo Sogno – compagno d’armi nella “Franchi” e più tardi promotore del cosiddetto “golpe bianco” –, ma anche a Città del Messico, a Panama e a Cuba, in un contesto segnato dalla Guerra fredda e dal delicato equilibrio geopolitico mondiale.
La sua carriera operativa lo vide al comando della 2ª Brigata corazzata “Ariete”, della Brigata paracadutisti “Folgore” e della Forza mobile aerotrasportabile della NATO in Germania, una delle formazioni più importanti nel dispositivo di difesa del Patto Atlantico. Rappresentò l’Italia nel Comitato militare della NATO a Bruxelles e infine ebbe il prestigioso incarico di comandante delle Forze terrestri alleate del Sud Europa, consolidando così la sua figura di alto ufficiale apprezzato anche in ambito internazionale.


Dopo il congedo, avvenuto nel 1977, Li Gobbi non cessò di servire la memoria e i valori della Repubblica. In qualità di Presidente onorario dell’Associazione nazionale combattenti della Guerra di Liberazione, si impegnò attivamente nella divulgazione storica, nella partecipazione a convegni, cerimonie e incontri con i giovani, promuovendo il ricordo della Resistenza non come retorica ma come fondamento etico e civile della democrazia italiana. Fu anche autore di numerosi contributi storiografici e memorialistici, mantenendo sempre uno sguardo lucido sul passato e sulla sua funzione educativa.
Tra il 1945 e il 1947 contribuì all’operazione “Alià Betth”, che favorì l’esodo di rifugiati ed ebrei sopravvissuti alla Shoah verso la Palestina. Per questo suo impegno umanitario e civile, il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin lo volle inserire nel “Libro dei Giusti”, riconoscimento riservato a coloro che si adoperarono per salvare vite umane durante il genocidio. Nel 1988, a ulteriore riconoscimento del suo valore umano e civile, fu insignito a Milano dell’Ambrogino d’oro.
Al momento della sua scomparsa, avvenuta il 4 maggio 2011 a Milano, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano volle ricordare la sua figura con un messaggio personale indirizzato al figlio, il generale Antonio Li Gobbi, in cui ne sottolineava il valore umano e militare, la dedizione alla patria, il coraggio, il silenzio eroico sotto tortura, la resistenza morale e la coerenza esemplare. La salma fu tumulata nel cimitero di Oggebbio, in provincia di Verbania, lo stesso paesino dal quale, nel 1943, lui e suo fratello Aldo erano partiti per unirsi alla Resistenza, lasciando tutto alle spalle per combattere contro l’oppressione nazifascista e per un’Italia libera.

     Roberto Marchetti

Fonte: anpi.it

Marco Bertolini

Marco Bertolini

Fonte: osservatorelibero.it

Marco Bertolini nasce a Parma il 21 giugno 1953, figlio di un reduce della battaglia di El Alamein. Trascorre la propria infanzia e adolescenza nell’Appennino reggiano, un contesto che contribuisce a formare la sua tempra e che precede il suo ingresso nell’Accademia Militare di Modena nel 1972. Questo è l’inizio di una carriera che lo vedrà protagonista per oltre quattro decenni, contrassegnata da una marcata dimensione operativa e da un legame costante con le Forze Speciali e le truppe aviotrasportate dell’Esercito Italiano, in particolare con la Brigata Paracadutisti “Folgore”, alla quale dedicherà gran parte del suo servizio.

Dopo la nomina a Tenente, viene assegnato al 9º Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, reparto d’élite della Brigata “Folgore”, noto per le sue capacità di incursione e di condotta di operazioni speciali. All’interno del “Col Moschin” Bertolini intraprende un percorso di progressiva assunzione di responsabilità che lo porterà a ricoprire, nel corso degli anni, tutti gli incarichi operativi di comando: dapprima del Distaccamento Operativo, poi della Compagnia Incursori fino al 1983, successivamente del Battaglione tra il 1991 e il 1993, fino al comando dell’intero Reggimento dal 1997 al 1998. Durante questo lungo periodo al “Col Moschin”, consegue anche il brevetto di incursore paracadutista e diventa istruttore di paracadutismo, con all’attivo ben 1.500 lanci con tecnica a caduta libera, una cifra che testimonia non solo la sua esperienza sul campo, ma anche la sua dedizione alla dimensione tecnica e fisica della professione militare.

Parallelamente agli incarichi operativi, Bertolini è ripetutamente chiamato a prestare servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito, dove svolge funzioni di staff in aree strategiche come quelle delle operazioni e dell’addestramento, in particolare presso il III Reparto – Ufficio Operazioni e Ufficio Addestramento, tra il 1985 e il 1990 e poi ancora tra il 1993 e il 1997. Questi incarichi rappresentano un completamento della sua formazione militare e dirigenziale, consentendogli di acquisire una visione più ampia dell’apparato militare italiano.

Il legame con la Brigata “Folgore” si consolida ulteriormente quando, nel 1984, gli viene affidato il comando della 4ª compagnia paracadutisti “Falchi” del 2º Battaglione Paracadutisti “Tarquinia”. Da quel momento in poi, la sua carriera si sviluppa lungo tutti i gradini gerarchici dell’unità: è Capo di Stato Maggiore della Brigata tra il 1994 e il 1997, poi Comandante del Centro addestramento paracadutismo dal 1999 al 2001, Vicecomandante della Brigata “Folgore” tra il 2001 e il 2002 e infine, dal settembre 2002 al luglio 2004, Comandante della stessa Brigata, coronando un percorso trentennale all’interno delle forze paracadutiste italiane.

Il 29 luglio 2004 Bertolini assume un ruolo di rilevanza strategica a livello interforze, diventando il primo Comandante del Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS), struttura appena costituita con il compito di coordinare le attività delle Forze Speciali di tutte le Forze Armate italiane. Questo nuovo organismo, fortemente voluto dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, Ammiraglio Giampaolo Di Paola, si inserisce nel più ampio processo di modernizzazione e integrazione delle capacità militari italiane nel contesto internazionale. Bertolini resterà a capo del COFS fino al settembre 2008, periodo durante il quale contribuisce in maniera determinante a strutturarne assetti e funzioni operative.

Nel settembre 2008 viene chiamato ad assumere un incarico di prestigio in ambito NATO: diventa infatti il primo ufficiale italiano a ricoprire la funzione di Capo di Stato Maggiore del Comando ISAF in Afghanistan, in un contesto segnato da un’intensa attività militare e diplomatica della coalizione internazionale. Concluso questo impegno, nel dicembre 2009 assume la guida del Comando Militare Esercito Toscana, con sede a Firenze, incarico che gli consente di operare anche in ambito territoriale, legando la componente operativa con quella istituzionale della presenza dell’Esercito nelle regioni italiane.

Il 6 febbraio 2012 rientra in ambito operativo, venendo designato Comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI), massimo organo interforze di pianificazione e direzione delle operazioni militari italiane. Rimarrà alla guida del COI fino al 1º luglio 2016, data in cui termina ufficialmente la propria carriera militare per raggiunti limiti d’età. In questi quattro anni, Bertolini sovrintende all’attuazione delle principali missioni italiane all’estero e guida la trasformazione operativa dello strumento militare in un contesto strategico internazionale profondamente mutato, segnato da crisi regionali, asimmetrie belliche e crescente interconnessione tra politica estera e sicurezza nazionale.

Nel corso della sua carriera, Bertolini partecipa direttamente a numerose operazioni internazionali, in particolare in ambito di Operazioni Speciali. Tra il settembre 1982 e il giugno 1983 è in Libano, nel quadro della missione di pace italiana a Beirut. Tra il dicembre 1992 e il giugno 1993 è in Somalia, dove prende parte alle operazioni multinazionali UNITAF e UNOSOM II. Dal giugno 1996 all’aprile 1997 è impegnato in Bosnia Erzegovina, nel quadro del processo di stabilizzazione post-conflitto. Ricopre inoltre un ruolo di rilievo nella Repubblica di Macedonia (FYROM), come Capo di Stato Maggiore della NATO Extraction Force, predisposta per l’evacuazione dei verificatori OSCE dal Kosovo. L’Afghanistan rappresenta per lui uno scenario di particolare importanza, che lo vede presente in due fasi distinte: nel 2003, alla guida del Contingente italiano nell’ambito dell’Operazione Nibbio, e successivamente tra il 2008 e il 2009 come Capo di Stato Maggiore di ISAF.

Il 1º luglio 2016 conclude la sua carriera attiva nell’Esercito Italiano, portando con sé un patrimonio di esperienze operative, istituzionali e strategiche rare nella storia militare nazionale recente. Dal 2017 è Presidente dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, continuando a rappresentare un punto di riferimento per il mondo militare e per la comunità dei paracadutisti italiani.

     Roberto Marchetti

Fonte: wikipedia.org

Le Infermiere Volontarie

Le Infermiere Volontarie

La storia del Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana è una narrazione lunga più di un secolo, che si intreccia profondamente con le vicende storiche, politiche e sociali dell’Italia e del mondo intero. Una storia che comincia ufficialmente nel 1908, ma le cui radici affondano nel 1906, anno in cui a Milano si tenne il primo corso di formazione per infermiere volontarie organizzato da un gruppo di donne animate da un profondo senso civico e da un ideale di solidarietà. Tra le promotrici di quell’iniziativa pionieristica vi furono figure di spicco come Sita Meyer Camperio, Rosa De Marchi e Matilde Visconti di Modrone. Il successo del corso fu immediato e l’iniziativa si propagò rapidamente in altre città, tra cui Genova, La Spezia, Firenze e Roma, dove il corso fu inaugurato con il patrocinio di Sua Maestà la Regina Elena. Già nel 1908 si contavano circa un migliaio di infermiere volontarie, tra diplomate e allieve, e lo stesso anno 260 di loro furono mobilitate per prestare soccorso alle vittime del disastroso terremoto che colpì Messina e Reggio Calabria, segnando il primo grande banco di prova per il nuovo Corpo.

Nel 1910 il Corpo si dotò di un regolamento ufficiale e di una uniforme identica per tutte, simbolo di eguaglianza tra donne di ogni estrazione sociale, dalle regine alle casalinghe. L’anno successivo vide il primo impiego in contesto bellico: circa sessanta infermiere parteciparono alle operazioni di soccorso sulla nave ospedale “Menfi” durante il conflitto italo-turco, tra loro la Duchessa d’Aosta, che presto sarebbe diventata figura centrale nella storia del Corpo. L’approssimarsi della Prima Guerra Mondiale moltiplicò le iscrizioni, tanto che alla vigilia del conflitto si contavano già 4.000 infermiere volontarie, numero che raddoppiò nel corso degli anni bellici, arrivando a 8.500 unità. Le Sorelle furono impiegate non solo nelle unità sanitarie al fronte, ma anche in ospedali improvvisati nelle retrovie: ville, conventi, edifici pubblici, persino il Quirinale furono adattati a nosocomi. Le infermiere si occupavano non solo dell’assistenza sanitaria, ma anche della gestione del guardaroba, delle farmacie, delle cucine e dell’organizzazione interna delle strutture. Operarono instancabilmente sui treni ospedale e furono messe duramente alla prova dall’epidemia di influenza “spagnola”, che causò milioni di morti nel mondo e alla quale non sfuggirono molte Sorelle. Al termine del conflitto, le infermiere mobilitate furono 7.320 e molte di loro vennero decorate al valor militare, tra cui la stessa Duchessa d’Aosta, che ricevette la Medaglia d’Argento.

Il ventennio tra le due guerre vide una progressiva istituzionalizzazione del Corpo, ormai pienamente integrato nella Sanità Militare e riconosciuto nella sua funzione. Le Sorelle operarono anche negli ospedali civili e nelle strutture assistenziali, come le colonie estive e gli ambulatori antitubercolari e antimalarici. I corsi di formazione si moltiplicarono in tutta Italia, ampliando la capacità operativa del Corpo. A partire dal 1935, con la conquista dell’Africa Orientale Italiana, numerose infermiere vennero inviate nelle colonie per assistere i militari e le popolazioni locali. Furono imbarcate sulle navi ospedale per raccogliere i feriti e le loro cure si estesero anche alle famiglie dei coloni. Quando le stesse famiglie dovettero rientrare in Italia come profughi, le Sorelle continuarono ad assisterle nel difficile viaggio di ritorno. Stabilite negli ospedali militari di Etiopia, Somalia, Abissinia, Libia ed Eritrea, le infermiere si presero cura non solo dei soldati italiani ma anche delle popolazioni civili. Parteciparono inoltre alla guerra civile spagnola al seguito dei volontari italiani e, nel clima sempre più teso che precedette la Seconda Guerra Mondiale, vennero addestrate anche con l’uso delle maschere antigas, esperienza ereditata dalla prima guerra mondiale.

Con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il Corpo fu nuovamente mobilitato su larga scala. Maria Josè del Belgio, Principessa di Piemonte, fu nominata Ispettrice Nazionale il 1° settembre 1939 e procedette immediatamente a una riorganizzazione del Corpo, designando sedici ispettrici per i Centri di Mobilitazione. Il 10 giugno 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia, le Sorelle furono dispiegate ovunque vi fosse bisogno: ospedali militari e da campo, treni e navi ospedale, ospedali extraterritoriali. La loro presenza, spesso unica figura femminile nelle zone di guerra, costituiva per i soldati non solo una figura di assistenza sanitaria ma anche un conforto morale e un richiamo agli affetti lontani. Il loro ruolo si rivelò così cruciale che il Regolamento del Corpo fu riconosciuto per legge con il Decreto n. 918 del 12 maggio 1942. Parteciparono alle campagne d’Africa, di Russia, d’Albania, di Jugoslavia, prestando la loro opera con dedizione e coraggio. Le testimonianze fotografiche, i diari, i racconti delle Sorelle restituiscono l’immagine di donne forti, aristocratiche o borghesi, giovani o mature, che condividevano la vita e le sofferenze dei soldati con umiltà e abnegazione. Le navi ospedale su cui operavano diventarono strumenti fondamentali per il trasporto dei feriti e per il salvataggio dei naufraghi. Alla fine del conflitto, diciotto infermiere avevano perso la vita in servizio, tra cui due fucilate dai tedeschi e due decedute in campo di concentramento.

La fine della guerra e l’avvento della Repubblica portarono a una riorganizzazione profonda del Corpo. Maria Josè del Belgio, che aveva guidato il Corpo come Ispettrice Nazionale, lasciò l’incarico nel 1946 e designò come reggente la Sorella Paola Menada, successivamente confermata con nomina presidenziale e rimasta in carica fino al 1976. Il dopoguerra fu un periodo di grandi difficoltà: il Paese era segnato da distruzioni, miseria, carenza di medicinali e da gravi emergenze sociali. Le Sorelle furono chiamate a rimboccarsi le maniche per contribuire alla ricostruzione morale e materiale dell’Italia. Il Corpo, come il resto della Croce Rossa, aveva vissuto le divisioni del paese durante il conflitto, ma il loro operato fu riconosciuto come conforme ai principi umanitari della Croce Rossa e alle Convenzioni Internazionali. Le emergenze non mancavano: soldati dispersi, invalidi, orfani, epidemie, profughi in rientro, catastrofi naturali. In tutte queste situazioni, le Infermiere Volontarie furono una presenza silenziosa ma costante.

Nel mondo contemporaneo, le Infermiere Volontarie, in qualità di Ausiliarie delle Forze Armate, operano in ogni ambito della vita civile in cui la loro presenza sia richiesta, e fanno parte integrante del personale mobilitabile della Protezione Civile. Hanno risposto a tutte le calamità naturali che hanno colpito il Paese negli ultimi decenni e, a partire dal 1982, hanno preso parte a tutte le missioni internazionali di pace al fianco delle Forze Armate e della Croce Rossa. Il Corpo ha esteso il proprio raggio d’azione alle emergenze internazionali, inviando le Sorelle negli ospedali militari delle forze multinazionali presenti in varie aree del mondo. Dalla prima missione in Libano, le Infermiere Volontarie sono state attive in Somalia, dove perse la vita la giovane Sorella Cristina Luinetti, in Mozambico, Turchia, Bosnia, Albania, Kosovo, Iraq, Hebron, Kabul, Giordania, Medio Oriente, Pakistan e nel Sud-Est Asiatico. La loro presenza, riconosciuta e rispettata, ha mantenuto vivo un ideale di servizio, sacrificio e umanità che continua a essere un faro per le generazioni future.

     Roberto Marchetti

Fonte: Croce Rossa Italiana

Mustapha Haoui

Mustapha Haoui

Fonte: pressreader.com/italy/oggi

Nel 1982, in un Libano dilaniato dalla guerra civile, l’Italia prese parte a una missione di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il contingente italiano, guidato dal generale Franco Angioni e formato da soldati della Folgore, si trovava a Beirut con l’obiettivo di contribuire alla stabilizzazione di un paese stremato da anni di conflitto. In questo contesto difficile, tra le macerie della capitale e la precarietà della vita quotidiana, nacque una storia che incarna la solidarietà e l’umanità in tempo di guerra: la storia di Mustapha Haoui, all’epoca un ragazzino di dieci anni, vivace, acuto, dotato di una straordinaria intelligenza, che trovò nel contingente italiano e in alcune figure straordinarie un futuro e una speranza.

Il piccolo Mustapha, soprannominato affettuosamente “Musta”, divenne ben presto la mascotte dei militari italiani. I soldati, spesso giovani anch’essi, riconobbero in lui non solo un riflesso dell’infanzia rubata dalla guerra, ma anche una scintilla di vitalità e di desiderio di apprendere, che li colpì profondamente. Tra loro e il bambino si instaurò un legame profondo, fatto di protezione, affetto e attenzione quotidiana. Questa adozione informale, nata spontaneamente sul campo, attirò l’attenzione delle autorità italiane fino ad arrivare al Presidente della Repubblica dell’epoca, Sandro Pertini, figura amatissima e carismatica, che si prese a cuore la vicenda del giovane libanese. L’interesse personale del Presidente, che all’umanità e al valore della solidarietà aveva sempre dato un posto centrale nella sua azione politica e morale, fu decisivo per il destino del ragazzo. Pertini non solo lo prese a benvolere, ma sostenne idealmente e materialmente la possibilità che Mustapha potesse costruire un futuro diverso, lontano dalla guerra.

Il sogno del bambino era quello di trasferirsi in Italia e diventare medico. Un desiderio che, all’epoca, pareva quasi una favola impossibile da realizzare, considerata la situazione in cui versava il Libano e l’estrema povertà in cui Mustapha viveva. Ma accadde l’inatteso. Eugenio Di Maio, un disoccupato italiano, vinse 84 milioni di lire, una cifra considerevole per l’epoca, e prese una decisione sorprendente e straordinaria: donò l’intero ammontare del premio a Mustapha, per permettergli di venire in Italia, studiare e cercare di realizzare il suo sogno. Di Maio, pur non conoscendolo personalmente, fu mosso da un impulso di generosità radicale, un atto disinteressato che mutò per sempre il corso della vita del giovane libanese. Fu grazie a questa donazione che Mustapha poté finalmente trasferirsi nel nostro Paese, iniziare un percorso di studio e integrarsi in una società del tutto nuova, ma che da subito si mostrò accogliente nei suoi confronti.

Oggi Mustapha Haoui ha quasi cinquant’anni. È cittadino italiano, musulmano praticante, e lavora come tecnico di laboratorio presso l’Istituto Tumori Regina Elena di Roma. Non ha realizzato appieno il sogno di diventare medico, ma ha comunque conseguito una laurea breve e si è inserito in un contesto lavorativo e umano che gli ha permesso di costruirsi una vita dignitosa, stabile, fondata sul servizio agli altri. Conserva ancora un forte sentimento di riconoscenza per l’Italia, per il Presidente Pertini, per i militari che lo hanno accolto e per Eugenio Di Maio, che con il suo gesto gli ha permesso di cambiare destino. La sua vicenda, che potrebbe sembrare eccezionale, è in realtà emblematica di una certa idea d’Italia, capace di atti di generosità profondi anche nei momenti storici più complicati.

Mustapha ha raccontato la sua storia nel 2022, all’indomani dell’accoglienza in Italia di un altro Mustafa, un bambino siriano gravemente ferito, al quale il nostro Paese ha aperto le porte offrendo cure mediche e protezione. Vedendo il telegiornale, Musta ha provato un forte senso di déjà vu. Ha riconosciuto nel piccolo siriano il riflesso della sua infanzia e ha espresso speranza e fiducia nel fatto che anche per lui l’Italia possa rappresentare un luogo di rinascita. “Questo è un Paese solidale, dal cuore grande”, ha detto con convinzione. Il suo augurio per il giovane rifugiato è che possa crescere lontano dalla guerra, circondato dall’affetto della sua famiglia, e che i medici riescano a trovare le soluzioni giuste per assicurargli una vita piena, con nuove braccia e nuove gambe, e con tutte le opportunità che l’Italia può offrire. In quelle parole, piene di empatia e di memoria, si condensa l’intero senso di una storia che attraversa decenni e conflitti, ma che si regge sempre sulla forza degli incontri umani, sulla potenza della solidarietà e sulla possibilità concreta che l’accoglienza possa cambiare, davvero, la traiettoria di una vita.

     Roberto Marchetti

Fonte: pressreader.com/italy/oggi